Bilanci e la valutazione delle partecipazioni delle controllate 
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Bilanci e la valutazione delle partecipazioni delle controllate 

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza del 1° gennaio 2025, numero 6, ha puntualizzato un aspetto cruciale riguardante la redazione dei bilanci societari, in particolare la valutazione delle partecipazioni in imprese controllate o collegate.

La normativa consente alle aziende una certa flessibilità, dando la possibilità di scegliere tra due metodi di valutazione: il costo di acquisto o il valore del patrimonio netto. Tuttavia, questa libertà non è illimitata. La legge impone un rigore nella motivazione delle scelte, soprattutto quando si riscontrano discrepanze tra il valore iscritto a bilancio e il patrimonio netto dell'impresa partecipata.

In sostanza, se un'azienda decide di iscrivere una partecipazione a un valore superiore rispetto a quello del patrimonio netto, è tenuta a spiegare dettagliatamente il perché nella nota integrativa al bilancio. Allo stesso modo, se si opta per la valutazione a patrimonio netto e il costo di acquisto risulta maggiore, le ragioni di tale differenza devono essere chiaramente esposte.

Questo approccio mira a garantire che i bilanci riflettano in modo veritiero e trasparente la situazione finanziaria delle imprese, fornendo informazioni affidabili a tutti gli interessati.

Appello: ammesse prove nuove per fatti sopravvenuti
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Appello: ammesse prove nuove per fatti sopravvenuti

L'ordinanza n. 34 del 2 gennaio 2025 della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto cruciale del processo d'appello: la possibilità di presentare nuove prove documentali. Di norma, in appello non è consentito introdurre nuove prove, ma la Corte ha precisato che questa regola non si applica ai fatti sopravvenuti, cioè a quegli eventi che si verificano dopo la scadenza del termine per presentare le prove nel giudizio di primo grado.

La Corte ha sottolineato che impedire la presentazione di prove relative a fatti nuovi priverebbe le parti del diritto al doppio grado di giudizio, essenziale per una corretta valutazione del merito della causa. In particolare, il nuovo articolo 345 del codice di procedura civile consente di produrre documenti in appello se la parte dimostra di non aver potuto farlo in primo grado, e questa possibilità non è legata all'indispensabilità della prova, come era in passato.

In un caso specifico riguardante la responsabilità professionale di un avvocato, la Corte ha annullato una precedente decisione perché il giudice d'appello non aveva valutato correttamente se l'attività difensiva svolta dall'avvocato fosse stata diligente.

In sintesi, l'ordinanza chiarisce che il divieto di nuove prove in appello non è assoluto e che è possibile presentare documenti relativi a fatti nuovi, garantendo così il diritto a un giudizio completo e approfondito.

Contumacia: la verifica delle prove e la non contestazione
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Contumacia: la verifica delle prove e la non contestazione

La sentenza n. 25 della Corte di Cassazione, datata 2 gennaio 2025, chiarisce un aspetto fondamentale del processo civile, in particolare quando una delle parti non si presenta in tribunale (contumacia).

La Corte ha stabilito che, in tali casi, il giudice non può dare per automaticamente veri i fatti affermati dalla parte presente in aula. In altre parole, il principio di "non contestazione", che normalmente impone di considerare veri i fatti non contestati dalla parte presente, non si applica al contumace.

Questo significa che, anche se la parte assente non ha modo di contestare le affermazioni dell'altra parte, il giudice deve comunque verificare se chi ha iniziato la causa (l'attore) ha fornito prove sufficienti a dimostrare ciò che afferma. La mancata presenza dell'altra parte non esonera l'attore dal proprio onere di provare i fatti.

In sostanza, la Corte ha voluto garantire che le sentenze siano basate su prove concrete, anche quando una delle parti non partecipa attivamente al processo.

Unioni di fatto: doveri morali, tutele sociali
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Unioni di fatto: doveri morali, tutele sociali

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28 del 2 gennaio 2025, ha ribadito l'importanza delle unioni di fatto come fenomeno sociale tutelato dalla Costituzione. Nonostante non siano equiparabili al matrimonio, queste unioni comportano doveri morali e sociali tra i conviventi, che possono tradursi in assistenza e sostegno economico reciproco, sia durante la convivenza che dopo la sua cessazione.

La Corte ha precisato che tali obblighi, se rispettano determinati requisiti come proporzionalità, spontaneità e adeguatezza, possono essere considerati "obbligazioni naturali", cioè doveri morali e sociali che, se adempiuti, non danno diritto alla restituzione di quanto prestato. Questo riconoscimento si inserisce in un contesto sociale in evoluzione, che valorizza le diverse forme di famiglia e le relazioni affettive stabili.

Prededuzione e la prova utilità credito per creditori
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Prededuzione e la prova utilità credito per creditori

Nell'ordinanza n. 55 del 2 gennaio 2025, la Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto importante relativo al concordato preventivo. In particolare, si è soffermata sull'onere della prova nel riconoscimento della prededuzione, ovvero il diritto di un creditore di essere pagato con precedenza rispetto ad altri.

La Corte ha stabilito che chi richiede la prededuzione deve fornire prove concrete a sostegno della propria richiesta, dimostrando che il credito è stato maturato nell'interesse dei creditori. In pratica, non basta affermare di avere diritto alla prededuzione, ma occorre documentare che l'attività o la fornitura che ha generato il credito sia stata utile per la massa dei creditori.

Questo principio è stato applicato a un caso specifico in cui un'azienda fallita aveva presentato una domanda di concordato preventivo. La Corte ha ritenuto che il creditore non avesse dimostrato che la fornitura da lui effettuata fosse coerente con la situazione finanziaria dell'azienda e che quindi rientrasse tra gli atti di ordinaria amministrazione necessari per la continuità aziendale.

In sintesi, la decisione della Corte sottolinea l'importanza della prova documentale nel riconoscimento della prededuzione, al fine di evitare abusi e garantire una corretta ripartizione dei beni tra i creditori.

Mantenimento figlio non autosufficiente ed i motivi salute
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Mantenimento figlio non autosufficiente ed i motivi salute

L'ordinanza n. 32 del 2 gennaio 2025 della Corte di Cassazione affronta il tema del mantenimento dei figli maggiorenni, chiarendo un punto specifico: quando la persistente mancanza di autonomia economica del figlio può giustificare il mantenimento da parte del genitore.

La Corte ha stabilito che tale obbligo può sussistere se la dipendenza economica del figlio è dovuta a problemi di salute specifici e individuali, che ne limitano la capacità di lavorare e di mantenersi. In sostanza, se un figlio maggiorenne non riesce a essere autosufficiente a causa di patologie che ne compromettono la capacità lavorativa, il genitore può essere tenuto a continuare a fornirgli sostegno economico.

La Corte ha anche precisato che la valutazione della gravità di queste patologie e del loro impatto sull'autonomia del figlio spetta al giudice di merito. La decisione del giudice, se adeguatamente motivata, non può essere messa in discussione dalla Corte di Cassazione.

In sintesi, la decisione ribadisce l'importanza del legame genitoriale anche oltre la maggiore età, soprattutto in presenza di condizioni di salute che impediscono al figlio di rendersi autonomo.

Deposito telematico: e la ricezione quarta PEC.
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Deposito telematico: e la ricezione quarta PEC.

L'ordinanza n. 69 del 3 gennaio 2025 della Corte di Cassazione ha affrontato una questione di grande rilevanza pratica per gli avvocati: il perfezionamento del deposito telematico degli atti processuali.

La Corte ha chiarito che, sebbene la "seconda PEC" (ricevuta di avvenuta consegna) indichi il momento iniziale del deposito ai fini della tempestività, questo non è sufficiente. Il deposito telematico è un processo a più fasi, e il suo completamento effettivo dipende dalla ricezione positiva delle successive PEC, in particolare della "quarta PEC".

Se quest'ultima non viene generata, ad esempio a causa di un rifiuto da parte della cancelleria, il deposito si considera inefficace. In tal caso, la parte ha l'obbligo di intervenire tempestivamente, ripetendo la procedura o presentando una richiesta di rimessione in termini, cioè chiedendo al giudice di essere riammessa nei termini per il deposito.

La Corte ha quindi cassato una precedente decisione in cui il giudice non aveva considerato la mancata ricezione della quarta PEC, ritenendo erroneamente tempestivo il deposito.

In sintesi, la decisione sottolinea che il deposito telematico è un processo complesso e che la semplice ricezione della seconda PEC non garantisce la sua validità, imponendo alle parti un'attenzione costante e una pronta reazione in caso di problemi.

Sospensione e necessaria motivazione mancato riconoscimento sentenza
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Sospensione e necessaria motivazione mancato riconoscimento sentenza

La Corte di Cassazione ha stabilito che la sospensione discrezionale di un processo, ai sensi dell'articolo 337, comma 2, del codice di procedura civile, è ammissibile solo se il giudice del secondo giudizio motiva esplicitamente le ragioni per cui non riconosce l'autorità della sentenza precedente. Questo implica un confronto tra la decisione e le critiche mosse, dato che la sospensione comprime l'interesse alla ragionevole durata del giudizio e la sentenza di primo grado modifica la posizione delle parti. Nel caso specifico, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di sospensione perché il tribunale si era limitato a rilevare l'opportunità della sospensione senza fornire adeguate motivazioni sul mancato riconoscimento dell'autorità della sentenza precedente.

Danno abbandono: risarcimento equo e criteri trasparenti necessari
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Danno abbandono: risarcimento equo e criteri trasparenti necessari

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31552 del 9 dicembre 2024, ha stabilito che quando un giudice deve calcolare il risarcimento del danno subito da un figlio a causa dell'abbandono di un genitore, deve seguire criteri ben precisi. In particolare, se il giudice decide di utilizzare un metodo equitativo per determinare l'ammontare del risarcimento, deve indicare chiaramente quali criteri ha seguito.

Questo significa che il giudice non può decidere arbitrariamente l'importo del risarcimento, ma deve basarsi sui fatti e le prove presentate durante il processo. La Corte ha chiarito che il potere discrezionale del giudice è valido solo se egli dimostra di aver tenuto conto di tutti i dati rilevanti.

Nel caso specifico, la Cassazione ha annullato una sentenza che aveva ridotto l'importo del risarcimento basandosi sull'incertezza della relazione parentale prima del riconoscimento legale della paternità, e aveva addirittura negato il risarcimento per il periodo successivo.

Revocatoria fallimentare e interessi dalla domanda giudiziale
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Revocatoria fallimentare e interessi dalla domanda giudiziale

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31652 del 9 dicembre 2024, ha chiarito che l'azione revocatoria fallimentare, prevista dall'articolo 67 della legge fallimentare, ha natura costitutiva. Questo significa che, quando un giudice accoglie questa azione, l'obbligo di restituzione che ne deriva è considerato un debito di valuta, e non di valore.

In pratica, questo significa che chi deve restituire delle somme a seguito di un'azione revocatoria fallimentare è tenuto a corrispondere anche gli interessi su tali somme. Questi interessi decorrono dalla data in cui è stata presentata la domanda giudiziale, se è stata fatta, oppure dalla data della sentenza che ha accolto l'azione revocatoria.

La Corte ha quindi stabilito che il creditore ha il diritto di ottenere, oltre alla restituzione delle somme, anche il pagamento degli interessi maturati.