Annunci

Categoria: Cassazione penale 2014

Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 17 dicembre 2014, n. 52455. In tema di infortuni sul lavoro, nell’ipotesi di omicidio colposo per violazione delle norme poste a tutela della sicurezza sul posto di lavoro derivante dalla condotta di più soggetti titolari di autonome posizioni di garanzia, ciascuno è destinatario dell’obbligo giuridico di impedire l’evento ex art. 40, secondo comma, c.p. Ne deriva che tutti risponderanno di omicidio colposo, ognuno nella propria sfera di competenza, qualora si accerti che la predisposizione di misure di prevenzione ed antinfortunistiche avrebbe neutralizzato il rischio di verificazione dell’evento. In altri termini, qualora l’obbligo di impedire l’evento ricada su più persone che debbano intervenire o intervengano in tempi diversi, il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva del titolare di una posizione di garanzia non viene meno per effetto del successivo mancato intervento da parte di un altro soggetto, parimenti destinatario dell’obbligo di impedire l’evento, configurandosi, in tale ipotesi, un concorso di cause ai sensi dell’art. 41 c.p.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE IV SENTENZA 17 dicembre 2014, n. 52455 Ritenuto in fatto Con sentenza resa in data 27/5/2013, la Corte d’appello di Genova ha confermato la decisione in data […]

Annunci

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850. Il legittimo impedimento che non permette la presenza fisica dell’arrestato all’udienza non è ostativo alla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttismo

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 22 dicembre 2014, n. 53416. E’ possibile sussumere nella fattispecie dei maltrattamenti commessi da soggetto investito di autorità in contesto lavorativo ex art. 572 c.p. la condotta di c.d. mobbing posta in essere dal datore di lavoro in danno del lavoratore, purchè sussista il requisito della para-familiarità, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui l’autorità con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE VI SENTENZA 22 dicembre 2014, n. 53416 Ritenuto in fatto Con sentenza del 7 febbraio 2014, in riforma della sentenza di condanna del 18 dicembre 2012 del […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 dicembre 2014, n. 53578. La condotta appropriativa di fondi specificamente destinati al finanziamento dell’esercizio della pratica sportiva erogati a tale scopo dal C.O.N.I. integra il delitto di peculato, dal momento che, in relazione a tale specifica attività, sono riconosciute alla Federazione connotazioni evidentemente pubblicistiche, e sussiste un vincolo di destinazione dei fondi erogati alla realizzazione di una specifica finalità e funzione pubblica, quale quella della promozione dell’attività sportiva nell’interesse della collettività

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 23 dicembre 2014, n. 53578 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23 dicembre 2014, n. 53677. Integra il reato di attribuzione fittizia di beni la fusione tra una società controllante ed una società controllata laddove l’operazione sia servita, anche se compiuta unitamente ad altre e perfino se non perfezionata, a schermare la posizione di chi realmente gestisce la ricchezza

Suprema Corte di Cassazione sezione II sentenza 23 dicembre 2014, n. 53677 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 24 dicembre 2014, n. 53695. La nomina di ulteriori difensori diviene efficace (ai sensi dell’articolo 24 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale) anche nel caso di successiva «rinuncia» al mandato da parte del difensore nominato in precedenza, operando ex nunc.

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 24 dicembre 2014, n. 53695 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23 dicembre 2014, n. 53674. Il termine di dieci giorni per la decisione sulla richiesta di riesame delle misure cautelari reali decorre dal giorno della ricezione degli atti processuali, ed è perentorio e non prorogabile, con conseguente inefficacia della misura ove detto termine non sia osservato

Suprema Corte di Cassazione sezione II sentenza 23 dicembre 2014, n. 53674 REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. […]

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 23 dicembre 2014, n. 52675. In tema di associazione di tipo mafioso, la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno “status” di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l’interessato “prende parte” al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell’ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi. Ne consegue che va considerato intraneus e non semplice concorrente esterno il soggetto che, consapevolmente, accetti i voti dell’associazione mafiosa, e che, una volta eletto a cariche pubbliche, diventi il punto di riferimento della cosca mettendosi a disposizione, in modo stabile e continuativo, di tutti gli affiliati, e degli interessi della consorteria alla quale rende il conto del proprio operato, dovendo considerarsi tale comportamento prova sia dell’affectio societatis sia di un efficiente contributo causale al rafforzamento del proposito criminoso e all’accrescimento delle potenzialità operative e della complessiva capacità di intimidazione ed infiltrazione nel tessuto sociale dell’associazione criminale

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE II SENTENZA 23 dicembre 2014, n. 52675 Fatto 1. Con ordinanza del 25/06/2014, il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria – pronunciandosi in sede di rinvio a […]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 15 dicembre 2014, n. 15075. In materia di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, la nozione di giusta causa, alla cui assenza l’art. 616 secondo comma cod. pen., subordina la punibilità della rivelazione del contenuto della corrispondenza, non è fornita dal legislatore ed è dunque affidata al concetto generico di giustizia, che la locuzione stessa presuppone, e che il giudice deve pertanto determinare di volta in volta con riguardo alla liceità – sotto il profilo etico e sociale – dei motivi che determinano il soggetto ad un certo atto o comportamento. Non sussiste la scriminante di cui all’art. 51 c.p. nella condotta della parte che, per carpire dati utili alla sua difesa in giudizio, accede abusivamente alla casella di posta di un collega di studio, prendendo cognizione di alcune e-mail inviate a tale collega o da questi spedite, integrandosi, pertanto, l’ipotesi del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE V SENTENZA 15 dicembre 2014, n. 15075 Ritenuto in fatto Il Tribunale di Cremona, con sentenza confermata dalla Corte di appello di Brescia in data 3/10/2013, all’esito […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 22 dicembre 2014, n. 53428. L’istituto della revisione non si configura come un’impugnazione tardiva che permette di dedurre in ogni tempo cio’ che nel processo, definitivamente concluso, non e’ stato rilevato o non e’ stato dedotto, bensi’ costituisce un mezzo straordinario di impugnazione che consente, in casi tassativi, di rimuovere gli effetti del giudicato dando priorita’ alla esigenza di giustizia sostanziale rispetto a quella di certezza dei rapporti giuridici: da cio’ deriva che l’efficacia risolutiva del giudicato non puo’ avere come presupposto una diversa valutazione del dedotto o una inedita disamina del deducibile (il giudicato, infatti, copre entrambi), bensi’ l’emergenza di nuovi elementi estranei e diversi da quelli del definito processo . L’istituto della revisione e’, invero, diretto a che al giudicato sia sostituita una nuova, diversa pronuncia, all’esito di un nuovo, diverso, giudizio; ma, perche’ il giudizio sia “nuovo”, esso deve necessariamente fondarsi su elementi di indagine diversi da quelli compresi nel processo conclusosi con il giudizio precedente. Si deve pertanto escludere che possa costituire prova nuova una diversa valutazione tecnica o scientifica di dati gia’ valutati, in quanto, cio’ si traduce in un apprezzamento critico di emergenze oggettive gia’ conosciute e delibate nel procedimento, sostanzia una mera “rilettura” di un medesimo dato di fatto, gia’ processualmente accertato in via definitiva. Una prova, perche’ possa dirsi “nuova”, deve dunque essere tesa ad introdurre elementi di fatto diversi da quelli gia’ presi in considerazione nel precedente giudizio e non soltanto a sollecitare la rivalutazione di essi.

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 22 dicembre 2014, n. 53428 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 22 dicembre 2014, n. 53426. Qualora sia stata proposta opposizione alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero, il Gip, ai sensi dell’articolo 410 cod. proc. pen., puo’ disporre l’archiviazione con provvedimento de plano esclusivamente qualora ricorrano due condizioni, delle quali deve dare atto con adeguata motivazione, e cioe’ che l’opposizione sia inammissibile per l’omessa indicazione dell’oggetto dell’investigazione suppletiva ovvero per l’idoneita’ delle prove richieste ad incidere sulle risultanze delle indagini preliminari, e che la notizia di reato sia infondata. Al di fuori di tali ipotesi, in presenza di opposizione della persona offesa, non puo’ che ricorrersi al procedimento camerale, senza il quale il provvedimento di archiviazione deve considerarsi emesso con violazione della garanzia del contraddittorio e percio’ impugnabile con il ricorso per cassazione. Ai fini della declaratoria de plano di inammissibilita’ dell’opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione, il giudice deve valutare non solo la pertinenza ma anche la rilevanza degli elementi di prova su cui l’opposizione si fonda, intesa quest’ultima come concreta incidenza dei predetti elementi sulle risultanze delle indagini preliminari

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 22 dicembre 2014, n. 53426 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 22 dicembre 2014, n. 53420. Non e’ integrata alcuna nullita’ della motivazione laddove il provvedimento faccia espresso richiamo per relationem ad altro provvedimento, ancorche’ non allegato o non trascritto nell’ordinanza da motivare, purche’ conosciuto o agevolmente conoscibile dall’interessato. I requisiti necessari affinche’ la motivazione per relationem di un provvedimento giudiziale possa essere considerata legittima, sottolineando che, perche’ possa ritenersi tale, la motivazione: 1) deve fare riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua, adeguata rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione; 2) deve fornire la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione; 3) l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, deve essere conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quantomeno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facolta’ di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione. Non e’ dunque sufficiente il mero richiamo tout court all’altro provvedimento, ma e’ necessario che il giudice “qualifichi” gli elementi indicati nel provvedimento richiamato per relationem e, dunque, dimostri una non supina ed immotivata adesione al precedente provvedimento, di cui e’ tenuto a lasciare traccia visibile nel provvedimento. Allorche’ si tratti della sentenza emessa a seguito di un giudizio di impugnazione, l’obbligo di motivazione non puo’ ritenersi soddisfatto dal mero richiamo alla sentenza in verifica, essendo il giudice del gravame tenuto a disaminare le censure mosse dal ricorrente e ad esplicitare le ragioni per le quali abbia ritenuto di rigettarle ovvero di farle proprie.

Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 22 dicembre 2014, n. 53420 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […]

Vai alla barra degli strumenti