Cessione ramo d’azienda leggero: per la Cassazione è valida
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Cessione ramo d’azienda leggero: per la Cassazione è valida

Con l’Ordinanza dell’8 giugno 2026, n. 18607, la Corte di Cassazione, sezione civile lavoro, ha confermato la legittimità del trasferimento di un ramo d'azienda cosiddetto "leggero" o dematerializzato, rigettando il ricorso promosso da un gruppo di lavoratori.

Il caso e le tappe giudiziarie

La vicenda trae origine dal ricorso di diversi dipendenti di Banca impiegati nella divisione NPL ( "recupero crediti"), i quali, nel maggio 2019, erano stati trasferiti alla società Spa a seguito di un conferimento di ramo d'azienda. I lavoratori avevano impugnato l'operazione dinanzi al Tribunale di Milano, sostenendo che non si trattasse di una genuina cessione di ramo d'azienda per mancanza dei requisiti di preesistenza e di autonomia organizzativa e funzionale del ramo ceduto.

Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Milano avevano respinto le domande dei lavoratori, ritenendo provata la preesistenza della struttura (dedicata alla gestione dei crediti in sofferenza) e la sua autonomia. I giudici di merito avevano infatti accertato che il ramo d'azienda possedeva i mezzi e, soprattutto, le risorse umane con lo specifico know-how necessario a operare in autonomia, reputando irrilevanti l'esclusione di due piccoli reparti accessori e la permanenza di rapporti collaborativi di servicing tra la banca cedente e la società cessionaria.

I lavoratori si sono quindi rivolti alla Suprema Corte, contestando, tra i diversi motivi, l'effettiva sussistenza del requisito dell'autonomia funzionale e la natura di "ramo d'azienda" applicata a un settore dematerializzato e privo di ingenti beni strumentali.

Le motivazioni della Corte di Cassazione
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Sentenza digitale quando partono i termini d’appello
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Sentenza digitale quando partono i termini d’appello

Con l’Ordinanza n. 18497 dell'8 giugno 2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha espresso un fondamentale principio di diritto in merito alla decorrenza del termine "lungo" di impugnazione (ex art. 327 c.p.c.) per le sentenze redatte in modalità digitale, in seguito alle novità introdotte dal decreto correttivo alla riforma Cartabia (D.Lgs. n. 164 del 2024, che ha novellato l’art. 133 c.p.c.).

Il caso e la vicenda processuale

La controversia d'origine vedeva la società Spa (assicurata per rischi di danno ambientale) opporsi alla richiesta di ripetizione di ingenti indennizzi (oltre 8 milioni di euro) avanzata dalla sua assicuratrice, Spa, a seguito di un disastroso sversamento di greggio dovuto alla rottura di un oleodotto. La causa, vinta in primo grado dall'assicuratrice, si era conclusa in appello dinanzi alla Corte d’Appello di Genova con il rigetto del gravame della Spa. assicurata

Quest'ultima ha quindi proposto ricorso per Cassazione. Tuttavia, la controricorrente assiicurazione Spa ha eccepito la tardività del ricorso, notificato il 30 ottobre 2025. Il nodo cruciale della vicenda si è concentrato sull'individuazione del dies a quo (il giorno di decorrenza) per il termine semestrale "lungo" di impugnazione della sentenza d'appello:

Secondo la ricorrente (IP. Spa), la pubblicazione doveva ritenersi completata solo il 31 marzo 2025, giorno in cui la sentenza era stata inserita nel "Repertorio" della cancelleria (ai fini dell'imposta di registro).

Al contrario, secondo la datazione del sistema telematico, la sentenza risultava firmata digitalmente dal Presidente del collegio e pubblicata con l'attribuzione del numero identificativo (n. 401/2025) già il 28 marzo 2025, giorno in cui era entrata nel flusso del fascicolo telematico.

La decisione della Suprema Corte (Ordinanza n. 18497/2026)

Assegno divorzile solo con prova del sacrificio
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Assegno divorzile solo con prova del sacrificio

Con l’Ordinanza n. 18562 dell’8 giugno 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fornito rilevanti chiarimenti in merito ai presupposti necessari per il riconoscimento dell'assegno divorzile, focalizzandosi in particolare sulla sua funzione perequativo-compensativa e sui confini del principio di autoresponsabilità.

Il caso e la vicenda di merito
La vicenda trae origine da un giudizio di divorzio nel quale uno dei due ex coniugi aveva chiesto l'attribuzione di un assegno divorzile e la ridefinizione delle misure di mantenimento per i figli maggiorenni.

La Corte d'Appello di Firenze, confermando la decisione di primo grado, aveva rigettato la domanda di assegno divorzile, rilevando che la parte richiedente non aveva fornito alcuna prova di aver sacrificato concrete occasioni lavorative o professionali a causa del matrimonio, né di aver contribuito alla crescita del patrimonio dell'altro coniuge con attività ulteriori rispetto al normale lavoro casalingo (quest'ultimo considerato, in sé, non sufficiente a fondare il diritto all'assegno in assenza di rinunce dimostrabili). Per quanto riguarda i figli, la Corte territoriale aveva escluso la necessità di un assegno perequativo, accertando che entrambi i genitori, e in particolare il padre, provvedevano già in via diretta alle ingenti spese legate al loro percorso di studio fuori sede (rette universitarie, alloggi, trasporti), in linea con le esigenze della prole ormai maggiorenne e in gran parte autonoma nelle proprie scelte di vita.

La parte esclusa dall'assegno ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando, tra i vari motivi, la violazione delle norme sull'assegno divorzile (art. 5, L. n. 898/1970) e sostenendo che la Corte d'Appello avesse sminuito il valore del lavoro casalingo e della deduzione familiare ai fini della funzione compensativa dell'assegno.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

Debito pagato da un terzo a lui spetta la restituzione
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Debito pagato da un terzo a lui spetta la restituzione

Con l’Ordinanza n. 18500 dell’8 giugno 2026, la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione ha sancito un fondamentale principio di diritto in materia di obbligazioni e adempimento del terzo, chiarendo a chi spetti la legittimazione attiva per l’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo (ex art. 2033 c.c.) quando un debito venga spontaneamente estinto da un soggetto diverso dall'obbligato originario (ex art. 1180 c.c.) e il titolo di tale debito venga successivamente meno.

Il caso e la vicenda di merito

La controversia trae origine da una complessa vicenda finanziaria e giudiziaria. Inizialmente, il Tribunale di Isernia (con sentenza n. 566/2003) aveva condannato in solido quattro amministratori di una società (poi fallita o passata di mano) al pagamento di oltre 126.000 euro, oltre a interessi e spese di lite, in favore di un creditore. Nelle more del giudizio, una società terza (all'epoca Sv.It. Spa, poi divenuta In. Spa), del tutto estranea alla condanna ma legata da pregressi rapporti o da un accordo di accollo interno con i debitori, decise di pagare spontaneamente al creditore l'intera somma rivalutata, pari a 212.670,05 euro, per bloccare l'azione esecutiva già minacciata con precetto.

Successivamente, la sentenza di condanna di primo grado venne impugnata dagli amministratori e infine riformata, con l'annullamento della condanna stessa (tramite una complessa catena di rinvii e giudizi, l'ultimo dei quali mai riassunto, determinando così la definitiva caducazione del titolo).

A questo punto, la società terza (In. Spa), che aveva materialmente sborsato la somma senza esserne debitrice, richiese e ottenne un decreto ingiuntivo contro il creditore per farsi restituire i 212.670,05 euro a titolo di indebito oggettivo, dato che il titolo originario del debito (la sentenza di condanna) era stato cancellato.

Il creditore originario propose opposizione al decreto ingiuntivo, sostenendo che la società terza non avesse la legittimazione ad agire per la restituzione. A suo dire, la titolarità di tale azione spettava esclusivamente agli amministratori (i debitori originari per conto dei quali era stato effettuato il pagamento) o che comunque la società terza non avesse agito spontaneamente ma in forza di una convenzione privata (accollo), priva di valore per il creditore.

Sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Roma rigettarono l'opposizione del creditore, confermando che la società terza che aveva eseguito il pagamento era l'unica legittimata a chiederne la restituzione.

La decisione della Corte di Cassazione (Ordinanza n. 18500/2026)

La Suprema Corte, investita del ricorso del creditore, ha confermato le decisioni di merito, rigettando il ricorso e fissando un principio di straordinaria chiarezza: .....continua a leggere l'articolo integrale

Quando il recesso dalle trattative per un finanziamento è illegittimo
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Quando il recesso dalle trattative per un finanziamento è illegittimo

Con l’Ordinanza n. 21233 del 22 giugno 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha sancito importanti e rigorosi confini in tema di responsabilità precontrattuale della banca (art. 1337 c.c.), delineando i presupposti necessari affinché il recesso dalle trattative per la concessione di un finanziamento possa considerarsi illegittimo e, di conseguenza, fonte di risarcimento del danno.

I fatti e l’origine della controversia

La vicenda trae origine dal recesso di un importante istituto di credito dalle trattative avviate con una società per l’erogazione di un mutuo ipotecario. Quest’ultimo era finalizzato all'acquisto di un immobile destinato a essere messo a reddito tramite locazione a terzi.

Nel corso dei mesi, la banca aveva manifestato un orientamento decisamente favorevole all'operazione: aveva formalizzato una delibera autorizzativa (il 31 luglio 2015), confermato l’operazione a settembre e, infine, il 13 ottobre 2015, aveva trasmesso al notaio e alle parti interessate la bozza definitiva del contratto di apertura di credito, invitando il notaio a fissare la data per la stipula. Confidando nella quasi certa positiva conclusione dell’affare, la società acquirente aveva versato alla parte promittente venditrice una caparra di 41.000 euro.

Tuttavia, poco prima del rogito, la banca aveva interrotto bruscamente la procedura, riconsiderando il merito creditizio della società a causa di criticità e sofferenze emerse a carico di soggetti e società collegati (tra cui un socio della richiedente e la promittente conduttrice dell’immobile). A seguito del mancato finanziamento, l’operazione immobiliare era saltata, la promittente venditrice aveva restituito la caparra alla società acquirente e quest’ultima, ritenendosi lesa dal recesso improvviso della banca, l'aveva convenuta in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni (per oltre 217.000 euro) a titolo di responsabilità precontrattuale.

Sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Milano avevano rigettato la domanda della società, ritenendo che il procedimento di autorizzazione del finanziamento non si fosse ancora concluso e che la banca, nel riconsiderare il rischio di credito alla luce di criticità emerse su soggetti collegati, avesse agito nel pieno rispetto dei propri doveri di vigilanza e di prudente gestione del credito (artt. 5 e 124-bis t.u.b.).

La società ha quindi proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione d’appello per non aver considerato che, al momento della delibera del 31 luglio 2015, l'istituto era già a conoscenza (o avrebbe dovuto esserlo con l’ordinaria diligenza) di tutti gli elementi di rischio poi utilizzati per giustificare l'improvvisa rottura delle trattative.

I principi e la decisione della Corte di Cassazione (Ordinanza n. 21233/2026)

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso della società, ha cassato la decisione con rinvio, ribadendo e integrando i classici presupposti della responsabilità precontrattuale.....continua a leggere l'articolo

La PA non acquista il terreno occupato senza esproprio
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La PA non acquista il terreno occupato senza esproprio

Con la Sentenza del 22 giugno 2026, n. 21131, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fatto definitiva chiarezza in tema di occupazione usurpativa e risarcimento del danno, consolidando il superamento dell'ormai desueto istituto dell'accessione invertita (o occupazione acquisitiva) e definendo con precisione i diritti del proprietario e i confini della "rinuncia" al bene.

I fatti e l’origine della controversia

La vicenda trae origine dalla causa promossa da una privata cittadina contro un Comune, al fine di ottenere il risarcimento dei danni per l'illegittima occupazione e la trasformazione irreversibile di una porzione di un suo terreno (circa 20 mq su 120 mq complessivi). Su tale area, l'amministrazione comunale aveva realizzato opere pubbliche (un marciapiede, una panchina e una piccola piazzetta) senza tuttavia completare la procedura con un formale decreto di esproprio.

Il Tribunale di Matera, in primo grado, aveva parzialmente accolto la domanda, accertando l'occupazione illecita e condannando l'ente al pagamento di 7.000 euro più interessi. Successivamente, la Corte d'Appello di Potenza aveva confermato la quantificazione del danno, rigettando le richieste di un risarcimento maggiore per la perdita della proprietà. Secondo i giudici d'appello, l'area era formalmente rimasta in capo alla proprietaria e la richiesta di risarcimento non poteva configurarsi come una "rinuncia abdicativa" implicita della proprietà a favore della P.A., in linea con quanto espresso dal Consiglio di Stato (Adunanza Plenaria n. 2/2020), che esclude l'effetto traslativo di simili condotte in assenza di una base legale espropriativa. Inoltre, la Corte territoriale aveva ritenuto che l'occupazione di soli 20 mq non pregiudicasse l'edificabilità della restante parte del lotto.

La proprietaria ha proposto ricorso per cassazione, lamentando la mancata valutazione della totale inservibilità dell'intero lotto (dovuta alla presenza del marciapiede e della piazzetta proprio davanti all'area) e l'errata quantificazione del danno, chiedendo il ristoro per la perdita di fatto della proprietà.

I principi e la decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, con la sentenza n. 21131/2026, ha accolto il primo motivo di ricorso e cassato la decisione con rinvio, offrendo un'importante opera di armonizzazione con la giurisprudenza interna e le pronunce delle Sezioni Unite del 2025....continua a leggere l'articolo integrale

Termini brevi per l’appello incidentale vale per tutti
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Termini brevi per l’appello incidentale vale per tutti

Con l’Ordinanza del 22 giugno 2026, n. 21176, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha sancito un principio fondamentale sul diritto delle impugnazioni, chiarendo che la notifica dell'atto di appello principale a tutte le parti del precedente grado di giudizio fa decorrere, per ciascun destinatario in posizione di effettiva soccombenza, il termine breve di trenta giorni per proporre l’impugnazione incidentale, a prescindere dall’eventuale riparto dei litisconsorzi.

I fatti e l’origine della controversia

La vicenda giudiziaria ha origine dalla causa promossa da un proprietario (enfiteuta) di un fondo rustico (Be.Ca.), in proprio e quale tutore di un altro soggetto (Ci.Gi.), davanti al Tribunale di Benevento, contro Enel Spa (poi E.DI. Spa). Gli attori contestavano l'installazione abusiva, sul loro fondo, di una cabina e di condutture elettriche senza alcuna autorizzazione o indennità, chiedendone la rimozione e il risarcimento dei danni. Enel si era costituita chiamando in causa la società esecutrice dei lavori (Ce. Spa) per essere da questa manlevata in caso di condanna, chiedendo inoltre la costituzione di una servitù coattiva.

Dopo un lungo percorso processuale (che aveva visto anche una prima dichiarazione di nullità della sentenza di primo grado per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti dei coenfiteuti), il Tribunale di Benevento aveva accolto nel merito le domande degli attori, condannando Enel a rimuovere le apparecchiature e a risarcire i danni (quantificati in 5.000 euro per l'enfiteuta e 8.000 euro per il tutore).

La Corte d'Appello di Napoli (sentenza n. 4691/2021) aveva successivamente riformato in parte la decisione: aveva escluso il risarcimento per il tutore, ridotto quello dell'enfiteuta a soli 100 euro e, accogliendo l'impugnazione incidentale di Ce. Spa, aveva rigettato ogni domanda nei suoi confronti, condannando gli attori e la banca a pagarne le spese legali.

Contro tale pronuncia, l'enfiteuta (in proprio e quale tutore) ha proposto ricorso per Cassazione, affidandolo a cinque motivi, incentrati in gran parte sulla tardività dell’appello incidentale di Ce. Spa e sul calcolo del risarcimento del danno da occupazione abusiva.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 21176/2026, ha accolto i motivi principali, cassando la sentenza d'appello con rinvio e fissando principi determinanti......continua a leggere l'articolo integrale

La condizione risolutiva prevale sull’inadempimento
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La condizione risolutiva prevale sull’inadempimento

Con l'Ordinanza n. 21121 del 22 giugno 2026, la Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha espresso un fondamentale principio di diritto in tema di scioglimento del contratto, chiarendo il rapporto di gerarchia tra la domanda di risoluzione per inadempimento e l'avveramento di una condizione risolutiva apposta dalle parti.

I fatti e l’origine della controversia

La vicenda trae origine da una convenzione stipulata nel 2003 tra una società privata e un ente pubblico di assistenza e beneficenza (poi trasformato in azienda pubblica di servizi alla persona). In virtù di tale accordo, la società si era impegnata a realizzare, a proprie spese, imponenti interventi di recupero strutturale, artistico e funzionale su alcuni storici complessi immobiliari di proprietà delle opere pie amministrate dall'ente, ottenendo in cambio la concessione e la gestione dei beni per la durata di quarant’anni.

Il rapporto, tuttavia, non ebbe mai un avvio concreto. La società attrice citò in giudizio l’ente proprietario dinanzi al Tribunale di Bari, lamentando che quest'ultimo non avesse mai liberato gli immobili (in parte occupati da terzi) né collaborato per consentire l'accesso ai cantieri e la redazione dei programmi esecutivi, necessari anche per ottenere i finanziamenti e le autorizzazioni. Per questo, chiese la risoluzione della convenzione per grave inadempimento dell’ente, oltre a un risarcimento danni stimato in circa 4 milioni di euro.

L’ente si costituì in giudizio, contestando ogni addebito e proponendo domanda riconvenzionale per far accertare la risoluzione di diritto del contratto in base all'articolo 20 della convenzione. Tale clausola prevedeva che la mancata acquisizione dei finanziamenti entro cinque anni dalla sottoscrizione (quindi entro il 1° agosto 2008) e/o la mancata modifica della destinazione d’uso delle strutture avrebbero risolto di diritto il rapporto.

Il Tribunale di Bari rigettò le domande della società e, in accoglimento della riconvenzionale dell'ente, dichiarò risolta di diritto la convenzione, decisione successivamente confermata anche dalla Corte d’Appello di Bari. I giudici di merito qualificarono la clausola dell'art. 20 come una vera e propria condizione risolutiva e constatarono come, alla scadenza del termine quinquennale, la società non avesse effettivamente ottenuto i finanziamenti né modificato la destinazione d’uso (risultata peraltro non consentita dagli strumenti urbanistici locali). I giudici rilevarono che, essendosi avverata la condizione risolutiva, l'efficacia del contratto era venuta meno ex tunc (sin dall’inizio), rendendo del tutto irrilevante qualsiasi accertamento sui reciproci inadempimenti.

La società ha quindi proposto ricorso per cassazione, contestando, tra i vari motivi, la qualificazione della clausola come condizione risolutiva e lamentando che la Corte d'Appello avesse omesso di esaminare la sua domanda di risoluzione per l'inadempimento dell'ente, ritenuto antecedente e causativo del blocco dell'operazione.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 21121/2026, ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della sentenza d'appello e riaffermando l'orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia di contratti condizionati....continua a leggere l'articolo integrale

Casa familiare e pertinenze decide l’interesse dei figli
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Casa familiare e pertinenze decide l’interesse dei figli

Con l’Ordinanza n. 18556 dell’8 giugno 2026, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha fornito importanti chiarimenti in tema di assegnazione della casa familiare e dei beni pertinenziali in caso di separazione dei coniugi, specificando i limiti entro cui il giudice può imporre vincoli alla proprietà privata ed estendere il provvedimento a immobili secondari e non contigui.

Il caso e la vicenda di merito

La controversia ha avuto origine in seno a un giudizio di separazione personale. Il Tribunale di primo grado, oltre ad assegnare la casa familiare al genitore collocatario della prole, vi aveva ricompreso, qualificandolo come "pertinenza" di quest'ultima, anche un altro e distinto immobile allo stato rustico, non finito e situato a circa 50 metri di distanza dalla stessa.

La Corte d’Appello di Catania, investita del gravame proposto dal proprietario del bene escluso (l’altro coniuge), aveva respinto l'appello, confermando l'assegnazione cumulativa del rustico. Per farlo, la Corte territoriale aveva ritenuto non decisive le contestazioni sul piano civilistico e catastale (quali la distinta particella, la differente concessione edilizia, la diversa destinazione d'uso e l'autonomo accesso dalla strada) e non aveva ammesso le relative prove, limitandosi a rilevare che il rustico, in quanto contiguo e in passato utilizzato come deposito-magazzino o garage, andasse considerato "asservito" all’abitazione principale durante la convivenza matrimoniale, rientrando così nella nozione di pertinenza destinata a tutelare l'integrità del nucleo familiare e dei figli.

Contro tale decisione, il coniuge proprietario dell'immobile rustico ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando l'omessa e insufficiente valutazione dell'effettiva natura pertinenziale del bene (art. 817 c.c.) e contestando che si potesse espropriare o limitare il proprio diritto di proprietà su un immobile autonomo in mancanza di un provato legame con l'interesse e la quotidianità dei figli (art. 337-sexies c.c.).

Le motivazioni della Corte di Cassazione

Assegno figli ridotto l’eccedenza non va restituita
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Assegno figli ridotto l’eccedenza non va restituita

Con l’Ordinanza del 22 giugno 2026, n. 21139, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha riaffermato l’irripetibilità delle somme versate a titolo di mantenimento per i figli, anche in caso di riduzione retroattiva (ex tunc) dell’importo dell’assegno, a causa della sua natura "sostanzialmente alimentare".

Il caso e la vicenda di merito

La controversia sorge nell’ambito di un giudizio di separazione. Nel 2018, il Tribunale di Genova aveva posto a carico del padre un assegno provvisorio di 1.650 euro mensili per il figlio minore, successivamente ridotto a 1.300 euro nel 2020 a causa del peggioramento delle condizioni reddituali dell’obbligato. Il Tribunale, in primo grado, aveva confermato questa seconda somma.

Il padre aveva proposto appello, chiedendo un’ulteriore riduzione e la ripetizione (o la compensazione con i futuri assegni) di quanto versato in eccedenza per le mensilità pregresse. La Corte d’Appello di Genova, con la sentenza n. 40/2022, aveva ridotto l’importo a 1.000 euro mensili. Nelle motivazioni, i giudici di secondo grado avevano affermato che l'uomo avrebbe avuto "diritto a ripetere dalla moglie le somme versate oltre il dovuto", ma non avevano tradotto questa affermazione nel dispositivo (la parte finale e vincolante) della sentenza, né quantificato il credito. Le successive istanze del padre di correzione di errore materiale erano state rigettate proprio perché la quantificazione avrebbe richiesto una nuova attività istruttoria.

Forte della motivazione a suo favore, l’uomo ha quindi promosso un autonomo giudizio dinanzi al Tribunale di Genova per vedersi riconoscere e quantificare il credito da ripetizione (pari a 20.150 euro) e ottenere la compensazione con gli assegni futuri. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello di Genova (sentenza n. 136/2025) hanno però respinto le sue richieste. I giudici di merito hanno evidenziato che non si era formato alcun giudicato sulla restituzione delle somme, data la mancanza di una formale statuizione nel dispositivo della precedente sentenza d'appello e, nel merito, hanno escluso la ripetibilità delle somme in quanto destinate al mantenimento del figlio.

L’uomo ha proposto ricorso per cassazione, contestando l'irripetibilità dell'eccedenza accumulata a fronte di una riduzione basata su circostanze già esistenti all'epoca dei provvedimenti provvisori.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 21139/2026, ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni di merito e precisando importanti regole procedurali e sostanziali...continua a leggere l'articolo e la sentenza integrale