Secondo l'Ordinanza n. 11875 del 6 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, la querela di falso serve esclusivamente per dichiarare la falsità di un documento, come un atto pubblico o una scrittura privata autenticata. L'obiettivo è quello di impedire al giudice di basare la sua decisione su una prova falsa. Di conseguenza, la querela è considerata inammissibile se non ha questo scopo preciso. La Corte ha applicato questo principio rigettando un ricorso contro la sentenza che aveva giudicato inammissibile una querela di falso presentata contro atti compiuti da un pubblico ministero durante le indagini preliminari, poiché tali atti non sono documenti con valore probatorio tale da richiedere una querela di falso per essere contestati.
Categoria: Sentenze – Ordinanze
Responsabilità per danni a terzi committente e appaltatore
La Sentenza n. 11857 del 6 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, chiarisce la responsabilità per i danni causati a terzi durante l'esecuzione di un appalto. Di norma, la responsabilità ricade esclusivamente sull'appaltatore data la sua autonomia decisionale e operativa. Il committente, pertanto, non risponde dei danni provocati dall'appaltatore. Tuttavia, la regola cambia se la persona danneggiata riesce a provare un'ingerenza specifica del committente nell'attività dell'appaltatore o se il committente ha violato i suoi doveri di vigilanza e controllo. In questi casi, la responsabilità del committente può essere accertata e configurarsi come concorrente o persino esclusiva rispetto a quella dell'appaltatore.
Mantenimento al figlio cessa per sua inerzia ingiustificata
Secondo l'Ordinanza n. 12121 dell'8 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, il dovere di un genitore di mantenere il figlio non si estingue automaticamente quando quest'ultimo diventa maggiorenne. Questo obbligo può invece terminare se il figlio dimostra un'inerzia ingiustificata o un rifiuto nel cercare un'occupazione o nel completare il proprio percorso di studi, abusando così del suo diritto. In sostanza, il mantenimento può essere revocato quando il figlio, per sua colpevole negligenza, non si impegna attivamente per raggiungere l'indipendenza economica.
Consegna e pagamento non escludono un preliminare
L'Ordinanza n. 12024 del 7 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, chiarisce che la consegna anticipata dell'immobile (traditio del bene) e/o il pagamento anticipato del prezzo, anche per intero, non trasformano automaticamente un contratto preliminare in un contratto definitivo di vendita. Queste azioni, infatti, possono semplicemente rappresentare la volontà delle parti di anticipare gli effetti del futuro contratto definitivo. In sostanza, un preliminare rimane tale anche se le parti si comportano come se il contratto definitivo fosse già stato stipulato.
La correzione dell’errore materiale non prevede spese
L'Ordinanza n. 11996 del 7 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, stabilisce che il procedimento di correzione degli errori materiali di una sentenza ha una natura amministrativa, non giurisdizionale. Il suo unico scopo è correggere un errore evidente senza modificare il merito della decisione. Di conseguenza, in tale procedimento non si possono liquidare le spese legali, nemmeno se una parte si oppone all'istanza di correzione. Non essendoci un conflitto di interessi sostanziale o una parte "soccombente" nel senso dell'articolo 91 del codice di procedura civile, non sussiste alcun presupposto per condannare una delle parti al pagamento delle spese.
La denuncia del difetto per risolvere contratto di credito
Secondo l'Ordinanza n. 12180 dell'8 maggio 2025 della Corte di Cassazione, sezione civile, in materia di credito al consumo, per poter risolvere il contratto di finanziamento collegato all'acquisto di un bene, è indispensabile che il consumatore abbia denunciato il difetto di conformità del prodotto al venditore entro due mesi dalla sua scoperta. Se non viene rispettato questo termine di decadenza, il consumatore non potrà ottenere la risoluzione del contratto di credito, neanche se agisce contro il fornitore del bene. L'onere di denunciare tempestivamente il difetto è, quindi, un requisito fondamentale per poter far valere i propri diritti.
Irregolarità rito non invalida sentenza salvo pregiudizio
La Corte di Cassazione, con l'Ordinanza n. 11809 del 5 maggio 2025, ha stabilito che la mancata conversione del rito processuale (ad esempio, da rito del lavoro a rito ordinario o viceversa), anche in appello, non rende la sentenza nulla o inesistente. Pertanto, l'impugnazione basata su questa irregolarità è inammissibile se non viene dimostrato che il diverso rito avrebbe prodotto un beneficio concreto per la parte che si lamenta. In altre parole, il difetto del rito non è un vizio di per sé, ma diventa rilevante solo se ha causato un effettivo pregiudizio processuale e una lesione concreta dei diritti di difesa.
Appalto e la responsabilità per custodia del bene
L'Ordinanza civile n. 9083 della Corte di Cassazione, del 7 aprile 2025, ha chiarito i principi relativi alla custodia della cosa nell'ambito di un contratto d'appalto, in particolare in relazione al trasferimento del potere di fatto sul bene.
La Suprema Corte ha stabilito che, qualora vi sia un effettivo trasferimento del potere di fatto sulla cosa dall'appaltante all'appaltatore, la custodia del bene è da considerarsi in capo all'appaltante. Ciò implica che la responsabilità per eventuali danni derivanti dalla cosa, in quel periodo, ricadrebbe sul committente.
Tuttavia, l'Ordinanza precisa che se l'appaltatore mantiene un'ingerenza o un potere di disporre della cosa, anche dopo l'inizio dei lavori o il trasferimento del potere di fatto, la custodia è da intendersi in capo ad entrambi, appaltante e appaltatore. In questo scenario, la responsabilità per la custodia diventa concorrente.
In sintesi, la sentenza delinea un criterio di attribuzione della custodia basato sull'effettivo e completo trasferimento del potere di fatto sul bene, o sul mantenimento di un'ingerenza da parte dell'appaltatore che giustifichi una custodia congiunta.
La Petitio Hereditatis e la Prova Bene Ereditario
L'Ordinanza civile n. 9153 della Corte di Cassazione, del 7 aprile 2025, chiarisce i confini dell'azione di ** petitio hereditatis** (azione di petizione ereditaria) e le sue distinzioni dall'azione di rivendicazione, specialmente quando la qualità di erede dell'attore non è contestata.
La Suprema Corte ha stabilito che se il convenuto non contesta la qualità di erede dell'attore, ma si limita a negare che un determinato bene faccia parte dell'asse ereditario, la petitio hereditatis non si trasforma in un'azione di rivendicazione. Questo perché la mancata contestazione della qualità di erede non elimina le finalità recuperatorie della domanda, che rimangono quelle tipiche della petizione ereditaria (ossia l'accertamento della qualità di erede e il recupero dei beni ereditari).
Tale non contestazione produce effetti unicamente sul piano probatorio: essa esonera l'attore dall'onere di provare la sua qualità di erede. Tuttavia, resta fermo l'onere dell'attore di provare – nei limiti della difesa sollevata dalla controparte – che il bene oggetto della controversia apparteneva effettivamente all'asse ereditario al momento dell'apertura della successione.
In sintesi, l'ordinanza distingue chiaramente l'oggetto della prova in base alla contestazione del convenuto: se è la qualità di erede a non essere messa in discussione, l'attenzione si sposta sull'effettiva inclusione del bene nell'eredità.
Arricchimento Senza Causa e Decorrenza Prescrizione
L'Ordinanza civile n. 9135 della Corte di Cassazione, del 7 aprile 2025, si è pronunciata sulla decorrenza del termine di prescrizione per l'azione di arricchimento senza causa.
La Suprema Corte ha chiarito che, come per ogni altra azione, la prescrizione per l'azione di arricchimento senza causa inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto all'indennizzo può essere fatto valere. Questo momento coincide con quello in cui si verificano contemporaneamente sia l'arricchimento del beneficiario sia la correlativa diminuzione patrimoniale dell'altra parte.
Nel caso specifico esaminato, che riguardava un'azione di cosiddetto "arricchimento indiretto" proposta nei confronti di un Comune dal suo direttore dei lavori, il quale cercava di recuperare somme versate a un'impresa appaltatrice in forza di una sentenza di condanna per lavori eseguiti ma non previsti nel progetto principale, la Cassazione ha confermato la sentenza impugnata. Quest'ultima aveva correttamente individuato il dies a quo della prescrizione nella data di realizzazione dell'impoverimento, ovvero nel momento in cui la sentenza di condanna era passata in giudicato, anziché nella data di esecuzione dei lavori.
In sintesi, l'ordinanza stabilisce che per l'azione di arricchimento senza causa, la prescrizione inizia a correre solo quando il danno patrimoniale della parte impoverita è certo e verificabile, e non da un momento precedente che non ne consolidi la certezza.





