Con l'ordinanza della Corte di Cassazione, civile, del 6 aprile 2026, n. 8500, la Suprema Corte ha fornito un'importante precisazione sull'applicazione delle regole di calcolo dei compensi professionali degli avvocati in casi di pluripartitismo processuale.
L'ordinanza si concentra sull'interpretazione dell'art. 4, comma 2, del D.M. n. 55/2014, un regolamento cruciale per la liquidazione dei parametri forensi, come modificato dal successivo D.M. n. 37/2018. Questa disposizione disciplina gli aumenti del compenso unico previsti quando un avvocato gestisce una pluralità di parti.
Il principio cardine stabilito dalla Cassazione è che l'aumento percentuale del compenso unico non si applica esclusivamente nell'ipotesi più comune, ovvero quando il difensore assiste una pluralità di parti aventi la stessa posizione processuale. La Corte ha esteso l'ambito applicativo della norma a un secondo scenario fondamentale: il caso in cui l'avvocato assista un solo soggetto contro una pluralità di parti.
In questa specifica situazione (un cliente contro molte controparti), l'ordinanza chiarisce il meccanismo di calcolo dell'aumento:
Il compenso unico calcolato per l'assistenza al singolo soggetto costituisce la base.
Questo compenso unico può essere aumentato, come regola generale, del 30% per ogni parte oltre la prima, fino a raggiungere un massimo di dieci controparti.
Qualora le parti avversarie superino le prime dieci, un ulteriore aumento del 10% è previsto per ogni parte oltre le prime dieci, fino a un massimo di trenta.
Questa decisione è di grande rilievo pratico, poiché garantisce che il maggiore carico di lavoro e la complessità derivanti dal dovere confrontarsi con molteplici e distinte controparti siano equamente riconosciuti nel compenso dell'avvocato, anche quando agisce per un solo cliente.









