L'Ordinanza della Corte di Cassazione, civile, del 20 maggio 2026, n. 15170, interviene a chiarire l'ambito di applicazione del divieto del cosiddetto "patto leonino" (art. 2265 del Codice Civile) in relazione ai moderni contratti di investimento e alle opzioni di vendita delle partecipazioni societarie (put options).
La controversia trae origine da un contratto di finanziamento stipulato tra una società investitrice (socio finanziatore) e i soci originari di una società. Il contratto prevedeva specifiche "opzioni put", ossia il diritto dell'investitrice di cedere la propria partecipazione e uscire dalla compagine sociale al verificarsi di precise condizioni negative (es. riduzione del capitale per perdite sotto il limite legale, mancata approvazione del bilancio o gravi diseconomie di gestione). I ricorrenti sostenevano che tali opzioni configurassero un patto leonino, in quanto avrebbero escluso il socio finanziatore da qualsiasi reale rischio d'impresa, garantendogli un ingiusto arricchimento slegato dalle sorti della società.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso, ribadendo e perfezionando la definizione giuridica del patto leonino. Gli Ermellini hanno stabilito che, affinché si configuri una violazione dell'art. 2265 c.c., deve verificarsi uno "stravolgimento" profondo del ruolo del socio. Tale stravolgimento consiste in una estromissione totale e costante dalla affectio societatis e dalla partecipazione agli utili o alle perdite.
In sostanza, per essere considerato nullo, il patto deve alterare l'assetto proprietario in modo tendenzialmente irreversibile e porsi in totale contrasto con la causa stessa del contratto di società (la comunanza del rischio). Se, invece, la pattuizione (come nel caso delle opzioni put in esame) si limita a regolare l'uscita dalla società al verificarsi di specifici e circoscritti eventi di crisi, configurando un'alterazione transitoria o condizionata dei diritti patrimoniali, il patto leonino non sussiste e l'accordo tra le parti è pienamente valido.








