L'ordinanza n. 1282/2025 della Corte di Cassazione ribadisce che la sentenza d'appello può essere motivata "per relationem", a condizione che il giudice di secondo grado esponga, anche in modo sintetico, le ragioni della conferma in relazione ai motivi di impugnazione o l'identità delle questioni proposte in appello rispetto a quelle già trattate in primo grado. In tal modo, dalla lettura congiunta delle motivazioni di entrambe le sentenze deve emergere un percorso argomentativo completo e coerente. Nel caso specifico, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione d'appello che aveva riportato sinteticamente le motivazioni di primo grado e aggiunto brevi osservazioni per spiegare l'adesione al dispositivo di prime cure per ogni singola domanda.
Categoria: Cassazione civile 2025
Secondo licenziamento valido con motivo diverso e successivo
L'ordinanza n. 1376/2025 della Corte di Cassazione stabilisce che è ammissibile una successiva comunicazione di licenziamento individuale da parte del datore di lavoro, anche dopo averne intimato uno precedente. Tuttavia, il nuovo licenziamento deve basarsi su una ragione o un motivo diverso, sopravvenuto o comunque non noto al datore in precedenza, e la sua efficacia è subordinata all'eventuale dichiarazione di illegittimità del primo licenziamento.
Revisione assegno: mutamento condizioni effettivo
La sentenza n. 1482/2025 della Corte di Cassazione stabilisce che l'assegno divorzile può essere revisionato in presenza di giustificati motivi, accertando innanzitutto una sopravvenuta, effettiva e significativa modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi, attraverso il confronto delle loro attuali situazioni reddituali e patrimoniali. Se sussistono i motivi per la revoca o la riduzione dell'assegno, è poi necessario verificare l'effettività di tali cambiamenti e il nesso causale con la nuova situazione economica creatasi.
PEC professionale valida per atti anche non correlati
La sentenza n. 1615/2025 della Corte di Cassazione chiarisce che l'indirizzo PEC risultante dal registro INI-PEC, attivato per una specifica attività professionale, può essere validamente utilizzato per la notifica di atti anche non correlati a tale attività. Per i soggetti obbligati ad avere una PEC, la notifica si perfeziona con la ricevuta di avvenuta consegna, senza necessità di un domicilio digitale diverso per ogni atto. La Suprema Corte ha cassato con rinvio la decisione della corte d'appello che aveva erroneamente richiesto al ricorrente di provare la presenza dell'indirizzo PEC nei pubblici registri, nonostante l'attestazione dell'avvocato notificante che lo aveva tratto dall'elenco INI-PEC dei medici, attivato per l'attività professionale del destinatario e quindi idoneo per le notifiche ai sensi della legge n. 53/1994.
Appalto: Consegna non è tacita accettazione
La sentenza n. 1576/2025 della Corte di Cassazione precisa che la presa in consegna di un'opera appaltata da parte del committente non equivale ad accettazione e non comporta automaticamente la rinuncia alla garanzia per i vizi, siano essi noti o conoscibili, purché questi vengano denunciati successivamente. Tuttavia, nel caso specifico esaminato, la Cassazione ha confermato la decisione di appello che aveva ritenuto sussistente un'accettazione tacita. Ciò in quanto l'opera era stata consegnata senza verifiche né contestazioni, e i vizi palesi erano stati segnalati solo un anno dopo, in seguito alla richiesta di pagamento del saldo.
Esclusione rischio assicurativo eccezione in senso stretto
La sentenza n. 1469/2025 della Corte di Cassazione precisa che l'affermazione secondo cui un evento, pur rientrando nella copertura generale di una polizza assicurativa, non sia indennizzabile per una specifica clausola contrattuale (rischio non compreso) costituisce un'eccezione in senso stretto. Essa introduce un fatto impeditivo al diritto all'indennizzo, esercitabile solo per volontà dell'assicuratore. La Cassazione ha cassato con rinvio la sentenza di merito che aveva considerato tale eccezione come "mera difesa", ammettendone la proposizione tardiva. Nel caso specifico, la compagnia assicuratrice aveva negato la copertura invocando una clausola che escludeva eventi causati dalla "mancata intenzionale osservanza" di norme amministrative da parte dell'assicurato.
Da reintegra a equivalente: emendatio, non domanda nuova
La sentenza n. 1470/2025 della Corte di Cassazione chiarisce che la richiesta di risarcimento del danno per equivalente monetario, presentata successivamente a una domanda di reintegrazione in forma specifica, rappresenta una mera emendatio libelli e non una mutatio libelli. Al contrario, la proposizione della reintegrazione in forma specifica nel corso del giudizio, in sostituzione di una originaria richiesta di risarcimento per equivalente, costituisce una domanda nuova e pertanto non ammissibile in sede di precisazione delle conclusioni.
Cognome figlio fuori matrimonio e interesse del minore
La sentenza n. 1492/2025 della Corte di Cassazione stabilisce che nella scelta del cognome per un minore nato fuori dal matrimonio e non riconosciuto contemporaneamente da entrambi i genitori, la decisione sull'aggiunta o sostituzione del cognome paterno a quello materno spetta alla prudente valutazione del giudice, ai sensi dell'articolo 262, commi secondo, terzo e quarto, del codice civile. Tale valutazione deve avvenire senza automatismi e avendo come priorità il superiore interesse del minore.
Cessione azienda: unitarietà funzionale, non forma contratto
La sentenza n. 1479/2025 della Corte di Cassazione chiarisce che la qualificazione di un atto come cessione d'azienda non dipende dal nome giuridico utilizzato o dalla sua struttura formale (anche se presentata come cessione frazionata di beni), ma dalla valutazione funzionale dell'unitarietà di quanto trasferito. Ciò che conta è se il complesso dei beni ceduti sia potenzialmente utilizzabile per l'attività produttiva, configurando una cessione d'azienda in senso sostanziale. L'elemento decisivo è quindi l'unitarietà oggettiva del complesso aziendale trasferito, inteso come insieme di beni organizzati per l'esercizio dell'impresa, senza che l'esclusione di alcuni beni dalla cessione sia rilevante a tal fine.
Fallibilità esclusa: debito sotto trentamila euro
La sentenza n. 1441/2025 della Corte di Cassazione precisa che il limite di fallibilità previsto dall'articolo 15, comma 9, della legge fallimentare, mira ad escludere dal fallimento le crisi di impresa di modesta entità. L'inferiorità del debito complessivo scaduto e non pagato rispetto a trentamila euro deve emergere oggettivamente dagli atti istruttori e verificarsi alla data della decisione. Il tribunale può rilevare d'ufficio tale circostanza sulla base degli elementi acquisiti.




