Presidente MARASCA Gennaro

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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 15 febbraio 2016, n. 6245. La nullità di un atto emesso dal giudice di cui si chiede la ricusazione non è elemento sufficiente per ritenere integrata una manifestazione indebita di convincimento sui fatti oggetto dell’imputazione, ai sensi dell’art. 37 c.p.p. A tal fine si richiede, infatti, un dato oggettivo e non solo una “sensazione soggettiva della parte interessata alla ricusazione”.

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 15 febbraio 2016, n. 6245 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi [...]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 29 gennaio 2016, n. 4064. Deve escludersi che la confisca (ed il sequestro preventivo ad essa finalizzato) disposta nei confronti della società che ha partecipato alla fusione per incorporazione, si estenda automaticamente alla società incorporante, solo sulla base della regola, fissata in sede civilistica dall’art. 2504 bis, c.c., secondo cui “la società che risulta dalla fusione o quella incorporante assumono i diritti e gli obblighi delle società partecipanti alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione”

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 29 gennaio 2016, n. 4064 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi [...]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 15 febbraio 2016, n. 6245. Le ipotesi di ricusazione del giudice, in quanto espressione di situazioni eccezionali, sono assolutamente tassative e non consentono alcun ampliamento mediante interpretazione, conseguentemente la fattispecie dedotta dall’imputato deve necessariamente inquadrarsi in una di quelle tassativamente indicate dall’art. 37 c.p.p., fermo restando che per potersi ritenere configurata l’ipotesi tassativa di legge per la ricusazione deve concorrere il dato obiettivo previsto, non essendo sufficiente la sensazione soggettiva della parte interessata alla ricusazione

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 15 febbraio 2016, n. 6245 Considerato in fatto Con ordinanza resa il 5.6.2015 la Corte d'Appello di Genova ha accolto l'istanza di ricusazione [...]

Corte di Cassazione, sezione V, ordinanza 15 febbraio 2016, n. 6220. Rimesso alle sezioni unite il seguente quesito: se sussiste l’obbligo di nominare sostituto, ex art. 102 cod. proc. pen., ovvero indicare le ragioni che un tanto non consente, per il difensore anche quando l’impedimento legittimo dedotto sia costituito da ragioni di salute

Suprema Corte di Cassazione sezione V ordinanza 15 febbraio 2016, n. 6220 Ritenuto in fatto La Corte d'Appello di Campobasso con la sentenza impugnata, emessa il 7.4.2015, ha parzialmente riformata [...]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 22 gennaio 2016, n. 3073. In tema di cronaca giudiziaria la verità della notizia mutuata da un’indagine o da un provvedimento giudiziario sussiste, ai fini della scriminante di cui all’art. 51, c.p., ogni qualvolta essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti. Il limite della verità deve essere restrittivamente inteso, dovendosi verificare la rigorosa corrispondenza tra quanto narrato e quanto realmente accaduto, perché il sacrificio della presunzione di innocenza non può esorbitare da ciò che sia necessario ai fini informativi. In tema di diffamazione a mezzo stampa, ai fini dell’operatività dell’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca, soltanto modeste e marginali inesattezze che concernano semplici modalità del fatto senza modificarne la struttura essenziale, non determinano il superamento della verità del fatto stesso, non potendosi ritenere certamente irrilevante per la reputazione di un soggetto, l’attribuzione allo stesso di un fatto-reato, diverso da quello effettivamente accertato nel corso delle indagini

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 22 gennaio 2016, n. 3073 Fatto e diritto 1. Con sentenza pronunciata il 28.5.2014 la corte di appello di Roma, in riforma della [...]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 14 gennaio 2016, n. 1325. Il novellato secondo comma dell’art. 308 c.p.p., tuttavia, nel prevedere che “le misure interdittive non possono avere durata superiore a dodici mesi”, nel contempo prevede che esse “perdono efficacia quando è decorso il termine fissato dal giudice nell’ordinanza. In ogni caso, qualora siano state disposte per esigenze probatorie, il giudice può disporne la rinnovazione nei limiti temporali previsti dal primo periodo” del comma 2. La nuova disciplina – improntata alla valorizzazione degli strumenti cautelari interdittivi, recependo l’esigenza di rendere il termine di durata di tali misure più congruo, al fine di impedire che nella pratica risulti limitata l’applicazione di esse, in alternativa alle misure coercitive – introduce, pertanto, un modello “flessibile” di durata della misura interdittiva, per il soddisfacimento di tutte le esigenze cautelari, per un periodo oggetto di valutazione discrezionale del giudice, non superiore nel massimo a dodici mesi. Ed è proprio la discrezionalità che caratterizza attualmente la determinazione della durata della misura – a differenza del previgente regime contemplante l’automatica caducazione della misura interdittiva, decorso il tempo previsto dalla legge – che impone al giudice uno specifico onere motivazionale in punto di durata della cautela. Quando, infatti, il giudice fissa il termine di efficacia della misura interdittiva, tale determinazione costituisce espressione del principio generale per cui l’esercizio di un autonomo potere comporta il dovere di esplicitare le ragioni che giustificano la decisione.

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 14 gennaio 2016, n. 1325 Ritenuto in fatto 1. Il Tribunale di Napoli, Sezione riesame, con ordinanza in data 30.7.2015, in parziale accoglimento [...]

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