Suprema Corte di Cassazione sezione II sentenza 24 febbraio 2015, n. 8170 Fatto 1. Con sentenza del 19/12/2013, la Corte di Appello di Napoli – pur riducendo la pena – confermava la sentenza pronunciata in data 15/05/2013 dal giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Nola nella parte in cui aveva ritenuto M.S.E. ed E.A. colpevoli...
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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 24 febbraio 2015, n. 8316. Anche una borsa di studio universitaria correlata a limiti di reddito costituisca “erogazione” ai sensi dell'art. 316-ter c.p., in quanto "contributo" che si risolve nel "conferimento di un apporto" (in denaro o agevolazioni con rilevanza economica) "per il raggiungimento di una finalità pubblicamente rilevante"
Suprema Corte di Cassazione sezione VI sentenza 24 febbraio 2015, n. 8316 Considerato in fatto 1. R.F. è stata condannata in primo (Tribunale di Milano, 25.2.2013) e secondo grado (Corte d’appello di Milano, 31.3.2014) per reato ex artt. 81 e 316-ter c.p.. Secondo la condotta contestata, nelle dichiarazioni 14.9.2005 e 27.9.2006 aveva dichiarato di essere...
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 25 febbraio 2015, n. 8530. Ai fini della configurabilità della circostanza attenuante di cui all'articolo 62 n.4 c.p., si devono valutare, oltre al valore economico del bene, anche gli ulteriori effetti pregiudizievoli cagionati alla persona offesa dalla condotta delittuosa. nel caso di specie è stato evidenziato la grave lesione del rapporto fiduciario determinata dalla condotta delittuosa (furto compiuto da un agente all'interno del proprio Commissariato), circostanza che non consentiva la concessione dell'attenuante in oggetto.
Suprema Corte di Cassazione sezione IV sentenza 25 febbraio 2015, n. 8530 Ritenuto in fatto Con sentenza in data 7 novembre 2013 nei confronti di C.F., imputato in ordine al reato di furto aggravato, la Corte di appello di Reggio Calabria, in riforma della sentenza emessa in data 19 dicembre 2007 dal Tribunale di Locri-sezione...
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 30 gennaio 2015, n. 4448. Ai fini della valutazione della sussistenza del requisito della buona fede per l'ammissione del creditore al pagamento del credito, di cui all'art. 52, comma 1, lett. b) d.lgs. n. 159 del 2011, richiamato al comma 200 dell'art. 1 della legge di stabilità 2012, è richiesto che si tenga conto delle condizioni delle parti, dei rapporti personali e patrimoniali tra le stesse e del tipo di attività svolta dal creditore, anche con riferimento al ramo di attività, alla sussistenza di particolari obblighi di diligenza nella fase precontrattuale, nonché, in caso di enti, alle dimensioni degli stessi. Tali criteri di giudizio sono obbligatori ma non esclusivi, né vincolanti; pertanto, il giudice può utilizzare altri parametri e può anche motivatamente disattendere quelli indicati dalla legge.
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE I SENTENZA 30 gennaio 2015, n. 4448 Rilevato in fatto Con atto depositato il 29.1.2009 l’istituto di credito Sicilcassa s.p.a., in liquidazione coatta amministrativa, proponeva, a mezzo dei difensori di fiducia e procuratori speciali, incidente di esecuzione volto al riconoscimento della “buona fede”, nella qualità di terzo titolare di diritto...
Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 16 febbraio 2015, n. 6759. In tema di desistenza dal delitto, benché la volontarietà non debba essere intesa come spontaneità, la decisione di interrompere l'azione non deve comunque risultare come necessitata (Nel caso di specie, la motivazione della Corte d'appello di Bari ha accertato in maniera non contraddittoria, né manifestamente illogica, che la scelta di desistere dal reato non è stata "volontaria", perché suggerita dalla consapevolezza di un elevato rischio di essere sorpreso e denunciato, data la posizione del balcone su cui l’imputato si trovava: consapevolezza, quindi, da parte dell'agente, dell'esistenza di un fattore che avrebbe potuto rendere gravemente rischiosa la prosecuzione dell'azione, e di per sé idonea ad escludere la volontarietà dell'ipotetico recesso)
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE V SENTENZA 16 febbraio 2015, n. 6759 Ritenuto in fatto Con sentenza del 15 febbraio 2013, la Corte d’appello di Bari riformava parzialmente, limitatamente al trattamento sanzionatorio, la sentenza del Tribunale della stessa città, in data 11 giugno 2012, con la quale C.A. era condannato, all’esito di rito abbreviato, alla...
Corte di Cassazione, sezione VI, 30 gennaio 2015, n. 4584. Non si da assorbimento o consunzione del delitto di abuso d'ufficio di cui all'art. 323 cod. pen. in quello di cui all'art. 582 cod. pen., quandoché la condotta del pubblico agente si esaurisca nella mera produzione delle lesioni personali e ricorra tra i due illeciti il nesso teleologico di cui allo art. 61 n. 2 cod. pen., configurandosi invece un rapporto di concorso formale tra i reati, i quali offendono beni giuridici distinti.
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE VI SENTENZA 30 gennaio 2015, n. 4584 Ritenuto in fatto 1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Novara ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di I.F. in ordine al reato di lesioni personali aggravate (artt. 582, 61 n. 9 cod. pen.) perché estinto per intervenuta remissione della...
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 20 febbraio 2015, n. 3384. Sebbene la fauna selvatica rientri nel patrimonio indisponibile dello Stato, la legge 11 febbraio 1992, n. 157 attribuisce alle Regioni a statuto ordinario il potere di emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3) ed affida alle medesime i poteri di gestione, tutela e controllo, riservando invece alle Province le relative funzioni amministrative ad esse delegate ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142 (art. 9, comma 1). Ne consegue che la Regione, anche in caso di delega di funzioni alle Province, è responsabile, ai sensi dell'art. 2043 c. c., dei danni provocati da animali selvatici a persone o a cose, il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme, a meno che la delega non attribuisca alle Province un'autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentire loro di svolgere l'attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III SENTENZA 20 febbraio 2015, n. 3384 Ritenuto in fatto La Regione Campania proponeva appello avverso la sentenza del 30 ottobre 2009 con la quale il Giudice di pace di Benevento, accogliendo la domanda proposta da S. O. e volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti dalla propria autovettura...
Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 4 febbraio 2015, n. 2037. Le variazioni ordinate dal committente possono essere provate con ogni mezzo e non vi sono ostacoli alla prova testimoniale – pur se essa riguardi variazioni poste in essere dall'appaltatore senza previo concerto con l'appaltante – le volte in cui essa sia diretta a dimostrare l'accettazione dell'opera fuori contratto
Suprema Corte di Cassazione sezione VI ordinanza 4 febbraio 2015, n. 2037 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 2 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BIANCHINI Bruno – rel. Presidente Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere Dott. MANNA Felice – Consigliere Dott. CORRENTI Vincenzo –...
Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 6 febbraio 2015, n. 2330. La potestà di infliggere sanzioni disciplinari è riservata dall'art. 2106 c.c. alla discrezionalità dell'imprenditore, in quanto contenuta nel più ampio potere di direzione dell'impresa. Ne consegue che il giudice, pur nel caso sia stato adito dal datore di lavoro per la conferma della sanzione disciplinare e sia stato dallo stesso esplicitamente richiestone, non può convertirla in altra meno grave
Suprema Corte di Cassazione sezione VI ordinanza 6 febbraio 2015, n. 2330 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE L Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Presidente Dott. TRIA Lucia – Consigliere Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere...
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 11 febbraio 2015, n. 2663. L’art. 43 R.D. n.1736/1933 precisa che l’assegno bancario emesso con la clausola “non trasferibile”, non può che essere pagato al prenditore o, a richiesta, di questo, accreditato sul suo conto corrente; chi paga persona diversa “risponde” del pagamento. La Banca che ha pagato un assegno in violazione del predetto della norma è responsabile nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse tale regola è posta e che, a causa della relativa violazione abbiano sofferto un danno
Suprema Corte di Cassazione sezione I sentenza 11 febbraio 2015, n. 2663 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CECCHERINI Aldo – Presidente Dott. DOGLIOTTI Massimo – rel. Consigliere Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere Dott. DIDONE Antonio – Consigliere Dott....