Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 31 marzo 2015, n. 1670. La distanza minima fissata dall’art. 9, D.M. n. 1444 del 1968 di dieci metri dalle pareti finestrate è volta alla salvaguardia delle imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, al fine di evitare malsane intercapedini tra edifici tali da compromettere i profili di salubrità degli stessi, quanto ad areazione luminosità ed altro. La norma, in ragione delle prevalenti esigenze di interesse pubblico testè indicate, ha, dunque, carattere cogente e tassativo, prevalendo anche sulle disposizioni regolamentari degli enti locali che dispongano in maniera riduttiva. L’applicabilità della normativa predetta, tuttavia, è subordinata alla indispensabile condizione della esistenza di due pareti che si contrappongono di cui almeno una è finestrata, tale che in mancanza la stessa non può trovare applicazione (come nella fattispecie concreta)

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Palazzo-Spada

Consiglio di Stato

sezione IV

sentenza 31 marzo 2015, n. 1670

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale

Sezione Quarta

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 8366 del 2014, proposto da:

Do.Ro., Ma.Fo., rappresentati e difesi dagli avv. Ro.Me., Na.Pa., con domicilio eletto presso quest’ultima, in Roma, Via (…);

contro

Comune di Roccabernarda;

nei confronti di

Fr.Ie., rappresentato e difeso dall’avv. Lu.Mo., con domicilio eletto presso l’avv. Co.Mo. in Roma, viale (…);

Ni.Ie.,in proprio e in qualità di amministratore della Supermercato F.lli Ie. Snc, rappresentato e difeso dagli avv.ti St.Ba., Al.Sa., con domicilio eletto presso lo studio dei medesimi, in Roma, Via (…);

per la riforma

della sentenza del T.A.R. CALABRIA – CATANZARO :SEZIONE I n. 01462/2014, resa tra le parti, concernente permesso di costruire per la realizzazione di un fabbricato ad uso commerciale

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Fr.Ie. e di Ni.Ie. in proorio e in qualità di amministratore della Supermercato F.lli Ie. Snc;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 17 febbraio 2015 il Cons. Andrea Migliozzi e uditi per le parti gli avvocati Pa. ed altri;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

 

Il Comune di Roccabernarda rilasciava in data 4 giugno 2013 un permesso di costruire in favore dei sigg.ri Ni. e Fr.Ie. ( poi intestato alla Società Supermercato F.lli Ie. snc) per la realizzazione di un fabbricato ad uso commerciale su un lotto posto in via (…) , inserito in catasto al foglio xxx, particelle nn.xxx.

Avverso tale atto autorizzativo insorgevano con due ricorsi proposti innanzi al Tar della Calabria sede di Catanzaro le sigg.re Ro.Do. e Fo.Ma., proprietarie di un fabbricato ad uso abitativo sito in un lotto adiacente, che lamentavano la violazione delle distanze regolamentari previste dall’art.9 del D.M. n.1444 del 1968 relativamente a pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.

L’adito Tribunale amministrativo con sentenza n. 1462/2014 rigettava le proposte impugnative, ritenendole infondate.

Le predette sigg.re Ro.- Fo. hanno impugnato tale decisum, ritenuto errato ed ingiusto, deducendo a sostegno del proposto gravame con un unico articolato motivo la censura di violazione dell’art.9 del D.M. 2 aprile 1968 n.1444.

Assumono le appellanti che erroneamente l’impugnata sentenza ha ritenuto che la fattispecie fuoriesca dall’ambito applicativo della norma recata dal citato art.9 del D.M. n.1444/68, attesa la presenza nelle abitazioni di loro proprietà di balconi prospicienti l’edificio autorizzato che risulta collocato a meno di dieci metri e tanto in ispregio alla regola della distanza minima prevista dalla norma di che trattasi.

Si sono costituiti in giudizio sia il sig. Ie.Fr. che il sig. Ie.Ni.: quest’ultimo, anche nella veste di Amministratore della Società Supermercato Ie. snc, ha presentato unitamente al controricorso di resistenza anche ricorso in appello incidentale a fondamento del quale ha dedotto i seguenti motivi:

Violazione dell’art.41 c.p.a.. Inammissibilità del ricorso originario per omessa notifica al controinteressato;

Erronea statuizione circa l’ammissibilità e/o la procedibilità del ricorso principale in primo grado per mancanza di legittimazione ed interesse ad agire. Illegittimità del permesso di costruire rilasciato alla ricorrente principale per violazione degli artt.873 e 891 codice civile e 96 R.D. n.523/1904, con riguardo alla distanza del fabbricato dal limitrofo canale di scolo demaniale.

Le parti hanno poi prodotto memorie ad ulteriore illustrazione delle tesi reciprocamente sostenute .

All’odierna udienza pubblica la causa è stata introitata per la decisione.

 

DIRITTO

 

Si può prescindere dall’esame delle eccezioni di inammissibilità sollevate con l’appello incidentale ( che rimane improcedibile) in ragione della infondatezza dell’appello principale.

Con la controversia all’esame la Sezione è chiamata a verificare la legittimità o meno di un titolo edilizio rilasciato dal suindicato Comune calabrese per la realizzazione di un fabbricato ad uso commerciale in relazione alle disposizioni disciplinanti le distanze tra edifici di cui all’art.9 del D.M. n.1444 del 1968.

In particolare occorre stabilire se nella specie sia stata rispettata o meno la norma di cui al n.2 del I comma del predetto articolo che, in tema di distanza minima dai confini di proprietà , prescrive la distanza minima assoluta di mt 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.

La questione giuridica viene in rilievo avuto riguardo al fatto che sull’immobile delle appellanti sono allocati, su vari piani, dei balconi che presentano il lato maggiore posto sulla facciata e un lato minore che affaccia sull’edificio in corso di costruzione e tenuto altresì conto che l’erigendo fabbricato ( circostanza questa non contestata ) è posto ad una distanza inferiore ai 10 mt dalla parete laterale dell’immobile delle sigg.re Ro.- Fo.

Secondo un preciso orientamento di questo Consiglio di Stato ( cfr Sez. IV 20/7/2011n.4374; idem 12/6/2007 n.3094) dal quale il Collegio non ha motivo di discostarsi, la distanza minima fissata dall’art.9 del D.M. 2 aprile 1968 n.1444 di dieci metri dalle pareti finestrate è volta alla salvaguardia delle imprescindibili esigenze igienico –sanitarie, al fine di evitare malsane intercapedini tra edifici tali da compromettere i profili di salubrità degli stessi , quanto ad areazione luminosità ed altro e trattasi certamente di una norma che in ragione delle prevalenti esigenze di interesse pubblico testè indicate ha carattere cogente e tassativo , prevalendo anche sulle disposizioni regolamentari degli enti locali che dispongano in maniera riduttiva.

Ora, ferme restando la ratio sottesa alla norma de qua e la cogente valenza della stessa, occorre convenire che il caso sottoposto al vaglio di questo giudice, come correttamente osservato dal TAR, si pone al di fuori del campo applicativo dell’art.9 citato tenuto conto delle caratteristiche oggettive che connotano la vicenda, tali da fare escludere che sussistono i presupposti di fatto e di diritto richiesti per l’applicabilità della disciplina qui in discussione.

La condizione indispensabile per potersi applicare il regime garantistico della distanza minima dei dieci metri è data dal fatto che esistano due pareti che si contrappongono di cui almeno una è finestrata: detto ciò le appellanti sostengono che i balconi delle loro abitazioni sia pure per un lato limitato, quello minore,offrono la possibilità di affacciarsi sullo spazio che intercorre col fabbricato erigendo e perciò stesso la distanza ( minore di 10 mt ) dell’erigendo edificio provocherebbe , in violazione della regola della distanza minima posta dal citato art.9 una lesione a quegli aspetti di tutela che la norma implicitamente persegue.

Così non è.

Come si rileva dalla documentazione anche fotografica depositata un giudizio, nella specie si è di fronte ad un posizionamento dei due fabbricati tale da non influire sulle finalità igienico–sanitarie, dacchè, in concreto le due pareti fronteggianti in realtà sono costituiti da muri ciechi, privi di aperture finestrate.

Invero, le aperture costituite dai balconi sono posizionate sul lato antistante le abitazioni, che corre in modo perpendicolare al vicino edificio, e non sulla parte che fronteggia il fabbricato oggetto del titolo ad aedificandum e sono queste le aperture che consentono alle abitazioni di usufruire delle condizioni di areazione e luminosità.

Vero è che per una parte minore dei balconi del fabbricato delle appellanti è possibile in modo per così dire obliquo affacciarsi sul canale di scolo che divide i due edifici, ma trattasi di veduta che non rileva ai fini all’esame , nel senso che non è con riferimento a tale sporgenza laterale che può essere messa in discussione l’usufruibilità di area e luce per i vani interni, assicurata quest’ultima dall’affaccio esistente sul lato che si protende sul fronte strada.

In altri termini lo stato dei luoghi è tale che gli affacci ( balconi ) dell’edificio Ro.- Fo. prendono luce ed area da un lato- strada che non fronteggia il fabbricato Ie. e comunque le pareti contrapposte, quelle posizionate sul canale di scolo, non recano finestre o aperture nei sensi richiesti dalla norma qui in rilievo.

Se così è ne deriva che le signore Ro. e Fo. non possono invocare l’applicabilità della regola della distanza minima dei dieci metri e, conseguentemente, il permesso di costruire rilasciato in favore del fabbricato ad uso commerciale da erigersi sull’adiacente lotto non risulta inficiato dal vizio di legittimità dedotto in prime cure, in questo grado pure insistentemente denunciato.

In forza delle suestese considerazioni l’appello proposto dalle sigg.re Ro.Do. e Fo.Ma. è infondato e va respinto, rendendosi così improcedibile l’appello incidentale proposto da Ie.Ni.

Sussistono peraltro giusti motivi, in relazione alla peculiarità della vicenda, per compensare tra le parti le spese del presente grado del giudizio.

 

P.Q.M.

 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando, così dispone:

rigetta l’appello principale proposto da Do.Ro. e Fo.Ma.

b) dichiara improcedibile il ricorso in appello incidentale proposto da Ie.Ni.

Compensa tra le parti le spese e competenze del presente grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 febbraio 2015 con l’intervento dei magistrati:

Giorgio Giaccardi – Presidente

Diego Sabatino – Consigliere

Raffaele Potenza – Consigliere

Andrea Migliozzi – Consigliere, Estensore

Oberdan Forlenza – Consigliere

Depositata in Segreteria il 31 marzo 2015