Domanda di risarcimento del danno da lesione del possesso

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Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Ordinanza 21 febbraio 2019, n. 5154.

La massima estrapolata:

Il procedimento possessorio, nel regime successivo alle modifiche introdotte dalla l. n. 353 del 1990, ma anteriore alle innovazioni di cui al d.l. n. 35 del 2005, conv. con mod. dalla l. n. 80 del 2005, è strutturato in due fasi, entrambe rette dal ricorso ex art. 703 c.p.c., la prima, a cognizione sommaria, limitata all’emanazione, con ordinanza reclamabile, dei provvedimenti interdittali ed alla fissazione, ai sensi dell’art. 183 c.p.c., di una udienza per la disamina del merito della pretesa possessoria e dell’eventuale richiesta di risarcimento del danno proposta con il suddetto ricorso, la seconda, invece, a cognizione piena, avente ad oggetto tale disamina, che si conclude con sentenza soggetta alle impugnazioni ordinarie. La domanda di risarcimento del danno da lesione del possesso, ove non sia stata formulata, a pena di inammissibilità, nel ricorso introduttivo, può essere, comunque, ancora avanzata all’udienza di trattazione individuata con il provvedimento interinale, ma solo ove sia consequenziale alla domanda riconvenzionale o alle eccezioni del convenuto.

Ordinanza 21 febbraio 2019, n. 5154

Data udienza 15 novembre 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CORRENTI Vincenzo – Presidente

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA
sul ricorso 21863/2015 proposto da:
(OMISSIS), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’Avvocato (OMISSIS) per procura speciale in calce al ricorso;
– ricorrente –
contro
(OMISSIS), in proprio e nella qualita’ di legale rappresentante della s.r.l. (OMISSIS);
– intimato –
avverso la sentenza n. 156/2015 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 3/2/2015;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 15/11/2018 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

FATTI DI CAUSA

Il tribunale di Teramo, per quanto ancora rileva, con sentenza depositata il 13/5/2010, ha accolto la domanda di reintegrazione del possesso di un terreno, con sovrastante capannone, sito nel Comune di (OMISSIS), avanzata da (OMISSIS) ed (OMISSIS), confermando l’ordinanza con la quale, il 19/11/202, era stato ordinato alla s.r.l. (OMISSIS) e a (OMISSIS) di riconsegnare nella piena disponibilita’ dei ricorrenti il suddetto immobile, ed, in parziale accoglimento della domanda avanzata dai ricorrenti alla prima udienza fissata per la trattazione del merito, ha condannato i convenuti al risarcimento dei danni conseguenti al mancato rilascio dell’immobile dopo la scadenza del comodato, quantificati in Euro 17.800,00, nonche’, in alternativa alla rimozione delle attrezzature rimaste nell’immobile, al pagamento del costo di asporto, quantificato in Euro 2.160,00.
(OMISSIS) e la s.r.l. (OMISSIS) hanno proposto appello chiedendo il rigetto delle domande avversarie.
(OMISSIS), anche nella qualita’ di erede di (OMISSIS), ha chiesto il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata.
La corte d’appello, con la sentenza indicata in epigrafe, ha parzialmente accolto l’appello, dichiarando inammissibile la domanda risarcitoria avanzata in primo grado da (OMISSIS) ed (OMISSIS), confermando per il resto la sentenza impugnata.
La corte, in particolare, ha ritenuto fondato il quarto motivo d’appello con il quale gli appellanti hanno ribadito quanto sostenuto in primo grado, e cioe’ l’inammissibilita’ della domanda risarcitoria proposta dai ricorrenti appellati ed accolta dalla sentenza gravata. La corte, sul punto, dopo aver premesso che la sentenza impugnata non contiene alcuna motivazione in ordine all’implicito rigetto dell’eccezione di inammissibilita’ e che la riproposizione di quest’ultima nei medesimi termini non viola l’onere di specificita’ dei motivi d’appello, rispondendo, anzi, all’esigenza di evitare la presunzione di rinuncia all’eccezione ai sensi dell’articolo 346 c.p.c., ha ritenuto che tale eccezione fosse non solo ammissibile, trattandosi di eccezione in senso lato, che attiene ai profili di ammissibilita’ della domanda rilevabili d’ufficio e che non e’ stata irritualmente sollevata con la sola comparsa conclusionale di primo grado, ma anche fondata: “risulta per tabulas che i ricorrenti proposero con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado esclusivamente domanda di reintegrazione del possesso, senza chiedere alcun risarcimento dei danni connessi alla indisponibilita’ dell’immobile il cui possesso asserivano essere stato leso. Essi formularono domanda di risarcimento dei danni solo con una memoria depositata all’udienza fissata con l’ordinanza interinale per la prosecuzione del giudizio di merito”.
La corte, quindi, sul presupposto che: – nel regime processuale delle azioni possessorie vigente all’epoca dell’instaurazione del giudizio (vale a dire quello conseguente alle modifiche apportate all’articolo 703 c.p.c., dalla L. n. 353 del 1990, ma anteriore a quelle introdotte dal Decreto Legge n. 35 del 2005), il procedimento possessorio restava caratterizzato da una duplice fase: una di natura sommaria, limitata all’emanazione dei provvedimenti immediati, la seconda a cognizione piena, avente ad oggetto il merito della pretesa possessoria e dell’eventuale domanda accessoria di risarcimento del danno, unico essendo, tuttavia, l’atto introduttivo di entrambe le fasi; – la proposizione in corso di causa di domande nuove da parte dell’attore, a norma dell’articolo 181 c.p.c. (rectius: articolo 183), nel testo applicabile ratione temporis, era (ed e’) limitata al caso in cui le stesse fossero conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto; ha ritenuto che, nel caso di specie, tale evenienza non fosse ricorrente, “essendo evidente l’autonomia e non consequenzialita’ della domanda di risarcimento dei danni per lesione del possesso, rispetto alle domande risarcitorie proposte dai convenuti in via riconvenzionale (che si riferivano a sottrazione di beni e ad inadempimento contrattuale)” e che, pertanto, la nuova domanda avanzata in corso di causa dagli originari ricorrenti, non contenuta nel ricorso introduttivo e non consequenziale rispetto alle difese dei convenuti, fosse inammissibile: tale domanda, quindi, non avrebbe dovuto essere esaminata e tantomeno accolta, sia pur parzialmente, dal tribunale.
La corte, quindi, ha ritenuto che la sentenza impugnata, limitatamente alla parte in cui ha accolto la domanda in questione, dovesse essere riformata, dovendosi dichiarare l’inammissibilita’ della domanda stessa.
(OMISSIS), con ricorso spedito per la notifica il 31/7/2015, ha chiesto, per due motivi, la cassazione della sentenza, dichiaratamente non notificata.
(OMISSIS), in proprio e nella qualita’ di legale rappresentante della s.r.l. (OMISSIS), e’ rimasto intimato.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente, a quanto e’ dato comprendere, lamentando la “violazione ed errata applicazione di norme di diritto ex articoli 342 e 346 c.p.c.”, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non avrebbe considerato che l’eccezione sollevata dalla s.r.l. (OMISSIS) e da (OMISSIS) si configura senza dubbio come un’eccezione in senso stretto e che il potere del giudice di secondo grado di intraprendere decisioni su eccezioni rilevabili d’ufficio trova un limite nel momento in cui dette questioni siano state espressamente decise’ nel precedente grado di giudizio.
2. Il motivo e’ infondato. La corte d’appello, infatti, a fronte di una domanda accolta dalla sentenza impugnata, puo’ senz’altro procedere all’esame dell’eccezione d’inammissibilita’ della stessa, in quanto tardiva, che il soccombente abbia espressamente riproposto con l’atto d’appello.
3. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando l’errore di diritto – articolo 703 c.p.c.”, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello non avrebbe considerato che l’introduzione del ricorso per spoglio assorbe la domanda risarcitoria e che la sua proposizione durante il giudizio di merito e’ del tutto legittima in virtu’ dell’autonomia delle due fasi del giudizio.
4. Il motivo e’ infondato. Il procedimento possessorio, cosi’ come regolato dall’articolo 703 c.p.c., nel testo conseguente alle modifiche apportate dalla L. n. 353 del 1990, ma anteriore alla innovazioni introdotte dal Decreto Legge n. 35 del 2005, (incontestatamente) applicabile ratione temporis, resta strutturato in due fasi, entrambe rette dal ricorso introduttivo: la prima, a cognizione sommaria, destinata a concludersi con il provvedimento di concessione o di diniego della tutela interdittale, emesso in forma di ordinanza reclamabile ai sensi dell’articolo 669 terdecies c.p.c., che deve necessariamente contenere anche la fissazione, ai sensi dell’articolo 183 c.p.c., dell’udienza per la disamina del cd. “merito possessorio”; la seconda fase, a cognizione piena, concerne detta disamina ed e’ destinata a concludersi con sentenza soggetta agli ordinari mezzi d’impugnazione. Pertanto, concesse o negate, con ordinanza, le misure interditteli, il giudizio deve proseguire innanzi allo stesso giudice all’udienza da questi all’uopo fissata, per l’esame del merito della pretesa possessoria e dell’eventuale domanda accessoria di risarcimento del danno (Cass. SU n. 1984 del 1998; Cass. n. 24388 del 2006). Cio’ significa, per un verso, che il ricorso proposto a tutela del possesso e’ idoneo ad introdurre sia la fase sommaria, che la fase di merito, collegate l’una all’altra dalla fissazione, con il provvedimento interdittale, dell’udienza di trattazione e, per altro verso, che, in tale udienza, l’attore, ai sensi dell’articolo 183 c.p.c., nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal Decreto Legge n. 35 del 2005, ed applicabile ratione temporis, cosi’ come nel testo in vigore, puo’ proporre solo le domande che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto. Nel caso di specie, la corte d’appello, da un lato, ha incontestatamente accertato che “… i ricorrenti proposero con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado esclusivamente domanda di reintegrazione del possesso, senza chiedere alcun risarcimento dei danni connessi alla indisponibilita’ dell’immobile il cui possesso asserivano essere stato leso” e che “essi formularono domanda di risarcimento dei danni solo con una memoria depositata all’udienza fissata con l’ordinanza interinale per la prosecuzione del giudizio di merito”, e, dall’altra lato, correttamente ritenuto che la “domanda di risarcimento dei danni per lesione del possesso” non fosse conseguente “alle domande risarcitorie proposte dai convenuti in via riconvenzionale (che si riferivano a sottrazione di beni e ad inadempimento contrattuale)” e che, pertanto, la nuova domanda avanzata in corso di causa dagli originari ricorrenti, non contenuta nel ricorso introduttivo e non consequenziale rispetto alle difese dei convenuti, non fosse, appunto, ammissibile.
5. Nulla per le spese di lite, in difetto di attivita’ difensiva da parte degli intimati.
6. La Corte da’ atto della sussistenza dei presupposti, con esclusivo riguardo al ricorso principale, per l’applicabilita’ del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17.

P.Q.M.

la Corte cosi’ provvede: rigetta il ricorso; da’ atto della sussistenza dei presupposti per l’applicabilita’ del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17.

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