Corte di Cassazione, sezione tributaria, sentenza 21 giugno 2016, n. 12777

24

È illegittima la cartella fondata esclusivamente sui risultati del test di operatività delle società di comodo: è l’amministrazione che deve provare la fondatezza delle pretesa e l’applicabilità della disciplina

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione tributaria

sentenza 21 giugno 2016, n. 12777

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TRIBUTARIA
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente
Dott. GRECO Antonio – Consigliere
Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere
Dott. SABATO Raffaele – Consigliere
Dott. LA TORRE Enza – Consigliere
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 8420/2011 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.R.L.,

– intimata –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, n. 66/45/2010, depositata il 10/03/2010;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24 maggio 2016 dal Relatore Cons. Emilio Iannello;

udito per la ricorrente l’Avvocato dello Stato (OMISSIS);

udito il PM., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. BASILE Tommaso, il quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza depositata in data 6/3/2008 la C.T.P. di Napoli, accoglieva il ricorso proposto dalla societa’ (OMISSIS) S.r.l. avverso cartella di pagamento nei confronti della stessa emessa ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 36 bis a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione modello unico 2000 presentata per l’anno d’imposta 1999, per l’importo di Euro 239.169,73 preteso per Irpeg, interessi e sanzioni.

Tale decisione era confermata la C.T.R. della Campania, con sentenza depositata in data 10/3/2010 che rigettava l’appello dell’ufficio, sulla base dei rilievi, qui di seguito schematicamente riportati:

a) “l’ufficio non ha contestato l’affermazione dei primi giudici relativa alla mancata comunicazione”;

b) la circostanza, affermata nell’atto d’appello, che il contribuente sarebbe stato “informato con largo anticipo della pretesa tributaria vantata nei suoi confronti” e soprattutto sarebbe stato “messo in condizione di poter esercitare il suo diritto di difesa” resta indimostrata e, comunque, non varrebbe a integrare il diverso adempimento richiesto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, articolo 3, comma 37, punto 4, a mente del quale l’accertamento “e’ effettuato, a pena di nullita’, previa richiesta al contribuente, anche per lettera raccomandata, di chiarimenti da inviare per iscritto entro sessanta giorni dalla data di ricezione della richiesta”;

c) la stessa norma nel periodo precedente dispone testualmente che “se il reddito dichiarato dalle societa’ o dagli enti che si presumono non operativi risulta inferiore a quello minimo di cui al comma 3, il reddito puo’ essere determinato induttivamente in misura pari a quella presunta, anche mediante l’applicazione delle disposizioni di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 41 bis”; non e’ quindi previsto il ricorso all’articolo 36-bis cit. Decreto;

d) infine, “considerata la natura della societa’, che risulta essere un’impresa industriale in stato di crisi, si ritiene che, come osservato anche dai primi giudici, si possa escludere che la stessa rientri nella disciplina delle societa’ di comodo, risultando piuttosto una societa’ che non era temporaneamente in grado di svolgere la propria attivita’ caratteristica”.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate, sulla base di due motivi.

La societa’ contribuente, benche’ ritualmente evocata in giudizio, non ha svolto difese nella presente sede.

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. Con il primo motivo l’Agenzia ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo 2909 c.c.; motivazione insufficiente illogica e contraddittoria sui punti controversi e decisivi della causa; in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5.

Lamenta che le affermazioni trascritte alle lettere a) e b) del paragrafo 1 della superiore parte narrativa sono logicamente incomprensibili, sia in se’ che nella loro reciproca connessione. Con riferimento alla prima, e sul presupposto che con la stessa si intenda far riferimento alla formazione di un giudicato interno sulla questione dell’omesso invio della comunicazione, rileva che ad essa in realta’ la sentenza di primo grado non fa nessun accenno e che, comunque, la stessa C.T.R. riconosce che nel proprio appello l’ufficio ha dedotto di aver tempestivamente informato il contribuente della propria pretesa.

Osserva inoltre che non e’ dato comprendere in cosa consisterebbe l’irregolarita’ commessa dall’ufficio, ne’ quali ne sarebbero le conseguenze. Ove si intenda far riferimento alla comunicazione di irregolarita’ prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 36 bis per il caso di liquidazione automatizzata, rileva che la stessa non e’ prescritta a pena di nullita’; ove invece si intenda far riferimento alla previsione di cui alla L. 23 dicembre 1994, n. 724, articolo 30, comma 4, (invito a fornire i chiarimenti) osserva che tale adempimento riguarda il solo caso in cui occorra procedere a preventivo accertamento.

4. Con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 1994, n. 724, articolo 30 in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui la citata disposizione non consentirebbe di iscrivere direttamente a ruolo l’imposta dovuta dalle societa’ di comodo, in base al reddito presuntivamente determinato ai sensi del precedente terzo comma, ma imporrebbe di procedere sempre ad accertamento.

Posto che la norma citata prevede espressamente l’ufficio debba procedere all’accertamento, previa instaurazione del contraddittorio con il contribuente, “se il reddito dichiarato dalle societa’ o dagli enti che si presumono non operativi risulta inferiore a quello minimo di cui al comma 3”, se ne desume, secondo la ricorrente, che nessun accertamento si rende invece necessario se il contribuente abbia dichiarato il proprio credito in misura pari a quello presunto, adeguando a tale importo i dati risultanti dal conto economico. Ipotesi questa che – sostiene l’Agenzia – ricorre nella specie dal momento che: la contribuente non ha barrato la casella contenuta nel rigo RF 55 del modello di dichiarazione che le avrebbe consentito di dichiararsi operativa e di sottrarsi, sotto sua responsabilita’, alla presunzione di non operativita’; ha quindi compilato la sezione di cui al quadro RF denominata “verifica dell’operativita’ e determinazione del reddito imponibile minimo dei soggetti non operativi”, cosi’ facendo emergere la condizione di soggetto non operativo; ha quindi calcolato il reddito presunto (da porre a base della liquidazione) in Lire 875.248.000 (rigo RF 59, col. 5), pari al 12% del valore delle immobilizzazioni dell’esercizio, in piena conformita’ con le previsioni della L. n. 724 del 1994, articolo 30, comma 3.

5. Entrambe le censure non possono condurre all’accoglimento del ricorso in quanto dirette a contrastare solo alcune delle alternative rationes decidendi poste a fondamento della sentenza impugnata ma non tutte, essendo rimasta invero ad esse estranea l’affermazione – indipendente dalle altre e in se’ sufficiente a sorreggere la statuizione di rigetto dell’appello proposto dall’ufficio – sopra trascritta alla lettera d) del par. 1 della parte narrativa e che qui conviene riportare secondo cui “considerata la natura della societa’, che risulta essere un’impresa industriale in stato di crisi, si ritiene che, come osservato anche dai primi giudici, si possa escludere che la stessa rientri nella disciplina delle societa’ di comodo, risultando piuttosto una societa’ che non era temporaneamente in grado di svolgere la propria attivita’ caratteristica”.

Affermazione questa che riguarda evidentemente il fondamento sostanziale della pretesa impositiva (ossia, l’applicabilita’ nel caso di specie della disciplina sulle societa’ non operative, o “di comodo”, e della conseguente presunzione di reddito imponibile minimo) e che – varra’ incidentalmente rilevare – non puo’ considerarsi preclusa dall’essere la pretesa medesima fondata, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 36 bis sui dati dichiarati dalla stessa contribuente nella dichiarazione dei redditi da essa presentata.

Come questa Corte ha infatti chiarito con ferma giurisprudenza, in caso di cartella di pagamento emessa ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 36-bis, l’atto non rappresenta la mera richiesta di pagamento di una somma definita con precedenti atti di accertamento, autonomamente impugnabili e non impugnati, ma riveste anche natura di atto impositivo, trattandosi del primo ed unico atto con cui la pretesa fiscale e’ stata esercitata nei confronti del dichiarante, con conseguente sua impugnabilita’, Decreto del Presidente della Repubblica n. 546 del 1992, ex articolo 19 anche per contestare il merito della pretesa impositiva.

La cartella esattoriale emessa Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1913, n. 600, ex articolo 36 puo’ dunque essere impugnata, ai sensi del Decreto Legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, articolo 19, non solo per vizi propri ma anche per motivi attinenti al merito della pretesa impositiva, poiche’ non rappresenta la mera richiesta di pagamento di una somma definita con precedenti atti di accertamento, autonomamente impugnabili e non impugnati, ma riveste anche natura di atto impositivo, trattandosi del primo ed unico atto con cui la pretesa fiscale e’ stata esercitata nei confronti del dichiarante (v. ex aliis Cass., Sez. 5, n. 12288 del 12/06/2015, non mass.; Sez. 5, n. 1263 del 22/01/2014, Rv. 629155).

Ebbene tale ipotesi, alla stregua di ogni altra nella quale il contribuente contesti la fondatezza della pretesa impositiva, vede l’amministrazione gravata dell’onere di provare la sussistenza dei relativi presupposti.

Onere che la C.T.R. ha ritenuto evidentemente non assolto alla stregua di convincimento non fatto segno in questa sede di alcuna censura.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, in quanto diretto a contrastare solo alcune delle rationes decidendi e, per tal motivo, inidoneo comunque a privare di fondamento giustificativo la sentenza impugnata.

Non avendo controparte svolto difese nella presente sede, nessun provvedimento e’ da adottare in ordine alle spese.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.