scriminante del rischio consentito

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Corte di Cassazione, sezione quarta penale, sentenza 21 settembre 2017, n. 43476. La posizione dello psichiatra in caso di suicidio del paziente

Lo psichiatra in virtù della sua posizione di garanzia risponde per il suicidio del paziente ricoverato nel suo reparto. Sentenza 21 settembre 2017, n. 43476 Data udienza 18 maggio 2017 [...]

Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 8 marzo 2016, n. 9559. In materia di lesioni personali colpose in ambito calcistico, trova applicazione la scriminante atipica dell’accettazione del rischio consentito, e con essa è esclusa l’antigiuridicità del fatto, qualora si tratti di azione posta in essere senza volontà lesiva, nel rispetto del regolamento, e l’evento di danno sia la conseguenza della natura stessa dell’attività sportiva che implica contatto fisico. (Nel caso di specie, viene esclusa l’antigiuridicità del fatto nella condotta del calciatore che, nel corso di una partita di calcio, in un’azione di gioco, al fine d’interrompere l’azione avviata dall’avversario, il quale al termine della partita, impossessatosi del pallone aveva dato vita ad un veloce contropiede della squadra ospitata, spingendo davanti a sé la sfera, con l’intento di guadagnare prestamente l’area di rigore, attingeva, con eccessiva violenza, con un calcio la gamba dell’avversario, causandogli lesioni gravi, consistite nella frattura della tibia sinistra)

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE IV SENTENZA 8 marzo 2016, n.9559 Ritenuto in fatto Nel corso di una partita di calcio del campionato, serie 'eccellenza', girone Sardegna, D.B.V., calciatore della [...]

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 1 ottobre, n. 39805. Non è applicabile la cosiddetta scriminante del rischio consentito, qualora nel corso di un incontro di calcio, l’imputato colpisca l’avversario al di fuori di un’azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l’azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli av­versari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell’incontroe che imprescindibile presupposto della non punibilità della condotta riferibile ad attività agonistiche è che essa non travalichi il dovere di lealtà sportiva, il quale ri­chiede il rispetto delle norme che regolamentano le singole discipline, di guisa che gli atleti non siano esposti ad un rischio superiore a quello consentito da quella determinata pratica ed accetta­to dal partecipante medio il quale si aspetta, in li­nea di massima, l’osservanza delle regole del gioco, delimitante l’area del rischio consentito, la violazione delle quali, peraltro, va valutata in concreto, con riferimento all’elemento psicologico dell’agente il cui comportamento può essere – pur nel travalicamento di quelle regole – la colposa, involontaria evoluzione dell’azione fisica legittimamente esplicata (passibile di sanzioni previste dall’ordinamento sportivo, eseguite in campo o in seguito) o, al contrario, la consapevole e dolo­sa intenzione di ledere l’avversario approfittando della circostanza del gioco eventualmente per ritorsione

Suprema Corte di Cassazione sezione V sentenza 1 ottobre, n. 39805 In fatto e diritto Con la sentenza in epigrafe la Corte d'Appello di Ancona ha confermato la sentenza emessa [...]