Il modello dell’assicurazione della responsabilita’ civile con clausole “on claims made basis”

/, Cassazione civile 2018, Contratti - Obbligazioni, Contratti tipici, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto, Sezioni Unite/Il modello dell’assicurazione della responsabilita’ civile con clausole “on claims made basis”

Il modello dell’assicurazione della responsabilita’ civile con clausole “on claims made basis”

Corte di Cassazione, sezioni unite civili, Sentenza 24 settembre 2018, n. 22437.

La massima estrapolata:

Il modello dell’assicurazione della responsabilita’ civile con clausole “on claims made basis”, che e’ volto ad indennizzare il rischio dell’impoverimento del patrimonio dell’assicurato pur sempre a seguito di un sinistro, inteso come accadimento materiale, e’ partecipe del tipo dell’assicurazione contro i danni, quale deroga consentita all’articolo 1917 c.c., comma 1 non incidendo sulla funzione assicurativa il meccanismo di operativita’ della polizza legato alla richiesta risarcitoria del terzo danneggiato comunicata all’assicuratore. Ne consegue che, rispetto al singolo contratto di assicurazione, non si impone un test di meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, ai sensi dell’articolo 1322 c.c., comma 2, ma la tutela invocabile dal contraente assicurato puo’ investire, in termini di effettivita’, diversi piani, dalla fase che precede la conclusione del contratto sino a quella dell’attuazione del rapporto, con attivazione dei rimedi pertinenti ai profili implicati, ossia (esemplificando): responsabilita’ risarcitoria precontrattuale anche nel caso di contratto concluso a condizioni svantaggiose; nullita’, anche parziale, del contratto per difetto di causa in concreto, con conformazione secondo le congruenti indicazioni di legge o, comunque, secondo il principio dell’adeguatezza del contratto assicurativo allo scopo pratico perseguito dai contraenti; conformazione del rapporto in caso di clausola abusiva (come quella di recesso in caso di denuncia di sinistro)

Sentenza 24 settembre 2018, n. 22437

Data udienza 5 giugno 2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Primo Presidente

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente di Sez.

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente di Sez.

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente di Sez.

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere

Dott. GRECO Antonio – Consigliere

Dott. TRIA Lucia – Consigliere

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 16354/2014 proposto da:
(OMISSIS) S.R.L., (gia’ (OMISSIS) S.R.L.), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;
– ricorrente –
contro
(OMISSIS) S.P.A. (gia’ (OMISSIS) S.P.A.), in persona dei legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS);
(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;
– controricorrenti –
contro
(OMISSIS) S.R.L. (gia’ (OMISSIS) S.N.C.), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO SOMALIA 67, presso lo studio dell’avvocato RITA GRADARA, che la rappresenta e difende;
– resistente –
e contro
(OMISSIS) S.N.C. DI (OMISSIS);
– intimata –
avverso la sentenza n. 264/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 3/02/2014;
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/06/2018 dal Consigliere ENZO VINCENTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale RENATO FINOCCHI GHERSI, che ha concluso per l’accoglimento, p.q.r., del ricorso;
uditi gli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).

FATTI DI CAUSA

1. – In data 28 giugno 2002 si verifico’, in Treviso, il distacco e la caduta del braccio di una gru per l’edilizia nel cantiere in cui operava la (OMISSIS) S.p.A., che determino’ il crollo dell’adiacente magazzino della (OMISSIS) s.n.c., agente della (OMISSIS) s.n.c., le cui merci, custodite in detto magazzino, furono danneggiate; la (OMISSIS) s.n.c. (poi s.r.l.), nel 2003, convenne, quindi, in giudizio la (OMISSIS) S.p.A. e la (OMISSIS) s.n.c., per sentirle condannare al risarcimento dei danni conseguentemente subiti.
1.1. – Le societa’ convenute si costituirono negando la propria responsabilita’; la (OMISSIS) S.p.A. chiamo’ in causa la societa’ che aveva fabbricato la gru, (OMISSIS) s.r.l., che successivamente assunse la denominazione di (OMISSIS) s.r.l..
1.2. – Quest’ultima societa’ fu convenuta, altresi’, dalla stessa (OMISSIS) s.r.l.; a seguito della riunione delle cause, la (OMISSIS) s.r.l. chiamo’ in giudizio, per la manleva, il proprio assicuratore della responsabilita’ civile, (OMISSIS) S.p.A. (attualmente (OMISSIS) S.p.A.), assumendo che, essendo il sinistro verificatosi il 28 giugno 2002, per quell’evento era garantita dalla polizza avente durata dal 1 gennaio 2001 al 1 gennaio 2003, con una franchigia di Euro 4.547,00.
1.3. – L’ (OMISSIS) S.p.A. si costitui’ contestando la fondatezza della domanda di garanzia.
A tal fine dedusse di aver stipulato con la (OMISSIS) due distinti contratti di assicurazione della responsabilita’ civile: l’uno (contraddistinto dal n. (OMISSIS)) di durata dal 1 gennaio 2001 al 31 dicembre 2002; l’altro (contraddistinto dal n. (OMISSIS)) di durata dal 1 gennaio 2003 al 1 gennaio 2004.
In entrambi i contratti operava la cd. “clausola claims made”, sicche’ l’assicuratore era obbligato all’indennizzo solo per i danni il cui risarcimento fosse stato richiesto all’assicurato durante il periodo di efficacia della polizza; pertanto, avendo la (OMISSIS) s.r.l., terzo danneggiato, avanzato le proprie pretese nei confronti della (OMISSIS) soltanto nel 2003, era alla seconda polizza che doveva farsi riferimento, la quale, tuttavia, prevedeva una franchigia (di Euro 150.000) superiore al risarcimento richiesto, con la conseguenza che l’assicurato non poteva pretendere alcun indennizzo.
1.4. – L’adito Tribunale di Treviso, con sentenza del febbraio 2007, accolse la domanda proposta dalla (OMISSIS) s.r.l. nei confronti della (OMISSIS) S.p.A. e della (OMISSIS) s.r.l., che condanno’ al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 88.031,69, oltre accessori; accolse, altresi’, la domanda di garanzia della (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS), dichiarando nulla, ai sensi dell’articolo 1341 c.c., la clausola claims made.
2. – Avverso tale decisione proponevano gravame, in via principale, la (OMISSIS) S.p.A. e, in via incidentale, tutte le altre parti, ad eccezione della (OMISSIS) s.n.c..
2.1. – La Corte di Appello di Venezia, con sentenza del 3 febbraio 2014, accoglieva soltanto l’impugnazione principale della (OMISSIS) S.p.A., respingendo, quindi, la domanda di garanzia proposta dalla (OMISSIS).
2.2. – La Corte lagunare reputava, anzitutto, che la clausola “claims made”, di tipo “puro”, non rendesse nullo il contratto ai sensi dell’articolo 1895 c.c. e che non si prestasse neppure ad essere considerata vessatoria, avendo l’effetto non gia’ di restringere la responsabilita’ dell’assicuratore, bensi’ di delimitare l’oggetto del contratto.
2.3. – Cio’ premesso, il giudice di appello evidenziava che la polizza assumeva espressamente il “sinistro” assicurato come “la richiesta di risarcimento di danni per i quali e’ prestata l’assicurazione”, per cui, essendo il fatto verificatosi nel giugno 2002, ma la prima richiesta dei conseguenti danni pervenuta l’anno dopo, nel caso di specie doveva applicarsi la maggiore franchigia di Euro 150.000 Euro, tale essendo la misura prevista dal contratto vigente all’epoca in cui la (OMISSIS) aveva domandato di essere risarcita, sicche’ nulla era dovuto dalla (OMISSIS) S.p.A. poiche’ il danno causato dall’assicurata era inferiore a tale limite.
3. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la (OMISSIS) s.r.l. sulla base di cinque motivi.
La (OMISSIS) S.p.A. e la (OMISSIS) S.p.A. hanno resistito con separati controricorsi, mentre la (OMISSIS) s.r.l. ha depositato procura speciale di nomina del difensore e la (OMISSIS) s.n.c. di (OMISSIS) non ha svolto attivita’ difensiva.
In prossimita’ dell’udienza dell’8 novembre 2017 sono state depositate memorie ex articolo 378 c.p.c..
3.1. – La causa e’ stata, quindi, assegnata a queste Sezioni Unite su impulso dell’ordinanza interlocutoria n. 1465 dell’8 gennaio 2018, con cui la Terza Sezione civile ha prospettato che il caso all’esame pone, in tema di clausola c.d. claims made, questioni, di massima di particolare importanza, ulteriori e diverse rispetto a quelle gia’ scrutinate dalla sentenza delle stesse Sezioni Unite n. 9140 del 6 maggio 2016, cosi’ da sollecitarne un nuovo intervento.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo mezzo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1322 c.c., in punto di nullita’ per difetto di meritevolezza della clausola claims made.
La Corte territoriale ha escluso che il contratto assicurativo inter partes sia affetto da nullita’ per contrasto con l’articolo 1895 c.c., in quanto “atipico” in ragione della clausola claims made ivi contenuta, per effetto della quale e’ da considerarsi “sinistro” a tutti i fini contrattuali – e dunque non solo ai fini del pagamento dell’indennizzo – l’invio della richiesta di risarcimento all’assicurato da parte del danneggiato.
Tuttavia, il giudice di appello, nel giungere a tale conclusione, ha pretermesso il necessario giudizio di meritevolezza del contratto, che avrebbe dovuto effettuare, in modo stringente e in considerazione del complessivo regolamento negoziale, proprio in ragione della predicata atipicita’.
2. – Con il secondo mezzo e’ prospettata la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1917 c.c., comma 1, sempre in punto di nullita’ della clausola claims made, che avrebbe dovuto essere dichiarata nonostante la citata norma non venga richiamata dall’articolo 1932 c.c. tra quelle inderogabili, assumendo in se’ siffatta natura, poiche’ rappresenta la funzione del contratto di assicurazione – ossia il trasferimento del rischio derivante dall’esercizio di un’attivita’ dall’agente all’assicuratore -, per cui la sua deroga comporterebbe la nullita’ del contratto stesso per mancanza di causa e la sua immeritevolezza per contrarieta’ a norma imperativa.
3. – Con il terzo mezzo e’ denunciata la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1895 c.c., ancora in punto di nullita’ della clausola claims made, che avrebbe dovuto essere dichiarata in quanto il contratto di assicurazione inter partes (del 2003, con franchigia di Euro 150.000,00) ha assicurato, in concreto, un rischio gia’ verificatosi (insorto con il sinistro del giugno 2002), cio’ desumendosi dalla clausola di cui all’articolo 9 dello stesso contratto, che impone all’assicurato di denunciare il sinistro entro 10 giorni dalla sua verificazione, con la conseguenza che, dovendosi per sinistro intendersi il fatto dannoso, la claims made, riferendosi alla richiesta di risarcimento, consente di coprire un rischio gia’ sorto.
4. – Con il quarto mezzo si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1341 c.c., sulla vessatorieta’ della clausola claims made, che avrebbe dovuto essere dichiarata in quanto essa non limita l’oggetto del contratto di assicurazione, poiche’, come si desume dalla citata clausola di cui all’articolo 9 dello stesso contratto, imponendosi all’assicurato di denunciare il sinistro entro 10 giorni dalla sua verificazione, la responsabilita’ dell’assicuratore sorge con il fatto dannoso, con la conseguenza che la claims made, connettendola alla denuncia del terzo, la viene ad escludere.
5. – Con il quinto mezzo e’ prospettata la violazione del Decreto Legislativo n. 206 del 2005, articoli 117 e 118 sulla responsabilita’ del produttore.
La Corte territoriale avrebbe errato ad affermare la responsabilita’ di essa (OMISSIS), produttrice della gru, reputando inconferenti le difese in punto di assenza di colpa e imprevedibilita’ del danno, addossando ad essa societa’ la prova del fortuito, mentre, alla luce di quanto emerso dalla c.t.u., essa non poteva conoscere, ne’ prevedere la difettosita’ del prodotto in relazione al presunto difetto di progettazione.
6. – E’ logicamente prioritario lo scrutinio del quinto motivo di ricorso, giacche’ investe l’an debeatur.
Esso e’ in parte infondato e in parte inammissibile.
La Corte territoriale, sulla scorta delle risultanze della c.t.u. espletata in corso di giudizio, ha accertato che la caduta del braccio della gru era dipesa dalla “rottura del porta-ralla”, che “non era stato progettato in maniera corretta” (non essendo stata operata una “verifica a fatica per questo particolare, cosi’ come prescritto dalle norme DIN 15108”), la’ dove, poi, non erano “sufficienti – da sole – a spiegare il motivo del crollo” le “lesioni rilevate sul mantello cilindrico del porta-ralla, sicuramente da imputare a fenomeni di fatica del materiale”, cosi’ come erano “non dimostrabili sulla base dei dati oggettivi acquisiti” le ipotesi di “uso improprio o accidentalmente scorretto” della gru.
La sussunzione di detto accertamento nell’ambito della disciplina normativa di riferimento (Decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n. 224, articoli 5 e 6 applicabile ratione temporis, ora confluita nel Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206, articoli da 114 a 127 cd. “codice del consumo”) e’ stata effettuata correttamente dal giudice di appello, giacche’ consentanea al principio (cfr., tra le altre, Cass., 29 maggio 2013, n. 13458) per cui la responsabilita’ da prodotto difettoso ha natura presunta, e non oggettiva, poiche’ prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell’esistenza di un difetto del prodotto.
Pertanto, ai sensi del citato Decreto del Presidente della Repubblica n. 224 del 1988, articolo 8 (trasfuso nell’articolo 120 del cd. “codice del consumo”), mentre sul soggetto danneggiato incombe la prova del collegamento causale tra difetto del prodotto e danno, il produttore e’ tenuto a dimostrare i fatti che possono escludere la responsabilita’ secondo le disposizioni dell’articolo 6 (tra cui: non aver messo il prodotto in circolazione; inesistenza del difetto al momento in cui il prodotto e’ stato messo in circolazione; stato di conoscenze scientifiche al momento della produzione del prodotto tali da non consentire di reputarlo come difettoso).
Si palesano, quindi, inconsistenti le censure in iure, mentre sono inammissibili le ulteriori critiche che investono direttamente la quaestio facti, le quali non veicolano un vizio ascrivibile al paradigma di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, vigente n. 5 (ossia di omesso esame di un fatto, storico, decisivo e discusso tra le parti: Cass., S.U., 7 aprile 2014, n. 8053), ma prospettano soltanto una lettura delle (pur condivise) emergenze della c.t.u. divergente da quella fornita dal giudice del merito, affatto inidonea, dunque, a radicare uno scrutinio da parte di questa Corte.
7. – Preliminare allo scrutinio dei motivi che deducono la nullita’ della clausola claims made inserita nei contratti assicurativi stipulati dalla ricorrente e’ l’esame dell’eccezione di giudicato interno sollevata dalla (OMISSIS) S.p.A. proprio in relazione alla validita’ di detta clausola, avendola il Tribunale ritenuta tale sotto il profilo della liceita’, sebbene di natura vessatoria ai sensi dell’articolo 1341 c.c., senza che l’anzidetta statuizione sia stata fatta oggetto di impugnazione.
7.1. – L’eccezione va disattesa.
Il giudice di primo grado, in effetti, ha espressamente affermato (aderendo all’orientamento seguito da questa Corte con la sentenza n. 5624 del 2005) che la clausola claims made di cui al contratto di assicurazione inter partes, da reputarsi contratto atipico, era valida, giungendo poi a diverse conclusioni in punto di vessatorieta’ ai sensi del secondo comma dell’articolo 1341 c.c., apprezzandola come tale, ossia vessatoria, giacche’ ritenuta limitativa della responsabilita’ dell’assicuratore.
In presenza, dunque, di una espressa qualificazione in termini di validita’ della clausola, sia pure per profili differenti da quello inerente alla disciplina dell’articolo 1341 c.c., ma, in ogni caso, condizionante l’impostazione e l’indagine del primo giudice (che altrimenti si sarebbe arrestata in limine, stante la comunque doverosa attivazione del rilievo officioso, anche in assenza di sollecitazione di parte: Cass., sez. un., 12 dicembre 2014, n. 26242), la (OMISSIS) s.r.l., seppur vittoriosa all’esito finale della lite, aveva l’onere, al fine di sottoporre alla cognizione del giudice dell’impugnazione la devoluzione della predetta questione preliminare di nullita’ del contratto, di proporre appello incidentale, non essendone, altrimenti, possibile il rilievo d’ufficio ex articolo 345 c.p.c., comma 2, (per il giudicato interno formatosi ai sensi dell’articolo 329 c.p.c., comma 2), ne’ sufficiente la mera riproposizione ai sensi dell’articolo 346 c.p.c., utilizzabile, invece, ove quella questione non fosse stata oggetto di alcun esame, diretto o indiretto, ad opera del primo giudice (Cass., S.U., 12 maggio 2017, n. 11799; Cass., 19 marzo 2018, n. 6716).
Come risulta dagli atti (cui questa Corte ha accesso, quale giudice del “fatto processuale”, per la natura dello scrutinio richiesto dall’eccezione di giudicato interno), la (OMISSIS) ha proposto, avverso la decisione di primo grado, tempestivo appello incidentale, indicando formalmente come ad esso attinenti sei motivi, tra i quali non figura quello sulla validita’ della clausola claims made, come affermata dalla sentenza del Tribunale di Treviso.
Tuttavia, la stessa appellante incidentale, nel contrastare il motivo di appello della (OMISSIS) S.p.A. avverso la declaratoria di vessatorieta’ della predetta clausola, ha argomentato specificamente sulla nullita’ della stessa (segnatamente, per contrasto con gli articoli 1895 e 1917 c.c.: cfr. pp. 19/21 appello incidentale), per poi concludere (p. 45 appello incidentale) anche nel senso del rilievo della nullita’ della clausola claims made contenuta nella polizza (OMISSIS), al fine della conferma della sentenza di primo grado, con applicabilita’ della diversa polizza n. (OMISSIS).
Nell’appello incidentale della (OMISSIS) e’, dunque, ravvisabile, anche in riferimento alla questione della nullita’ della clausola claims made (per profili diversi dalla vessatorieta’), una chiara e specifica contestazione della parte di sentenza di primo grado relativa all’affermazione di validita’ della clausola medesima, trovando risalto, nel contesto dell’atto di impugnazione (senza che si imponga l’utilizzo di forme sacramentali per un’efficace proposizione rispetto allo scopo), quella combinazione tra parte volitiva e argomentativa diretta alla confutazione delle ragioni addotte dal primo giudice che rende l’impugnazione stessa non solo riconoscibile come tale, ma anche ammissibile ai sensi dell’articolo 342 c.p.c. (Cass., S.U., 16 novembre 2017, n. 27199).
8. – I primi due motivi di ricorso hanno indotto la Terza Sezione civile a sollecitare (con la ricordata ordinanza interlocutoria n. 1465 del 2018) un nuovo intervento di queste Sezioni Unite, dopo quello recente di cui alla sentenza del 6 maggio 2016, n. 9140, sulle problematiche giuridiche che, nell’ambito dell’assicurazione della responsabilita’ civile, si agitano intorno alle c.d. “clausole claims made” (di seguito anche soltanto claims made o claims).
9. – Giova anzitutto rammentare che dette clausole – come gia’ evidenziato dalla citata sentenze delle Sezioni Unite n. 9140 del 2016 – operano una deroga al modello di assicurazione della responsabilita’ civile delineato dall’articolo 1917 c.c., comma 1, poiche’ la copertura assicurativa viene ad operare non “in relazione a tutte le condotte, generatrici di domande risarcitorie, insorte nell’arco temporale di operativita’ del contratto, quale che sia il momento in cui la richiesta di danni venga avanzata” (modello c.d. boss occurrence o act committed), bensi’ in ragione della circostanza che nel periodo di vigenza della polizza intervenga la richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato (il c.d. claim) e che tale richiesta sia inoltrata dall’assicurato al proprio assicuratore.
Se questo e’ lo schema essenziale al quale si ispira il sistema c.d. “claims made” (letteralmente: “a richiesta fatta”), esso trova poi concretizzazione, nella prassi assicurativa, in base a piu’ varianti, la cui riduzione alle due categorie piu’ generali della claims “pura” (siccome imperniata sulle richieste risarcitorie inoltrate nel periodo di efficacia della polizza, indipendentemente dalla data di commissione del fatto illecito) e della claims “impura” (o mista: poiche’ operante la’ dove tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano nel periodo di efficacia del contratto, con possibile retrodatazione della garanzia alle condotte poste in essere anteriormente) e’ frutto unicamente di convenzionale semplificazione, la quale, tuttavia, non puo’ elidere la complessita’ del fenomeno.
Complessita’ che si apprezza, anzitutto, proprio a motivo di quelle varianti cui si faceva cenno, che introducono ulteriori previsioni pattizie orientate in piu’ direzioni: per un verso, volte a rendere effettiva la copertura assicurativa rispetto a claims intervenute anche in un certo arco temporale successivo alla scadenza del contratto (c.d. sunset clause o clausola di ultrattivita’ o di “postuma”); per altro verso, dirette a consentire all’assicurato, in aggiunta alla richiesta del danneggiato, di comunicare all’assicuratore, ai fini di operativita’ della polizza, anche le circostanze di fatto conosciute in corso di contratto e dalle quali potrebbe, in futuro, originarsi la richiesta risarcitoria (c.d. deeming clause).
9.1. – Sono ben note le ragioni storiche che hanno dato luogo, nell’ambito del mercato assicurativo, a partire da quello anglosassone e, poi, statunitense della prima meta’ degli ‘80 del secolo scorso, alle clausole claims made, affermatesi – in estrema sintesi – come risposta all’aumento dei costi per indennizzo generato dall’espansione, qualitativa e quantitativa, della tutela risarcitoria, in particolar modo nell’area dei rischi c.d. lungo-latenti, ossia dei danni da prodotti difettosi, quelli ambientali e quelli da responsabilita’ professionale (segnatamente, in ambito di responsabilita’ sanitaria).
Di qui, per l’appunto (come ricordato dalla citata sentenza n. 9140 del 2016), l’esigenza, avvertita dalle imprese di assicurazione, di circoscrivere l’operativita’ della assicurazione ai soli sinistri “reclamati” durante la vigenza del contratto, cosi’ da consentire alla compagnia “di conoscere con precisione sino a quando sara’ tenuta a manlevare il garantito e ad appostare in bilancio le somme necessarie per far fronte ai relativi esborsi”, con evidente ulteriore agevolazione nel calcolo del premio assicurativo.
9.2. – Volgendo per un momento lo sguardo a quelle aree di cultura giuridica piu’ vicine al nostro ordinamento, non e’ superfluo evidenziare come l’assicurazione “on claims made basis” sia stata oggetto gia’ da tempo, in alcuni Paesi (ad es., Francia, Spagna e Belgio), di riconoscimento a livello di diritto positivo, sebbene con modulazioni particolari e (come accenna la stessa ordinanza interlocutoria n. 1475 del 2018) quale risposta al sostanziale sfavore della giurisprudenza (seppure una tale dinamica non colga propriamente la realta’ spagnola).
In Francia, dapprima la L. 30 dicembre 2002, n. 1577 (c.d. Loi About), in materia di responsabilita’ sanitaria, ha previsto che la relativa assicurazione possa prevedere clausole c.d. “base reclamation”, per cui l’operativita’ della garanzia presuppone la richiesta risarcitoria del danneggiato ed e’ modulata con la previsione di una retroattivita’ illimitata ed una ultrattivita’ (“garantie subse’quente”) non inferiore a cinque anni ovvero di dieci anni per i medici liberi professionisti in caso di cessazione dell’attivita’ o di decesso.
Di poco successiva e’ stata, quindi, l’emanazione della L. 1 agosto 2003, n. 706 (di “Securite’ Financiere'”), che, novellando il Code des Assurances, ha introdotto, accanto alla assicurazione incentrata sul “fait dommageabie” e per i soli rischi industriali e professionali, il meccanismo di garanzia “base reciamation”, imponendo, tuttavia, una durata quinquennale del relativo contratto.
In Spagna, all’esito di un vivo dibattito dottrinale e giurisprudenziale sulla validita’ o meno delle claims made, il legislatore (modificando la L. 8 novembre 1995, n. 30, articolo 73 sull’ordinamento delle assicurazioni private) ha introdotto le claims made come clausole “limitative” dei diritti dei contraenti deboli, configurandone l’ammissibilita’ in base a due tipologie: 1) quella (post-copertura) che estende la garanzia ad un periodo minimo di almeno un anno rispetto alla scadenza del contratto; 2) quella che estende la copertura in modo retroattivo, ad evento dannoso verificatosi prima della conclusione del contratto, ma con richiesta di risarcimento intervenuta durante la vigenza del contratto.
Il dibattito rimane aperto (non sulla validita’ in astratto delle clausole claims made, ma) sulla qualificazione legislativa di “clausola limitativa dei diritti degli assicurati”, la’ dove la giurisprudenza (Trib. S. n. 2508/2014) sembra orientata a ritenere che le claims made siano piuttosto previsioni limitative dell’oggetto del contratto”.
Infine, in Belgio, il meccanismo di garanzia improntato sulle clausole claims made e’ stato previsto dalla L. 25 giugno 1992, articolo 78 sul contratto di assicurazione terrestre, successivamente modellato (nel dicembre 1994) con una ultrattivita’ di trentasei mesi dalla scadenza della polizza (“garantie de posterite'”) ed escluso per i c.d. rischi di massa.
10. – Invero – ed e’ opportuno darne conto sin d’ora -, anche nel nostro ordinamento l’assicurazione secondo il modello delle clausole claims made ha trovato, assai di recente, espresso riconoscimento legislativo, a seguito degli interventi recati, in particolare, dalla L. 8 marzo 2017, n. 24, articolo 11 e Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138, articolo 3, comma 5, lettera e), (convertito, con modificazioni, dalla L. 14 novembre 2011, n. 148), come novellato dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, articolo 1, comma 26.
La prima disposizione, concernente l’obbligo (previsto dalla medesima L. n. 24, articolo 10) di assicurazione delle strutture sanitarie per la responsabilita’ civile verso i terzi e i prestatori d’opera (che riguarda anche la stipula di polizze per la copertura della responsabilita’ civile verso terzi degli esercenti le professioni sanitarie di cui si avvalgano, ma non gia’ dei sanitari “liberi professionisti”, ai sensi dello stesso articolo 10, comma 2 per i quali trova applicazione l’articolo 3 innanzi citato), stabilisce, anzitutto, che la “garanzia assicurativa deve prevedere una operativita’ temporale anche per gli eventi accaduti nei dieci anni antecedenti la conclusione del contratto assicurativo, purche’ denunciati all’impresa di assicurazione durante la vigenza temporale della polizza”.
La norma prevede, poi, che, in caso di “cessazione definitiva dell’attivita’ professionale per qualsiasi causa”, la garanzia debba contemplare “un periodo di ultrattivita’ della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilita’ verificatisi nel periodo di efficacia della polizza, incluso il periodo di retroattivita’ della copertura”. Una tale ultrattivita’ “e’ estesa agli eredi e non e’ assoggettabile alla clausola di disdetta”.
E’ evidente che il meccanismo presupposto dall’articolo 11 in esame non sia quello legato al “fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione” di cui all’articolo 1917 c.c., comma 1 non avendo altrimenti ragion d’essere la previsione, al tempo stesso, di un periodo di retroattivita’ e uno di ultrattivita’ della copertura, sebbene, poi, la norma, in base alla sua formulazione letterale, evochi, per la copertura retroattiva, lo schema della deeming clause, innanzi richiamata, facendo riferimento alla sola “denuncia” dell’evento alla compagnia di assicurazione.
Del Decreto Legge n. 138 del 2011, articolo 3, il comma 5 (convertito, con modificazioni, dalla L. n. 148 del 2011), novellato nel 2017, riguarda invece l’obbligo di “stipulare idonea assicurazione” posto a carico dell’esercente una libera professione in relazione ai rischi da questa derivanti.
Ferma la liberta’ contrattuale delle parti, le condizioni generali di polizza “prevedono l’offerta di un periodo di ultrattivita’ della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilita’ verificatisi nel periodo di operativita’ della copertura”. La previsione e’, poi, resa applicabile “alle polizze assicurative in corso di validita’ alla data di entrata in vigore della presente disposizione”.
Nel caso dell’illustrato comma 5, sembra evidente, quindi, che il meccanismo prefigurato sia quello di una clausola claims made su cui si viene ad innestare una sunset clause.
Non puo’ non rammentarsi, infine, che, sulla scia del Decreto Legge n. 138 del 2011, originario articolo 3, comma 5, (convertito, con modificazioni, dalla L. n. 148 del 2011) e del Decreto del Presidente della Repubblica 7 agosto 2012, n. 137, correlato articolo 5, la L. 31 dicembre 2012, n. 247, articolo 12, comma 1, sul nuovo ordinamento della professione forense, ha imposto agli avvocati analogo espresso obbligo di assicurazione per la responsabilita’ civile, demandando (comma 5) al Ministro della giustizia la previsione, e l’aggiornamento, delle condizioni essenziali e dei massimali minimi di polizza.
Ne e’ scaturito il Decreto Ministeriale 22 settembre 2016, il cui articolo 2, rubricato “Efficacia nel tempo della copertura assicurativa”, ha stabilito, in linea con il sistema claims made (con variante sunset clause), che la “assicurazione deve prevedere, anche a favore degli eredi, una retroattivita’ illimitata e un’ultrattivita’ almeno decennale per gli avvocati che cessano l’attivita’ nel periodo di vigenza della polizza”, con esclusione, in capo all’assicuratore, della facolta’ di recesso dal contratto “a seguito della denuncia di un sinistro o del suo risarcimento, nel corso di durata dello stesso o del periodo di ultrattivita’”.
11. – L’ordinanza interlocutoria della Terza Sezione civile, nell’esaminare i primi due motivi di ricorso, si e’ interrogata sulla tenuta giuridica del sistema assicurativo “claims made”, adducendo che le censure di parte ricorrente suscitavano “problemi… ulteriori e diversi rispetto a quelli esaminati e decisi” dalla citata sentenza n. 9140 del 2016, per poi sintetizzare le “soluzioni preferibili” a detti “problemi” in due “principi”, dei quali si chiede che ne venga saggiata la correttezza.
11.1. – Il primo di detti “principi” e’ cosi’ declinato: “Nell’assicurazione contro i danni non e’ consentito alle parti elevare al rango di “sinistri” fatti diversi da quelli previsti dall’art.. 1882 c.c., ovvero, nell’assicurazione della responsabilita’ civile, dall’articolo 1917 c.c., comma 1″.
Il “sinistro” – esordisce l’ordinanza interlocutoria – e’ soltanto un evento avverso, dannoso, e non voluto dall’assicurato. Cio’ e’ confermato non soltanto da plurimi dati normativi, sia di rango primario, che secondario, e pure di matrice Eurounitaria (Direttiva 2009/103/CE; Direttiva 2009/138/CE), ma anche dall’interpretazione sistematica, per cui il sinistro (o rischio in concreto/avverato) di cui all’articolo 1882 c.c. e’ l’avveramento del rischio di cui all’articolo 1895 c.c. (rischio in astratto) e il rischio assicurabile, nell’assicurazione contro i danni, e’ quello che ha ad oggetto un evento futuro, possibile, incerto, oggettivamente esistente e non artificialmente creato, derivante da causa non voluta pregiudizievole per l’assicurato.
Dunque, se le parti hanno la facolta’ di assicurare qualsiasi tipo di rischio, non hanno, invece, la facolta’ di definire “sinistro” un evento che non costituisca avveramento del rischio assicurato, e sia privo dei caratteri di quello, ovvero non volizione e dannosita’ (altrimenti, nulla piu’ distinguerebbe un’assicurazione da una scommessa). Un patto di tal genere sarebbe nullo se concluso da un’impresa di assicurazione, la quale ha l’obbligo di limitare la propria attivita’ alla stipula di contratti assicurativi del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, ex articolo 11, comma 2, salve le eccezioni previste dalla legge, tra le quali non rientra di certo la raccolta di scommesse.
Analogamente, nell’assicurazione della responsabilita’ civile, che costituisce un sottotipo dell’assicurazione danni, la definizione di cui all’articolo 1917 c.c., comma 1, consente di affermare che il rischio in astratto e’ l’impoverimento dell’assicurato, mentre il rischio in concreto (o sinistro) e’ la causazione, da parte dell’assicurato, di un danno a terzi del quale debba rispondere.
Le parti di un contratto di assicurazione della responsabilita’ civile non potrebbero quindi pattuire che il sinistro, ovvero il rischio avverato, possa consistere in un fatto diverso dalla commissione di un illecito aquiliano da parte dell’assicurato. Il rischio si avvera con il fatto illecito, perche’ e’ questo che fa sorgere l’obbligazione risarcitoria di cui si intende traslare il rischio stesso e non gia’ con la richiesta risarcitoria.
Se cio’ avvenisse e se si ritenesse valida la clausola che qualifica “sinistro” la richiesta risarcitoria del terzo, si verificherebbero “sei conseguenze talmente paradossali, da risultare inaccettabili a qualsiasi ordinamento civile”, e precisamente: a) si farebbe dipendere l’obbligazione dell’assicuratore da un evento non dannoso, in deroga a quanto stabilito dall’articolo 1882 c.c.; b) si farebbe dipendere l’obbligazione dell’assicuratore “dall’avverarsi di un evento al cui avverarsi l’assicurato non ha un interesse contrario”, in deroga a quanto stabilito dall’articolo 1882 c.c.; c) si renderebbe impossibile l’adempimento dell’obbligo di salvataggio, di cui all’articolo 1914 c.c., atteso che per adempiere tale obbligo l’assicurato dovrebbe rendersi irreperibile alle richieste del terzo, ovvero non accettare le raccomandate o le notificazioni da questo speditegli; d) l’assicurato non potrebbe mai avere nessuna copertura nell’ipotesi di assicurazione della responsabilita’ civile per conto altrui (articolo 1891 c.c.; ad esempio quella stipulata dal datore di lavoro a beneficio dei dipendenti), perche’ il contraente che avanzasse una richiesta di risarcimento porrebbe in essere un atto volontario, e quindi doloso, la cui copertura e’ esclusa dall’articolo 1900 c.c.; e) si perverrebbe all’assurdo che anche una richiesta infondata costituirebbe un “sinistro”, e farebbe scattare per l’assicuratore il diritto di recesso; f) nel caso di morte dell’assicurato, cesserebbe il rischio ex articolo 1896 c.c. e si scioglierebbe il contratto, e gli eredi dell’assicurato che avesse commesso un danno sarebbero sempre e comunque privi della copertura assicurativa.
11.2. – Il secondo “principio” e’ cosi’ enunciato: “Nell’assicurazione della responsabilita’ civile deve ritenersi sempre e comunque immeritevole di tutela, ai sensi dell’articolo 1322 c.c., la clausola la quale stabilisca la spettanza, la misura ed i limiti dell’indennizzo non gia’ in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui l’assicurato ha causato il danno, ma in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui il terzo danneggiato ha chiesto all’assicurato di essere risarcito”.
La meritevolezza di cui all’articolo 1322 c.c. – argomenta il Collegio rimettente – non si esaurisce nella liceita’ del contratto, del suo oggetto o della sua causa. Essa e’, piuttosto, un giudizio che investe non il contratto in se’, ma il risultato con esso perseguito, e tale risultato dovra’ dirsi immeritevole quando sia contrario alla coscienza civile, alla economia, al buon costume o all’ordine pubblico, ossia ai principi di solidarieta’, parita’ e non prevaricazione che il nostro ordinamento pone a fondamento dei rapporti privati.
Il “diritto vivente” ha ravvisato l’immeritevolezza di contratti o patti con lo scopo di: a) attribuire ad una delle parti un vantaggio ingiusto e sproporzionato, senza contropartita per l’altra (Cass. n. 19559 del 2015 e Cass. n. 22950 del 2015); b) porre una delle parti in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altra (Cass. n. 9975 del 1995, Cass. n. 1898 del 2000, Cass. n. 12454 del 2009, Cass. n. 3080 del 2013 e Cass. n. 4222 del 2017); c) costringere una delle parti a tenere condotte contrastanti coi superiori doveri di solidarieta’ costituzionalmente imposti (Cass. n. 14343 del 2009).
Dunque, la claims made, “nella parte in cui esclude il diritto dell’assicurato all’indennizzo quando la richiesta di risarcimento gli pervenga dal terzo dopo la scadenza del contratto”, e’ immeritevole sotto tutti e tre gli anzidetti profili, in quanto: 1) procura all’assicuratore un ingiusto vantaggio senza contropartita, poiche’ esclude dalla copertura i sinistri verificatisi in prossimita’ della scadenza della polizza e che verosimilmente verranno denunciati all’assicurato dopo la scadenza, determinando cosi’ uno iato tra il tempo per il quale e’ stata stipulata l’assicurazione (e pagato il premio) e il tempo nel quale puo’ avverarsi il rischio; 2) pone l’assicurato in una posizione di soggezione rispetto al danneggiato, che puo’ liberamente decidere il momento in cui inoltrare all’assicurato la richiesta di risarcimento, momento che potrebbe cadere dopo la scadenza della polizza (e cio’ comporterebbe due conseguenze paradossali: a) l’interesse dell’assicurato a ricevere prontamente la richiesta di risarcimento, in contrasto col principio desumile dall’articolo 1904 c.c.; b) l’aporia in forza della quale l’assicurato che tace e aspetta la richiesta perde la copertura, ma se si attiva e sollecita il danneggiato, viola l’obbligo di salvataggio ex articolo 1915 c.c.); 3) se l’assicurato adempisse spontaneamente all’obbligazione risarcitoria, secondo correttezza e buona fede, mancherebbe una richiesta di risarcimento fatta dal danneggiato e di conseguenza l’assicuratore potrebbe anche rifiutare l’indennizzo.
12. – Reputa questa Corte, a Sezioni Unite, che agli interrogativi posti dall’ordinanza interlocutoria occorra dare una risposta unitaria, che affronti e risolva direttamente la problematica di fondo che gli stessi, pur evocando aspetti apparentemente diversi, mettono al centro del discorso giuridico, ossia quella che, a partire dal profilo della meritevolezza degli interessi coinvolti, investe il piano della validita’ delle clausole “claims made”.
Una problematica, dunque, da esaminare anzitutto in ragione dell’astratto declinarsi di un siffatto meccanismo assicurativo, sia pure tenendo conto delle variabili operative in precedenza ricordate.
12.1. – Il percorso decisionale non e’ pregiudicato, ne’ comunque ingessato, nella scelta, tra piu’ opzioni possibili, della soluzione interpretativa da preferire, dalla sentenza n. 4912 del 2 marzo 2018, nel frattempo intervenuta in controversia tra le medesime parti del presente giudizio, sorta a seguito dello stesso fatto illecito di danno (sebbene con conseguenze dannose differenti) e vertente su azione di manleva, proposta dalla (OMISSIS) s.r.l. nei confronti della (OMISSIS) S.p.A., in forza delle polizze assicurative anche in questa sede dedotte, con la distinzione, pero’, della presenza (in quel giudizio) di un’appendice alla seconda polizza (quella distinta dal n. (OMISSIS)), contenente una clausola del tipo “loss occurence”.
Circostanza, quest’ultima, che, unitamente al rilievo per cui la ratio decidendi della sentenza n. 4912 (che sorregge l’esito della cassazione con rinvio della sentenza ivi impugnata) rinviene il proprio antecedente logico necessario non gia’ nella presupposta qualificazione giuridica dei contratti di assicurazione inter partes, bensi’ nei ritenuti meccanismi pratici di operativita’ delle stipulate polizze in collegamento tra loro, porta ad escludere che, nella specie, detta pronuncia possa configurarsi come giudicato esterno. Giudicato che, altrimenti, avrebbe impedito il piu’ ampio margine di esercizio dei compiti che il Regio Decreto n. 12 del 1941, articolo 65 assegna a questa Corte Suprema.
Dunque, la vitalita’ dello spazio cosi’ interamente conservato alla funzione nomofilattica consente di esercitare quest’ultima in modo armonico rispetto alla sua specifica vocazione di costituire in precedente orientativo il principio di diritto che si andra’ ad enunciare.
13. – Il delineato contesto induce il Collegio a privilegiare un’impostazione di metodo che fa muovere l’ermeneusi dall’analisi di una complessita’ gia’ risolta sul piano del diritto positivo di piu’ recente conio – seppure esso si collochi in un momento successivo ai fatti generatori della controversia in esame -, per poi trarne un risultato capace, insieme ad altri elementi convergenti, di alimentare l’argomentazione giuridica sino a condurla nel porto della regula (o delle regulae) iuris da somministrare anche nel presente caso concreto.
13.1. – L’intervento del legislatore nazionale innanzi illustrato (§ 10), in sostanziale consonanza con la regolamentazione di settore presente in altri ordinamenti di comune cultura giuridica, illumina il “fenomeno” delle clausole claims made (complessivamente inteso, nelle varie formulazioni in cui si manifesta) con una luce retrospettiva, che ne consente una lettura disancorata dal mero dato diacronico costituito dal momento di emanazione delle disposizioni dettate dalla fonte formale di rango primario (L. n. 24 del 2017, articolo 11; Decreto Legge n. 138 del 2011, articolo 3, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 148 del 2011 e novellato dalla L. n. 124 del 2017, articolo 1, comma 26) o da quella espressamente abilitata a normare ( Decreto Ministeriale 22 settembre 2016, articolo 2), giacche’ il diritto legislativo (o di immediata derivazione) ha recuperato nel substrato della realta’ materiale socio-economica una regolamentazione giuridica pattizia gia’ diffusa nel settore assicurativo.
La legge, dunque, nell’imporre l’adozione di “idonea” assicurazione per la responsabilita’ civile sanitaria e dei professionisti in genere, ha individuato, tra le coordinate di base, inderogabili in pejus, della disciplina del relativo contratto, il modello della clausola claims made, seppure con le modulazioni e le varianti di cui innanzi si e’ detto.
Nel porsi, dunque, sul piano astratto della standardizzazione del contenuto contrattuale di cio’ che, espressamente, e’ qualificata come assicurazione della responsabilita’ civile e, quindi, riannodandosi alla fattispecie di cui all’articolo 1917 c.c., che, a sua volta, e’ modello innestato nel corpo del tipo dell’assicurazione contro i danni (articoli 1882, 1904 e 1918 c.c.), il legislatore ha in tal modo evidenziato che, nello spazio concesso dalla derogabilita’ (articolo 1932 c.c.) del sotto-tipo delineato dal primo comma del citato articolo 1917 (ossia dello schema improntato al loss occurence o all’act committed), ben si colloca, e non da ora soltanto, il modello claims made, da accettarsi, dunque, nell’area della tipicita’ legale e di quella stessa del codice del 1942, nel suo piu’ ampio delinearsi come assicurazione contro i danni, rifluendo nell’alveo proprio dell’esercizio dell’attivita’ assicurativa (secondo il combinato disposto del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articolo 2, comma 3, nn. 13 e 11, comma 2 e articolo 11).
E cio’, ovviamente, e’ conclusione che si fa apprezzare non solo in riferimento al settore sanitario e delle professioni, ma in linea piu’ generale, perche’ quella standardizzazione attiene anzitutto al meccanismo di base di operativita’ della claims made, comune, dunque, agli altri campi di elezione in cui detto modello si trova ad essere praticato, in quanto aggregati, e giustificati, dalla medesima logica assicurativa, ossia quella della copertura dai rischi per danni da eziologia incerta e/o caratterizzati da una lungolatenza.
14. – La chiave interpretativa fornita dal diritto positivo vigente non solo consente una lettura, di per se’, concludente del “fenomeno” in esame, ma, al tempo stesso, esalta ulteriori virtualita’ ermeneutiche, gia’ sperimentabili nel contesto soltanto codicistico e in nuce presenti nella stessa sentenza n. 9140 del 2016 di queste Sezioni Unite, ma, in parte, predicate anche dall’ordinanza interlocutoria n. 1465 del 2018.
14.1. – Non si dubita, infatti, che nell’assicurazione contro i danni (articolo 1882 c.c.) la garanzia riguardi il danno “prodotto da un sinistro” e che, quest’ultimo, alla stregua del linguaggio giuridico fatto proprio dal “diritto vivente” (a prescindere, quindi, dalla anfibologia del linguaggio della prassi assicurativa), e’ da ravvisarsi nel fatto, materiale e storico (o come, si esprime l’articolo 1917 c.c. il “fatto accaduto”), idoneo a provocare il danno.
Tuttavia, proprio perche’ il danno rappresenta l’ubi consistam dell’interesse dell’assicurato a stipulare il contratto, altrimenti nullo in assenza di esso (richiamando l’articolo 1904 c.c., per l’appunto, l’interesse al “risarcimento del danno” e venendo, dunque, a configurare la c.d. “causa indennitaria” del tipo assicurativo in esame), occorre centrare l’attenzione proprio su quest’ultimo fattore, che integra il rischio assicurabile, la cui incertezza deve permanere intatta sino al momento di inizio dell’assicurazione, come incertezza – nel caso della assicurazione della responsabilita’ civile – sull’impoverimento del patrimonio del danneggiante-assicurato, quale conseguenza del relativo fatto generatore (ossia il sinistro).
Cio’ che, del resto, segna anche la diversa portata che il binomio sinistro/danno assume nell’assicurazione contro i danni per la perdita o il danneggiamento di cose rispetto a quella che garantisce il patrimonio dalla responsabilita’ civile, la’ dove solo nel primo caso detto binomio palesa una inscindibilita’, intrinseca, tra i due termini, essendo proprio e soltanto l’evento a determinare il danno da cui scatta l’obbligo di indennizzo.
14.2. – In questa prospettiva e’ da assumersi l’approdo nomofilattico della citata sentenza n. 9140 del 2016 sulla assicurabilita’ dei rischi pregressi, la’ dove si pone in risalto, segnatamente, che “il rischio dell’aggressione del patrimonio dell’assicurato in dipendenza di un sinistro verificatosi nel periodo contemplato dalla polizza si concretizza progressivamente, perche’ esso non si esaurisce nella sola condotta materiale, cui pur e’ riconducibile causalmente il danno, occorrendo anche la manifestazione del danneggiato di esercitare il diritto al risarcimento”.
Sicche’, la liceita’ della claims made con “garanzia pregressa” si apprezza “perche’ afferisce a un solo elemento del rischio garantito, la condotta colposa posta gia’ in essere e peraltro ignorata, restando invece impregiudicata l’alea dell’avveramento progressivo degli altri elementi costitutivi dell’impoverimento patrimoniale del danneggiante-assicurato”.
14.3. – Ove, poi, si riconduca ancora nell’area del concetto di rischio assicurabile l’argomentazione giuridica, le conclusioni anzidette trovano ulteriore conforto in quel successivo passaggio della sentenza in cui la clausola claims made (seppure con uno sguardo incentrato su quella “impura”, ma in base ad assunti gia’ spesi in linea piu’ generale) e’ vista in termini di delimitazione dell’oggetto del contratto (con conseguente esclusione, quindi, della natura vessatoria della clausola ai sensi dell’articolo 1341 c.c., in quanto non limitativa della responsabilita’: approdo, questo, di un’interpretazione nomofilattica che va anche qui ribadito), correlandosi l’insorgenza dell’indennizzo, e specularmente dell’obbligo di manleva, alla combinata ricorrenza della condotta del danneggiante (la vicenda storica determinativa delle “conseguenze patrimoniali” di cui “l’assicurato intende traslare il rischio”: cioe’, del “danno”) e della richiesta del danneggiato.
14.4. – Se cosi’ e’, l’ambito delineato risulta allora consentaneo ad una deroga convenzionale, abilitata dall’articolo 1932 c.c., alla disciplina del modello di assicurazione della responsabilita’ civile (o sotto-tipo) di cui all’articolo 1917 c.c., comma 1 senza che cio’ comporti una deviazione strutturale della fattispecie negoziale tale da estraniarla dal tipo, nel contesto del piu’ ampio genus dell’assicurazione contro i danni (articolo 1904 c.c.), della cui causa indennitaria la clausola claims made e’ pienamente partecipe.
14.5. – La gia’ ricordata scelta legislativa di questi ultimi tempi lo conferma, avendo portato ad emersione quella circolarita’ tra impianto codicistico e micro-sistema speciale che, nella evidenziata saldatura tra i due ambiti, esprime una forza ordinante particolarmente efficace, consentendo anche una simbiosi di categorie e rimedi.
15. – La prima conseguenza di un tale esito ermeneutico e’ quella del superamento di un giudizio improntato alla logica propria della “meritevolezza”, siccome ancorata al presupposto della atipicita’ contrattuale (articolo 1322 c.c., comma 2) e, quindi, frutto di una autonomia privata che, in quel determinato e peculiare esercizio, sebbene abbia gia’ trovato riconoscimento nella realta’ socio-economica, non ancora rinviene il proprio referente nel “tipo” prefigurato dalla legge.
La’ dove, poi, quest’ultima, la legge, non puo’ evidentemente soggiacere, in quanto tale, al test anzidetto, bensi’ solo ad una verifica (ove ritenuta rilevante e con un fumus di consistenza) di rispondenza ai parametri recati dalla sua fonte di validazione, ossia quelli costituzionali.
16. – Rimane, pero’, vivo e vitale il test su come la libera determinazione del contenuto contrattuale, tramite la scelta del modello claims made, rispetti, anzitutto, i “limiti imposti dalla legge”, che il primo comma dell’articolo 1322 c.c. postula per ogni intervento conformativo sul contratto inerente al tipo, in ragione del suo farsi concreto regolamento dell’assetto di interessi perseguiti dai paciscenti, secondo quella che suole definirsi “causa in concreto” del negozio.
Ed e’ un test che non prescinde, pero’, dalla stessa tensione ispiratrice dello scrutinio di meritevolezza di cui al capoverso del citato articolo 1322 c.c. e che guarda – come questa Corte ha in piu’ di un’occasione evidenziato (tra le altre, Cass., 1 aprile 2011, n. 7557; Cass., 10 novembre 2015, n. 22950; Cass., S.U., 17 febbraio 2017, n. 4224) – alla complessita’ dell’ordinamento giuridico, da assumersi attraverso lo spettro delle norme costituzionali, in sinergia con quelle sovranazionali (nel loro porsi come vincolo cogente: articolo 117 Cost., comma 1) e segnatamente delle Carte dei diritti, le quali norme non imprimono all’autonomia privata una specifica ed estraniante funzionalizzazione, bensi’ ne favoriscono l’esercizio, ma non gia’ in conflitto con la dignita’ della persona e l’utilita’ sociale (articoli 2 e 41 Cost.), operando, dunque, in una prospettiva promozionale e di tutela.
17. – In tale contesto, quindi, si rende opportuna un’indagine a piu’ ampio spettro, che non si arresti alla sola conformazione genetica del contratto assicurativo, ma ne investa anche il momento precedente alla sua conclusione e quello relativo all’attuazione del rapporto.
Si tratta, del resto, di un territorio esplorato anche dalla menzionata sentenza n. 9140 del 2016 di queste Sezioni Unite, che, sebbene proprio nell’ottica del giudizio di meritevolezza dell’esercizio dell’autonomia privata, ha, comunque, messo in risalto varie criticita’ come l’asimmetria della posizione delle parti ovvero, per certi rapporti, l’operativita’ di un meccanismo penalizzante all’esordio e allo scadere della garanzia contrattuale, tale da determinare “buchi di copertura” assicurativa -, le quali non evaporano per il solo fatto che quel giudizio piu’ non si imponga come tale.
18. – Sul piano della fase prodromica alla conclusione del contratto secondo il modello della claims made, gli obblighi informativi sul relativo contenuto devono essere assolti dall’impresa assicurativa o dai suoi intermediari in modo trasparente e mirato alla tutela effettiva dell’altro contraente, nell’ottica di far conseguire all’assicurato una copertura assicurativa il piu’ possibile aderente alle sue esigenze.
E tanto si imponeva (Cass., 24 aprile 2015, n. 8412) ben prima della posizione delle regole specificamente dettate dalle disposizioni del codice delle assicurazioni private di cui al Decreto Legislativo n. 209 del 2005 (tra le altre, articoli 120, 166, 183-187), essendo gia’ scolpita nel sistema piu’ generale la necessita’ che, nella fase precontrattuale, il contatto tra le parti, in quanto qualificato dall’affidamento reciproco e dallo scopo perseguito, sia improntato, alla stregua del formante normativo di cui agli articoli 1175 e 1375 c.c. e articolo 2 Cost., al rispetto degli obblighi di buona fede, di protezione e di informazione (Cass., 12 luglio 2016, n. 14188), che, nella specie (e, segnatamente, quelli informativi), devono tendere alla trasparenza ottimale dei contenuti negoziali predisposti, cosi’ da consentire alla controparte di rappresentarsi al meglio portata e convenienza degli effetti contrattuali.
18.1. – La violazione di tali obblighi nella fase precontrattuale (articoli 1337 e 1338 c.c.) potra’ assumere rilievo anche in ipotesi di contratto validamente concluso, allorquando si accerti che la parte onerata abbia omesso, nella fase delle trattative, informazioni rilevanti che avrebbero altrimenti, con un giudizio probabilistico, indotto ad una diversa conformazione del contratto stesso (Cass., 23 marzo 2016, n. 5762).
Tanto a prescindere dalla eventualita’ stessa che la condotta scorretta abbia potuto dar luogo ad un vizio del consenso (articolo 1427 c.c.), con tutte le relative conseguenze anche in termini di annullabilita’ del contratto ovvero di ristoro dei danni nell’ipotesi di dolo incidente (articolo 1440 c.c.).
Sicche’, il rimedio risarcitorio al quale potra’ aspirare il contraente pregiudicato (nell’ottica, che va ribadita, della separazione tra regole di condotta, che attengono alla dinamica del rapporto, e regole di validita’ o di struttura, come delineata da Cass., sez. un., 19 dicembre 2007, n. 26724 e ripresa anche dalla citata sentenza n. 9140 del 2016) dovra’ essere in grado di far conseguire ad esso un effettivo ristoro del danno patito, commisurabile all’entita’ delle utilita’ che avrebbe potuto ottenere in base al contratto correttamente concluso.
19. – La stipulazione del contratto di assicurazione della responsabilita’ civile “on claims made basis” introduce, poi, l’indagine sul contenuto negoziale.
19.1. – Sotto questo profilo, non puo’ escludersi, anzitutto, che, all’esito dell’interpretazione rimessa al giudice del merito e da condursi secondo i criteri legali (tra cui quello del comportamento delle parti che precede la genesi del vincolo contrattuale: articolo 1362 c.c., comma 2), si possa giungere a riconoscere un’implementazione del regolamento negoziale ad opera di quelle prestazioni oggetto di informativa precontrattuale, inclini a modulare un adeguato assetto degli interessi dell’operazione economica, che non abbiano poi trovato puntuale e congruente riscontro nel contratto assicurativo concluso.
19.2. – E l’ottica di adeguatezza del contratto agli interessi in concreto avuti di mira dai paciscenti e’ proprio quella che costituisce il fulcro dell’indagine in esame, che veicola, per l’appunto, una verifica di idoneita’ del regolamento effettivamente pattuito rispetto all’anzidetto obiettivo.
Verifica che transita attraverso la portata che assume la c.d. “causa concreta” del contratto, ossia quella che ne rappresenta lo scopo pratico, la sintesi, cioe’, degli interessi che lo stesso negozio e’ concretamente diretto a realizzare, quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di la’ del modello astratto utilizzato (per tutte, Cass., 8 maggio 2006, n. 10490).
19.3. – E’ evidente che si tratta di una verifica condizionata dalle circostanze del caso concreto, ma essa trova gia’ su un piano di generica astrazione le proprie coordinate, selezionate, a loro volta, dalla diversita’ della tipologia dei rapporti assicurativi, rispetto ai quali la risposta in termini di tutela non potra’ che essere diversificata.
Con la precisazione, che sin d’ora si rende opportuna, che – come ricordato dalla sentenza n. 9140 del 2016 – rimane soltanto residuale la possibilita’ di avvalersi della tutela consumeristica somministrata dal Decreto Legislativo n. 206 del 2005, articolo 36 (in ragione del “significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto” presidiato da una nullita’ di protezione), giacche’ riservata alle persone fisiche che concludono un contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’attivita’ imprenditoriale o professionale eventualmente esercitata (tra le molte, Cass., 23 settembre 2013, n. 21763; Cass., 12 marzo 2014, n. 5705), ossia ai settori cui, in modo quasi assorbente, il mercato assicurativo “claims made” e’ rivolto.
19.4. – Sicche’, ove venga in rilievo l’assicurazione della responsabilita’ civile sanitaria e dei professionisti, la legge (speciale) come si e’ evidenziato nel precedente § 10 – ne detta ora, in regime di obbligatorieta’, le coordinate di base, inderogabili in pejus, individuando in esse non solo il substrato del modello negoziale “meritevole”, ma, con cio’, la stessa “idoneita’” del prodotto assicurativo a salvaguardare gli interessi che entrano nel contratto, ai quali non e’ estraneo quello, di natura superindividuale, di una corretta allocazione dei costi sociali dell’illecito, che sarebbe frustrata ove il terzo danneggiato non potesse essere risarcito del pregiudizio patito a motivo dell’incapienza patrimoniale del danneggiante, siccome, quest’ultimo, privo di “idonea” assicurazione.
In tal prospettiva, la disciplina legislativa si colloca ancora sul piano astratto della standardizzazione del contenuto contrattuale che salvaguardia la garanzia minima per evitare i c.d. “buchi di copertura”, la’ dove, pero’, come del resto impone lo stesso codice delle assicurazioni – tramite il Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articolo 183, comma 2, che e’ norma comunque ricognitiva di un obbligo gia’ inscritto nel principio piu’ generale della condotta improntata a buona fede e correttezza -, il prodotto assicurativo offerto deve comunque adeguarsi alle esigenze dell’assicurato.
Sicche’ rimane intatta, per l’appunto, l’indagine sulla causa concreta del contratto, che spazia dalla verifica di sussistenza stessa (ossia della adeguatezza rispetto agli interessi coinvolti) a quella di liceita’ (intesa come lesione di interessi delle parti tutelati dall’ordinamento).
19.5. – In quest’ottica, l’analisi dell’assetto sinallagmatico del contratto assicurativo rappresenta un veicolo utile per apprezzare se, effettivamente, ne sia realizzata la funzione pratica, quale assicurazione adeguata allo scopo (tale da superare le criticita’ innanzi ricordate: § 17), la’ dove l’emersione di un disequilibrio palese di detto assetto si presta ad essere interpretato come sintomo di carenza della causa in concreto dell’operazione economica.
Cio’ in quanto, come gia’ affermato da questa Corte, la determinazione del premio di polizza assume valore determinante ai fini dell’individuazione del tipo e del limite del rischio assicurato, onde possa reputarsi in concreto rispettato l’equilibrio sinallagmatico tra le reciproche prestazioni (Cass., 30 aprile 2010, n. 10596; ma, in forza di analoga prospettiva, anche Cass., S.U., 28 febbraio 2007, n. 4631).
Non e’, dunque, questione di garantire, e sindacare percio’, l’equilibrio economico delle prestazioni, che e’ profilo rimesso esclusivamente all’autonomia contrattuale, ma occorre indagare, con la lente del principio di buona fede contrattuale, se lo scopo pratico del regolamento negoziale “on claims made basis” presenti un arbitrario squilibrio giuridico tra rischio assicurato e premio, giacche’, nel contratto di assicurazioni contro i danni, la corrispettivita’ si fonda in base ad una relazione oggettiva e coerente con il rischio assicurato, attraverso criteri di calcolo attuariale.
Del resto, una significativa chiave interpretativa in tal senso e’ fornita dal considerando n. 19 della direttiva 93/13/CEE, che, sebbene abbia riguardo specificamente alla tutela del consumatore, esprime, tuttavia, un principio di carattere piu’ generale, che trae linfa proprio dall’anzidetta relazione oggettiva rischio/premio, sterilizzando la valutazione di abusivita’ della clausola di delimitazione del rischio assicurativo e dell’impegno dell’assicuratore “qualora i limiti in questione siano presi in considerazione nel calcolo del premio pagato dal consumatore”.
19.6. – Il regolamento contrattuale dovra’, quindi, modularsi, nell’assicurazione della responsabilita’ professionale, anzitutto in ragione della disciplina legale di base, che esprime un carattere imperativo, per essere non solo inderogabile in pejus, ma posta a tutela di interessi anche di natura pubblicistica, ossia la tutela del terzo danneggiato, che disvela il valore sociale dell’assicurazione.
Ne deriva che lo iato tra il primo e la seconda (per aver la stipulazione ignorato e/o violato quanto dalla legge disposto, come esito al quale puo’ approdarsi alla luce, soprattutto (ma non solo), dell’indagine sull’equilibrio sinallagmatico anzidetto) comportera’ la nullita’ del contratto, ai sensi dell’articolo 1418 c.c..
A tanto il giudice potra’ porre rimedio, per garantire l’equo contemperamento degli interessi delle parti e prevenire o reprimere l’abuso del diritto (Cass., S.U., n. 9140 del 2016, citata), in forza della norma di cui all’articolo 1419 c.c., comma 2 cosi’ da integrare lo statuto negoziale (non gia’ tramite il modello della c.d. loss occurence di cui all’articolo 1917 c.c., comma 1, bensi’) attingendo quanto necessario per ripristinare in modo coerente l’equilibrio dell’assetto vulnerato dalle indicazioni reperibili dalla stessa regolamentazione legislativa.
Regolamentazione che, per la sua imperativita’, viene a somministrare delle “regole di struttura”, siccome orientate a rendere il contratto idoneo allo scopo, tenuto conto anzitutto delle esigenze dell’assicurato, oltre che delle ricordate istanze sociali.
Con la precisazione che la stessa legge di settore presenta, come si e’ visto, multiformi calibrature, modellando l’assicurazione “claims made” secondo varianti peculiari (ad es., la deeming clause e/o la sunset clause) anche tra loro interagenti, cosi’ da mostrare una significativa elasticita’ di adattamento rispetto alla concretezza degli interessi da soddisfare.
19.7. – Nondimeno, l’obbligo di adeguatezza del contratto assicurativo, come detto (con il richiamo alla citata Cass. n. 8412 del 2015) gia’ presente nell’ordinamento in forza del principio di buona fede e correttezza (articolo 1375 c.c. e articolo 2 Cost.) prima ancora che fosse esplicitato dalla legislazione speciale (il Decreto Legislativo n. 209 del 2005, citato articolo 183, comma 2), consente, fin dove reso possibile dall’operare coerente del meccanismo della nullita’ parziale ex articolo 1419 c.c., comma 2, l’osmosi dei rimedi innanzi illustrati anche nel contesto di rapporti assicurativi sorti prima dell’affermarsi del regime di obbligatorieta’ dell’assicurazione della responsabilita’ civile professionale.
19.8. – Del pari, la giuridica esigenza che il contratto assicurativo sia adeguato allo scopo pratico perseguito dai paciscenti (secondo quanto messo in risalto nei §§ che precedono) sara’ criterio guida nell’interpretazione della stipulazione intercorsa al fine di garantire l’assicurato dalla responsabilita’ civile anche in settori diversi da quello sanitario o professionale e, segnatamente, in quelli che postulano l’esigenza di una copertura dai rischi per danni da eziologia incerta e/o caratterizzati da una lungolatenza.
20. – Quanto, infine, alla fase dinamica del rapporto assicurativo “on claims made basis”, si colloca su un piano di assoluta criticita’ come del resto fatto palese, in guisa di ricognizione della prassi esistente, dalla normativa di settore innanzi richiamata (§ 10) – la clausola che attribuisce all’assicuratore la facolta’ di recesso dal contratto al verificarsi del sinistro compreso nei rischi assicurati, la cui abusivita’ si rivela tale in ragione della frustrazione dell’alea del contratto, che si viene a parametrare sul termine ultimo di durata della copertura assicurativa, rispetto alla quale i premi stessi sono calcolati e corrisposti.
Di qui, il vulnus destrutturante la funzionalita’ del contratto, non emendabile con la liberazione dell’assicurato dal versamento della parte dei premi residui.
21. – Puo’, dunque, enunciarsi il seguente principio di diritto:
“Il modello dell’assicurazione della responsabilita’ civile con clausole “on claims made basis”, che e’ volto ad indennizzare il rischio dell’impoverimento del patrimonio dell’assicurato pur sempre a seguito di un sinistro, inteso come accadimento materiale, e’ partecipe del tipo dell’assicurazione contro i danni, quale deroga consentita all’articolo 1917 c.c., comma 1 non incidendo sulla funzione assicurativa il meccanismo di operativita’ della polizza legato alla richiesta risarcitoria del terzo danneggiato comunicata all’assicuratore. Ne consegue che, rispetto al singolo contratto di assicurazione, non si impone un test di meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, ai sensi dell’articolo 1322 c.c., comma 2, ma la tutela invocabile dal contraente assicurato puo’ investire, in termini di effettivita’, diversi piani, dalla fase che precede la conclusione del contratto sino a quella dell’attuazione del rapporto, con attivazione dei rimedi pertinenti ai profili implicati, ossia (esemplificando): responsabilita’ risarcitoria precontrattuale anche nel caso di contratto concluso a condizioni svantaggiose; nullita’, anche parziale, del contratto per difetto di causa in concreto, con conformazione secondo le congruenti indicazioni di legge o, comunque, secondo il principio dell’adeguatezza del contratto assicurativo allo scopo pratico perseguito dai contraenti; conformazione del rapporto in caso di clausola abusiva (come quella di recesso in caso di denuncia di sinistro)”.
22. – Nel caso all’esame, i motivi di ricorso (dal primo al quarto) sono calibrati a denunciare profili di invalidita’ o inefficacia dei contratti di assicurazione per la responsabilita’ civile “on claims made basis” di tipo c.d. “puro”, stipulati dalla (OMISSIS) s.r.l. con la (OMISSIS) S.p.A. (n. (OMISSIS) con validita’ dal 1 gennaio 2001 al 31 dicembre 2002 e n. (OMISSIS) con validita’ dal 1 gennaio 2003 al 1 gennaio 2004), nell’ottica, eminentemente, della atipicita’ del modello assicurativo anzidetto.
Tuttavia, essi (piu’ marcatamente nel primo e terzo motivo) intercettano e censurano aspetti di criticita’ della concreta operazione economica, che non sfuggono ad uno scrutinio orientato secondo le coordinate del principio di diritto poc’anzi enunciato.
In tale prospettiva si prestano ad essere particolarmente valorizzate, nella sostanza, le doglianze dirette a stigmatizzare l’astrattezza del giudizio della Corte territoriale, operato sul filo del sillogismo che connette atipicita’ della clausola claims made “pura” e sua validazione ordinamentale, senza scendere nel concreto della peculiare vicenda contrattuale dedotta in giudizio.
22.1. – Nella sentenza impugnata in questa sede si rende evidente (pp. 22 e 23), all’esito del percorso interpretativo compiuto dal giudice di appello sul contenuto delle polizze stipulate inter partes, come la definizione generale di sinistro (“prodotti”) ivi contemplata sia solo riassuntiva del meccanismo operativo della claims made “pura”, giacche’ il sinistro e’ individuato nel fatto che genera il danno, mentre il claim del danneggiato opera come delimitazione temporale dell’operativita’ della polizza, in tal modo selezionando anche l’applicazione della relativa franchigia in rapporto ad ogni “sinistro”.
In definitiva, la Corte territoriale, nell’affermare la “sostanziale identificazione tra sinistro e richiesta”, ha espresso una valutazione di sintesi circa l’equiparazione richiesta/sinistro, in quanto direttamente funzionale al momento di operativita’ della polizza, la quale definisce l’oggetto dell’assicurazione pur sempre in ragione del danno determinato da un fatto accidentale verificatosi in relazioni ai rischi assicurati.
22.2. – Pur muovendo, dunque, da un presupposto interpretativo plausibile e in parte armonico rispetto a talune coordinate generali dianzi tracciate, anche per cio’ che attiene alla esclusione della natura vessatoria delle clausole claims made, in sintonia con quanto sopra messo in evidenza nel § 14.3., la Corte di merito ha pero’ esaurito in cio’ la propria valutazione, che, per il resto, e’ rimasta su un piano di astrattezza, postulando la validita’ delle polizze nell’ottica, errata, della atipicita’ del contratto e senza farsi carico della concretezza dell’operazione negoziale, da correlare funzionalmente all’assetto di interessi che le polizze stesse avrebbero dovuto realizzare.
Una tale prospettiva in iure avrebbe, invece, dovuto guidare il giudice di appello nel considerare, in modo sinergicamente complessivo, l’atteggiarsi della vicenda dedotta in giudizio (ossia, della scansione diacronica tra verificazione del sinistro e richiesta risarcitoria da apprezzarsi nel precipuo contesto storico-ambientale), la sua incidenza sugli obblighi informativi che essa imponeva, la corrispettivita’ tra premio e rischio assicurato – che doveva giustificare ragionevolmente la sensibile modificazione dell’importo della franchigia, nel collegamento stretto tra la stipulazione della prima e seconda polizza, tale da non ridondare in fenomeno di abuso del diritto -, la presenza, infine, di clausola di recesso in costanza di rapporto.
23. – Il motivi, dunque, sono fondati per quanto di ragione, nei termini appena illustrati, e il ricorso deve trovare conseguenziale accoglimento.
La sentenza impugnata, pertanto, va cassata in relazione alle evidenziate ragioni di fondatezza dei motivi di impugnazione, con rinvio della causa alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, che, nella delibazione dell’appello della (OMISSIS) s.r.l., si atterra’ al principio di diritto sopra enunciato (§ 21).
Il giudice del rinvio provvedera’ anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimita’.
P.Q.M.
rigetta il quinto motivo di ricorso e accoglie i restanti motivi per quanto di ragione;
cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi come sopra accolti e rinvia la causa alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimita’

Lascia un commento