Le società cooperative e le mutue assicuratrici

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Le società cooperative e le mutue assicuratrici

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2)           SOCIO COOPERATORE – LAVORATORE

 

È la figura più comune: viene ammesso come tale dopo la ratifica della sua domanda da parte del Consiglio di Amministrazione che ne delibera, nei termini previsti, l’iscrizione a Libro Soci dopo averne verificato i requisiti statutari di ammissibilità, stabilendo anche modalità e termini del versamento della quota sociale, nel rispetto dei limiti imposti dall’art. 2525 c.c.

Ha una responsabilità diretta sulla gestione della Cooperativa partecipando alle Assemblee ed esercitando diritto di voto.

Può svolgere la sua attività sia in forma subordinata che autonoma (art. 1, comma 3, legge n. 142/2001) nel rispetto di quanto previsto dai regolamenti interni (art. 6, comma 1, lett. b) legge n. 142/2001).

Non può esercitare attività concorrenziale con quella svolta dalla cooperativa, salvo espressa autorizzazione deliberata dal Consiglio di Amministrazione.

Il socio lavoratore è titolare, a fianco del rapporto associativo, anche di uno specifico e individuabile rapporto di lavoro (non “distinto” come modificato dalla legge n. 30/2003, art. 9, comma 1).

La legge è molto chiara nel disporre che a questo fanno capo due diversi e distinti rapporti giuridici: il rapporto associativo ed il rapporto di lavoro che il socio «stabilisce con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo».

Quanto al rapporto associativo, ad esso si fa riferimento nel comma 2 dell’articolo 1, che recita: «I soci lavoratori di cooperativa:

  1. a) concorrono alla gestione dell’impresa partecipando alla formazione degli organi sociali e alla definizione della struttura di direzione e conduzione dell’impresa;
  2. b) partecipano alla elaborazione di programmi di sviluppo e alle decisioni concernenti le scelte strategiche, nonché alla realizzazione dei processi produttivi dell’azienda;
  3. c) contribuiscono alla formazione del capitale sociale e partecipano al rischio d’impresa, ai risultati economici ed alle decisioni sulla loro destinazione;
  4. d) mettono a disposizione le proprie capacità professionali anche in relazione al tipo e allo stato dell’attività svolta, nonché alla quantità delle prestazioni di lavoro disponibili per la cooperativa stessa».

Per quanto riguarda il rapporto di lavoro, esso è disciplinato dal successivo comma 3 dell’art. 1, secondo cui l’attività lavorativa può essere prestata «in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali».

Almeno con riferimento al lavoro prestato in favore della cooperativa, la legge ha espressamente riconosciuto che una stessa attività lavorativa possa essere resa a diverso titolo, in base alla volontà delle parti.

In altre parole, è lasciata alle parti la possibilità di determinare in concreto quali siano le modalità di svolgimento e le caratteristiche della prestazione lavorativa e di scegliere coerentemente la tipologia di contratto di lavoro più adatta a tali fini.

Inoltre. il legislatore, indicando quali possano essere le tipologie tra cui le parti sono libere di scegliere, utilizza una formula aperta: si può lavorare in forma subordinata, autonoma, parasubordinata «o in qualsiasi altra forma».

 

Come noto, la configurazione del rapporto del socio lavoratore con la cooperativa è stata oggetto di un vivacissimo dibattito giurisprudenziale e dottrinale.

La tesi giurisprudenziale tradizionale, supportata anche da buona parte della dottrina, riteneva che il lavoro prestato dal socio nell’ambito delle finalità istituzionali della cooperativa costituisse adempimento del patto sociale e fosse riconducibile al solo ed unico rapporto associativo, ritenuto incompatibile con il lavoro subordinato in quanto faceva difetto una condizione di antagonismo tra socio e cooperativa.

Ascrivibili allo stesso filone erano le pronunce che sostenevano la configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato per attività estranee all’oggetto sociale, o allorquando il rapporto associativo celava, date le effettive modalità di svolgimento della prestazione, un rapporto di lavoro subordinato.

Si ricordano, per questo orientamento le cassazioni riprotate in nota[37].

Tuttavia, recentemente si erano registrate[38] aperture verso la configurazione di un rapporto di lavoro subordinato anche per le attività ricomprese nell’oggetto sociale, e ciò sulla semplice base della volontà delle parti di apportare come conferimento sociale un rapporto di lavoro da svolgersi nella forma e secondo le modalità del lavoro subordinato. In dottrina, sulla base di quest’asserita mancanza di incompatibilità, erano anche emerse posizioni a favore della libera scelta di conferire in cooperativa una prestazione di lavoro autonomo.

 

Il socio lavoratore titolare di rapporto di lavoro subordinato può attuare la sua prestazione in qualsiasi forma prevista dalla normativa vigente: a tempo indeterminato o determinato, a tempo pieno o parttime sempre con riguardo a quanto disposto dal Ccnl del settore.

Il socio lavoratore può essere inoltre titolare di rapporto di lavoro autonomo svolto anche sottoforma di collaborazione coordinata non occasionale, ivi compresa quindi la collaborazione a progetto nel rispetto di quanto previsto dalla legislazione attuale.

Il rapporto di lavoro con il socio lavoratore, sia che egli eserciti la sua attività in forma di lavoro subordinato che di collaborazione coordinata continuativa con o senza progetto, sarà oggetto di comunicazione preventiva al Centro per l’impiego nelle modalità consuete e sarà in seguito assoggettato a tutta la procedura prevista per tali tipologie contrattuali.

Non è prevista in tali casi alcuna agevolazione od esonero determinati dalla qualifica di socio di cooperativa.

 

 

Disciplina applicabile

Come regola generale in materia, l’articolo 1 della nuova legge, al secondo paragrafo del comma 3, chiarisce che: «Dall’instaurazione dei predetti rapporti associativi e di lavoro in qualsiasi forma derivano i relativi effetti di natura fiscale e previdenziale e tutti gli altri effetti giuridici rispettivamente previsti dalla presente legge, nonché, in quanto compatibili con la posizione del socio lavoratore, da altre leggi o da qualsiasi altra fonte». Differenze di regolamentazione si riscontrano, quindi, in base alla differente tipologia di rapporto singolarmente considerata, sia ai fini delle tutele applicabili sia ai fini fiscali e previdenziali. La disciplina applicabile non è solo quella espressamente prevista nella nuova legge, ma anche, purché compatibile con la posizione del socio lavoratore di cooperativa, quella risultante da altre «leggi o da qualsiasi altra fonte».

 

Competenza funzionale per le controversie

L’articolo 5, comma 2, della legge in esame, definisce la competenza funzionale del giudice nelle controversie tra il socio lavoratore e la cooperativa.

Sempre in conseguenza dell’instaurazione della duplicità di rapporti in capo al cooperatore, la disciplina è duplice: restano di competenza del giudice civile ordinario le controversie inerenti al rapporto associativo, mentre sono assegnate al giudice del lavoro (con applicazione del procedimento di cui agli articoli 409 e seguenti del cpc e delle procedure di conciliazione e arbitrato irrituale previste dai DDLgs 31 marzo 1998, n. 80 e 29 ottobre 1998, n. 387) le controversie relative al rapporto di lavoro, in qualsiasi forma svolto. Ancora una volta, è confermata la chiara scelta del legislatore verso una logica di «modulazione delle tutele» a prescindere dall’effettiva qualificazione del rapporto di lavoro.

 

In tema di esclusione e licenziamento del socio[39]

La giurisprudenza nel corso degli anni ha affrontato la complessa tematica del recesso del lavoratore in ambito amministrativo – societario in rapporto con il licenziamento e la disciplina applicabile.

 

La massima della sentenza del 2011[40]

In tema di licenziamento disciplinare irrogato da una società cooperativa di produzione e lavoro, la legge n. 142 del 2001 ha introdotto in favore dei soci un complesso di tutele minime e inderogabili che, pur non retroattive, sono applicabili a tutte le situazioni giuridiche che maturino nella vigenza della legge ancorché relative a rapporti contrattuali sorti anteriormente alla sua entrata in vigore. Ne consegue, che, ove il provvedimento di esclusione del socio sia stato deliberato nel vigore della nuova normativa, la mancata adozione del regolamento previsto dall’art. 6 della legge n. 142 del 2001 non comporta un vuoto di disciplina atteso che, pur costituendo quest’ultimo un tratto qualificante della nuova normativa della cooperazione del lavoro, non può la sua esistenza condizionare l’efficacia della disciplina legale che è informata alla regola fondamentale della duplicità dei rapporti che qualificano il lavoro cooperativo e dell’applicabilità a tali rapporti di tutti i conseguenti effetti di disciplina. Ne consegue, inoltre, che, rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro indipendentemente dall’applicabilità dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori.

Ancora, secondo la Cassazione in commento, in tema di società cooperative, l’inadempimento che giustifica l’esclusione del socio lavoratore ai sensi dell’art. 2533 c.c. deve essere qualificato in termini di specifica gravità e presuppone, pertanto, anche una valutazione del tempo trascorso fra la mancanza addebitata e la reazione da parte della società recedente, dovendosi ritenere non conforme ai criteri legali, anche alla luce delle regole di buona fede e correttezza, l’esclusione disposta a notevole distanza di tempo dai fatti addebitati, mentre resta escluso che nella clausola che sanziona la “violazione dello spirito mutualistico e solidaristico della cooperativa” sia ascrivibile la tutela in giudizio dei diritti del socio, salvo che si dimostri che la tutela giudiziaria fosse strumentale al perseguimento di finalità indebite, del tutto estranee alla legittima (anche se eventualmente infondata nel merito) protezione dei propri interessi giuridici.

Il nucleo della decisione investe, quindi, l’art. 5, co. 2, l. n. 142 del 2001, come novellato dall’art. 9, co. 1, lett. d), legge 14 febbraio 2003, n. 30, nella parte in cui prevede che l’esclusione o il recesso del socio lavoratore, deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità agli articoli 2526 e 2527 c.c., – disposizioni sostituite dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, con gli artt. 2532 e 2533 c.c. – estinguano il rapporto di lavoro.

Sul punto un giudicato c’è stato e nel senso della competenza del giudice del lavoro a conoscere della legittimità dell’esclusione del socio, quando con questa si estingua anche il rapporto di lavoro.

Alla medesima conclusione era già pervenuta la Cassazione nel 2005[41], allorché trasse dall’art. 40, co. 3, c.p.c. – che nelle ipotesi di connessione fa salva l’applicazione del rito speciale quando una delle cause rientri tra quelle indicate negli artt. 409 e 442 c.p.c. – il principio generale della vis attractiva del rito del lavoro, per poi concludere che la seconda parte dell’art. 5, co. 2, legge n. 142 del 1990, introducendo un’eccezione a principi generali di diritto processuale, dovesse interpretarsi «nel rigido rispetto della lettera e della ratio ad essa sottesa», con la conseguenza di considerare «prestazioni mutualistiche – ossia la lettera della norma, più della ratio in realtà orientata in senso contrario – , quelle «che – per eliminare l’intento speculativo delle società capitalistiche – si traducono in prestazioni che la società assicura ai suoi soci in termini più vantaggiosi rispetto ai terzi e che, a seguito della riforma introdotta dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, caratterizzano a vario titolo le suddette società»

Circa l’efficacia temporale della legge n. 142 del 2001, anche in rapporto all’adozione del regolamento interno di cui all’art. 6 [42] la disciplina del lavoro cooperativo troverebbe applicazione solo con riferimento ai rapporti sorti successivamente alla sua entrata in vigore ed a condizione che sia stato approvato dall’assemblea il suddetto regolamento.

In realtà, non è dubbio che, come afferma la Corte, le tutele previste dalla legge n. 142 del 2001, seppure non retroattive, si estendano, tuttavia, «a tutte le situazioni giuridiche che si maturino nella vigenza della legge stessa» e dunque siano attratti sotto il suo ombrello protettivo «tutti i rapporti contrattuali in essere al tempo della sua entrata in vigore».

Tornando, poi, all’esclusione del socio lavoratore alla Corte è stato chiesto di stabilire se la prima parte dell’art. 5, co. 2, legge n. 142 del 2001[43], debba interpretarsi nel senso che la delibera di esclusione del socio lavoratore determini anche l’estinzione ex lege del rapporto di lavoro, oppure se, comunque, gli organi competenti debbano porre in essere l’atto di licenziamento, secondo la disciplina propria di questo.

Si deve ricordare come, nel quadro attuale della legislazione cooperativa, i due contratti (contratto di lavoro e contratto associativo) mantengano la loro individualità causale, mentre il rapporto di lavoro, pur di scambio, divenga, secondo l’art. 2512 c.c., mutualistico, cioè strumento per realizzare lo scopo sociale, con conseguenze che si producono sul lato della disciplina applicabile e la caratterizzano come speciale.

Quanto al tipo di relazione tra i due, esclusa sia la reciproca autonomia e indifferenza sia il ritorno ad un unico rapporto, a trovare conferma è la tesi – in realtà formulata in relazione alla versione originale della legge n. 142 del 2001 e, anzi, ancor prima – del collegamento negoziale[44], altresì necessario, perché imposto dalla legge.

L’art. 5, co. 2, legge n. 142 del 2001, contiene una norma che pare sancire la regola dell’inscindibilità del rapporto di lavoro, in qualsiasi forma costituito, da quello sociale.

Si deve, tuttavia, ulteriormente considerare che: a) l’art. 2533 c.c. stabilisce che l’esclusione del socio risolve automaticamente i rapporti mutualistici, salvo diversa previsione dell’atto costitutivo; b) nel caso, invece, del recesso del socio l’effetto estintivo sul rapporto mutualistico è ritardato rispetto alla cessazione del rapporto sociale, stabilendo l’art. 2532 c.c. la sopravvivenza interinale del rapporto mutualistico fino alla chiusura dell’esercizio in corso ovvero del successivo, regola, peraltro, derogabile sia dall’atto costitutivo sia dalla legge.

Si deve riconoscere, poi, che l’esclusione e il recesso del socio estinguano automaticamente e inderogabilmente il rapporto di lavoro.

In queste ipotesi, infatti, la competenza attribuita all’atto costitutivo della cooperativa dal co. 4 dell’art. 2533 c.c.[45], non può trovare ingresso, in quanto effetto giuridico derivante da «altre leggi» e, ex art. 1, co. 3, legge n. 142 del 2001, incompatibile con la posizione di socio lavoratore: invero, con il venir meno del rapporto sociale, cade anche la ragion d’essere della specialità di quello di lavoro, che, tuttavia, neppure può ritenersi si trasformi ex lege in un «normale» rapporto di lavoro. Ne consegue che non sarà necessario procedere all’intimazione formale del licenziamento, perché è la stessa delibera di esclusione a produrre l’effetto estintivo del rapporto di lavoro.

Sull potere di esclusione da parte della cooperativa e come si rapporti alle ragioni giustificative del licenziamento, al riguardo, l’art. 2533 c.c. consente l’esclusione: a) nei casi previsti dall’atto costitutivo; b) per gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico; c) per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società; d) nei casi previsti dall’art. 2286 c.c., che richiama, tra le altre causali, le gravi inadempienze delle obbligazioni derivanti dalla legge o dal contratto sociale e l’inidoneità sopravvenuta a svolgere l’opera conferita; e) del socio dichiarato fallito, che l’art. 2288, co. 1, c.c. esclude di diritto.

 

Tra quelle successive alla pronuncia del 2011, si riporta quella del 2016[46] nella quale testualmente si legge:

sussiste un rapporto di consequenzialità fra il recesso o l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, tale da escludere anche la necessità di un distinto atto di licenziamento[47]. Peraltro incidendo la Delib. di esclusione pure sul concorrente rapporto di lavoro, il giudice, nello scrutinare la sussistenza dei relativi presupposti di legittimità, dovrà, comunque, valutare, attraverso un adeguato bilanciamento degli interessi, tanto l’interesse sociale ad un corretto svolgimento del rapporto associativo quanto la tutela e la promozione del lavoro in cui essenzialmente si rispecchia la “funzione sociale” di questa forma di mutualità. Il che implica, fra l’altro, che, rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro[48].

Da detti principi discende che, ove la esclusione venga disposta, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla Delib., nelle forme e nei termini previsti dall’articolo 2533 [49] codice civile, e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacchè il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dalla Legge n. 142 del 2001, articolo 5, comma 2, rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento.

La giurisprudenza di questa Corte[50] – continua la sentenza in commento –  ha anche chiarito che, ove la comunicazione della esclusione sia stata fatta al socio personalmente, lo spirare del termine di decadenza per la opposizione esclude che eventuali vizi del provvedimento possano essere successivamente dedotti, sia pure in via di eccezione, dalla parte interessata o rilevati dal giudice.

Questa Corte[51], sempre secondo la medesima sentenza, ha già affermato che, sebbene la fattispecie tipica del procedimento di opposizione all’esclusione tenda all’accertamento della sussistenza o meno dei presupposti che legittimano la esclusione medesima, tuttavia “l’opposizione è l’unico mezzo di tutela contro l’illegittimità della delibera tanto per la contestazione dei presupposti che per l’irragionevolezza del procedimento, senza doversi ricercare l’alternativa con i normali mezzi di impugnazione delle Delib. assembleari”.

Ciò comporta che, una volta che il socio lavoratore abbia avuto, come nella fattispecie, formale comunicazione della esclusione, il termine di decadenza opera anche in relazione alla denuncia dei vizi che attengano, non alla sussistenza dei presupposti sostanziali della esclusione, bensi’ alla formazione della volontà dell’organo societario legittimato ad adottare il provvedimento.

Si deve, però, aggiungere che, qualora il vizio sia relativo alla forma della deliberazione, fermo restando che lo stesso deve essere fatto valere con il rimedio disciplinato dall’articolo 2533 codice civile, e non con le normali azioni di nullità e annullabilità delle delibere, non possono non operare, quanto alla configurabilità o meno del profilo di illegittimità, i principi generali in tema di validità delle delibere societarie, e, quindi, l’articolo 2377 codice civile[52], applicabile alle Delib. del consiglio di amministrazione in forza del richiamo contenuto nell’articolo 2388 codice civile. Entrambe dette disposizioni, dettate per le società per azioni, disciplinano anche il funzionamento degli organi collegiali delle società cooperative ex articolo 2519 codice civile.

L’articolo 2377 codice civile, al comma 5, n. 3, esclude che la deliberazione possa essere impugnata “per l’incompletezza o l’inesattezza del verbale, salvo che impediscano l’accertamento del contenuto, degli effetti e della validità della deliberazione”.

L’articolo 2379 codice civile, invece, prevede la nullità della deliberazione nei casi di totale mancanza del verbale

La disciplina dettata dal Decreto Legislativo n. 6 del 2003, come modificato dal Decreto Legislativo n. 37 del 2004, esclude che la mancata o l’incompleta verbalizzazione possa determinare inesistenza della deliberazione, poichè la mancanza totale del verbale comporta nullità della delibera mentre la incompletezza dello stesso è priva di effetti, se consente comunque di ricostruire la volontà dell’organo collegiale, e, solo qualora ciò non si verifichi, comporta l’annullabilità della deliberazione.

Ha errato, in conclusione, nel caso di specie la Corte territoriale nell’affermare che la delibera di esclusione doveva ritenersi inesistente, posto che, anche nella ipotesi piu’ grave della totale mancanza del verbale, l’assenza del requisito formale determina nullità e non inesistenza della deliberazione, da far valere, per quanto sopra si è detto, nel termine di decadenza stabilito dall’articolo 2533 codice civile, ove la Delib. viziata abbia ad oggetto la esclusione del socio.

Smpre per altra sentenza del 2016[53], successiva all’ultima in commento, si legge testualmente “ed invero questa Corte, interpretando l’articolo 5, comma 2, nel testo modificato dalla L. n. 30 del 2003 (il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie ed in conformità con gli articoli 2526 e 2527 c.c.), ha evidenziato l’intento del legislatore di affermare “la preminenza del rapporto associativo su quello di lavoro, recuperando alla dimensione societaria;e protezioni lavoristiche introdotte ex novo con la Legge Quadro del 2001, in evidente collegamento con la soppressione, nell’articolo 1 del testo originario della legge di riforma, del riferimento ad un rapporto di lavoro non solo ulteriore ma anche distinto da quello associativo”. Ha affermato[54], pertanto, che “il legislatore ha, in particolare, previsto un rapporto di consequenzialità fra il recesso l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, che esclude la necessità, in presenza di comportamenti che ledono il contratto sociale oltre che il rapporto di lavoro, di un distinto atto di licenziamento, cosi’ come l’applicabilità delle garanzie procedurali connesse all’irrogazione di quest’ultimo”. Un simile rapporto “implica, tra l’altro, che, rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro.

Ne consegue – conclude la Cassazione – che correttamente, in linea con la descritta opzione ermeneutica, la Corte territoriale ha ritenuto travolto, a seguito della dichiarazione di illegittimità in sede arbitrale del provvedimento, l’effetto automatico del provvedimento medesimo sul rapporto di lavoro, talchè le censure in disamina risultano infondate”.

 

Ma la Cassazione[55], ancora, con ultimo intervento a fronte dei contrasti esistenti in materia nella giurisprudenza della medesima Corte e dell’importanza della questione – la quale attiene alla ricostruzione dei meccanismi estintivi del rapporto e delle tutele applicabili per i moltissimi lavoratori che operano in cooperative come soci – ha rimesso il ricorso al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite della Corte.

Per l’importanza e la complessità della materia si riporta integralmente la sentenza, essendo di una chiarezza disarmante in ordine alle problematiche sottese ai rapporti tra il socio lavorate e la cooperativa:

Ebbene:

Ai fini della risoluzione della presente controversia e per quanto interessa in questa sede vengono in rilievo una serie di questioni di diritto, le quali si presentano tra loro intrecciate, determinando non pochi contrasti ed incertezze in giurisprudenza (anche in ordine ad aspetti ad essi correlati come quelli relativi alla scelta del rito – c.d. Fornero od ordinario – ed al regime della prescrizione applicabile) in relazione ai seguenti aspetti, di cui sempre si dibatte in presenza di un atto di esclusione, accompagnato o meno da un atto di licenziamento (mentre non determina problemi la fattispecie dell’intimazione del solo licenziamento):

  1. a) se la mancata impugnazione della delibera di esclusione del socio lavoratore (entro 60 giorni dalla comunicazione ai sensi dell’articolo 2533 c.c.), in presenza della sola impugnazione del licenziamento, pure intimato dalla cooperativa, determini in ogni caso l’estinzione ex lege del rapporto di lavoro – e quindi l’inutilità stessa dell’impugnazione esperita nei confronti del licenziamento – la L. n. 142 del 2001, ex articolo 5, comma 2, primo alinea, come modificato dalla L. 14 febbraio 2003, n. 30, articolo 9 il quale recita: “Il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie ed in conformità con l’articoli 2526 e 2527 c.c.”, (rectius articoli 2532 e 2533 c.c. stante il difetto di coordinamento della L. n. 30 del 2003 con il Decreto Legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 “Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della L. 3 ottobre 2001, n. 366”). Tenuto conto altresi’ che quest’ultima regola riflette quanto nel frattempo affermato dal nuovo articolo 2533 ult. comma cit. secondo cui: “Qualora l’atto costitutivo non preveda diversamente, Lo scioglimento del rapporto sociale determina anche la risoluzione dei rapporti mutualistici pendenti”.
  2. b) Quale sia il valore da assegnare alla previsione della L. n. 142 del 2001, articolo 2, secondo cui in presenza di provvedimento di cessazione del rapporto associativo non si applica la L. n. 300 del 1970, articolo 18 (“esclusione dell’articolo 18 ogni volta che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo”). Ciò, in particolare, dopo la riforma di cui alla L. n. 30 del 2003 che ha introdotto il meccanismo estintivo di cui all’articolo 5, comma 2 cit., non presente nell’originaria formulazione della L. n. 142 (che non conteneva alcuna espressa indicazione sui meccanismi estintivi dei rapporti).

In sintesi, come ben osservato, occorre decidere se, in base all’attuale disciplina, il rapporto di lavoro del socio lavoratore, nella fase estintiva, è regolato non dalle norme sue proprie, ma da quelle del rapporto associativo e se la legittimità del recesso da quest’ultimo costituisca l’unico parametro di riferimento.

c) Quale sia oggi la tutela applicabile al socio lavoratore di cooperativa in presenza di esclusione (preceduta o accompagnata, o meno dal licenziamento) dichiarata illegittima: potendo prospettarsi la tutela di diritto comune, secondo quanto affermato da Cass. 14741/2011; oppure quella sui licenziamenti anche L. n. 300 del 1970, ex articolo 18 (o, in presenza dei relativi presupposti, L. n. 604 del 1966, ex articolo 8), come affermano Cass. n. 1259/2015, Cass. 6 agosto 2012, n. 14143; Cass. 18 marzo 2014, n. 6224; Cass. 11 agosto 2014, n. 17868; Cass. n. 24795 del 05/12/2016.

d) Se allo scopo rilevi oppure no la natura sostanziale (lavoristica o meno) delle ragioni che conducono all’estinzione della complessa posizione in discorso. Dovendo in proposito ricordarsi che sul piano sostanziale la vicenda regolativa dei due rapporti contrattuali – che compongono la fattispecie giuridica relativa alla “posizione del socio lavoratore” (come la definisce la L. n. 142 nella sua intitolazione) – è sfociata, in forza di una peculiare ricostruzione, in una fattispecie complessa, non in due rapporti separati in cui conti la sostanza dell’uno o dell’altro rapporto; ma appunto in una fattispecie composita di socio-lavoratore in cui le ragioni dell’uno si riverberano su quello dell’altro, essendo i due rapporti collegati da un inscindibile nesso genetico e funzionale; in base al quale, in linea di principio, non vi può essere l’uno senza l’altro, perchè i due rapporti sono destinati a reggersi o a cadere insieme (simul stabunt simul cadent). Come si desume, anche in relazione alle causali estintive, dall’articolo 2533 c.c. il quale stabilisce che: “L’esclusione del socio, oltre che nel caso indicato all’articolo 2531, può aver luogo: 1) nei casi previsti dall’atto costitutivo; 2) per gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge, dal contratto sociale, dal regolamento o dal rapporto mutualistico; 3) per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società; 4) nei casi previsti dall’articolo 2286; 5) nei casi previsti dell’articolo 2288, comma 1.” In particolare, si desume dalla previsione di cui al n. 2 della disposizione appena cit. che gli inadempimenti che si consumano all’interno del rapporto di lavoro possono in pari tempo costituire ragioni di esclusione dalla cooperativa (e pertanto, ai sensi della L. n. 142 del 2001 cit., articolo 5, di estinzione automatica del rapporto di lavoro).

e) Quali poteri officiosi ha il giudice nella qualificazione di una domanda di impugnazione del licenziamento in relazione alla quale (senza mettere in discussione ovviamente l’esistenza del vincolo associativo) si alleghi ovvero non risulti contestato, anche in base ai documenti prodotti nella causa, che il lavoratore, appunto in quanto socio lavoratore, sia stato altresi’ escluso dalla cooperativa per i medesimi motivi posti alla base dell’impugnato licenziamento ed afferenti al piano del rapporto di lavoro (come è appunto nel caso che si giudica).

 

Si tratta di stabilire cioè se in questi casi il giudice, nel rispetto dei fatti esposti dalle parti (Cass. Sez. Un. 1099/1998), non essendo vincolato alle qualificazioni giuridiche sostenute dalle parti (Cass. 9028/2014), possa, ai fini dell’esatta individuazione della domanda, procedere mediante l’esame complessivo dell’atto, prendendo in considerazione i documenti allegati ed ogni altro elemento utile allo scopo (Cass. sentenza n. 17947 del 08/08/2006) e pronunciarsi comunque sull’esclusione del socio dalla cooperativa; avendo perciò riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, sicchè incorrerebbe nel vizio di omesso esame ove invece limiti la sua pronuncia in relazione alla sola prospettazione letterale della pretesa, trascurando la ricerca dell’effettivo suo contenuto sostanziale (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 3012 del 10/02/2010).

In relazione alle stesse questioni giuridiche sopra indicate si precisa, in particolare, che all’interno della giurisprudenza di legittimità esiste un orientamento giurisprudenziale secondo cui quello che prevale ai fini della ricostituzione della posizione di socio lavoratore (ma anche ai fini della precedente estinzione) è la ragione sostanziale che conduce all’esclusione, ovvero la natura lavoristica o societaria della causale che porta all’estinzione dei due rapporti e non tanto la natura societaria o lavoristica del provvedimento impugnato in giudizio.

Osserva a tale proposito la sentenza della Cassazione n. 1259/2015 (richiamando Cass. 6 agosto 2012, n. 14143; Cass. 18 marzo 2014, n. 6224; Cass. 11 agosto 2014, n. 17868; e nello stesso solco deve essere inserita anche la recente sentenza n. 24795 del 05/12/2016 che riconosce l’applicazione della tutela reintegratoria di cui all’articolo 18 st. lav. in caso di inefficacia della delibera di esclusione non comunicata al socio) che “in base ad un indirizzo di questa Corte ormai consolidato, in tema di società cooperativa di produzione e lavoro, se la delibera di esclusione del socio è fondata esclusivamente sull’intervenuto licenziamento disciplinare, alla dichiarazione della illegittimità del licenziamento consegue la pari illegittimità della delibera di esclusione del socio”.

Da tale proposizione si evince, ed in tal senso si erano già espressi giudici di merito (come appunto la sentenza della corte torinese impugnata in questo giudizio, che risolve in senso diametralmente opposto lo stesso problema affrontato dalla sentenza n. 6568/2015 della Corte d’appello di Napoli di cui al proc. n. R.G. 6473/2015 oggetto di coeva ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite), che, anche in mancanza di impugnazione della delibera di esclusione, il giudice debba sempre pronunciare sull’impugnazione del licenziamento (non discendendo alcun effetto preclusivo dalla mancata impugnazione della delibera societaria). Ancor piu’, si sostiene, quando le ragioni che determinano (non tanto cronologicamente, ma sostanzialmente) il licenziamento e l’esclusione del socio dalla cooperativa siano di natura lavoristica. Sicchè l’impugnazione del licenziamento manterrebbe i suoi effetti anche in difetto di impugnazione della delibera di esclusione; e sarebbe anzi tale da determinare, sussistendone i presupposti, la ricostituzione del rapporto attraverso l’applicazione della tutela ex articolo 18.

Ed invero, a tale proposito, anche la sentenza di questa Corte n. 1259/2015 valorizzando la medesima impostazione, e la precedente proposizione, continua osservando: “…Pertanto, in base alla L. n. 142 del 2001, articolo 2, trova applicazione l’articolo 18 St.lav. Infatti tale disposizione (l’articolo 2) prevede che ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applica lo statuto dei lavoratori (L. 20 maggio 1970, n. 300), compreso l’articolo 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato, salvo che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo. Sicchè, qualora non si abbia che il rapporto di lavoro si sia risolto in ragione della cessazione del rapporto associativo, ma al contrario che quest’ultimo sia cessato a causa dell’intimato licenziamento del socio lavoratore, non ricorre la fattispecie eccettuata dell’indicato articolo 2 e quindi trova applicazione la disciplina ordinaria sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato (vedi, per tutte: Cass. 6 agosto 2012, n. 14143; Cass. 18 marzo 2014, n. 6224; Cass. 11 agosto 2014, n. 17868). Il suddetto indirizzo risulta applicabile anche nella specie, benchè sia stata l’esclusione dal rapporto sociale a comportare il licenziamento, e non viceversa. Infatti, ciò che rileva è che si sia avuta l’estromissione dalla società, con conseguente risoluzione del rapporto di lavoro subordinato, per ragioni disciplinari e non per ragioni attinenti al rapporto societario e che tali ragioni si siano rivelate inidonee a comportare detta estromissione, con illegittimità anche della risoluzione del rapporto lavorativo. In altri termini, ciò che conta è la sostanza e, nella sostanza, in questo caso, cosi come in quello esaminato dalle suindicate sentenze, si è avuto un licenziamento disciplinare illegittimo. Del resto, ragionando diversamente, alla Cooperativa sarebbe sufficiente comunicare l’esclusione dal rapporto sociale (implicante la risoluzione di quello lavorativo) per sottrarsi alle conseguenze di cui all’articolo 18 St.lav., cosi violando quella che è la ragione principale della costituzione delle cooperative di produzione e lavoro,rappresentata dal permettere ai soci lavoratori di usufruire di condizioni di lavoro migliori rispetto a quelle disponibili sul mercato, sia in termini qualitativi che economici. Ne deriva che, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la presente ipotesi – al pari di tutti i casi di estromissione dalla società del socio lavoratore subordinato, determinata da ragioni disciplinari con contestuale licenziamento – non rientra fra i casi in cui la L. n. 142 cit., articolo 2, esclude l’applicabilità dell’articolo 18 St.lav., dovendo tale esclusione essere limitata alle ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro derivante dalle cause di estromissione dalla società previste dallo statuto per ragioni attinenti al rapporto societario (diverse da quelle che possono determinare il licenziamento disciplinare), come, ad esempio, la mancata partecipazione ad un certo numero di assemblee, l’omesso versamento della quota sociale e cosi via.”.

In sostanza, secondo questo primo orientamento, quando l’esclusione risulti fondata su ragioni sostanziali di natura lavoristica, quello che conta è l’impugnazione del licenziamento (anche in mancanza di impugnazione di esclusione); e persino il giudice potrebbe qualificare come licenziamento l’atto di esclusione che su quelle stesse ragioni si fondi, e pronunciare pure l’applicazione dell’articolo 18 in ogni caso in cui riconosca l’illegittimità dell’esclusione dalla cooperativa.

Esiste invece un opposto orientamento della Suprema Corte, secondo cui: a) dall’esclusione del socio dalla cooperativa discende un automatico effetto estintivo ex lege sul rapporto di lavoro (ed in quanto tale rilevabile anche ex officio); b) risulta sempre necessario ai fini della tutela del socio rimuovere attraverso l’impugnazione la delibera di esclusione; c) la mancata impugnazione della delibera rende vana l’impugnativa del licenziamento – ovviamente fatto salvo il dovere del giudice di qualificare correttamente la domanda, (come esposto alla lettera e) precedente e come si chiede col ricorso per cassazione in questo giudizio); d) la tutela del socio va assicurata attraverso l’applicazione della c.d. tutela di diritto comune (Cass. 14741/2011: “rimosso il provvedimento di esclusione il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro, indipendentemente dall’applicabilità dell’articolo 18 dello Statuto laddove prima della riforma del 2003 la delibera di esclusione non determinava l’automatica estinzione del rapporto di lavoro dal momento che, secondo l’opinione prevalente, quest’ultimo effetto presupponeva un autonomo atto del datore di lavoro inteso alla dismissione del rapporto di lavoro, fermo restando l’impossibilità di far discendere dall’annullamento dello stesso l’applicazione dell’articolo 18, “ogni volta che viene a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo (cosi’ il testo, oggi abrogato, della L. n. 142, articolo 2)”.

Sulla necessaria impugnazione della delibera di esclusione si è pronunciata di recente ex professo ed in punto Cass. 3836/2016 in un caso in cui dinanzi ad un licenziamento collettivo di socie lavoratrici, già qualificato illegittimo, la Corte ha invece rigettato le domande nel merito perchè, nonostante la disposta esclusione, le socie si erano limitate ad impugnare il licenziamento, rendendo irrilevante la dedotta questione relativa alla violazione della procedura prevista dalla L. n. 223 del 1991. Ha ricordato la sentenza “che, ove la esclusione venga disposta, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini previsti dall’articolo 2533 c.c., e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacchè il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dalla L. n. 142 del 2001, articolo 5, comma 2, rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento”. Ed ha altresi’ osservato che “questa Corte ha perciò affermato che sussiste un rapporto di consequenzialità fra il recesso o l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, tale da escludere anche la necessità di un distinto atto di licenziamento (Cass. 12.2.2015 n. 2802, che riprende la motivazione di Cass. n. 14741/2011 cit.).

Anche la sentenza di questa Corte n. 6373/2016, nel pronunciarsi sui requisiti formali della delibera di esclusione e sull’onere della sua comunicazione, ha richiamato la gravità degli effetti che discendono dall’adozione della delibera ai sensi della L. n. 142 del 2003, articolo 5, come mod. dalla L. n. 30 del 2003 (“la quale determina ex lege l’estinzione del rapporto di lavoro con assorbimento di qualsivoglia questione in merito alla sorte del licenziamento, pur di fatto irrogato”), per ricavarne la necessità sia della sua comunicazione al lavoratore sia che essa presenti, sul piano della motivazione, un contenuto minimo necessario finalizzato a garantire l’esercizio del diritto di difesa, (“un contenuto che non può essere soddisfatto dalla restituzione della quota sociale nella busta paga. Mentre non soddisfa l’onere della comunicazione al lavoratore il deposito della stessa delibera nella causa in corso contro il licenziamento”).

Pertanto, a fronte dei contrasti esistenti in materia nella giurisprudenza della Corte di Cassazione e dell’importanza della questione – la quale attiene alla ricostruzione dei meccanismi estintivi del rapporto e delle tutele applicabili per i moltissimi lavoratori che operano in cooperative come soci – si rende opportuno rimettere il ricorso al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle sezioni unite della Corte.

E l’intervento delle Sezioni Unite c’è stato con la sentenza

Corte di Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 20 novembre 2017, n. 27436

con la quale è stato affermato il seguente principio: in tema di tutela del socio lavoratore di cooperativa, in caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non e’ inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni, afferenti al rapporto di lavoro, mentre resta esclusa la tutela restitutoria

 

 

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Pubblicato da | 2018-04-11T19:02:33+00:00 5 ottobre 2017|Articoli e saggi, Diritto Civile e Procedura Civile, Societario|0 Commenti

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