Le società cooperative e le mutue assicuratrici

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Le società cooperative e le mutue assicuratrici

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9)           IL BILANCIO E GLI UTILI –  LE RISERVE L’ATTUAZIONE DELLO SCOPO MUTUALISTICO: I RISTORNI

 

(Codice Civile – Libro V del lavoro – Titolo VI   delle società – Capo I  disposizioni generali cooperative a mutualità prevalente – Sezione IV  degli organi sociali – 2538 – 2545 septies)

 

La formazione fel bilancio di esercizio delle coop è integralmente assoggettata alla disciplina prevista per la S.p.A.

 

art.  2545  ter [144] c.c.   riserve indivisibili

sono indivisibili le riserve che per disposizione di legge o dello statuto non possono essere ripartite tra i soci, neppure in caso di scioglimento della società.

Le riserve indivisibili possono essere utilizzate per la copertura di perdite solo dopo che sono esaurite le riserve che la società aveva destinato ad operazioni di aumento di capitale e quelle che possono essere ripartite tra i soci in caso di scioglimento della società.

 

Interessente sulle modalità e sull’interpretazione dell’atto di destinazione è una pronuncia del Tribunale Trentino, secondo la quale

Quanto ai dati letterali è da rilevare che:

  • le parole “conferente” e “beni conferiti” contenute nell’art. 2645 ter c.c. presuppongono un’alterità soggettiva dal conferente ad altro individuo, fattispecie incompatibile con un atto individuale” (vedi Trib. Reggio Emilia 07.06.2012);
  • l’art. 2645 ter c.c. attribuendo il potere di agire per la realizzazione degli interessi di cui al vincolo di destinazione a qualsivoglia interessato e anche al conferente implica che la disposizione prevede l’intervento di un soggetto diverso a cui il diritto sul bene vincolato è trasferito, non essendo logicamente ipotizzabile che il conferente possa convenire sé stesso[145];
  • art. 2645 ter c.c. consentendo la possibilità di instaurare un giudizio ai terzi interessati anche dopo la morte del conferente per l’attuazione della finalità dell’atto di destinazione implica il conferimento del bene dal conferente ad altro soggetto[146];
  • l’assenza di elementi a definire la tipologia di un negozio, la sua natura, la sua causa e i suoi effetti[147].

Per cui la formulazione letterale della norma in esame depone per un’interpretazione limitata alle sole ipotesi di destinazione c.d. traslativa collegate ad altre fattispecie negoziali tipiche o atipiche dotate di causa autonoma (norma sugli effetti e non sugli atti)[148].

In tal senso depongono anche la collocazione della disposizione tra le norme sulla pubblicità ovvero in una parte del codice civile non relativo al diritto sostanziale.

Un’interpretazione estensiva della disposizione sarebbe in contrasto con il principio generale della responsabilità illimitata principio posto a tutela del credito dettato dall’art. 2740 c.c. Pertanto l’atto di destinazione de quo[149] deve ritenersi inidoneo a produrre un effetto di separazione patrimoniale opponibile ai creditori ai sensi dell’art. 2645 ter c.c. e pertanto il vincolo derivante da tale atto non è opponibile all’attrice.

 

art. 2545 quater [150] c.c.   riserve legali, statutarie e volontarie

qualunque sia l’ammontare del fondo di riserva legale, deve essere a questo destinato almeno il 30% degli utili netti annuali (per rafforzare la consistenza del patrimonio sociale).

Una quota degli utili netti annuali deve essere corrisposta ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione, nella misura e con le modalità previste dalla legge (che ammonta al 3% – essi sono gestiti dalle associazioni nazionali delle cooperazioni).

L’assemblea determina, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 2545-quinquies, la destinazione degli utili non assegnati ai sensi del primo e secondo comma.

 

art.   2545 quinquies [151] c.c.  diritto agli utili e alle riserve dei soci cooperatori

l’atto costitutivo indica le modalità e la percentuale massima di ripartizione dei dividendi tra i soci cooperatori.

Possono essere distribuiti dividendi, acquistate proprie quote o azioni ovvero assegnate ai soci le riserve divisibili se il rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società è superiore ad un quarto. La condizione non si applica nei confronti dei possessori di strumenti finanziari. [152].

L’atto costitutivo può autorizz. l’assemblea ad assegnare ai soci le riserve divisibili attraverso:

  1. a) l’emissione degli strumenti finanziari di cui all’articolo 2526;
  2. b) mediante aumento proporzionale delle quote sottoscritte e versate, o mediante l’emissione di nuove azioni, anche in deroga a quanto previsto dall’articolo 2525, nella misura massima complessiva del venti per cento del valore originario.

Le riserve divisibili, spettanti al socio in caso di scioglimento del rapporto, possono essere assegnate, se lo statuto non prevede diversamente, attraverso l’emissione di strumenti finanziari liberamente trasferibili e devono esserlo ove il rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società sia inferiore ad un quarto.

Le disposizioni dei commi secondo e terzo non si applicano alle cooperative con azioni quotate in mercati regolamentati[153]

 

Per quanto riguarda i dividendi

 

  • 1) Società cooperative non a mutualità prevalente

 

Vale il duplice limite alla ripartizione dei dividendi, l’uno statutario l’altro legale.

innanzitutto è lo statuto che deve indicare oltre che le modalità di ripartizione, la percentuale massima dei dividendi ripartibili tra i soci, e sotto questo aspetto lo statuto è libero di fissare qualsiasi percentuale (al limite anche il 99%)

secondo il limite legale l’utile di bilancio può essere distribuito nella percentuale massima fissato dallo statuto se il rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo indebitamento della società non è superiore ad ¼, dovendo altrimenti essere destinato a riserve.

 

  • 2) società cooperative a mutualità prevalente

 

Vale quanto previsto dall’art. 2514, co 1 a) < il divieto di distribuire i dividendi in misura superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato >

La dottrina dominante e la prassi definiscono in maniera pressoché pacifica i ristorni come le somme rivenienti dagli avanzi di gestione, distribuiti ai soci, non in base ai criteri capitalistici fondati all’assegnazione di dividendi, bensì in ragione della partecipazione allo scambio mutualistico.

I ristorni rappresentano la traduzione in termini monetari del vantaggio mutualistico, ossia del risparmio di spesa o di quell’aumento di guadagno che la cooperativa deve procurare al socio, vantaggio che solo per esigenze di praticità viene differito alla fine dell’esercizio, quando è possibile quantificare e retrocedere tali eccedenze.

 

art.  2545 sexies [154] c.c.   ristorni

 l’atto costitutivo determina i criteri di ripartizione dei ristorni ai soci proporzionalmente alla quantità e qualità degli scambi mutualistici.

Le cooperative devono riportare separatamente nel bilancio i dati relativi all’attività svolta con i soci, distinguendo eventualmente le diverse gestioni mutualistiche.

L’assemblea può deliberare la ripartizione dei ristorni a ciascun socio anche mediante aumento proporzionale delle rispettive quote o con l’emissione di nuove azioni, in deroga a quanto previsto dall’articolo 2525, ovvero mediante l’emissione di strumenti finanziari.

 

L’Agenzia delle entrate ha precisato che i ristorni attribuiti ai soci delle società cooperative e loro consorzi sono totalmente deducibili ai fini del calcolo dell’utile netto preso a base per l’applicazione delle percentuali di imponibilità (C.M. 9.4.2008, n. 35/E). Le società cooperative e i loro consorzi possono dedurre dal reddito le somme ripartite tra i soci sotto forma di restituzione di una parte del prezzo pagato per acquistare beni e servizi della cooperativa stessa, nonché sotto forma di eventuali maggiori compensi per i conferimenti effettuati (C.M. 18.6.2002, n. 53/E).  Le somme relative al ristorno possono anche essere imputate ad incremento delle quote sociali (art. 12, D.P.R. 601/1973).

Per la sezione tributaria della S.C[155]. il “ristorno” (che ha ricevuto espressa disciplina nell’articolo 2521 c.c., comma 3, n. 8 e nell’articolo 2545 sexies c.c., introdotti con la riforma societaria dal Decreto Legislativo 17 gennaio 2003, n. 6) deve ritenersi compatibile con lo scopo mutualistico, in quanto il vincolo cooperativo è assunto dal socio proprio in vista della realizzazione di un vantaggio patrimoniale che non è riducibile – come nelle società di capitali – alla quota di capitale investito ma corrisponde, invece, alla soddisfazione di “un comune preesistente bisogno economico (il bisogno del lavoro, il bisogno del bene casa, il bisogno di generi di consumo, di credito, ecc.) e di soddisfarlo conseguendo un risparmio di spesa, per i beni o servizi acquistati o realizzati dalla propria società (cooperative di consumo), o una maggiore retribuzione per i propri beni o servizi alla stessa ceduti (cooperative di produzione e di lavoro).

La Cassazione[156], inoltre, ha più volte chiarito che i ristorni “costituiscono uno degli strumenti tecnici per attribuire ai soci il vantaggio mutualistico (risparmio di spesa o maggiore remunerazione) derivante dai rapporti di scambio intrattenuti con la cooperativa. Essi, in sostanza, si traducono in un rimborso ai soci di parte del prezzo pagato per i beni o servizi acquistati dalla cooperativa (cooperative di consumo), ovvero in integrazione della retribuzione corrisposta dalla cooperativa per le prestazioni del socio (cooperative di produzione e di lavoro). Come parte della dottrina ha segnalato, la sola caratteristica che hanno in comune con gli utili è l’aleatorietà, in quanto la società potrà distribuire ristorni soltanto se la gestione mutualistica dell’impresa si è chiusa con un’eccedenza dei ricavi rispetto ai costi”.

Per il tribunale Meneghino[157] l’attribuzione alle imprese consorziate di somme a titolo di ristorno di eccedenze di gestione non può di per sé essere ritenuta in contrasto né con il divieto statutario di distribuzione di utili ai consorziati, né, tantomeno, con i principi del consorzio il cui statuto esclude fini di lucro imputati direttamente all’ente consortile; di talché appare del tutto coerente la ripartizione tra i consorziati delle eccedenze di gestione. Il divieto di distribuzione di utili, invero, in quanto connotato dell’attività del consorzio in senso mutualistico, di per sé non esclude che i vantaggi derivanti ai consorziati dalla loro partecipazione al consorzio possano essere attuati, oltre che attraverso la contrattazione consortile con i produttori, anche attraverso la ripartizione tra i consorziati delle c.d. eccedenze di gestione mediante la tecnica del ristorno, vale a dire mediante attribuzione di somme di denaro periodicamente ai consorziati in proporzione ai rapporti derivati dagli scambi regolati da strumenti consortili. Quanto precede è positivamente stabilito per le società cooperative connotate in senso mutualistico, dalla disciplina di cui agli artt. 2521, comma 3, n. 8, c.c. e 2545 sexies c.c.

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Pubblicato da | 2018-04-11T19:02:33+00:00 5 ottobre 2017|Articoli e saggi, Diritto Civile e Procedura Civile, Societario|0 Commenti

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