Cassazione civile 2017

Corte di Cassazione, sezione tributaria, sentenza 28 giugno 2017, n. 16060

È legittimo l’accertamento induttivo fondato sui brogliacci rinvenuti in sede di verifica: si tratta, infatti, di documenti contabili dotati dei requisiti di gravità, precisione e concordanza

Suprema Corte di Cassazione

sezione tributaria

sentenza 28 giugno 2017, n. 16060

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente

Dott. GRECO Antonio – rel. Consigliere

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28237-2011 proposto da:

(OMISSIS) SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliato in (OMISSIS) presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) (che rinuncia al mandato) delega a margine;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE REGIONALE ENTRATE CAMPANIA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 306/2011 della COMM.TRIB.REG. di NAPOLI, depositata il 18/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/09/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO GRECO;

udito per il ricorrente l’Avvocato (OMISSIS) per delega dell’avvocato (OMISSIS) (rinuncia al mandato) chiede l’accoglimento;

udito per il controricorrente l’avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE MASELLIS Mariella, che ha concluso per l’inammissibilita’ in subordine il rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA

La srl (OMISSIS) propone ricorso per cassazione, sulla base di nove motivi, illustrati con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimita’ della pretesa manifestata con l’avviso di accertamento con il quale, ai fini dell’IVA, dell’IRAP e dell’IRPFG per il periodo d’imposta 2003, venivano contestati ricavi non contabilizzati per Euro 1.730.215 e costi non di competenza per Euro 5.780, sulla base di una verifica della Guardia di finanza, conclusasi il 30 giugno 2006, nel corso della quale era stata rinvenuta documentazione extra contabile, consistente in undici registri intestati “scadenziari attivi” e riportanti annotazioni di assegni bancari e cambiali ricevuti dalla contribuente.

L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 39, comma 1, lettera d), la ricorrente assume che sarebbero stati confusi i presupposti previsti dalla norma per procedere alla determinazione induttiva del reddito con i risultati dell’accertamento stesso, ossia con i maggiori ricavi accertati, il cui ammontare non sarebbe “risultato fondato, all’evidenza, su gravi, precise e concordanti presunzioni”; con il secondo motivo denuncia omessa motivazione sulla rilevanza delle presunzioni a sostegno della determinazione induttiva del reddito in mancanza di prova diretta in ordine ai ricavi accertati, mentre con il terzo si duole della insufficiente motivazione in merito al mancato assolvimento della prova, da parte di essa contribuente, con riferimento agli incassi ed alle relative registrazioni; con il quarto ed il quinto motivo lamenta, rispettivamente, l’insufficiente e la contraddittoria motivazione in relazione a quanto emerso dalla c.t.u. circa la verifica della G. di f.; con il sesto motivo, denuncia insufficiente motivazione in merito alla ritenuta irrilevanza, in via subordinata, dei componenti positivi di reddito per i quali risulta la corrispondenza delle scritture contabili della societa’ e l’assoggettamento a tassazione; con il settimo motivo denuncia “violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 14 in relazione alla mancata qualificazione come scritture ausiliarie delle scritture relative ai conti sospesi”; con l’ottavo motivo denuncia “violazione dell’articolo 53 Cost. e dell’articolo 109, comma 4, tuir laddove non sono stati considerati in riduzione i costi correlati ai presunti ricavi ripresi a tassazione”; con il nono motivo denuncia insufficiente motivazione in merito alle ragioni per cui le competenze del ctu, concernenti un’unica consulenza tecnica, siano state applicate separatamente per ciascuna annualita’ esaminata nella ctu stessa, in luogo che unitariamente intese.

I primi tre motivi, nonche’ il sesto ed il settimo motivo, da esaminare congiuntamente in quanto strettamente legati, sono infondati.

Nell’accertamento tributario – secondo il consolidato orientamento di questa Corte -, la “contabilita’ in nero”, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, anche se rinvenuta presso terzi, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravita’, precisione e concordanza prescritti dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 39 e legittima di per se’, a prescindere da ogni altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo, incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria, al fine di contestare l’atto impositivo notificatogli (Cass. n. 24051 del 2011, n. 14150 del 2016); tra le scritture contabili disciplinate dagli articoli 2709 c.c. e ss. sono infatti compresi “tutti i documenti che singoli atti patrimoniale dell’attivita’ nero”, per il registrino, in termini quantitativi o monetari, i d’impresa, ovvero rappresentino la situazione dell’imprenditore ed il risultato economico svolta. Ne consegue che detta “contabilita’ in suo valore probatorio, legittima di per se’, ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo di cui al citato articolo 39, incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria, al fine di contestare l’atto impositivo notificatogli” (Cass. n. 4080 del 2015, n. 20094 del 2014).

Il giudice d’appello non incorre negli errori di diritto ad esso addebitati nel ricostruire, alle pagine 7 e 8 della sentenza impugnata, i principi fissati dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 39, e nel farne quindi corretta applicazione (“..con il pvc e’ stato rilevato: la presenza materiale di soli Euro 801 a fronte del saldo contabile di Euro 172.086, con un ammanco di cassa per Euro 171.285; la presenza di 11 brogliacci, definiti “scadenziari attivi”, riportanti assegni post-datati (per il 75%) e cambiali, in buona parte incassati direttamente dal legale rappresentante della societa’, (OMISSIS); la presenza di un libro giornale non vidimato e non bollato, tenuto a fogli mobili con il sistema di contabilita’ meccanizzata; la registrazione di costi non inerenti. Tali copiosi e rilevanti elementi di fatto..vanno indubbiamente ad integrare quei requisiti di gravita’ precisione e concordanza richiesti dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 29, comma 1, lettera d), per procedere sulla base di presunzioni, per cui il metodo di accertamento induttivo operato va dichiarato pienamente legittimo”).

La Commissione regionale con riguardo alla determinazione del reddito, richiamando la giurisprudenza della Corte di cassazione sulla legittimita’ della ricostruzione induttiva del reddito imponibile a seguito del ritrovamento di una contabilita’ parallela, a prescindere da altri elementi, ha osservato che nella specie il controllo incrociato tra documenti extra contabili e contabilita’ della societa’ era stato effettuato dalla G. di f., “che proprio attraverso la comparazione dei brogliacci con la contabilita’ generale (non solo il libro giornale, ma anche i “sottoconti clienti” – in cui non risultavano precisate le caratteristiche e l’iter dei titoli di credito ricevuti in pagamento – ed il sottoconto “effetti attivi”, v.pagg. 5 e 6 pvc), ha determinato i ricavi non dichiarati, sulla base dei dati dei primi non riportati nei libri contabili ufficiali”.

Con riguardo alla prova contraria, che in conseguenza di tale accertamento gravava sulla societa’ contribuente, il giudice d’appello ha osservato che essa non aveva fornito alcun elemento, essendosi limitata a sostenere che i brogliacci costituivano scritture ausiliarie utilizzate per monitorare i crediti a media e lunga scadenza, costituenti elementi finanziari non riportabili nella contabilita’ obbligatoria, e non aveva fornito alcun chiarimento circa la data di incasso e le relative registrazioni e tantomeno circa le fatture asseritamente rilasciate a fronte di ciascun effetto annotato.

Il quarto ed il quinto motivo sono del pari infondati, avendo il giudice di merito evidenziato che il ctu, “nel confermare sostanzialmente le conclusioni del pvc, pur rilevando elementi di criticita’ in ordine ad alcune discordanze contabili definite modeste ed alla metodologia adottata, v. pagg. 15 e 16 ctu, afferma che la societa’ ricorrente non ha mai fornito analitiche prove contrarie rispetto agli specifici ed analitici addebiti della G.d.f.”.

L’ottavo motivo e’ infondato, ove si consideri che secondo il consolidato orientamento di questa Corte nell’accertamento induttivo delle imposte sui redditi, “l’Amministrazione e’ tenuta a ricostruire la situazione reddituale complessiva del contribuente, tenendo conto anche delle componenti negative del reddito, purche’ emergenti dagli accertamenti o dimostrate dal contribuente, su cui grava l’ onere della prova dei costi deducibili dall’ammontare dei ricavi induttivamente determinati” (Cass. n. 22266 del 2016): una siffatta prova la societa’ contribuente non ha offerto.

Il giudice d’appello ha osservato, ed ha in proposito argomentato (a pag. 11), anche alla luce dell’articolo 109 del tuir, che gli eventuali costi non registrati non erano deducibili, “sia perche’ non sono certi (non avendo la (OMISSIS) chiarito da chi e quando gli acquisti sarebbero stati operati), sia perche’ non quantificabili; al riguardo si osserva che non e’ possibile fare riferimento a generiche medie di mercato, ne’ all’incidenza dei costi sul venduto elaborati dagli studi di settore ad altri fini”.

Va, infine, disatteso l’ultimo motivo.

Giova anzitutto osservare, in generale, come “in materia di spese processuali, l’identificazione della parte soccombente e’ rimessa al potere decisionale del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimita’, con l’unico limite di violazione del principio per cui le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa” (Cass. n. 13229 del 2011).

Nella specie, il giudice d’appello ha spiegato le ragioni per le quali le competenze del ctu, concernenti un’unica consulenza tecnica relativa a tre periodi d’imposta (i cui accertamenti erano stati oggetto di altrettanti giudizi), siano state applicate dal primo giudice separatamente per ciascuna annualita’ esaminata nella ctu stessa, in luogo che unitariamente intese: l’importo delle competenze liquidate da quel giudice al ctu “appare adeguato alla natura dell’elaborato e al valore della causa, da considerare di per se’, a prescindere da altre cause similari”.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la societa’ ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 10.200 oltre alle spese prenotate a debito.

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