Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 11 gennaio 2016, n. 222. Il semplice smarrimento di documenti con dati supersensibili da parte del Ministero non dà diritto al risarcimento del danno se manca la prova che i dati siano entrati in possesso di persone estranee alla funzione amministrativa deputata al loro esame. Con questa affermazione la Cassazione ha respinto il ricorso di un militare che aveva richiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in seguito allo smarrimento di dati riguardanti il suo stato di salute da parte della commissione medica cui aveva presentato istanza per il riconoscimento di una malattia derivante da causa di servizio. Per i giudici, infatti, il «danno non patrimoniale» risarcibile ai sensi dell’articolo 15 del Codice della privacy (Dlgs 196/2003), per quanto determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali (tutelato dagli articoli 2 e 21 della Costituzione e dall’articolo 8 della Cedu) «non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno”» inteso «quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato».

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Cassazione 6

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 11 gennaio 2016, n. 222

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Consigliere

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20838/2014 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA DIFESA (OMISSIS), in persona del Ministro in carica, elettivamente domiciliato in ROMA, VTA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 942/2014 del TRIBUNALE di GENOVA del 12/03/2014, depositata il 17/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 02/12/2015 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCO ANTONIO GENOVESE;

udito l’Avvocato (OMISSIS) difensore del ricorrente che si riporta agli scritti ed insiste per l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 20 luglio 2015, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c.:

“Con sentenza in data 17 marzo 2014, il Tribunale di Genova ha respinto la domanda proposta dal signor (OMISSIS) contro il Ministero della Difesa, per lo smarrimento di documenti contenenti dati sensibili (inerenti lo stato di salute) riguardanti la sua persona, in quanto, avendo proposto istanza per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio di diverse sue patologie e per la concessione del beneficio dell’equo indennizzo, era giunto alla conclusione che la documentazione sanitaria che lo riguardava, pur trasmessa dal corpo di appartenenza, era stata smarrita dalla CMO incaricata del suo esame. Secondo il giudice circondariale da un lato non c’era certezza che la documentazione smarrita fosse proprio quella indicata dal ricorrente, che lo smarrimento sia dipeso, dopo la sua ricezione,proprio dalla CMO di La Spezia e, soprattutto, che i documenti siano pervenuti nella concreta disponibilita’ di terzi (senza il consenso dell’interessato).

Avverso tale sentenza, il (OMISSIS) ha proposto ricorso il Consorzio, con atto notificato il 28 agosto 2014, sulla base di due motivi, con cui denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., articolo 2697 c.c., Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articoli 11 e 18; articoli 2056, 2059 e 1226 c.c., Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 15, articoli 2727, 2728 e 2729 c.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3).

Il Ministero della Difesa ha resistito con controricorso.

Il ricorso, per molti versi inammissibile, appare anche manifestamente infondato.

Infatti, da un lato, perche’ sotto le apparenti spoglie della violazione (o falsa applicazione di legge) chiede a questa Corte un sostanziale riesame delle risultanze processuali (sia in ordine al fatto dello smarrimento dei documenti sanitari, alla loro consistenza di atti contenenti particolari dati personali e in ordine al fatto che i medesimi siano giunti a conoscenza di terze persone) ed una diversa valutazione/apprezzamento delle prove e degli elementi forniti, cosi’ come compiuta dal giudice di merito, giustapponendo una congerie di doglianze con le quali il ricorrente pone censure miranti alla inammissibile ripetizione del giudizio di merito (attraverso il riesame degli atti e dei documenti oggetto di apprezzamento nella fase di merito) che – con riferimento alle sentenze (come quella oggetto del presente giudizio) pubblicate oltre il termine di trenta giorni successivo all’entrata in vigore della Legge n. 134 del 2012, (che ha convertito il Decreto Legge n. 83 del 2012), per le quali e’ stato dettato un diverso tenore della previsione processuale invocata (ossia, l’articolo 360 c.p.c., n. 5) – si infrangono sull’interpretazione cosi’ chiarita dalle SU civili (nella Sentenza n. 8053 del 2014): la riformulazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in Legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimita’ sulla motivazione. Pertanto, e’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili e nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza della motivazione.

Da un altro lato, in quanto postula l’esistenza di un danno che, in disparte la considerazione giudiziale come solo astratto ed ipotetico, intende far affermare da questa Corte la sua effettivita’ anche al di fuori di una vicenda concretamente accertata nei suoi necessari presupposti, cosi’ dimentica del principio gia’ affermato da questa Corte, proprio in materia di danno da trattamento dei dati personali, ed in base al quale Il danno non patrimoniale risarcibile, ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, articolo 15, (cosiddetto codice della privacy), pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli articoli 2 e 21 Cost., e dall’articolo 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della gravita’ della lesione e della serieta’ del danno (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarieta’ ex articolo 2 Cost., di cui il principio di tolleranza della lesione minima e’ intrinseco precipitato, sicche’ determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’articolo 11 del codice della privacy ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva. Il relativo accertamento di fatto e’ rimesso al giudice di merito e resta ancorato alla concretezza della vicenda materiale portata alla cognizione giudiziale ed al suo essere maturata in un dato contesto temporale e sociale. (Sez. 3, Sentenza n. 16133 del 15/07/2014).

In conclusione, si deve disporre il giudizio camerale, ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c., e articolo 375 c.p.c., n. 5, apparendo il ricorso manifestamente infondato”.

Considerato che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione di cui sopra, alla quale risultano essere stati mossi rilievi critici da parte del ricorrente;

che, peraltro, tali osservazioni non possono essere fatte proprie dal Collegio;

che, infatti, da un lato, il ricorso per cassazione non e’ concepito per ottenere un riesame della controversia, neppure con riferimento ai dati probatori considerati raggiunti (o meno) dal giudice di merito, purche’ quest’ultimo abbia consegnato tali risultanze ad una minima motivazione, secondo quanto sopra richiamato, alla stregua dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 (nella formulazione vigente), dalle SU civili (con la Sentenza n. 8053 del 2014); da un altro, i fatti provati devono risultare decisivi ai fini del conseguimento del risultato utile perseguito;

che, infatti, con riferimento alla riproposizione del complesso dei fatti che sono stati posti a base delle richieste risarcitorie (lo smarrimento dei documenti contenenti i dati super sensibili, non meglio precisati, quando questi erano gia’ pervenuti agli Uffici della struttura pubblicale la loro presumibile conoscenza da parte di terzi) va richiamato il principio di diritto (gia’ posto da Cass. Sez. L, Sentenza n. 6850 del 1982) che ora, alla luce dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 (nel testo vigente), appare cosi’ riformulabile:

“rientra nei compiti del giudice del merito il giudico circa l’opportunita’ di fondare la decisione sulla prova per presunzioni e circa l’idoneita’ degli stessi elementi presuntivi a consentire illazioni che ne discendano secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, essendo il relativo appressamento sottratto al controllo in sede di legittimita’ se sonetto da motivazione priva di anomalie tali da tramutarsi in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali, ed in particolare, ispirato al principio secondo il quale i requisiti della gravita’, della precisione e della concordanza, richiesti dalla legge, devono essere ricercati in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale, e non con riferimento singolare a ciascuno di questi, pur senza omettere un apprezzamento cosi’ frazionato alfine di vagliare preventivamente la rilevanza dei vari indizi e di individuare quelli ritenuti significativi e da ricomprendere nel suddetto contesto articolato e globale, con esclusione di qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza della motivazione”;

che, in ogni caso, pur dando per provato il fatto storico dell’ascrivibilita’ dello smarrimento della documentazione contenente i dati supersensibili alla struttura pubblica sanitaria, appare del tutto arbitrario (sul piano logico e storico) pretendere di inferire dal fatto in se’ e per se’ considerato, con un salto logico evidente, l’avvenuta conoscenza di tali dati da parte di persone estranee alla funzione amministrativa deputata al loro esame, potendo essere varie e molteplici le evenienze risolventesi in una dispersione dei documenti (contenenti i dati supersensibili) priva del danno lamentato (o, ancor meglio, solo ipotizzato);

che, pertanto, il ricorso va dichiarato manifestamente infondato con il conseguente raddoppio del contributo unificato, poiche’ il ricorso, proposto successivamente al 30 gennaio 2013 (e rigettato), comporta un ulteriore pagamento del contributo, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla Legge n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17;

che le spese di lite vanno, invece, compensate, in ragione della vicenda storica nata da una sicuramente non efficiente gestione della procedura amministrativo – sanitaria.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso e compensa fra le parti le spese processuali.

Omettere generalita’ ed atti identificativi, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla Legge n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.