Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 14 dicembre 2015, n. 49275. In tema di induzione indebita la condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale con più tenue valore condizionante rispetto all’abuso costrittivo tipico del delitto di concussione-della libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi argini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione indebita, poiché motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico

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Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 14 dicembre 2015, n. 49275. In tema di induzione indebita la condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale con più tenue valore condizionante rispetto all’abuso costrittivo tipico del delitto di concussione-della libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi argini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione indebita, poiché motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico

Cassazione 15

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 14 dicembre 2015, n. 49275

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MILO Nicola – Presidente

Dott. ROTUNDO Vincenzo – rel. Consigliere

Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere

Dott. CARCANO Domenico – Consigliere

Dott. CAPOZZI Angelo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4253/2012 CORTE APPELLO di ROMA, del 24/10/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 17/09/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. VINCENZO ROTUNDO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Vito D’Ambrosio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Udito i difensore Avv. (OMISSIS), che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO

1.-. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Roma, sezione 3 penale, in data 24-10-14, ha confermato la condanna pronunciata nei confronti di (OMISSIS) in primo grado, all’esito di giudizio abbreviato, in data 9-1-12, dal GIP presso il Tribunale di Roma alla pena, previa concessione di attenuanti generiche, di anni tre di reclusione per i reati di associazione a delinquere, concussione, turbata liberta’ degli incanti, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, a lui ascritti ai capi A), B1), B2), B3), C1), C2), C3), D1), D2), D3), E1), E2), E3), F1), F2), F3), G1), G2), G3), H1), H2), H3), I1), 12), 13), L1), L2), L3), M1), M2), M3), O1), O2), 03) della rubrica.

Il procedimento riguarda svariati episodi di concussione in relazione alla irregolare assegnazione di appalti alla Citta’ Militare della (OMISSIS), commessi dal sergente (OMISSIS) anche unitamente ad altri militari di grado superiore.

L’affermazione della penale responsabilita’ del (OMISSIS) e’ stata fondata dai Giudici di merito sulle dichiarazioni delle persone offese, titolari delle varie imprese assoggettate alle pretese illecite degli originari imputati che agivano in sintonia con il predetto, in quanto imprese affidatarie degli appalti per i lavori da realizzare nelle varie strutture esistenti all’interno della cittadella militare della (OMISSIS); sulle ammissioni di colpevolezza rese dai suoi coimputati, giudicati separatamente, contenenti dichiarazioni auto ed etero accusatorie; sul contenuto delle intercettazioni telefoniche ed ambientali svolte nei confronti degli imputati; sul sequestro di numerosi documenti informatici e cartacei attinenti alla esecuzione dei reati contestati (segnatamente per l’alterazione dei risultati delle singole gare di appalto in modo da favorire, di volta in volta, l’impresa prescelta in base al sistema della c.d. “doppia busta”).

Su queste basi i Giudici di merito hanno ritenuto dimostrato l’accordo criminoso associativo tra il (OMISSIS) e i restanti imputati, separatamente giudicati, finalizzato alla commissione di una serie indeterminata di reati di concussione, turbativa d’asta e minacce al fine di affidare gli appalti relativi ai lavori presso la (OMISSIS) agli imprenditori prescelti. In particolare, gli imprenditori assoggettati al predetto sistema illecito erano stati individuati nel corso delle indagini, in (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). A costoro erano state rivolte dal (OMISSIS) e dagli altri imputati le richieste o pretese di denaro o altra utilita’ (solitamente il 10% del prezzo dell’appalto), palesando ai medesimi in modo inequivocabile, in caso di rifiuto di versare la tangente, l’esclusione definitiva dagli appalti e ponendo in essere un sodalizio criminoso per commettere tutta una serie di reati connessi ai vari appalti. Essendo a tal fine indispensabile il controllo della assegnazione dei singoli appalti all’impresa aprioristicamente designata, era stata, infatti, posta in essere la alterazione sistematica delle varie gare per garantirne l’assegnazione all’impresa di volta in volta prescelta attraverso il gia’ citato sistema della “doppia busta” (ossia una busta contenente l’offerta iniziale dell’impresa e un’altra busta, su carta intestata e timbri con firma del titolare della stessa impresa, lasciata in bianco nella parte relativa all’offerta, in modo da poterla riempire, se necessario, con un’offerta piu’ vantaggiosa rispetto a quella contenuta nella prima busta).

2.-. Avverso la suindicata sentenza ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), tramite il sui difensore, chiedendone l’annullamento.

Il ricorrente deduce in primo luogo violazione di legge in riferimento alla affermazione di responsabilita’ per i reati di concussione a lui contestati (capi B1, C1, D1, E1, F1, G1, H1, I1, L1, M1 e O1), sostenendo che le condotte a lui ascritte avrebbero dovuto essere riqualificate ai sensi dell’articolo 319 quater c.p., introdotto dalla Legge n. 190 del 2012. A tal fine nel ricorso si rileva in primo luogo che gia’ nella sentenza di primo grado tali condotte erano state espressamente qualificate come “induttive” ed erano state chiaramente inquadrate (come elemento materiale del reato di concussione) nella induzione, non senza rimarcare che nei casi di specie le persone offese avevano tratto un concreto vantaggio economico dai comportamenti attribuiti agli imputati. In secondo luogo si ricorda che il Giudice di primo grado aveva preso atto della totale collaborazione degli imprenditori alla realizzazione del meccanismo illecito, collaborazione incompatibile con una condizione di forte prevaricazione da parte del pubblico ufficiale e con lo stato di soggezione del concusso. In definitiva, erano le persone offese a recarsi periodicamente alla (OMISSIS) a chiedere l’affidamento dei lavori, aggiudicandosi una sorta di “esclusiva” all’interno della Citta’ Militare. Anche dalle conversazioni intercettate era emerso un rapporto di confidenzialita’ tra il (OMISSIS) e gli imprenditori assertivamente concussi, dimostrato dalla totale assenza di toni arroganti. A parte il fatto che gli intenti di alcuni degli imprenditori (ad es. (OMISSIS)) erano chiaramente incompatibili con quelli propri di soggetti vittime di sopraffazione.

In secondo luogo nel ricorso si denuncia, sempre in riferimento all’inquadramento dei reati suindicati nella fattispecie della concussione, travisamento della prova. In particolare, nella sentenza impugnata si sarebbe sottolineato che il (OMISSIS), al suo arrivo alla (OMISSIS) nel 2006, avrebbe trovato un sistema consolidato e operativo per spartire i lavori all’interno della citta’ militare ed alterare le gare al fine di ammettere, dietro il pagamento di tangenti, i singoli imprenditori prescelti, sistema al quale il predetto imputato avrebbe immediatamente aderito. Ne derivava, ad avviso del ricorrente, che egli non poteva essere chiamato a rispondere quanto meno delle imputazioni ai danni di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), posto che al tempo della promessa egli non era nemmeno in servizio alla (OMISSIS). Inoltre la Corte di merito aveva omesso ogni valutazione in riferimento ai risultati della perizia fonica sulle conversazioni intercettate, pur avendo precedentemente ritenuta necessaria detta prova ai fini dell’eventuale inquadramento delle condotte contestate nell’ambito delle previsioni del nuovo articolo 319 quater c.p..

In terzo luogo il ricorrente deduce la violazione dell’articolo 611 c.p. in riferimento ai reati rubricati sub B3), C3), D3), E3), F3), G3), H3), I3), L3), M3) e 03), per la inidoneita’ delle minacce ascrittegli a compromettere la liberta’ morale delle vittime.

Con il quarto ed il quinto motivo di ricorso si denuncia vizio di motivazione in riferimento al mancato riconoscimento delle attenuanti di cui all’articolo 114 c.p., comma 3, e articolo 62 c.p., n. 6.

3.-. Il ricorso e’ inammissibile per manifesta infondatezza.

Questa Corte ha recentemente chiarito che nel delitto di induzione indebita, previsto dall’articolo 319 quater cod. pen., introdotto dalla Legge n. 190 del 2012, la condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale con piu’ tenue valore condizionante – rispetto all’abuso costrittivo tipico del delitto di concussione di cui all’articolo 317 cod. pen., come modificato dalla predetta Legge n. 190 – della liberta’ di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di piu’ ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perche’ motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico. (Sez. 6, Sentenza n. 32594 del 14/05/2015, Rv. 264424, Nigro).

A queste conclusioni si e’ del resto pervenuti in applicazione di principi espressi in materia dalle Sezioni Unite di questa Corte, che hanno definitivamente puntualizzato che sussiste continuita’ normativa fra la concussione per induzione di cui al previgente articolo 317 cod. pen. ed il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilita’ di cui all’articolo 319 quater cod. pen., introdotto dalla Legge n. 190 del 2012, considerato che la pur prevista punibilita’, in quest’ultimo, del soggetto indotto non ha mutato la struttura dell’abuso induttivo, fermo restando, per i fatti pregressi, l’applicazione del piu’ favorevole trattamento sanzionatorio di cui alla nuova norma (Sez. U, Sentenza n. 12228 del 24/10/2013, Rv. 258473, Maldera).

In questa fondamentale sentenza si e’ anche spiegato che il delitto di concussione, di cui all’articolo 317 cod. pen. nel testo modificato dalla Legge n. 190 del 2012, e’ caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno “contra ius” da cui deriva una grave limitazione della liberta’ di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per se’, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilita’ indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall’articolo 319 quater cod. pen. introdotto dalla medesima Legge n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest’ultimo non si risolva in un’induzione in errore), di pressione morale con piu’ tenue valore condizionante della liberta’ di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di piu’ ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perche’ motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico. (Sez. U, Sentenza n. 12228 del 24/10/2013 Ud. (dep. 14/03/2014) Rv. 258470, Maldera). In motivazione, la Corte ha altresi’ precisato che, nei casi ambigui, l’indicato criterio distintivo del danno antigiuridico e del vantaggio indebito va utilizzato, all’esito di un’approfondita ed equilibrata valutazione del fatto, cogliendo di quest’ultimo i dati piu’ qualificanti idonei a contraddistinguere la vicenda concreta.

Questi principi risultano correttamente applicati nella sentenza impugnata.

La Corte di Appello ha, infatti, ritenuto dimostrato che le condotte attuate dagli imputati erano state di costrizione e non di induzione, tenuto conto della alternativa espressamente imposta alla persone offese circa le conseguenze inevitabili di un loro rifiuto della richiesta di denaro, che avrebbe determinato l’esclusione da qualsiasi lavoro nella cittadella militare, con pregiudizio notevolissimo per gli imprenditori, che in alcuni casi rischiavano di dover chiudere la loro attivita’.

Era risultato provato il clima di sudditanza ed asservimento imposto agli imprenditori, che venivano manovrati ed utilizzati e non avevano alcuna liberta’ decisionale in ordine alla accettazione delle pretese di tangenti.

Ne’ d’altra parte puo’ avere rilievo alcuno l’uso da parte del Giudice di primo grado del termine “induzione” per illustrare le condotte poste in essere dall’imputato, posto che,da un lato, all’epoca la costrizione e l’induzione erano equivalenti ai fini della realizzazione del reato di cui all’articolo 317 c.p. e, dall’altro, sono state accertate numerose e decisive forme di intimidazione e minaccia, incompatibili con le condotte di piu’ blanda pressione psicologica riconducibili alla fattispecie di cui all’articolo 319 quater c.p..

Il ruolo svolto dall’imputato nella vicenda in esame (come dettagliatamente illustrato dai Giudici di merito) porta ad escludere la configurabilita’ della attenuante di cui all’articolo 114 c.p..

Infine la censura relativa al mancato riconoscimento della attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 6 e’ formulata in termini assolutamente generici ed apodittici.

4.-. La inammissibilita’ del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro mille, non ravvisandosi ragioni per escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro mille in favore della cassa delle ammende.

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