Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 24 novembre 2015, n. 23894. Con la norma di cui all’art. 63, c. 1, D.Lgs. n. 270 del 1999, come interpretata dall’art. 11, c. 3-quinquies, della L. 21/2/2014 n. 9, il legislatore ha inteso chiarire che il prezzo cui l’azienda viene ceduta non deriva dal valore di stima, bensì dal valore di mercato quale viene a determinarsi in ragione dell’interesse manifestato dai potenziali acquirenti ad alle offerte di prezzo d’acquisto avanzate. In tale contesto, l’eventuale errore di stima in cui è incorso il perito riveste un carattere marginale o comunque non determinante. Nel caso, infatti, in cui il bene sia stato sottovalutato, ciò attirerà potenzialmente l’interesse degli acquirenti, determinando una maggiore concorrenza tra offerte che presumibilmente consentirà di raggiungere un prezzo di aggiudicazione superiore a quello di stima, mentre avverrà presumibilmente il contrario nel caso di una sopravvalutazione della stima dell’immobile. Da ciò consegue che l’erronea determinazione del valore dell’azienda da parte dell’esperto nominato nel corso della procedura non determina alcuna nullità, sotto il profilo della violazione di norme inderogabili poste a tutela dei creditori, del negozio di cessione successivamente stipulato dai commissari con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo economico, in quanto detta erronea indicazione non appare idonea a pregiudicare la finalità dell’ottenimento del miglior prezzo di mercato

/, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Unite/Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 24 novembre 2015, n. 23894. Con la norma di cui all’art. 63, c. 1, D.Lgs. n. 270 del 1999, come interpretata dall’art. 11, c. 3-quinquies, della L. 21/2/2014 n. 9, il legislatore ha inteso chiarire che il prezzo cui l’azienda viene ceduta non deriva dal valore di stima, bensì dal valore di mercato quale viene a determinarsi in ragione dell’interesse manifestato dai potenziali acquirenti ad alle offerte di prezzo d’acquisto avanzate. In tale contesto, l’eventuale errore di stima in cui è incorso il perito riveste un carattere marginale o comunque non determinante. Nel caso, infatti, in cui il bene sia stato sottovalutato, ciò attirerà potenzialmente l’interesse degli acquirenti, determinando una maggiore concorrenza tra offerte che presumibilmente consentirà di raggiungere un prezzo di aggiudicazione superiore a quello di stima, mentre avverrà presumibilmente il contrario nel caso di una sopravvalutazione della stima dell’immobile. Da ciò consegue che l’erronea determinazione del valore dell’azienda da parte dell’esperto nominato nel corso della procedura non determina alcuna nullità, sotto il profilo della violazione di norme inderogabili poste a tutela dei creditori, del negozio di cessione successivamente stipulato dai commissari con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo economico, in quanto detta erronea indicazione non appare idonea a pregiudicare la finalità dell’ottenimento del miglior prezzo di mercato

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 24 novembre 2015, n. 23894. Con la norma di cui all’art. 63, c. 1, D.Lgs. n. 270 del 1999, come interpretata dall’art. 11, c. 3-quinquies, della L. 21/2/2014 n. 9, il legislatore ha inteso chiarire che il prezzo cui l’azienda viene ceduta non deriva dal valore di stima, bensì dal valore di mercato quale viene a determinarsi in ragione dell’interesse manifestato dai potenziali acquirenti ad alle offerte di prezzo d’acquisto avanzate. In tale contesto, l’eventuale errore di stima in cui è incorso il perito riveste un carattere marginale o comunque non determinante. Nel caso, infatti, in cui il bene sia stato sottovalutato, ciò attirerà potenzialmente l’interesse degli acquirenti, determinando una maggiore concorrenza tra offerte che presumibilmente consentirà di raggiungere un prezzo di aggiudicazione superiore a quello di stima, mentre avverrà presumibilmente il contrario nel caso di una sopravvalutazione della stima dell’immobile. Da ciò consegue che l’erronea determinazione del valore dell’azienda da parte dell’esperto nominato nel corso della procedura non determina alcuna nullità, sotto il profilo della violazione di norme inderogabili poste a tutela dei creditori, del negozio di cessione successivamente stipulato dai commissari con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo economico, in quanto detta erronea indicazione non appare idonea a pregiudicare la finalità dell’ottenimento del miglior prezzo di mercato

Corte di Cassazione

Suprema Corte di Cassazione

sezione unite

sentenza 24 novembre 2015, n. 23894

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Primo Presidente f.f.

Dott. CICALA Mario – Presidente Sezione

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente Sezione

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Consigliere

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Consigliere

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17394/2014 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, in persona dei Commissari Straordinari pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

BANCA (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A. che interviene quale successore di Banca (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) S.P.A. (gia’ (OMISSIS) s.p.a.), (OMISSIS) S.C.P.A. nella qualita’ di incorporante la (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A. IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), per delega in calce al controricorso;

BANCA (OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), per delega in calce al controricorso;

– controricorrenti –

(OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentate e difese dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), per delega a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO, in persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

BANCA (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A. che interviene quale successore di Banca (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) S.P.A. (gia’ (OMISSIS) s.p.a.), (OMISSIS) S.C.P.A. nella qualita’ di incorporante la (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS) S.P.A. IN AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, (OMISSIS) S.P.A., elettivamente domiciliate e difese come sopra;

– controricorrenti al ricorso incidentale –

e contro

(OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

– intimati –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ANCONA depositato il 28/04/2014 (R.G. nn. 385/13 e 408/13);

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/10/2015 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI;

uditi gli avvocati (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La spa (OMISSIS), in nome e per conto della S.p.A. Banca (OMISSIS), anche quale incorporante la cessata S.p.A. (OMISSIS), chiedeva all’adito Tribunale di Ancona che fosse dichiarata, rilevata la violazione del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articoli 62, 63 e 55, la nullita’, ai sensi dell’articolo 1418 c.c., ovvero l’annullabilita’ e la conseguente inefficacia nei confronti della banca istante delle operazioni di cessione del complesso aziendale, effettuate in pregiudizio dei creditori ammessi allo stato passivo nella categoria “ipotecari”, nell’ambito della procedura di amministrazione straordinaria della S.p.A. (OMISSIS), oltre che di ogni ulteriore atto conseguente e successivo, con disapplicazione, ai sensi della Legge n. 2248 del 1865, articolo 5, all. E, delle autorizzazioni amministrative rilasciate dal Ministero per lo sviluppo economico, le quali, stante l’accertata violazione di diritti soggettivi, potevano essere legittimamente sindacate dal giudice ordinario incidenter tantum.

Con successivo ricorso depositato il 15 febbraio 2012,la S.p.A. (OMISSIS), quale mandataria della S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. Banca (OMISSIS) e la S.p.A. (OMISSIS) formulavano le medesime richieste gia’ avanzate dalla S.p.A. (OMISSIS).

Instaurato il contraddittorio, la S.p.A. (OMISSIS) in amministrazione straordinaria, nel costituirsi, avanzava eccezioni attinenti al difetto di giurisdizione del Tribunale adito e di interesse delle banche ricorrenti, sostenendo, comunque, nel merito, la perfetta osservanza da parte degli organi preposti alla procedura delle norme dettate in materia di vendita di beni immobili facenti parte del patrimonio di un’impresa sottoposta ad amministrazione straordinaria.

Si costituivano in entrambi i procedimenti la S.p.A. (OMISSIS) e la S.p.A. (OMISSIS), quali cessionarie del complesso aziendale de quo (cessione avvenuta in data 27 dicembre 2011), che invocavano, in via preliminare, inammissibilita’ e l’improcedibilita’ dei ricorsi per difetto di giurisdizione del Giudice ordinario in favore di quello amministrativo, in quanto proposti a tutela di interessi legittimi e non di diritti soggettivi. Nel merito contestavano le richieste delle ricorrenti in ordine alla prospettata violazione del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articoli 62 e 63, con riferimento alle modalita’ di vendita dell’azienda, alla asserita illegittimita’ della scelta dell’acquirente, all’ipotizzata erronea valutazione del complesso aziendale oggetto di cessione ed alla presunta incongruita’ del relativo prezzo, nonche’ all’inosservanza degli obblighi delle societa’ acquirenti riguardanti la prosecuzione delle attivita’ imprenditoriali, la salvaguardia dell’unita’ operativa aziendale ed il mantenimento dei livelli occupazionali.

Con comparsa in data 9 maggio 2012, il Ministero dello sviluppo economico si costituiva instando per il rigetto dei ricorsi, dopo aver eccepito preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice adito e la propria carenza di legittimazione passiva, deducendo la sostanziale assenza di altri potenziali acquirenti e la conseguente irrealizzabilita’ di un maggior prezzo di cessione e, comunque, la mancanza di obiettivi riscontri circa la possibilita’ di un miglior realizzo. Contestava tutte le censure mosse dagli istituti di credito ricorrenti in ordine all’intera operazione effettuata dai Commissari straordinari nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge. Si costituivano in giudizio, altresi’, il Comitato Operai Metalmeccanici Umbri nonche’ (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

Disposta la riunione dei procedimenti per ragioni di connessione soggettiva ed oggettiva, il Tribunale, con ordinanza del 19-24 luglio 2012, disponeva l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio.

Con memoria del 27 luglio 2012 la Fiom Cgil della provincia di Ancona interveniva in giudizio, cosi’ pure intervenivano, in data 6 agosto 2012, la Firn Cisl di Ancona, (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

In data 22 maggio 2013 interveniva pure (OMISSIS) che deduceva l’invalidita’ delle operazioni di cessione. Esaurita l’attivita’ istruttoria, il Tribunale di Ancona, con provvedimento del 20 settembre 2013, dichiarava la nullita’, ai sensi dell’articolo 1418 c.c., della cessione del complesso aziendale in questione, effettuata con atto del 27 dicembre 2011 a rogito notaio (OMISSIS) ed intercorsa tra i Commissari straordinari della S.p.A. (OMISSIS) in a. s. e la S.p.A. (OMISSIS) nonche’ la S.p.A. (OMISSIS), oltre che la nullita’ del precedente contratto preliminare stipulato tra le stesse parti, di ogni ulteriore atto conseguente e successivo, disapplicando, ai sensi della Legge n. 2248 del 1865, articolo 5, all. E, le autorizzazioni amministrative rilasciate, su richiesta dei medesimi Commissari, dal Ministero dello sviluppo economico; compensava tra le parti le spese di lite ponendo definitivamente quelle di c.t.u. a carico della S.p.A. (OMISSIS) in amministrazione straordinaria, del Ministero dello sviluppo economico e delle societa’ acquirenti.

A tali statuizioni il Tribunale era pervenuto, previo riconoscimento della giurisdizione del giudice ordinario sul presupposto che la pretesa di cui si invocava la tutela e fatta valere dalle banche istanti integrasse una posizione di diritto soggettivo e non gia’ di mero interesse legittimo, essendo configurabile, nel caso in esame, un diritto di credito, oltre che un vero e proprio diritto a vedere conservata la garanzia patrimoniale del debitore, affermando a) l’intervenuta violazione del diritto azionato, risultato sacrificato a causa di una errata valutazione dei beni oggetto di cessione; b) l’inderogabilita’ del criterio in base al quale, nella determinazione del valore dell’azienda ai fini della alienazione, secondo la disciplina stabilita dal Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, la redditivita’ negativa poteva essere calcolata solo con riferimento al biennio successivo alla stima; c) la conseguente nullita’ del contratto di cessione per calcolo della redditivita’ negativa con riferimento ad un arco temporale superiore al biennio stabilito dalla legge; d) la disapplicazione del provvedimento autorizzativo emesso dal Ministero dello sviluppo economico derivante dalla invalidita’ di una stima calcolata in relazione all’anzidetto parametro travalicante i due anni; e) la correttezza della valutazione compiuta dal nominato consulente tecnico d’ufficio; f) la mancanza di congruita’ del prezzo su cui era intervenuto l’accordo dei contraenti rispetto al valore stabilito dal c.t.u..

Avverso tale decisione, con ricorso ai sensi del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 65, comma 2, e articolo 739 c.p.c., la S.p.A. (OMISSIS) proponeva reclamo chiedendone l’annullamento, la revoca o la riforma, invocando la declaratoria di inammissibilita’ ovvero il rigetto, in quanto infondate in fatto e in diritto, di tutte le domande e le eccezioni proposte dalle banche ricorrenti nonche’ quelle delle altre parti intervenute in giudizio che avevano condiviso la posizione processuale assunta dagli istituti medesimi.

Avverso lo stesso decreto del Tribunale di Ancona del 20 settembre 2013 veniva proposto analogo reclamo da parte della S.p.A. (OMISSIS) e della S.p.A. (OMISSIS) le quali concludevano, in via pregiudiziale, affinche’ fosse dichiarata la non manifesta infondatezza della questione di legittimita’ costituzionale, con conseguente rimessione alla Consulta e sospensione del giudizio Legge n. 87 del 1953, ex articolo 23, del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, comma 1, che, ove fosse ritenuto norma imperativa, avrebbe contenuto una vera e propria fonte eteronoma contrattuale che avrebbe imposto la fissazione di clausole prescindendo completamente dalla volonta’ delle parti (costrette a proporre e ad accettare un prezzo non determinato in ragione delle concrete condizioni di mercato) con conseguente evidente ingiustificata compromissione dell’autonomia privata e violazione degli articoli 1, 2, 3 e 41 Cost..

Nel merito instavano per l’accoglimento del reclamo e, in riforma del decreto impugnato, per la reiezione dei ricorsi proposti; in subordine invocavano una diversa regolamentazione in ordine alle spese di consulenza tecnica d’ufficio, nel senso che le stesse fossero poste a carico delle ricorrenti in primo grado ovvero del Ministero dello sviluppo economico e della S.p.A. (OMISSIS) in amministrazione straordinaria.

Si costituivano, con unica memoria, la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), la S.p.A. (OMISSIS), in qualita’ di soggetto incorporante la (OMISSIS), la S.p.A. Banca (OMISSIS) e la S.p.A. (OMISSIS) che contestavano il fondamento del gravame riportandosi, in sostanza, alle argomentazioni, svolte dai primi giudici.

Svolgevano inoltre reclamo incidentale subordinato in relazione alla normativa applicabile alla cessione aziendale nell’ambito della disciplina dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, che non era quella ex articolo 63, del piu’ volte menzionato Decreto Legislativo n. 270, bensi’ quella di cui all’articolo 62 della medesima normativa, dovendosi ritenere intervenuta, nel caso in esame, plurima violazione di legge posta, in modo inderogabile, a tutela di interessi sociali e non dei soli creditori. In tale contesto riproponevano la domanda alternativa formulata nel ricorso ex articolo 65 del citato Decreto Legislativo, chiedendo, rilevata la violazione degli articoli 55, 62 e 63, che fosse accertata e dichiarata, se non la nullita’ ai sensi dell’articolo 1418 c.c., l’annullabilita’ e la conseguente inefficacia nei confronti delle banche deducenti, della cessione del complesso aziendale in questione in quanto in evidente pregiudizio dei creditori ammessi allo stato passivo nella categoria ipotecari, con disapplicazione delle autorizzazioni amministrative rilasciate che, stante l’accertata violazione di diritti soggettivi, ben potevano essere sindacate dal giudice ordinario incidenter tantum. Veniva, infine, chiesta la riforma del capo relativo alla disposta regolamentazione delle spese di lite in termini di integrale compensazione nel senso che tali oneri gravassero su controparte.

La S.p.A. Banca (OMISSIS), nel costituirsi a sua volta, domandava la conferma del provvedimento impugnato rifacendosi alle argomentazioni poste dal Tribunale a sostegno della pronunciata nullita’.

Si costituivano, altresi’ a) il Ministero dello sviluppo economico che tornava ad eccepire il difetto di giurisdizione dell’Autorita’ giudiziaria ordinaria e la propria carenza di legittimazione passiva ed a dedurre l’infondatezza dei ricorsi proposti dagli istituti di credito istanti con accoglimento del reclamo della S.p.A. (OMISSIS) in amministrazione straordinaria; b) la Fiom Cgil della provincia di Ancona che concludeva per la declaratoria di difetto di giurisdizione del Tribunale ordinario a favore del Giudice amministrativo e, nel merito, per “l’annullamento, la revoca o la riforma” del provvedimento impugnato; c) la Firn Cisl di Ancona che instava per l’accoglimento dei proposti reclami ed il rigetto di quello incidentale condizionato avanzato dagli istituti bancari; d) (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

La Corte d’appello di Bologna, con sentenza depositata il 28.4.14, confermava il decreto impugnato ad eccezione delle spese relative alla consulenza d’ufficio che poneva a carico in pari quota alla (OMISSIS) spa, al Ministero sviluppo economico, alla (OMISSIS) spa, alla (OMISSIS) ed agli istituti bancari ricorrenti.

Avverso la detta sentenza ricorre per Cassazione la (OMISSIS) spa in amm.str.. Resistono con controricorso (OMISSIS) unitamente ad altri istituti bancari, il Ministero dello Sviluppo, (OMISSIS) e il (OMISSIS).

La (OMISSIS) ha altresi’ proposto ricorso incidentale cui resistono con separati controricorsi (OMISSIS) e (OMISSIS).

La (OMISSIS) spa, (OMISSIS) piu’ altri istituti bancari ed il (OMISSIS) hanno depositato memorie.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso l’Amministrazione straordinaria censura la sentenza impugnata per avere ritenuto la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario.

Sostiene,in particolare, la ricorrente che il Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 65, non puo’ essere considerato attributivo della giurisdizione del giudice ordinario per il solo fatto che esso prevede la lesione di un diritto soggettivo poiche’ cio’ che occorre valutare e’ se l’atto posto in essere dai commissari nell’abito del potere loro conferito di conservazione dell’azienda sia giustificato o meno da un interesse pubblico, non essendo accettabile l’idea che nella fase di liquidazione non vi sia spazio per l’esercizio del potere discrezionale proprio della PA. Sostiene poi che non conferente sarebbe il richiamo alla sentenza n. 12247/09 di queste Sezioni Unite che avrebbe deciso su una diversa fattispecie costituita dalla erronea applicazione dell’articolo 63, anziche’ del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 62, ad una azienda non in esercizio. Argomenta, quindi,che nel caso di cui all’articolo 63 citato di vendita di un azienda in esercizio vi e’ l’esistenza di un potere della PA consistente nel contemperare l’interesse generale alla conservazione del patrimonio produttivo unitamente a quello del mantenimento dell’occupazione con quello dei credito al miglior soddisfacimento dei loro crediti. Inoltre lamenta che la Corte d’appello abbia non correttamente interpretato la Legge n. 9 del 2014, articolo 11, comma 3 quinquies, recante interpretazione autentica dell’articolo 63 in esame. Osserva infine che il Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 65, laddove fa riferimento alla liquidazione dei beni delle imprese in amm.str., riguarda il solo articolo 62, in cui le vendite rivestono una finalita’ puramente liquidatoria e non gia’ l’articolo 63, che si riferisce alla vendita di aziende in esercizio la cui finalita’ non e’ il miglior realizzo ma il contemperamento di interessi pubblici con interessi privati.

Con il secondo motivo contesta l’attribuito valore assorbente alla rilevata illegittimita’ della perizia estimativa eseguita dall’esperto nominato dal Commissari Straordinari ai sensi del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 62, e correlatamente che la Corte d’appello non abbia conferito il dovuto rilievo al disposto interpretativo, di nuova introduzione, della Legge 21 febbraio 2014, n. 9, articolo 11, comma 3 quinquies, in forza del quale il valore del compendio aziendale stimato dall’esperto non costituisce “un limite inderogabile ai fini della legittimita’ della vendita”.

La (OMISSIS) propone anch’essa due articolati motivi di ricorso incidentale che sono sostanzialmente adesivi rispetto ai motivi proposti dalla (OMISSIS) spa in amm.str..

Con il primo contesta infatti la riconosciuta giurisdizione del giudice ordinario.

Con il secondo deduce l’errata interpretazione della Legge n. 9 del 2014, articolo 11, comma 3 quinquies, e la violazione del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63. Lamenta inoltre che un vizio del procedimento preparatorio comporti la nullita’ dell’atto negoziale e comunque la normativa in tema di amministrazione straordinaria non potrebbe nel suo complesso essere considerata come una norma imperativa.

Prospetta altresi’ una questione di costituzionalita’ dell’articolo 63 in questione.

Il primo motivo del ricorso principale puo’ essere esaminato congiuntamente al primo motivo di quello incidentale ponendo la medesima questione di giurisdizione.

Entrambi i motivi sono infondati.

Il Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 65, stabilisce che “contro gli atti e i provvedimenti lesivi di diritti soggettivi, relativi alla liquidazione dei beni di imprese in amministrazione straordinaria, e’ ammesso ricorso al Tribunale”:

Tale norma attribuisce in modo inequivocabile al giudice ordinario le controversie riguardanti la lesione di diritti soggettivi in ordine alla fase liquidatoria procedimentale.

Va peraltro chiarito che nel corso della liquidazione non necessariamente i diritti soggettivi restano tali in ogni fase della stessa.

La procedura di amministrazione straordinaria coinvolge infatti interessi pubblici e diritti soggettivi tra loro connessi ed interdipendenti, per cui ci sono momenti in cui i diritti soggettivi dei creditori, accertati in sede di verifica dello stato passivo, permangono come tali ed altri, invece, in cui appaiono soggetti a degradare in interessi legittimi a fronte di valutazioni discrezionali delle Autorita’ competenti che normalmente dovrebbero individuarsi nella decisione di vendere i beni e nell’individuazione dell’acquirente. Al di fuori del momento in cui intervengono i detti poteri i diritti soggettivi restano di regola come tali.

In particolare, deve osservarsi che, salvo quanto ulteriormente si dira’ in occasione dell’esame del secondo motivo di ricorso principale e di quello incidentale, sono poste a tutela dei diritti soggettivi dei creditori le norme di carattere procedimentale che disciplinano la liquidazione dei beni dell’impresa in amministrazione straordinaria.

E’ infatti indubbio che la fase liquidatoria ha la finalita’ precipua di esitare i beni dell’impresa insolvente per distribuirne il ricavato ai creditori che sono stati riconosciuti come tali in sede di verifica dello stato passivo.

La fase in questione deve pertanto svolgersi sotto il profilo procedimentale in modo tale da garantire il miglior soddisfacimento possibile dei diritti in questione e di riflesso anche degli interessi pubblici sottesi alla procedura. In tale fase non opera di regola il potere discrezionale della Amministrazione che interviene successivamente al momento della scelta del contraente. Alle predette finalita’ sono proprio preposte le norme di cui al Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 62 e articolo 63, comma 1, che contengono regole di carattere procedimentale volte a garantire che l’alienazione dei beni dell’impresa insolvente sia effettuata con forme adeguate alla natura dei beni e finalizzate al migliore realizzo e che, a tal fine, occorre che il valore dei beni sia preventivamente determinato da un perito e che in certe condizioni si effettuino adeguate forme di pubblicita’ per la vendita al fine di ottenere la maggior partecipazione possibile di soggetti interessati all’acquisto.

Non e’ pertanto dubbio che il mancato rispetto di norme in questione nella fase liquidatoria, come lamentato nel caso di specie, comporti la violazione di situazioni giuridiche di diritto soggettivo con conseguenze ai fini della validita’ della procedura di liquidazione e del suo atto conclusivo che saranno oggetto di valutazione in relazione all’esame del secondo motivo di ricorso, ma che, per quanto rileva in relazione ai motivi in esame, consentono di affermare che nel caso di specie la prospettazione della lesione di tali norme da luogo alla giurisdizione del giudice ordinario secondo quanto prescritto dal citato Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 65.

La detta giurisdizione sussiste anche sotto un diverso profilo.

Come si e’ gia’ detto, l’amministrazione straordinaria e’ in ogni caso una procedura liquidatoria che riguarda imprese private e che si attua secondo i principi, ed in parte le regole delle procedure concorsuali.

L’intervento e la gestione da parte della pubblica amministrazione e’ giustificato esclusivamente dal fatto che,in ragione delle dimensioni della impresa sottoposta alla procedura in esame, la sua liquidazione possa produrre effetti rilevanti nell’ambito del settore produttivo nazionale cosi’ come riguardo ai livelli occupazionali.

Sta di fatto, tuttavia, che detti interessi pubblici non investono direttamente la pubblica amministrazione in quanto tale.

Si vuole dire che la liquidazione riguarda beni che appartengono alla impresa privata sottoposta alla amministrazione e non gia’ alla pubblica amministrazione e che i contratti che portano alla cessione di detti beni sono dei contratti a tutti gli effetti di diritto privato stipulati dai commissari per conto della impresa, ancorche’ a seguito di una fase procedimentalizzata in cui interviene la pubblica amministrazione che deve dare il suo consenso all’atto liquidatorio.

Cio’ conseguentemente comporta che i contratti in questione non sono suscettibili di essere equiparati e tanto meno assimilati ai contratti ad evidenza pubblica.

Ne consegue che per essi valgono le regole di nullita’ e di annullabilita’ previste dal codice civile ex articolo 1418 e ss., nonche’ ex articolo 1427 c.c. e ss..

Cio’ posto,va rammentato che la giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ripetuto che, ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo, rileva non tanto la prospettazione compiuta dalle parti, quanto il “petitum” sostanziale, che va identificato soprattutto in funzione della “causa petendi”, ossia dell’intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio (Cass. 11229/14; Cass. 20902/11; Cass. 15323/10).

Nel caso di specie non e’ dubbio che il petitum sostanziale sia costituito dalla dichiarazione di nullita’ ex articolo 1418 c.c., o di annullabilita’ del contratto di vendita dell’azienda e, cioe’, di un contratto di diritto civile, con la conseguenza che esso non concerne in alcun modo provvedimenti di diritto amministrativo per i quali, laddove costituenti presupposti per la vendita, e’ stata correttamente richiesta la disapplicazione.

Sussiste dunque la giurisdizione del giudice ordinario nella presente controversia.

Venendo all’esame del secondo motivo del ricorso principale nonche’ di quello incidentale che investono la questione della nullita’ del contratto in relazione alle situazioni soggettive coinvolte nella fase di liquidazione e’ pacifico che queste ultime riguardano i creditori ammessi allo stato passivo (Cass. sez. un. 11848/92 in tema di liquidazione coatta amm.) ed i conseguenti fondamentali interessi affinche’ dalla vendita dei beni del debitore insolvente venga ricavato un prezzo quanto piu’ possibile vicino a quello di mercato e che l’attivo ricavato venga ripartito nel rispetto del principio della par condicio creditorum. (Cass. sez. un. 12247/09).

Per quanto concerne poi, in particolare, le modalita’ della vendita queste, come piu’ volte rilevato, sono disciplinate dal citato Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articoli 62 e 63.

L’articolo 62 stabilisce che:

1. “L’alienazione dei beni dell’impresa insolvente, in conformita’ delle previsioni del programma autorizzato, e’effettuata con forme adeguate alla natura dei beni e finalizzate al migliore realizzo, in conformita’ dei criteri generali stabiliti dal Ministro dell’industria.

2. La vendita di beni immobili, aziende e rami d’azienda di valore superiore a lire cento milioni e’ effettuata previo espletamento di idonee forme di pubblicita’.

3. Il valore dei beni e’preventivamente determinato da uno o piu’ esperti nominati dal commissario straordinario”.

A sua volta l’articolo 63 stabilisce che:

“1. Per le aziende e i rami di azienda in esercizio la valutazione effettuata a norma dell’articolo 62, comma 3, tiene conto della redditivita’, anche se negativa, all’epoca della stima e nel biennio successivo.

2 Ai fini della vendita di aziende o di rami di azienda in esercizio, l’acquirente deve obbligarsi a proseguire per almeno un biennio le attivita’ imprenditoriali e a mantenere per il medesimo periodo i livelli occupazionali stabiliti all’atto della vendita.

3 La scelta dell’acquirente e’ effettuata tenendo conto, oltre che dell’ammontare del prezzo offerto, dell’affidabilita’ dell’offerente e del piano di prosecuzione delle attivita’ imprenditoriali da questi presentato, anche con riguardo alla garanzia di mantenimento dei livelli occupazionali”.

L’articolo 62, del Decreto Legislativo in esame costituisce norma di carattere generale che trova applicazione sia che venga posta in vendita una azienda non piu’ in esercizio, sia che venga posta in vendita un’azienda in esercizio (Cass. sez. un. 12247/09). Cio’ si evince con chiarezza dall’espresso richiamo che l’articolo 63, comma 1, fa all’articolo 62, comma 3, in ordine alla determinazione del valore dell’azienda, che sta inequivocabilmente a significare che quest’ultimo articolo si applica anche nel caso di vendita di aziende in esercizio mentre l’articolo 63, trova applicazione solo in quest’ultima ipotesi.

A proposito di siffatte norme questa Sezioni Unite hanno gia’ avuto occasione di affermare quanto segue.

“Com’ e’ agevole constatare con gli articoli 62 e 63, il legislatore ha posto una serie di vincoli (osservanza dei criteri generali dettati dal Ministero dell’industria, accertamento preventivo del valore dei beni da liquidare, adozione di sistemi di pubblicita’ idonei per i beni immobili, le aziende ed i rami di azienda di valore superiore a cento milioni ecc.) diretti a salvaguardare una pluralita’ di interessi: quello dei creditori; quello dei lavoratori, nonche’ l’interesse generale alla conservazione del patrimonio produttivo salvaguardando l’unita’ operativa dei complessi aziendali. Dette disposizioni, essendo poste a tutela di interessi generali, dell’economia e di categorie di persone, che vengono in considerazione, intrecciandosi tra loro, in una medesima vicenda, non ammettono una difforme regolamentazione e, pertanto, costituiscono sicuramente un limite inderogabile al potere discrezionale sia del commissario straordinario che del Ministero dell’industria nello espletamento delle attivita’ richieste per pervenire all’alienazione dei beni dell’imprenditore insolvente. Si puo’, pertanto, fondatamente ritenere che tali disposizioni, in quanto inderogabili per i su esposti motivi, hanno il carattere di norme imperative, alla cui violazione deve essere ricollegata la nullita’ dell’attivita’ negoziale conclusiva della procedura di vendita (nel caso di specie il finale contratto di compravendita del complesso aziendale), ai sensi dell’articolo 1418 c.c., e la illegittimita’ degli atti prodromici (programma di cessione del complesso aziendale e autorizzazioni ministeriali alla esecuzione del programma ed alla vendita di detto complesso).

La violazione delle disposizioni in parola, infatti, non consente di realizzare l’assetto degli interessi in gioco voluto dal legislatore, e la lesione di detti superiori interessi, frustrando le finalita’ della procedura di amministrazione straordinaria, non puo’ non ritenersi sanzionata, traducendosi come detto nella violazione di norme imperative, se non con la sanzione di nullita’ (trattasi di una ipotesi di nullita’ virtuale)”. (Cass. 12247/09).

Tali principi non possono che essere condivisi da queste Sezioni Unite.

Nel caso di specie peraltro sussiste un fatto sopravvenuto costituito dalla intervenuta entrata in vigore nelle more del giudizio della Legge 21 febbraio 2014, n. 9, articolo 11, comma 3 quinquies, di conversione del Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 145, norma di interpretazione autentica del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, a tenore della quale “il Decreto Legislativo 8 luglio 1999, n. 270, articolo 63, si interpreta nel senso che, fermi restando gli obblighi di cui al comma 2 e di valutazione discrezionale di cui al comma 3, il valore determinato ai sensi del comma 1 non costituisce un limite inderogabile ai fini della legittimita’ della vendita”.

La norma interpretativa in questione non risulta a sua volta di semplice interpretazione.

Se essa infatti si limitasse a confermare il principio pacifico nelle procedure concorsuali in ragione del quale il prezzo base fissato dall’autorita’ competente per la vendita di un bene acquisito alla procedura e’ suscettibile di maggiorazione in caso pervengano offerte maggiori in base al procedimento di vendita stabilito (asta, licitazione privata, trattativa privata etc.) sia di riduzione in caso di mancanza di offerte e della impossibilita’ di reperire una offerta migliore (per il fallimento ribassi del prezzo base a seguito di aste deserte), la norma stessa sarebbe del tutto superflua in quanto il suo contenuto precettivo sarebbe del tutto corrispondente a quanto previsto dal sistema concorsuale nelle sue procedure.

E’ fuori discussione infatti che anche nell’amministrazione straordinaria i Commissari possano discostarsi dal prezzo di stima stabilita da un consulente ai sensi del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, in caso di mancanza di offerte o della riscontrata impossibilita’ di ottenere una offerta migliore di quelle pervenute anche se per un prezzo minore.

La portata interpretativa della norma e’ dunque, quanto meno in parte, diversa da quella fin qui descritta.

Invero la stessa sembra introdurre una eccezione al principio del carattere inderogabile delle disposizioni di cui agli articoli 62 e 63, in relazione combinato disposto di cui al Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 62, comma 3, e articolo 63, comma 1, in correlazione con l’articolo 63, comma 3, del medesimo decreto legislativo.

E’ a tale proposito evidente che il legislatore ha tenuto presente la sentenza di questa Sezioni Unite del 2009 piu’ volte citata laddove questa ha affermato il carattere inderogabile delle norme di cui al Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articoli 62 e 63, come si evince dal riferimento espresso al carattere non inderogabile del valore dell’azienda determinato ai sensi dell’articolo 63, comma 1.

Invero la norma interpretativa in esame,che, in quanto tale, e’ immediatamente applicabile, quale ius superveniens alle controversie in corso (CASS 8123/93), appare cogliere la effettiva sostanziale diversita’ tra le norme di cui agli articoli 62 e 63, piu’ volte citati.

I tre commi dell’articolo 62 contengono infatti delle previsioni di carattere procedimentale volte ad assicurare: a) che l’alienazione dei beni dell’impresa insolvente sia effettuata conforme adeguate alla natura dei beni e finalizzate al migliore realizzo; b) che vi siano adeguate forme di pubblicita’ per la vendita di beni immobili, aziende e rami d’azienda di valore superiore a lire cento milioni;

c) che il valore dei beni sia preventivamente determinato da un perito.

E’ di tutta evidenza che tali norme – come gia’ osservato – sono poste a tutela di tutte le situazioni giuridiche soggettive e degli interessi pubblici in gioco per garantire che la vendita avvenga alle migliori condizioni possibili e, in tal senso,le stesse non possono che essere inderogabili.

La norma di cui all’articolo 63, comma 1, come interpretato dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 9, articolo 11, comma 3 quinquies, ha peraltro rispetto a quelle fin qui citate una diversa portata.

Il legislatore ha inteso chiarire che il prezzo a cui l’azienda viene

ceduta non deriva dal valore a cui lo stesso e’ stato stimato, bensi’ dal valore di mercato quale viene a determinarsi in ragione dell’interesse manifestato dai potenziali acquirenti e dalle offerte di prezzo da questi avanzate.

In tale contesto l’eventuale errore di stima in cui e’ incorso il perito riveste una carattere marginale o comunque non determinante. Nel caso infatti in cui il bene sia stato sottovalutato, cio’ attirera’ potenzialmente l’interesse degli acquirenti determinando una maggiore concorrenza tra le offerte che presumibilmente fara’ pervenire ad un prezzo di aggiudicazione superiore a quello di stima. Mentre avverra’ presumibilmente il contrario nel caso di una sopravvalutazione della stima dell’immobile.

Di cio’ discende che l’erronea determinazione del valore dell’azienda da parte dell’esperto nominato nel corso della procedura non determina nella fattispecie in esame alcuna nullita’, sotto il profilo della violazione di una norma inderogabile posta a tutela dei creditori,del negozio di cessione successivamente stipulato dai commissari con l’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo economico in quanto non appare idonea a pregiudicare la finalita’ dell’ottenimento del miglior prezzo di mercato. I motivi in esame appaiono pertanto meritevoli di accoglimento. Resta da dire che la prospettata questione di legittimita’ costituzionale della Legge 21 febbraio 2014, n. 9, articolo 11, comma 3 quinquies, appare manifestamente infondata. Invero il legislatore ha ritenuto di intervenire in una situazione di obiettiva incertezza, in relazione alla portata inderogabile del Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, comma 1, chiarendo, come gia’ in precedenza rilevato, che in realta’ l’erronea determinazione del valore dell’azienda da parte del perito non e’ idonea di per se’ a determinare la nullita’ del procedimento di vendita poiche’ il prezzo di quest’ultima deriva comunque da quello che e’ il valore che il mercato attribuisce al bene.

In conclusione dunque, va dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario. Vanno accolti per quanto di ragione il secondo motivo del ricorso principale e il secondo motivo di quello incidentale. La sentenza impugnata va cassata con rinvio anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione che valutera’ se la mancata osservanza del criterio di cui al Decreto Legislativo n. 270 del 1999, articolo 63, comma 1, comporti effetti relativamente alla validita’ del negozio di cessione dell’azienda di natura diversa rispetto alla nullita’.

P.Q.M.

Rigetta il primo motivo del ricorso principale e di quello incidentale e dichiara la giurisdizione del giudice ordinario. Accoglie nei termini di cui in motivazione il secondo motivo del ricorso principale e il secondo motivo di quello incidentale. Cassa la sentenza impugnata con rinvio anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

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