Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 3 novembre 2015, n. 44403. Integra pacificamente il delitto di rivelazione di segreti d’ufficio la condotta del collaboratore di cancelleria che fornisca a terzi non autorizzati a riceverla, e senza rispettare la procedura prevista dall’art. 110 bis disp. att. c.p.p., in relazione all’art. 335, c.p.p. – secondo la quale la segreteria della procura può rispondere alla richiesta di comunicazione delle iscrizioni contenute nel registro delle notizie di reato, solo dopo che il pubblico ministero vi abbia dato espressa risposta e nel senso derivante dalla risposta stessa, competendo al pubblico ministero di verificare se ricorra la preclusione connessa a uno dei delitti di cui all’art. 407 co. 2, lett. a), c.p.p., ovvero se sussistano specifiche esigenze che giustifichino la temporanea segretazione sulle iscrizioni – la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di una determinata, in una fase di assoluta delicatezza, quale quella delle indagini preliminari, a persona non autorizzata a riceverle

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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 3 novembre 2015, n. 44403. Integra pacificamente il delitto di rivelazione di segreti d’ufficio la condotta del collaboratore di cancelleria che fornisca a terzi non autorizzati a riceverla, e senza rispettare la procedura prevista dall’art. 110 bis disp. att. c.p.p., in relazione all’art. 335, c.p.p. – secondo la quale la segreteria della procura può rispondere alla richiesta di comunicazione delle iscrizioni contenute nel registro delle notizie di reato, solo dopo che il pubblico ministero vi abbia dato espressa risposta e nel senso derivante dalla risposta stessa, competendo al pubblico ministero di verificare se ricorra la preclusione connessa a uno dei delitti di cui all’art. 407 co. 2, lett. a), c.p.p., ovvero se sussistano specifiche esigenze che giustifichino la temporanea segretazione sulle iscrizioni – la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di una determinata, in una fase di assoluta delicatezza, quale quella delle indagini preliminari, a persona non autorizzata a riceverle

Cassazione 10

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V

SENTENZA 3 novembre 2015, n. 44403

Fatto e diritto

Con sentenza emessa il 13.10.2014 la corte di appello di Roma confermava la sentenza con cui il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Roma, decidendo in sede di giudizio abbreviato, in data 17.11.2009, aveva condannato M.A.C. alla pena ritenuta di giustizia in relazione ai reati di cui agli artt. 81, cpv., 110, 615 ter, co. 1, co. 2, n. 1, e co. 3, c.p. (capo a); 110, 326, co. 1, c.p. (capo b).

Secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito sulla base delle risultanze processuali, la M., dipendente del Ministero della Giustizia, addetta agli uffici della cancelleria penale del tribunale di Frosinone, in data 30.3.2009, aveva compiuto due accessi (alle ore 9.03 ed alle ore 10.36) al registro informatico della Procura della Repubblica del suddetto tribunale (c.d. RE.GE.), attraverso la postazione a lei in uso, in tal modo visionando i dati del fascicolo relativo al procedimento penale a carico di F.G., sorto in seguito alle indagini, ancora in corso, sull’aggressione in danno di C.L., informando immediatamente della pendenza del suddetto procedimento l’indagato e sua sorella, F.A., collega dell’imputata (cfr. p. 5 della sentenza oggetto di ricorso).

Avverso la decisione della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, ha proposto tempestivo ricorso per cassazione, personalmente, la M., lamentando: 1) violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al reato di cui all’art. 615 ter, c.p., in quanto la corte territoriale non ha fornito risposta alla doglianza volta a contestare la configurabilità del reato di cui si discute, fondata sul presupposto che l’imputata quando ha effettuato i due accessi incriminati era legittimata ad accedere al sistema RE.GE. della procura della Repubblica del tribunale di Frosinone, non essendole mai stata revocata la relativa password, di cui era stata dotata in precedenza, difettando, pertanto, nel caso di specie, l’essenziale requisito dell’abusività dell’accesso al sistema informatico, che, come affermato dal Supremo Collegio nella sua espressione più autorevole, va individuata non tanto con riferimento agli scopi e alle finalità che hanno soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema, quanto all’obiettiva violazione delle condizioni e dei limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso; 2) vizio di motivazione e violazione di legge in relazione all’art. 546, c.p.p., sotto un duplice profilo: travisamento della prova in ordine al contenuto di due conversazioni telefoniche oggetto di intercettazione, dal quale non si evince che l’informazione sul procedimento a carico di F.G. sia stata fornita dalla M.; travisamento del fatto, apparendo contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata, laddove afferma che, pur essendo preclusa alla M. qualsiasi possibilità di accesso al RE.GE., quest’ultima vi aveva avuto accesso utilizzando un altro profilo in uso all’ufficio, non avendo trovato riscontro nell’attività di indagine la circostanza, pure affermata in motivazione, che la M. si è avvalsa di una password creata per un utilizzo ‘a termine’, scaduto il quale la password era rimasta nella disponibilità dell’imputata senza essere disattivata, in quanto se le credenziali fossero state consegnate ai dipendenti del tribunale con un termine di scadenza, alla data fissata esse si sarebbero disattivate automaticamente; 3) violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al reato di cui all’art. 326, c.p., in quanto il fascicolo visionato attraverso il terminale non era secretato e le informazioni rivelate al F. non hanno potuto turbare il buon andamento della pubblica amministrazione, posto che il procedimento penale ha seguito il suo iter e nessun intralcio all’attività degli inquirenti è derivato dalla fuga di notizie, di cui la M. non può essere chiamata a rispondere anche perché quest’ultima non ha fatto altro che confermare quanto già il F. conosceva sulla pendenza di un procedimento penale a suo carico, nascente dalla denuncia del C.; 4) lamenta, infine, la M. la mancata considerazione da parte della corte territoriale delle doglianze relative alla personalità della ricorrente ed alla pressione su di lei esercitata dalla sorella del F., profilo rilevante ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato ex art. 326, c.p., anche al fine di un adeguamento della pena al caso concreto.

Il ricorso non può essere accolto perché fondato su motivi, in parte infondati, in parte inammissibili.

Ed invero, come chiarito dalla Suprema Corte nella sua espressione più autorevole, integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico (quale incontestabilmente è il RE.GE) o telematico protetto di interesse pubblico, prevista dall’art. 615 ter c.p. (di cui, a differenza di quanto affermato dalla corte territoriale, l’ipotesi dell’abuso delle qualità specificate dall’art. 615 ter, comma 2, n. 1, c.p., costituisce una circostanza aggravante e non un’ipotesi autonoma di reato), la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto che, pure essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso. Non hanno rilievo, invece, per la configurazione del resto, gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno motivato l’ingresso al sistema (cfr. Cass., sez. un., 27/10/2011, n. 4694, rv. 251269).

Ai fini della configurabilità del reato di accesso abusivo a un sistema informatico, pertanto, da un lato la qualificazione di abusività va intesa in senso oggettivo, con riferimento al momento dell’accesso e alle modalità utilizzate dall’autore per neutralizzare e superare le misure di sicurezza apprestate dal titolare dello ‘ius excludendi’, al fine di impedire accessi indiscriminati, a nulla rilevando le finalità che si propone l’autore e l’uso successivo dei dati, che, se illeciti, possono integrare un diverso titolo di reato (cfr. Cass., sez. V, 25/06/2009, n. 40078, rv. 244749).

Dall’altro, l’accesso di soggetto abilitato ad un sistema informatico è abusivo solo quando l’agente viola i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema ovvero pone in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui egli è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso è a lui consentito (cfr. Cass., sez. V, 20/06/2014, n. 44390, rv. 260763; Cass., sez. V, 31/10/2014, n. 10083; Cass., sez. V, 28/11/2013, n. 7465).

Orbene non appare revocabile in dubbio che, come correttamente ritenuto dalla corte territoriale, la condotta della M. sia riconducibile al menzionato paradigma normativo, in quanto l’accesso al RE.GE della procura della repubblica del tribunale di Frosinone, con la conseguente possibilità di consultare i dati in esso contenuti, non le era consentito.

La M., infatti, in qualità di cancelliere in servizio non presso la procura della Repubblica, ma presso il tribunale di Frosinone non era abilitata ad accedere al sistema informatico riservato al personale dell’ufficio del pubblico ministero. Né la circostanza che l’imputata, per accedere al sistema informatico, abbia utilizzato non le proprie credenziali, ma un codice di accesso, in uso all’ufficio, creato ‘per un utilizzo assolutamente limitato nel tempo, nel 2005, in occasione di un’ispezione ministeriale, al solo fine di gestire la trasmigrazione informatica di procedimenti di risalente iscrizione, sistema rimasto nella disponibilità del personale in quanto mai disattivato (verosimilmente per mera dimenticanza)’, rende legittimo il suo ingresso nel sistema informatico della procura della Repubblica di Frosinone.

Sul punto la ricorrente ha osservato che l’efficacia limitata nel tempo del suddetto codice di accesso non ha trovato riscontro negli atti di indagine; si tratta, tuttavia, di un’affermazione apodittica, fondata non su dati oggettivi, ma sulla semplice supposizione che, ove le credenziali fornite al personale nel 2005 avessero avuto un termine di scadenza, alla data fissata sarebbero state disattivate automaticamente. La ricorrente non contesta, in ogni caso, che, come sottolineato dalla corte territoriale, il codice di accesso ad efficacia limitata nel tempo era stato fornito al personale giudiziario al solo fine di gestire la trasmigrazione informatica di procedimenti di risalente iscrizione (cfr. p. 6 della sentenza impugnata), dunque per lo svolgimento di un’operazione ontologicamente diversa da quella realizzata dalla M. attraverso la visione del fascicolo relativo al procedimento penale a carico del F..

La motivazione della corte territoriale appare, pertanto, del tutto immune dai vizi denunciati: la M., infatti, non era abilitata ad accedere al sistema informatico della procura della Repubblica di Frosinone con le credenziali in suo possesso, tanto da essere costretta ad utilizzare un diverso codice di accesso, di cui aveva ricevuto la disponibilità in via eccezionale, per un periodo limitato nel tempo (ovviamente scaduto quando si verificarono a distanza di quattro anni gli accessi ‘incriminati’).

Ma ove anche la si volesse ritenere ancora abilitata ad utilizzare la menzionata credenziale rilasciata nel 2005, in ogni caso gli accessi effettuati nel 2009 resterebbero abusivi, avendo con essi l’imputata compiuto nel sistema informatico un’operazione ontologicamente diversa da quella per cui l’accesso le era stato eccezionalmente consentito in occasione dell’ispezione ministeriale del 2005.

Inammissibile, invece, perché del tutto generico ed incentrato su di un profilo meramente fattuale, relativo al contenuto delle conversazioni intercettate, deve ritenersi il preteso travisamento della prova denunciato dal ricorrente. Infondato appare anche il motivo di ricorso sub n. 3.

Al riguardo è sufficiente osservare che, come affermato dal costante insegnamento della giurisprudenza di legittimità, le notizie desumibili dall’accesso al RE.GE. sono segrete ai fini e per gli effetti dell’art. 326 c.p., potendo essere rivelate soltanto a chi ne abbia il diritto e nel rispetto delle norme che regolano il diritto di accesso alle predette notizie, (cfr. Cass., sez. V, 18/01/2011, n. 24583, rv. 249821; Cass., sez. V, 5/10/2004, n. 46174).

Proprio in applicazione di tali principi, secondo l’orientamento dominante in sede di legittimità, integra pacificamente il delitto di rivelazione di segreti d’ufficio la condotta del collaboratore di cancelleria che fornisca a terzi non autorizzati a riceverla, e senza rispettare la procedura prevista dall’art. 110 bis disp. att. c.p.p., in relazione all’art. 335, c.p.p. – secondo la quale la segreteria della procura può rispondere alla richiesta di comunicazione delle iscrizioni contenute nel registro delle notizie di reato, solo dopo che il pubblico ministero vi abbia dato espressa risposta e nel senso derivante dalla risposta stessa, competendo al pubblico ministero di verificare se ricorra la preclusione connessa a uno dei delitti di cui all’art. 407 co. 2, lett. a), c.p.p., ovvero se sussistano specifiche esigenze che giustifichino la temporanea segretazione sulle iscrizioni – la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di una determinata persona (cfr. Cass., sez. VI, 05/04/2012, n. 22276, rv. 252871), in una fase di assoluta delicatezza, quale quella delle indagini preliminari, a persona non autorizzata a riceverle.

Si è, inoltre, opportunamente precisato che ai fini della configurabilità del reato non è necessaria la prova dell’esistenza di un effettivo pregiudizio per le indagini, posto che si tratta di un reato di pericolo concreto che tutela il buon andamento della amministrazione, che si intende leso allorché la divulgazione della notizia sia anche soltanto suscettibile di arrecare pregiudizio a quest’ultima o ad un terzo (cfr. Cass. sez. V, 5/10/2004, n. 46174, rv. 231166).

Nessun dubbio, dunque, residua sulla responsabilità della M. per il reato ex art. 326 c.p., avendo l’imputata comunicato alla sua collega, affinché lo riferisse al fratello, ed allo stesso F.G., notizie su iscrizioni a lui relative prima della pronuncia in merito da parte del pubblico ministero.

Appare del tutto evidente, peraltro, come sia un elemento del tutto inidoneo a mettere in discussione la configurabilità del delitto di cui si discute, l’assunto difensivo secondo cui il F. fosse già a conoscenza dell’esistenza di un procedimento penale a suo carico per l’aggressione in danno del C. e si fosse limitato, utilizzando la sorella come tramite, a chiederne conferma alla M., in quanto la fattispecie di cui si discute si consuma nel momento stesso della rivelazione della notizia al terzo non autorizzato a riceverla, rivelazione che, nel caso in esame, come ammesso dalla stessa ricorrente, corrispondeva ad un preciso interesse del F.. Inammissibili, infine, sono tutte le doglianze relative alla configurabilità dell’elemento psicologico del reato di cui all’art. 326, c.p., in quanto assolutamente generiche nella parte in cui contestano alla corte territoriale di non avere ricondotto la condotta dell’imputata all’ipotesi colposa di cui all’art. 326, co. 2, c.p.; di tipo fattuale, laddove lamentano la mancata considerazione da parte della corte di appello della buona fede della M. e della pressione esercitata su di lei dalla F.A.; manifestamente infondate con riferimento alla pretesa mancanza di motivazione in ordine all’elemento soggettivo del reato, sul quale, invece, la corte territoriale si sofferma specificamente, con argomentare approfondito ed immune da vizi, evidenziando come indicativa del dolo con cui ha agito la M. sia la sua condotta complessivamente considerata ed, in particolare, l’accortezza utilizzata dall’imputata per accedere al sistema informatico, in modo da rendere più difficoltoso l’accertamento della sua responsabilità, e la decisione di assecondare le pressioni dei F., nella piena consapevolezza che così facendo avrebbe violato i suoi doveri di ufficio.

Sulla base delle svolte considerazioni il ricorso di cui in premessa va, dunque, rigettato, con condanna della ricorrente, ai sensi dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

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