Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 16 ottobre 2015, n. 20927. In sede di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini sono pregiudizi che, pur non risultando integrato un danno biologico, risultano comunque apprezzabili in termini di danno non patrimoniale

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 16 ottobre 2015, n. 20927. In sede di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini sono pregiudizi che, pur non risultando integrato un danno biologico, risultano comunque apprezzabili in termini di danno non patrimoniale

Cassazione 4

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 16 ottobre 2015, n. 20927

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24454/2012 proposto da:

(OMISSIS) SRL (OMISSIS) in persona del legale rappresentante e A.U. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

COMUNE PESSANO CON BORNAGO, CONSORZIO (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 2958/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 28/10/2011, R.G.N. 3716/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/06/2015 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

I FATTI

Nel 2001 (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) convenivano in giudizio la (OMISSIS) s.r.l., nonche’ il Comune di Pessano con Bornago e il Consorzio (OMISSIS) assumendo che dalle aree gestite dalla (OMISSIS) all’interno di immobili di proprieta’ del Consorzio ed adibite ad intrattenimento musicale e danzante provenissero nelle ore notturne immissioni intollerabili di rumore a carico delle loro abitazioni, situate a breve distanza. Chiedevano che alla (OMISSIS) fosse inibito di continuare a svolgere l’attivita’ di intrattenimento musicale, ovvero che la stessa fosse condannata a modificare i suoi impianti per ricondurre le immissioni di rumori nei limiti della tollerabilita’; chiedevano inoltre che il Consorzio, proprietario degli immobili in questione, fosse condannato ad eseguire gli interventi necessari a ridurre nell’ambito della tollerabilita’ le immissioni acustiche, e chiedevano la condanna in solido della (OMISSIS) e del Comune a risarcire il danno biologico e esistenziale da loro subito.

La (OMISSIS) si costituiva asserendo che:

– la zona ove si svolgeva l’attivita’ ed era sita l’abitazione degli attori, adiacente al loro stabilimento per la conservazione di alimenti surgelati, era sempre stata a vocazione esclusivamente industriale;

– la sua attivita’ di intrattenimento musicale e danzante, da svolgersi all’aperto e solo nei mesi estivi, fosse in regola sotto il profilo amministrativo, essendosi la societa’ convenuta regolarmente aggiudicata il bando comunale per poter esercitare quella particolare attivita’ in quella zona;

– l’attivita’ di intrattenimento era programmata per la sola stagione estiva, da giugno a settembre;

– solo nel 2003 il Comune approvava un piano di classificazione acustica del territorio comunale, inserendo la zona dove si trovava il locale in zona 5 a vocazione prevalentemente industriale anziche’ in zona 6 (zona esclusivamente industriale) come avrebbe dovuto essere (la delibera comunale veniva impugnata dalla (OMISSIS) dinanzi al Tar che la annullava nel 2008).

Nel 2008 il Tribunale di Milano accoglieva la domanda degli attori e condannava la (OMISSIS) s.r.l. a corrispondere a ciascuno di essi un contenuto importo a titolo di danno esistenziale (condanna in parte estesa anche al Comune) e alla sola (OMISSIS) anche un piccolo importo per danno biologico; il tribunale impartiva altresi’ alla societa’ e al Consorzio proprietario il divieto di tenere trattenimenti musicali danzanti fuori dall’immobile di via (OMISSIS) locato alla (OMISSIS) s.r.l..

La Corte d’Appello di Milano, con la sentenza qui impugnata, rigettava integralmente l’appello della (OMISSIS) s.r.l..

(OMISSIS) s.r.l. propone ricorso per cassazione articolato in cinque motivi contro la sentenza della Corte d’Appello di Milano n. – 2958 del 28.10.2011, notificata l’ 1.7.2012. Resistono con controricorso (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).

Il Comune di Pessano con Bornago e il Consorzio (OMISSIS), regolarmente intimati, non hanno svolto attivita’ difensiva.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

La ricorrente ritiene di aver subito una ingiustificata condanna, che l’ha condotta alla cessazione di una attivita’ regolarmente autorizzata dalle autorita’ amministrative comportandole un cospicuo danno, a seguito della errata interpretazione ed applicazione, da parte del giudice di merito, della normativa sull’inquinamento acustico e pur avendo mantenuto le immissioni di rumore che provenivano dagli impianti di amplificazione della societa’ (che somministrava intrattenimento notturno in luoghi aperti) all’interno della soglia dei 40 decibel, e comunque ad un livello inidoneo a ledere la salute di alcuno.

Sviluppa le sue lagnanze in cinque motivi, che appaiono complessivamente inidonei ad indurre ad una cassazione della sentenza impugnata.

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente deduce l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, ovvero sull’appartenenza alla classe 6 di zonizzazione acustica del terreno su cui sorge l’immobile in cui la (OMISSIS) era stata autorizzata a svolgere la propria attivita’; denuncia anche la violazione di legge in riferimento alla Legge n. 447 del 1995, al D.P.C.M. 14 novembre 1997, nonche’ all’articolo 844 c.c., commi 1 e 2.

Quanto al denunciato vizio di motivazione, la ricorrente lamenta che la corte d’appello non abbia tenuto in alcun conto il fatto che, con una sentenza del T.A.R. del 2008 provocata da un ricorso della stessa (OMISSIS), l’area dove esiste la struttura gestita dalla ricorrente sia stata considerata come “facente parte dell’area industriale ed inseribile pertanto in classe 6 “, ovvero nella zona a vocazione esclusivamente industriale, anziche’ area prevalentemente industriale (classe V), come era stata classificata erroneamente in precedenza dal Comune con provvedimento annullato dal tribunale amministrativo.

I controricorrenti sul punto precisano che effettivamente la delibera comunale che adottava il piano di zonizzazione acustica e’ stata annullata, con la sentenza del T.A.R. Lombardia n. 5234 del 2008 citata dalla ricorrente. Pertanto, evidenziano che allo stato non esiste piu’ alcun piano di zonizzazione e si applicano le norme ordinarie per individuare se sia avvenuto o meno il superamento della tollerabilita’ delle immissioni.

Il motivo e’ infondato.

La censura non e’ mossa adeguatamente, senza riportare ne’ indicare i passi della sentenza in cui la motivazione sia inficiata dalla omessa considerazione della pronuncia del T.A.R.. A cio’ si aggiunga che, in base a quanto riportato dalla stessa ricorrente, la pronuncia del giudice amministrativo ha annullato in quanto illegittimo il piano di classificazione acustica adottato nel 2003 dal Comune intimato, laddove qualificava il territorio ove veniva svolta l’attivita’ di intrattenimento musicale della ricorrente come riconducibile alla zona n. V, a prevalente (e non esclusiva) vocazione industriale, ma non ha provveduto neppure nominando a cio’ un commissario ad acta, ad un diverso classamento che abbia effettivamente attribuito all’area vocazione esclusivamente industriale. Il fatto decisivo, consistente nella riconducibilita’ del luogo ove sorge l’attivita’ ad una diversa zona, non e’ neppure provato quindi nella sua esistenza storica.

Quanto alla denunciata violazione di legge, essa non sussiste.

La sentenza impugnata appare aver fatto corretta applicazione della normativa vigente in materia di immissioni acustiche, laddove ha ricordato che sussistono due livelli di tutela di fronte all’immissione rumorosa, da una parte il regime amministrativo deputato alla P.A. (disciplinato dalla Legge n. 447 del 1995, e dal D.P.C.M. del 1997) e dall’altro vigono i principi civilistici che regolano i rapporti tra privati riconducibili nell’ambito del codice agli articoli 844 e 2043 c.c., dotati di fondamento costituzionale e comunitario.

Correttamente la corte d’appello. ha ritenuto che l’eventuale rispetto da parte della ricorrente della normativa pubblicistica contenuta nel DPCM 14.11.1997 non faccia venir meno la possibilita’ che essa possa esser ritenuta responsabile sotto il profilo civilistico, in caso di violazione dei sopra ricordati articoli 844 e 2043 c.c. laddove sia riscontrato, come accertato dal consulente tecnico, che vi siano state ripetute immissioni sonore in orario dedicato al riposo notturno che superavano i tre dB(A) Leq di rumore di fondo, soglia fissata da un consolidato orientamento giurisprudenziale come tetto massimo di tollerabilita’ in orario notturno.

Questa Corte ha avuto infatti piu’ volte modo di affermare, con affermazioni rispetto alle quali non vi e’ ragione di discostarsi, che nell’ambito, non gia’ della tutela della quiete pubblica ovvero del rapporto tra privali e PA, bensi’ dei rapporti tra privati, l’osservanza delle normative tecniche speciali, quali quelle qui invocate, non e dirimente nell’escludere l’intollerabilita’ delle immissioni (v. da ultimo Cass. n. 8474 del 2015); che la fattispecie deve essere vagliata secondo l’ordinario criterio di cui alla disposizione generale dell’articolo 844 cit., nel senso che il superamento della soglia codicistica di tollerabilita’ delle immissioni ben puo’ essere riscontrata pur nell’accertato rispetto dei limiti di cui alla normativa tecnica.

Si e’ in proposito affermato (Cass. n. 1151 del 2003; Cass. n. 1418 del 2006; Cass. n. 939 del2011; Cass. n. 17051 del 2011 e, piu’ recentemente, in materia di rumorosita’ da sorvolo aereo: Cass. n. 15233 del 2014) che : in materia di immissioni, mentre e’ illecito il superamento dei livelli di accettabilita’ stabiliti dalle leggi e dai regolamenti che, disciplinando le attivita’ produttive, fissano nell’interesse della collettivita’ le modalita’ di rilevamento dei rumori ed i limiti massimi di tollerabilita’, l’eventuale rispetto degli stessi non puo’ fare considerare senz’altro lecite le immissioni, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilita’ formularsi in concreto alla stregua dei principi di cui all’articolo 844 c.c.; che alla materia delle immissioni sonore o da vibrazioni o scuotimenti atte a turbare il bene della tranquillita’ nel godimento degli immobili adibiti ad abitazione non e’ applicabile la Legge 26 ottobre 1995, n. 447, sull’inquinamento acustico, poiche’ tale normativa, come quella contenuta nei regolamenti locali, persegue interessi pubblicistici disciplinando, in via generale ed assoluta, e nei rapporti c.d. verticali fra privati e la p.a., i livelli di accettabilita’ delle immissioni sonore al fine di assicurare alla collettivita’ il rispetto di livelli minimi di quiete; che la disciplina delle immissioni moleste in alieno nei rapporti fra privati va sempre rinvenuta nell’articolo 844 c.c., sulla cui base, quand’anche dette immissioni non superino i limiti fissati dalle norme di interesse generale, il giudizio in ordine alla loro tollerabilita’ va compiuto secondo il prudente apprezzamento del giudice, che tenga conto di tutte le peculiarita’ della situazione concreta: Analogamente e’ a dire per la normativa secondaria e regolamentare di attuazione la quale, nel determinare le modalita’ di rilevamento dei rumori ed i limiti di tollerabilita’ in materia di immissioni rumorose, non puo’ per sua natura che perseguire finalita’ meramente esecutive di carattere pubblicistico, cosi’ incidendo sui soli rapporti fra i privati e la p.a.; sicche’ i limiti tecnici in essa contenuti non escludono l’applicabilita’ dell’articolo 844 c.c., nei rapporti tra i proprietari di fondi vicini.

Va inoltre ribadito che la valutazione imposta al giudice ex articolo 844 c.c., risponde – nel contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprieta’ – alla tutela di preminenti diritti di rilievo costituzionale, come quello alla salute ed alla qualita’ della vita.

Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 6 ter inserito dalla legge di conversione 27.2.2009, n. 13 nel testo del Decreto Legge 30 dicembre 2008, n. 208, che cosi’ recita:

Art. 6 ter. – (Normale tollerabilita’ delle immissioni acustiche). 1. Nell’accertare la normale tollerabilita’ delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’articolo 844 c.c., sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorita’ di un determinato uso.

La ricorrente sostiene che con questo articolo, in materia di immissioni ed emissioni acustiche, il legislatore ha superato tutto il dibattito dottrinario e giurisprudenziale e i criteri elaborati dalla giurisprudenza a tutela del privato a fronte delle immissioni, chiarendo definitivamente che i valori limite da rispettare sono semplicemente ed unicamente, senza alcuna differenziazione tra tutela privatistica ed amministrativa, quelli indicati dal D.P.C.M. 19 novembre 1997. Ritiene che, trattandosi di norma di interpretazione autentica, essa sia immediatamente applicabile al caso di specie.

Il motivo e’ infondato.

La normativa in questione, diversamente da quanto opinato dalla Corte d’appello (e quindi intervenendo a correggere sul punto la motivazione) potrebbe anche essere ritenuta immediatamente applicabile in quanto, benche’ costituisca ius superveniens, sembra esprimere un portato di interpretazione autentica, argomentabile dal riferimento alle disposizioni di legge e ai regolamenti vigenti.

Tuttavia, come gia’ osservato da Cass. n. 8474 del 2015, valorizzando anche le affermazioni della Corte costituzionale che si e’ gia’ espressa sulla conformita’ della disciplina stessa ai principi costituzionali, alla norma deve necessariamente data una interpretazione costituzionalmente orientata, e non necessariamente derogatoria del principio di accertamento in concreto della normale tollerabilita’ da parte del giudice, tenuto anche conto del principio generale per cui “il limite della tutela della salute e’ da ritenersi ormai intrinseco nell’attivita’ di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, dovendo considerarsi prevalente, rispetto alle esigenze della produzione, il soddisfacimento ad una normale qualita’ della vita” (Cass. n. 5564 dell’8 marzo 2010). La Corte costituzionale, con ordinanza n. 103 del 2011 con la quale ha ritenuto inammissibile la questione di legittimita’ costituzionale su di essa dedotta, ha affermato proprio che dal solo dettato dell’articolo 6 ter cit. non puo’ aprioristicamente evincersi una portata derogatoria e limitativa dell’articolo 844 c.c., senza prima tentare di sperimentare diverse interprelazioni idonee a preservare la norma stessa dai sollevati profili di denunciata incostituzionalita’. Aggiunge che alla assai generica locuzione “sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorita’ di un determinato uso”, contenuta nella norma in esame, non debba necessariamente riconoscersi una portata derogatoria rispetto alla disciplina codicistica in tema di immissioni. Nell’identificare il significato della norma e nel vagliare l’eventuale influenza di tale clausola di salvezza rispetto ai criteri civilistici di accertamento del limite della normale tollerabilita’ delle immissioni acustiche il giudice delle leggi segnala che non si possa prescindere dal criterio guida della protezione del diritto alla salute (al quale si aggiunge, come meglio si vedra’ in riferimento al motivo n. 5 del presente ricorso, la necessita’ di tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, imposto dall’articolo 8 Cedu); sulla base, pero’, non gia’ del mero rispetto di un limite tabellare assoluto, bensi’ della concreta incidenza (id est: tollerabilita’) delle immissioni nello specifico e mutevole contesto della loro manifestazione, cosi’ come imposto dall’ormai consolidata interpretazione, giurisprudenziale dell’articolo 844 c.c., disposizione che lo stesso articolo 6 ter prevede che continui ad essere applicata.

Pertanto, anche a seguito dell’entrata in vigore dell’articolo 6 ter, mantiene la sua attualita’ l’ormai pacifico orientamento di legittimita’ che differenzia – quanto ad oggetto, finalita’ e sfera di applicazione – la disciplina contenuta nel codice civile dalla normativa di diritto pubblico.

Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia la violazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., nonche’ l’esistenza del vizio di motivazione apparente.

Il motivo e’ inammissibile, in quanto non contiene una critica puntuale alla motivazione della sentenza, che fa proprie motivatamente le conclusioni del c.t.u., ma la critica e’ rivolta direttamente ai criteri di calcolo adottati dallo stesso consulente; in questi termini si traduce nel tentativo di indurre la corte ad un nuovo giudizio di fatto, inammissibile in questa sede.

Con il quarto motivo, si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 844 c.c., comma 2, in relazione al mancato contemperamento delle ragioni della produzione con quelle della proprieta’, nonche’ l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sulle misure di mitigazione del suono adottate dalla (OMISSIS) nel corso del 2009 (e quindi nel corso del giudizio di appello) e non adeguatamente considerate dalla corte ai fini quanto meno della cessazione della inibitoria.

La ricorrente afferma che la corte territoriale non ha tenuto in alcun conto le necessita’ di contemperamento delle esigenze dell’attivita’ produttiva di reddito da essa svolta (equiparabile alle esigenze di un’attivita’ industriale) con quelle dei privati al riposo e alla quiete, e non ha tenuto in conto neppure che il locale da ballo sorgeva in zona 6 (ovvero esclusivamente industriale) ed era una attivita’ produttiva di reddito degna di rispetto come una produzione industriale, mentre gli attori avevano scelto di abitare in zona V (ovvero prevalentemente industriale) con abitazione adiacente alla fabbrica di surgelati da loro gestita, i cui motori normalmente producevano un elevato rumore di fondo.

Il motivo e’ infondato.

Il giudizio di contemperamento degli interessi e’ tipica valutazione in fatto, non censurabile se non sotto il profilo del vizio di motivazione, e la motivazione, benche’ non condivisa naturalmente dalla ricorrente, e’ sviluppata e coerente. Anche su questo punto, l’intento della ricorrente appare volto ad un riesame in fatto della vicenda, muovendo peraltro da presupposti fattuali meramente allegati, come si e’ detto in riferimento ai motivi precedenti (inserimento delle abitazioni in zona 5 e della struttura di intrattenimento in zona 6 , a fronte dell’annullamento del piano di zonizzazione acustica e del solo possibile inserimento in zona 6 della struttura).

Rientra poi legittimamente nella libera formazione del convincimento del giudice la scelta, tra varie risultanze di accertamenti peritali, alcune favorevoli ad una parte ed altre alla controparte, di quella che per motivi che e’ tenuto ad esporre ritiene piu’ convincente. I motivi della scelta sono peraltro puntualmente enunciati a pag. 25 della sentenza (concordanza tra le risultanze della ctu e la deposizioni dei testi, preferenza per le consulenze espletate nel contraddittorio tra le parti rispetto all’altro elaborato peritale depositato dalla (OMISSIS)).

All’interno del quarto motivo, la ricorrente lamenta anche che la corte territoriale non abbia tenuto affatto in conto, quanto meno per eliminare il divieto a svolgere l’attivita’ per il futuro, che nel 2009, quindi nel corso del giudizio di appello, la ricorrente abbia messo in opera un costoso sistema di insonorizzazione, che ha modificato in maniera consistente la rumorosita’ prodotta dal locale. La doglianza non puo’ essere presa in considerazione in mancanza di una adeguata censura, riconducibile non alla violazione dell’articolo 844 c.c. e quindi ad un neppure ben esplicitato vizio di violazione di legge, ma al vizio processuale di omessa pronuncia, riconducibile all’ipotesi di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Infine, con il quinto ed ultimo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 2056, 2059, 1223 e 1226 c.c., in punto di mancanza di nesso causale tra le immissioni ed il danno lamentato dagli attori e ad essi liquidato, nonche’ la presenza del vizio motivazionale sotto ogni sua possibile prospettazione in ordine alla risarcibilita’ del danno esistenziale (domanda formulata in via subordinata rispetto alla domanda principale di risarcimento del danno biologico). Sostiene che, avendo la corte d’appello escluso in concreto un danno alla salute a carico di tutti gli attori (tranne che nei confronti di (OMISSIS), nei riguardi della quale ha confermato il riconoscimento di un modesto danno biologico, quantificato in 1500 euro per l’accertamento dell’esistenza di emicranie ricorrenti), non avrebbe dovuto essere liquidato il danno esistenziale. La sentenza impugnata, laddove ha liquidato una modesta cifra in favore di ciascun attore per un preteso danno esistenziale pur avendo escluso la configurabilita’ di un pregiudizio alla salute di essi, si porrebbe in contrasto con il recente quanto consolidato orientamento giurisprudenziale, che ha trovato la sua prima ed incisiva espressione nella sentenza delle Sezioni Unite n. 26972 del 2008, che ha posto un limite alla duplicazione delle voci di danno risarcibile ed alla risarcibilita’ dei danni bagatellari.

Il motivo e’ infondato.

E’ ben vero che la Corte ha inteso in questi ultimi anni ridisegnare l’arca del danno non patrimoniale risarcibile espungendone i pregiudizi inconsistenti che avevano trovato occasionalmente tutela nei giudizi di merito pur non potendo assurgere a lesioni meritevoli di tutela e le duplicazioni ingiustificate delle voci di danno.

Da cio’ non si puo’ far discendere pero’, quale automatica conseguenza, la conclusione per cui il danno non patrimoniale sarebbe risarcibile soltanto qualora ad esso si associ una lesione del diritto alla salute ovvero un vero e proprio danno biologico. La stessa sentenza n. 26972 del 2008 ha chiarito che il danno alla qualita’ dell’esistenza trova tutela soltanto quando esso si verifichi in conseguenza della lesione di un diritto costituzionalmente garantito (escludendo in tal modo i danni bagatellari) con cio’ non precludendo pero’ la strada alla possibilita’ di porre a fondamento della risarcibilita’ del danno non patrimoniale un diritto fondamentale diverso rispetto al diritto alla salute (e alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, quali l’inviolabilita’ del domicilio e la tutela della famiglia fa riferimento la sentenza impugnata).

Proprio in tema di risarcibilita’ del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilita’, questa Corte ha piu’ volte affermato gia’ in passato che pur quando non risulti integrato un danno biologico, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale (v. Cass. n.7875 del 2009).

Cass. n. 26899 del 2014 ha affermato che l’accertata esposizione ad immissioni sonore intollerabili puo’ determinare una lesione del diritto al riposo notturno e alla vivibilita’ della propria abitazione, la cui prova puo’ essere fornita dal danneggiato anche mediante presunzioni sulla base delle nozioni di comune esperienza. (Nella specie, le immissioni sonore – costituite da musica ad alto volume e altri schiamazzi “clamorosamente eccedenti la normale tollerabilita’” in orario serale e notturno – avevano determinato una lesione, non futile, al diritto al riposo notturno per un periodo di almeno tre anni).

A cio’ deve aggiungersi che il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare e’ uno dei diritti protetti dalla Convenzione Europea dei diritti umani (articolo 8). La Corte di Strasburgo ha fatto piu’ volte applicazione di tale principio anche a fondamento della tutela alla vivibilita’ dell’abitazione e alla qualita’ della vita all’interno di essa, riconoscendo alle parti assoggettate ad immissioni intollerabili un consistente risarcimento del danno morale, e tanto pur non sussistendo alcuno stato di malattia. La Corte ha piu’ volte condannato, per violazione dell’articolo 8, gli Stati che, in presenza di livelli di rumore significantemente superiori al livello massimo consentito dalla legge, non avessero adottato misure idonee a garantire una tutela effettiva del diritto al rispetto della vita privata e familiare (sentenza Dees v. Ungheria del 9.11.2010;sentenze Oluic v. Croazia, n. 61260 del 2008, (pp. da 48 a 66) e Moreno Gómez v. Spagna, n. 4143/02 (pp. da 57 a 63).

A seguito della c.d. “comunitarizzazione” della Cedu, conseguente all’approvazione del trattato di Lisbona, il giudice interno che abbia a trattare casi di immissioni non puo’ non conformarsi anche ai criteri elaborati in seno al sistema giuridico della Convenzione. In ragione di tale nuova prospettiva giuridica di riferimento esce rafforzata dal fondamento normativo costituito dall’articolo 8 Cedu la risarcibilita’ del danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite anche a prescindere dalla sussistenza di un danno biologico documentato. Il ricorso va pertanto rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico della ricorrente le spese del presente giudizio sostenute dai controricorrenti e le liquida in complessivi euro 8.200,00, di cui 200,00 per spese, oltre contributo spese generali ed accessori come per legge.

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