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Lo stillicidio, lo scolo ed il diritto sulle acque esistenti nel fondo

Lo stillicidio, lo scolo ed il diritto sulle acque esistenti nel fondo

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Lo stillicidio, lo scolo ed il diritto sulle acque esistenti nel fondo

Tale saggio è stato estrapolato dal compendio sui rapporti di vicinato

I rapporti di vicinato

Sommario – per l’apertura dei singoli paragrafi cliccare sulla pagina di riferimento

A) Lo stillicidio – pag. 1

B) Le acque – pag. 2

1) diritto sulle acque esistenti nel fondo – pag. 2

2) apertura di nuove sorgenti e altre opere – pag. 3

3) conciliazione di opposti interessi – pag. 4

4) scolo delle acque – pag. 5

5) consorzi per regolare il deflusso delle acque – pag. 6

6) NOTE – pag. 7

 

A) Lo stillicidio

Istituto rientrante tra i rapporti di vicinato, i quali sono rapporti che regolano il godimento di fondi in relazione ai fondi vicini.

Le regole di buon vicinato comprendono, oltre a quelle che si andranno ad analizzare

  • le distanze tra costruzioni [1];
  • le luci e vedute [2] e
  • le immissioni [3].

I rapporti di vicinato sono quelli che intercorrono tra proprietari immobiliari confinanti ed hanno da sempre rappresentato la fonte di innumerevoli (a volte inutili e pretestuose) controversie – vicinitas est mater discordiarum – ed in tale ambito molto spesso ricadono le questioni atteninti alla “gestione” delle acque in particolar modo lo scolo delle acque piovane e non, quando, soprattutto, poi interviene l’opera dell’uomo a modifica dello stato dei fondi.

art. 908 c.c.   scarico delle acque piovane

Il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino nel suo terreno e non può farle cadere nel fondo del vicino.

Se esistono pubblici colatoi, deve provvedere affinché le acque piovane vi siano immesse con gronde o canali. Si osservano in ogni caso i regolamenti locali e le leggi sulla polizia idraulica.

L’art. 908 c.c., imponendo al proprietario di costruire i tetti in modo tale che le acque piovane scolino nel suo terreno senza invadere il fondo del vicino [4], prevede il divieto di stillicidio delle acque piovane dal tetto sulla altrui proprietà.

La norma non prevede una forma precisa della costruzione del tetto o dell’edificio, ma si limita a stabilire l’obbligo che le acque piovane ricadano dal tetto sul fondo del proprietario dell’edificio e non anche, direttamente, sul fondo del vicino, anche se poi tale fondo sarà soggetto a ricevere le acque che successivamente defluiscano naturalmente dal fondo superiore [5].

In altri termini, il proprietario ha ampia libertà su come costruire il tetto, anche con le falde spioventi verso il fondo confinante, ma non può far cadere le acque su di esso. Le acque devono essere convogliate sul proprio fondo o, se esistenti, nei pubblici canali di raccolta.
La falda del tetto non può essere fatta sporgere oltre il confine perché verrebbe ad invadere il suo spazio aereo e la presenza dello spiovente sul confine, non impedisce la costruzione in aderenza.

Il proprietario dovrà, pertanto, provvedere a raccogliere adeguatamente e confrormemente all’imposizione normativa le acque.

Quest’ultime che cadono da un tetto privo di canale di gronda si disperdono naturalmente sul terreno e defluiscono secondo le naturali pendenze e il vicino deve tollerare tale deflusso ex art. 913 c.c.

Se però vi è un tubo di gronda che raccoglie le acque in un unico punto, così che da esso si forma una specie di rivolo, il vicino non è tenuto a subire questo aggravamento della situazione naturale idonea a creargli un danno.

Inoltre, la servitù di stillicidio concerne esclusivamente la caduta naturale delle acque da un tetto e va tenuta ben distinta dalla servitù che ha come contenuto il diritto di far scorrere acque in modo non naturale sul fondo altrui, che si avà modo successivamente di illustrare.

In altre parole, non si deve confondere lo stillicidio dal tetto con il diritto di far defluire le acque sul fondo del vicino a norma dell’art. 913 c.c.

Ebbene, in tema di scolo delle acque deve affermarsi che ai sensi degli art. 908 e 913 c.c. il fondo inferiore non può essere assoggettato, salvo diversa ed espressa convenzione [o servitù per destinazione del padre di famiglia oppure per usucapione], allo scolo di acque diverse da quelle che defluiscono dal fondo superiore secondo l’assetto naturale dei luoghi [6] e che l’art. 913 c.c. impone al proprietario del fondo superiore il divieto di realizzare ogni manufatto che modifichi il deflusso naturale delle acque e, correlativamente, legittima il proprietario e il titolare di altri diritti sul fondo inferiore ad agire per il ripristino dello stato naturale dei luoghi [7] .

In effetti, come da ultima pronucnia del Tribunale di Vicenza [8], ad esempio, la servitù di stillicidio rappresentata nel caso di specie non è stata ritenuta pertinente all’art. 908 c.c., in quanto si riferiscono alla fattispecie delineata dall’art. 913 c.c. che disciplina il deflusso delle acque che scolano naturalmente, senza intervento dell’opera dell’uomo.

Il caso rigurdava la citazione in giudizio da parte dei proprietari di un immobile ad uso abitativo con annesso cortile, avanti l’intestato ufficio, in danno della proprietaria dell’immobile confinante, lamentando che quest’ultima scaricava le acque piovane di una parte del proprio tetto all’interno del cortile di essi attori; in particolare evidenziavano che lo scarico delle acque avveniva attraverso un pluviale ancorato alla parete perimetrale esterna dell’abitazione della convenuta, nonché attraverso una condotta in cemento ed un pozzetto/ubicati all’interno del cortile attoreo.

Da chiarire, poi, che quasi tutti i Comuni si sono provvisti di idonei Regolamenti di allaccio alle pubbliche fognature. Intendendo per fognature quelle nere, derivanti dai bagni e dalle cucine, e quelle bianche, che raccolgono solo le acque piovane.

Modi di costituzione della servitù di stillicidio (908 c.c.) e di quelle ex art. 913 non naturali

È opportuno poi rappresentare i modi di costituzione della servitù [9] di stillicidio [10] e di quelle ex art. 913 non naturali

  • sia con titolo concordato (da trascrivere) fra le parti,
  • sia per destinazione del padre di famiglia,
  • nonchè per avvenuta usucapione [11] ventennale.

Poiché, ai sensi degli artt. 908 e 913 c.c., salvo diverse ed espresse previsioni convenzionali, il fondo inferiore non può essere assoggettato allo scolo delle acque di qualsiasi genere, diverse da quelle che defluiscono dal fondo superiore secondo l’assetto naturale dei luoghi, lo stillicidio sia delle acque piovane sia, a maggior ragione, di quelle provenienti dall’esercizio di attività umane (come, ad es., dallo scorinio di panni stesi mediante sporti sul fondo alieno) può essere legittimamente esercitato soltanto se trovi rispondenza specifica in un titolo costitutivo di servitù ad hoc [12].

Secondo recente Cassazione [13] ai fini dell’accertamento dell’acquisto per usucapione di una servitù di scolo, non risulta decisivo che le relative opere apparenti insistano sul solo fondo servente, essendo, per contro, necessario che le stesse siano a servizio e rispondano ad un’effettiva utilità del fondo preteso dominante (nella specie, costituita dall’esigenza di far defluire le acque piovane e di coltura).

Le azioni a tutela e negatorie per tali servitù

Preliminarmente converrebbe sempre esperire un accertamento tecnico preventivo, inoltre, si possono differenziare le azioni a seconda

A) se si agisce per l’accertamento del diritto;

  • azioni possessorie [14] (ex art. 1168 e 1170 c.c.)
  • actio confessoria servitutis [15] (art. 1079 c.c.), per convenzione, per destinazione del padre di famiglia e per usucapione

B) oppure per la negazione del diritto ed il conseguente rispristino dello status quo ante

  • azioni di nunciazione [16] (nuova opera e danno temuto ex art. 1171 e 1172 c.c.)
  • azioni possessoria di manutenzione (art. 1170 c.c.);
  • azione negatoria [17] (art. 949 c.c.);

Ad esempio, secondo ultima Cassazione, l’azione con la quale il proprietario di una terrazza chiede la rimozione di uno stenditoio, collocato nel confinante edificio ed aggettante sulla terrazza stessa con conseguenti immissioni (nella specie, “gocciolio di panni e creazione di ombra”), deve essere qualificata come negatoria servitutis, ai sensi dell’articolo 949 c.c., implicando i fatti posti in essere dal vicino l’affermazione di un diritto di natura reale sulla terrazza, il cui esercizio per il tempo prescritto dalla legge potrebbe comportare l’acquisto per usucapione della servitù [18]. Qualora, pertanto, la parte agisca in giudizio per ottenere la rimozione degli stenditoi abusivamente apposti dai proprietari degli appartamenti sovrastanti al suo alle proprie balconate e la conseguente cessazione dello sgocciolio sul terrazzo antistante al proprio appartamento, la disciplina applicabile é quella della actio negatoria servitutis e il giudice, nell’esercizio del suo potere di qualificazione della domanda, non può inquadrare la fattispecie nella disciplina delle immissioni, la quale è fondata su presupposti di fatto diversi da quelli dedotti dall’attore [19].

Responsabilità ex art. 2051 del proprietario dello scolo

Infine, come disposto anche dalla Cassazione [20], il proprietario della cosa (nel caso, cortile e pozzetti di raccolta delle acque piovane) gravata da servitù (nel caso, di stillicidio), rimasta nella sua disponibilità e custodia, risponde, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei danni arrecati a terzi, in quanto egli è tenuto ad eseguire le opere di manutenzione necessarie per evitare danni ai soggetti estranei (nel caso, infiltrazioni d’acqua in un “box” adiacente al cortile).

[…….segue pag. successiva]

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