Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 26 marzo 2015, n. 1296. Risponde della contravvenzione di cui al 1° comma dell’art. 659 c.p. il gestore di un locale pubblico per il disturbo del riposo e delle occupazioni delle persone arrecato dagli avventori dell’esercizio pubblico al di fuori del locale, quando sia dimostrato che egli non ha esercitato il potere di controllo che gli compete e che a tale omissione è riconducibile la verificazione dell’evento

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 26 marzo 2015, n. 1296. Risponde della contravvenzione di cui al 1° comma dell’art. 659 c.p. il gestore di un locale pubblico per il disturbo del riposo e delle occupazioni delle persone arrecato dagli avventori dell’esercizio pubblico al di fuori del locale, quando sia dimostrato che egli non ha esercitato il potere di controllo che gli compete e che a tale omissione è riconducibile la verificazione dell’evento

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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 26 marzo 2015, n. 1296

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FIALE Aldo – Presidente

Dott. DI NICOLA Vito – Consigliere

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere

Dott. ANDRONIO Alessandr – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata il (OMISSIS);

nei confronti di:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

avverso la sentenza del Tribunale di Torino del 7 marzo 2013;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Alessandro M. Andronio;

udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore generale dott. D’AMBROSIO Vito che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito, per le parti civili, l’avv. (OMISSIS), che ha depositato conclusioni scritte e nota spese;

udito il difensore dell’imputata, avv. (OMISSIS).

RITENUTO IN FATTO

1. – Con sentenza del 7 marzo 2013, il Tribunale di Torino ha condannato l’imputata alla pena della ammenda, oltre che al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili, con assegnazione di provvisionali, per il reato di cui all’articolo 659 c.p., comma 1, per avere, quale legale rappresentante di una societa’ che gestiva un locale, provocato schiamazzi e rumori, utilizzando lo spazio pubblico prospiciente al locale per le consumazioni all’aperto degli avventori, con le porte del locale costantemente aperte, e diffondendo musica ad alto volume.

2. – Avverso la sentenza l’imputata ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, chiedendone l’annullamento.

2.1. – Con un primo motivo di doglianza, si deducono la contraddittorieta’ e la manifesta illogicita’ della motivazione in relazione al riconoscimento dell’idoneita’ dei rumori provenienti dal locale e dagli avventori a disturbare una pluralita’ indeterminata di persone. Si contesta, in linea di principio, la sussistenza di una responsabilita’ del gestore del locale per i rumori fatti dagli avventori. Si afferma, inoltre, che vi erano stati accertamenti della polizia municipale in un periodo antecedente a quello oggetto di contestazione, cosi’ che tali accertamenti non avrebbero potuto essere presi in considerazione a fini di prova. Il Tribunale avrebbe, invece, utilizzato una massima di esperienza del tutto congetturale, affermando che il locale aveva continuato ad esercitare la propria attivita’ dopo tali accertamenti, verosimilmente negli stessi termini, e che il periodo estivo non poteva che avere causato un maggiore afflusso di clienti. Tale massima sarebbe smentita – secondo la prospettazione difensiva – dalla considerazione che il locale si trova in citta’ e non in una zona di vacanza e, dunque, proprio in estate sconta il deflusso della clientela verso le localita’ turistiche.

2.2. – In secondo luogo, si deducono la mancanza e la contraddittorieta’ della motivazione, con riferimento alle deposizioni dei testi (OMISSIS), della polizia municipale, e (OMISSIS), dei carabinieri. Quanto al primo, si sarebbe trascurato di considerare che egli aveva precisato che nel periodo estivo il locale era meno frequentato; quanto al secondo, non si sarebbe considerato che egli non era stato in grado di distinguere quali fossero gli avventori del locale e quali i semplici passanti o avventori di altri locali ed aveva precisato che il gestore di fatto del locale cercava di invitare i gruppi di clienti piu’ rumorosi a calmarsi.

2.3. – Con un terzo motivo di doglianza, si deduce la violazione della disposizione incriminatrice, perche’ la stessa non dovrebbe trovare applicazione a carico del gestore del locale in riferimento alle condotte poste in essere dagli avventori fuori dal locale stesso. E del resto, non vi sarebbero riscontri della diffusivita’ dei rumori, se non con riferimento alle sole abitazioni delle parti civili.

2.4. – Si rileva, infine, la carenza di motivazione in ordine al danno subito dalle costituite parte civili, per la mancata identificazione della relazione causale fra offesa e danno.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. – Il ricorso e’ infondato.

3.1. – Deve essere preliminarmente esaminata la censura – proposta con il primo e il terzo motivo di doglianza – relativa alla configurabilita’ di una responsabilita’ del gestore del locale ex articolo 659 c.p., comma 1, per gli schiamazzi posti in essere dagli avventori del locale stesso, con disturbo delle persone.

3.1.1. – Va premesso che l’elemento che differenzia tra loro le due autonome fattispecie configurate dall’articolo 659 cod. pen. e’ rappresentato dalla fonte del rumore prodotto: ove esso provenga dall’esercizio di una professione o di un mestiere rumorosi, la condotta rientra nella previsione del secondo comma, del citato articolo per il semplice fatto della esorbitanza rispetto alle disposizioni di legge o alle prescrizioni dell’autorita’, presumendosi la turbativa della pubblica tranquillita’; qualora, invece, le vibrazioni sonore non siano causate dall’esercizio dell’attivita’ lavorativa, ricorre l’ipotesi di cui all’articolo 659 cod. pen., comma 1, per la quale occorre che i rumori superino la normale tollerabilita’ e investano un numero indeterminato di persone, disturbando le loro occupazioni o il loro riposo (ex plurimis, Cass. pen. sez. 3, 3 luglio 2014, n. 37196). Perche’ sussista la rilevanza penale ex articolo 659 c.p., della condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, e’ richiesta l’incidenza sulla tranquillita’ pubblica, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore e’ la pubblica quiete, sicche’ i rumori debbono avere una tale diffusivita’ che l’evento disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne possa lamentare (ex plurimis, sez. 1, 29 novembre 2011, n. 47298).

3.1.2. – La giurisprudenza di questa Corte ha inoltre affermato che il gestore di un esercizio commerciale e’ responsabile del reato di cui all’articolo 659 c.p., comma 1, per i continui schiamazzi e rumori provocati dagli avventori dello stesso, con disturbo delle persone. Infatti la qualita’ di titolare della gestione dell’esercizio pubblico comporta l’assunzione dell’obbligo giuridico di controllare che la frequentazione del locale da parte dei clienti non sfoci in condotte contrastanti con le norme concernenti la polizia di sicurezza (sez. 1, 28 febbraio 2003, n. 16886; sez. 1, 27 marzo 2008, n. 17779; sez. 1, 30 settembre 2009, n. 40004). E perche’ l’evento possa essere addebitato al gestore dell’esercizio commerciale e’ necessario che esso sia riconducibile al mancato esercizio del potere di controllo e sia quindi collegato da nesso di causalita’ con tale omissione. In altri termini, laddove gli schiamazzi o i rumori avvengano all’interno dell’esercizio, non c’e’ dubbio che il gestore abbia la possibilita’ di assolvere l’obbligo di controllo degli avventori, impedendo loro comportamenti che si pongano in contrasto con le norme di polizia di sicurezza. Si e’ cosi ritenuto che risponda del reato di cui all’articolo 659 cod. pen., il gestore di un locale pubblico che ometta di ricorrere ai vari mezzi offerti dall’ordinamento (come l’attuazione dello ius excludendi o il ricorso all’autorita’) per evitare che la frequentazione del locale da parte degli utenti sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillita’ pubblica (sez. 6, 24 maggio 1993, n. 7980; sez. 1, 3 dicembre 2008, n. 48122). Se, invece, il disturbo del riposo e delle occupazioni da parte degli avventori dell’esercizio pubblico avvenga all’esterno del locale, per poter configurare la responsabilita’ del gestore e’ necessario provare che egli non abbia esercitato il potere di controllo e che a tale omissione sia riconducibile la verificazione dell’evento.

3.1.3. – Tali principi sono stati correttamente applicati dal Tribunale anche nel caso di specie, in cui – come si vedra’ piu’ analiticamente infra, sub 3.2. – vi era musica ad altissimo volume diffusa dal locale, le cui porte venivano tenute costantemente aperte, e vi era il rumore degli avventori, proveniente sia dall’interno del locale stesso sia dall’esterno. E quanto a quest’ultimo profilo, il Tribunale ha evidenziato che si trattava di schiamazzi che, oltre a non essere riconducibili neanche in astratto al rumore connaturato all’attivita’ di bar, erano provocati dai clienti del locale e non da altri soggetti, proprio perche’ il fatto che le porte fossero costantemente aperte creava una continuita’ fra l’interno del locale e il marciapiede della via pubblica, utilizzato in modo prevalente per le consumazioni all’aperto degli avventori, senza che tali schiamazzi fossero in concreto impediti.

Ne deriva l’infondatezza della censura sub 3.1.

3.2. – Quanto ai profili di fatto – oggetto di doglianze contenute nei primi tre motivi del ricorso – deve rilevarsi che la motivazione della sentenza impugnata risulta pienamente sufficiente e logicamente coerente in ogni sua parte.

Con particolare riferimento al riconoscimento dell’idoneita’ dei rumori provenienti dal locale e dagli avventori a disturbare una pluralita’ indeterminata di persone, il Tribunale evidenzia, infatti, che la prova e’ costituita dalle convergenti dichiarazioni dei soggetti che abitano in zona, suffragate dai riscontri costituiti, in particolare, dalla constatazione personale effettuata – proprio nel periodo oggetto dell’imputazione – dal commissario (OMISSIS), il quale aveva riferito che gli schiamazzi e i rumori si sentivano molto forte in almeno una delle abitazioni dei denuncianti. E -contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa del ricorrente – la circostanza che vi fossero stati testi fonometrici e ulteriori riscontri dai quali era risultato l’ampio superamento dei valori limite nel periodo precedente a quello oggetto dell’imputazione e’ correttamente valorizzata dallo stesso Tribunale non come prova diretta del fatto, ma semplicemente come ulteriore indizio. Quanto, poi, all’affermazione del Tribunale secondo cui la zona sarebbe stata comunque affollata anche nel periodo estivo, tanto da portare alla produzione di rumori molesti, questa ha trovato conferma diretta proprio nelle testimonianze raccolte.

E la chiarezza complessiva del quadro istruttorio consente di superare logicamente le deduzioni difensive relative alle incertezze e alle contraddizioni nelle deposizioni dei testi (OMISSIS) e (OMISSIS), relativamente alla provenienza del rumore dal locale dell’imputata e al fatto che il gestore del locale stesso tentasse di calmare i gruppi “piu’ facinorosi”. Con valutazione del tutto logica e coerente e, dunque, insindacabile in sede di legittimita’, il Tribunale ha, infatti, ritenuto i rumori – che, lo si ripete, non consistevano solo negli schiamazzi dei clienti all’esterno del locale, ma anche nei rumori prodotti all’interno e nella musica ad alto volume – fossero riconducibili alla condotta dell’imputata e non ha attribuito rilievo ai tentativi, evidentemente ritenuti insufficienti, di calmare la clientela piu’ rumorosa.

Ne deriva l’infondatezza delle restanti doglianze proposte con i motivi sub 2.1., 2.2., 2.3.

3.3. – L’ultimo motivo di doglianza – con cui si rileva la carenza di motivazione in ordine al danno subito dalle costituite parte civili, per la mancata identificazione della relazione causale fra offesa e danno – e’ manifestamente infondato.

Secondo la giurisprudenza dominante di legittimita’ (ex plurimis, Cass. pen. sez. 5, 23 aprile 2013, n. 45118, rv. 257551; sez. 6, 26 febbraio 2009, n. 14377, rv. 243310) la condanna generica non e’ subordinata ad una delibazione in ordine alla concreta sussistenza di un effettivo danno, ma semplicemente all’accertamento della astratta capacita’ lesiva della condotta dell’imputato e dell’esistenza del nesso di causalita’ fra il fatto illecito e la lesione. Secondo altro orientamento, addirittura, ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento dei danni in favore della parte civile non e’ necessario che il danneggiato provi l’effettiva sussistenza dei danni ed il nesso di causalita’ tra questi e l’azione dell’autore dell’illecito, essendo sufficiente l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose: la suddetta pronuncia infatti costituisce una mera “declaratoria juris” da cui esula ogni accertamento relativo sia alla misura sia alla stessa esistenza del danno, il quale e’ rimesso al giudice della liquidazione (Cass. pen., sez. 6, 11 marzo 2005, n. 12199, rv. 231044).

Quanto al caso di specie, deve rilevarsi che il Tribunale ha accertato compiutamente l’illecito, la lesione, il nesso di causalita’, perche’ ha evidenziato, da un lato, la responsabilita’ penale dell’imputata per i rumori provenienti dal suo locale, anche con riferimento alla loro idoneita’ a disturbare la quiete pubblica e, dall’altro, il concreto disturbo arrecato alle parti civili (puntualmente descritto alla pagina 5 della sentenza).

4. – Il ricorso deve percio’ essere rigettato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali. In considerazione della sua soccombenza, la ricorrente deve essere anche condannata alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), da liquidarsi in complessivi euro 2500,00, oltre spese generali e accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), che liquida in complessivi euro 2500,00, oltre spese generali e accessori di legge.

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