Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 27 maggio 2014, n. 11831. Va condannata a risarcire il danno per «mancata tutela delle condizioni di lavoro», ex art. 2087 del c.c., il datore che lascia inalare polveri d’amianto e fumi di saldatura a un proprio dipendente, provocandone il decesso per neoplasia polmonare

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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 27 maggio 2014, n. 11831. Va condannata a risarcire il danno per «mancata tutela delle condizioni di lavoro», ex art. 2087 del c.c., il datore che lascia inalare polveri d’amianto e fumi di saldatura a un proprio dipendente, provocandone il decesso per neoplasia polmonare

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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 27 maggio 2014, n. 11831

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18417/2011 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. c.f. (OMISSIS), in persona dei legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliate in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentate e difese dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 78/2011 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 26/02/2011 R.G.N. 387/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/02/2014 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- La sentenza attualmente impugnata, in riforma della sentenza del Tribunale di Bergamo n. 119/09, condanna la (OMISSIS) s.p.a. al pagamento in favore di (OMISSIS) ed (OMISSIS) di una somma di denaro ai sensi dell’articolo 2087 c.c., a titolo di risarcimento del danno subito dal loro dante causa (OMISSIS) per aver contratto, a causa della esposizione nel luogo di lavoro alle polveri di amianto e ai fumi di saldatura, la neoplasia polmonare che ne ha provocato il decesso.

La Corte d’appello di Brescia, per quel che qui interessa, precisa che:

a) le mansioni svolte dal (OMISSIS) presso la (OMISSIS), comprese quelle di saldatore svolte con continuita’ congiuntamente ad altre (manutentore addetto allo smontaggio rifacimento e riparazione dei forni di colata), risultano accertate, nella loro oggettivita’, e non sono oggetto di contestazione;

b) il CTU nominato in appello per determinare l’entita’ di esposizione all’amianto subita dal lavoratore ha elaborato, sulla base dei criteri indicati dagli studi di settore, i dati desumibili dalla descrizione delle mansioni tipiche presso lo stabilimento della (OMISSIS) in oggetto, tratti da documentazione ministeriale e dell’INAIL nonche’ dalla letteratura scientifica;

c) sulla scorta dei dati cosi’ stimati e’ stata accertata una esposizione alle polveri di amianto presso la (OMISSIS) nel periodo 1 dicembre 1975-30 settembre 1985 superiore al limite indicato dal Decreto Legislativo n. 277 del 1991, come riconosciuto dall’INAIL e si e’ appurato che tale esposizione, sia pure in misura inferiore, e’ perdurata fino alla fine del 1992;

d) il CTU ha anche accertato l’esposizione a fumi di saldatura, che ha avuto, nel corso degli anni, un apporto sinergico rispetto alla esposizione alle fibre di amianto e alla stessa saldatura del ferro;

e) la CTU ha consentito di accertare che tutti i suindicati fattori di rischio hanno come bersaglio il polmone, mentre e’ stata esclusa la possibile rilevanza concausale dell’abitudine al fumo di sigarette perche’ essa era cessata all’eta’ di 27 anni del lavoratore, quindi piu’ di trent’anni prima dell’insorgenza del carcinoma polmonare;

d) quanto alla responsabilita’ della datrice di lavoro ex articolo 2087 c.c., l’istruttoria svolta ha consentito di escludere che la (OMISSIS) abbia dato prova di avere adottato misure idonee a prevenire o limitare efficacemente la polverosita’ delle operazioni implicanti la manipolazione dell’amianto e il rischio di inalazione di fumi di saldatura;

e) la societa’ non ha neppure provato di aver provveduto ad istruire e informare i dipendenti in ordine alla pericolosita’ delle lavorazioni cui erano addetti e alle cautele da osservare, secondo quanto previsto dalla normativa, via via nel tempo, applicabile.

2.- Il ricorso della (OMISSIS) s.p.a., illustrato da memoria, domanda la cassazione della sentenza per un unico, articolato, motivo; resistono, con controricorso, (OMISSIS) ed (OMISSIS).

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 – Sintesi dei motivi di ricorso.

1.- Il ricorso e’ proposto per un unico articolato motivo con il quale si denuncia, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5, omessa e insufficiente motivazione circa i fatti controversi e decisivi per il giudizio, rappresentati da: 1) il contenuto delle mansioni del lavoratore; 2) il nesso eziologico tra mansioni e neoplasia polmonare in relazione al livello e all’intensita’ dell’esposizione all’amianto; 3) l’esclusione del rilievo eziologico dell’esposizione alle fibre di amianto e ad altri agenti patogeni subita dal lavoratore presso le altre aziende di cui era stato dipendente in passato; 4) l’esclusione della rilevanza causale dell’abitudine al fumo di sigarette del lavoratore.

1.1.- Quanto al contenuto delle mansioni del lavoratore si contesta l’affermazione della Corte d’appello secondo cui non sono state oggetto di contestazione le mansioni svolte dal (OMISSIS) presso la (OMISSIS), comprese quelle di saldatore svolte con continuita’ congiuntamente ad altre (manutentore addetto allo smontaggio rifacimento e riparazione dei forni di colata).

Si sostiene che, invece, la questione e’ stata molto dibattuta e che l’anamnesi lavorativa del dipendente, come risultante in atti e riferita dal CTU di primo grado, porta ad escludere che il lavoratore si occupasse principalmente di saldature.

Del resto, anche nella CTU di appello non vi sono dati di riferimento di una ipotetica esposizione a sostanze nocive per il periodo 1975 – 1985 trascorso dal lavoratore alla dipendenze della (OMISSIS) nel reparto CEM (come carpentiere).

E’ invece stato accertato che il periodo piu’ rilevante di esposizione del lavoratore a polveri di amianto e’ quello compreso tra il 1962 e il 1968, trascorso dal (OMISSIS) alle dipendenze della societa’ (OMISSIS).

1.2.- Con riguardo al nesso eziologico tra mansioni e neoplasia polmonare in relazione al livello e all’intensita’ dell’esposizione all’amianto si rileva che la Corte bresciana, sull’erroneo presupposto dell’avvenuta esposizione del lavoratore a polveri di amianto quando lavorava alle dipendenze della (OMISSIS) ha: a) affermato l’eziopatogenesi lavorativa della neoplasia polmonare (sulla base della seconda CTU di appello); b) escluso tout court la rilevanza causale del fumo di sigarette (in contrasto con quanto ritiene la scienza medica, anche con riguardo ad una limitata abitudine al fumo); c) escluso la “rilevanza causale esclusiva” della esposizione ad analoghi fattori patogeni avvenuta presso precedenti datori di lavoro.

Si sostiene che dalle CTU non sarebbe emersa una intensita’ di esposizione cumulativa – cioe’ per tutta la vita lavorativa – del (OMISSIS) superiore 2 ffml/anni, quindi molto bassa rispetto al valore di almeno 25 fibre/ml/anni considerato dalla scienza medica gli elementi di derivazione di un carcinoma del polmone all’esposizione alle fibre di asbesto.

1.3.- In conclusione si sottolinea come la Corte territoriale, recependo acriticamente le valutazioni dei CTU – ma non considerandone gli accertamenti obiettivi – sulla base di un erronea qualificazione delle mansioni del lavoratore nel periodo 1975-1985 come saldatore – anziche’ come manutentore presso il reparto CEM – effettuata in via induttiva ha altrettanto induttivamente presunto la sussistenza del nesso eziologico tra esposizione e malattia e, per il riconoscimento del espositivo, si e’ limitata a citare quello necessario per ottenere il beneficio previdenziale da parte dell’INAIL, largamente inferiore ai parametri forniti dalla piu’ accreditata dottrina scientifica per l’individuazione del rischio professionale specifico.

Inoltre, la Corte bresciana ha attribuito alla (OMISSIS) l’esclusiva responsabilita’ del danno, trascurando il rilievo eziologico delle altre aziende presso le quali il lavoratore aveva in passato lavorato, con esposizioni alle fibre di amianto di maggiore intensita’ e senza attribuire alcuna rilevanza causale all’abitudine al fumo di sigarette del lavoratore.

2 – Esame delle censure.

2.- Tutte le censure non sono da accogliere in quanto, a fronte di una motivata valutazione di merito delle risultanze probatorie di causa, effettuata dalla Corte d’appello sulla base di una ben giustificata adesione alle conclusioni della disposta CTU, la societa’ ricorrente finisce in realta’ per esprimere un mero, quanto inammissibile, dissenso valutativo, anziche’ denunciare errori di logica giuridica che sono gli unici che, in questa sede, possono rilevare al fine dell’affermazione della insufficienza, incongruita’ o incoerenza della motivazione della sentenza impugnata (vedi, tra le tante: Cass. 18 ottobre 2011, n. 21486; Cass. 20 aprile 2011, n. 9043; Cass. 13 gennaio 2011, n. 313; Cass. 3 gennaio 2011, n. 37; Cass. 3 ottobre 2007, n. 20731; Cass. 21 agosto 2006, n. 18214; Cass. 16 febbraio 2006, n. 3436; Cass. 27 aprile 2005, n. 8718).

In particolare alla suddetta conclusione si perviene ove si consideri che ciascuna delle questioni sulla quale si incentrano le attuali censure – che, peraltro, impingono in apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, nella specie incensurabili in sede di legittimita’, perche’ forniti di congrua motivazione – risulta essere stata esaminata dalla Corte d’appello con attenzione e risolta non sulla base di un acritico recepimento delle conclusioni della relazione di consulenza tecnica d’ufficio, ma con l’esposizione, in modo puntuale, delle ragioni della propria adesione alle suindicate conclusioni del CTU, basate su accertamenti particolarmente complessi.

Di tale complessita’ la sentenza ha dato conto in modo adeguato e, del resto, essa e’ facilmente desumibile dalla considerazione secondo cui l’arco temporale interessato dalla presente vicenda va dagli anni sessanta agli anni novanta e questo, che gia’ di per se’ e’ un elemento che rende particolarmente difficile la ricostruzione dei fatti, con riguardo alla materia di cui si tratta assume una valenza ancor piu’ significativa, dal punto di vista dell’evoluzione normativa, venendo in rilievo anche l’esposizione all’amianto (unitamente a quella ad altri fattori patogeni).

3.- E’ noto, infatti, che gli interventi normativi, comunitari e nazionali, che si sono succeduti in materia di progressiva riduzione e di finale eliminazione dei rischi derivanti dall’uso dell’amianto, hanno preso le mosse dalla direttiva CEE n. 477 del 1983, cui hanno fatto seguito la direttiva n. 382 del 1991 (anch’essa specificamente riguardante la nocivita’ dell’amianto) e altre direttive concernenti la protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro (vedi, per tutte: Corte costituzionale, sentenza n. 434 del 2002).

Per dare attuazione alla suindicata normativa comunitaria fu emesso il Decreto Legislativo 15 agosto 1991, n. 277 – il quale, tra l’altro, all’articolo 31, fisso’ i valori limite di esposizione alla polvere di amianto, espressi come media ponderata in funzione del tempo di riferimento di otto ore – e fu poi emanata la Legge 27 marzo 1992, n. 257, (Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto).

4.- Peraltro, questa Corte, in piu’ occasioni, ha posto in rilievo che, nella legislazione nazionale, la pericolosita’ della lavorazione dell’amianto era stata affermata da epoca ben anteriore agli anni settanta (per la relativa ricostruzione, vedi, per tutte: Cass. Cass. 16 febbraio 2012, n. 2251).

In particolare, Cass. 9 maggio 1998, n. 4721 ha richiamato al riguardo fonti remote, quali: a) Regio Decreto 14 giugno 1909, n. 442, recante il regolamento per il Testo Unico della legge per il lavoro delle donne e dei fanciulli, che all’articolo 29 tab. B n. 12, includeva la filatura e tessitura dell’amianto tra i lavori insalubri o pericolosi; b) D.Lgt. 6 agosto 1916, n. 1136, articolo 36, tab. B, n. 13, recante il regolamento per l’esecuzione della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli; c) Regio Decreto 7 agosto 1936, n. 1720, che, approvando le tabelle indicanti i lavori vietati ai fanciulli e alle donne minorenni, prevedeva alla tab. B i lavori pericolosi, faticosi ed insalubri, tra cui la lavorazione dell’amianto, limitatamente alle operazioni di mescola, filatura e tessitura (n. 5).

Le fonti meno remote richiamate dalla stessa giurisprudenza sono: d) la Legge Delega 12 febbraio 1955, n. 52 (articolo 1, lettera F); e) il Decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303; f) il Decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 648; g) il regolamento 21 luglio 1960, n.1169, che all’articolo 1 prevede che la presenza di amianto nei materiali di lavorazione possa dar luogo, avuto riguardo alle condizioni delle lavorazioni, ad inalazione di polvere di silice libera o di amianto tale da determinare il rischio.

La stessa giurisprudenza ha, inoltre, posto in evidenza come detta pericolosita’ sia evidenziata anche dalla norma che prevede l’attribuzione del premio supplementare stabilito dall’articolo 153 del Testo Unico n. 1124 del 196, per le lavorazioni per le quali e’ obbligatoria l’assicurazione contro la silicosi e l’asbestosi (all. 8), per le quali e’ presupposto un grado di concentrazione di agenti patogeni superiore a determinati valori minimi (secondo Cass. 20 agosto 1991, n. 8970).

A maggior ragione, da epoca remota, era nota la nocivita’ dell’inalazione dei gas o vapori nocivi o dei fumi tossici (quali i fumi di saldatura), come si desume dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 1956, articoli 20 e 21, citati nella sentenza attualmente impugnata.

5.- Questo e’ il quadro normativo – implicitamente preso in considerazione dalla Corte territoriale – nel quale deve essere inserita la presente vicenda caratterizzata dalla esposizione del (OMISSIS) a molteplici fattori di rischio, nel corso di una articolata e complessa vita lavorativa, che ha avuto inizio nel settembre 1962 (presso la (OMISSIS) s.p.a., come addetto alla riparazione a al montaggio/smontaggio di carrozze ferroviarie, operazioni implicanti, secondo la societa’ ricorrente, il contatto con pannelli rivestiti di amianto), per proseguire poi presso la (OMISSIS) e presso la (OMISSIS) (per periodi piu’ brevi), fino alla assunzione, negli anni settanta, alle dipendenze della (OMISSIS).

In quest’ultima situazione la Corte bresciana riferisce che le mansioni svolte dal (OMISSIS), comprese quelle di saldatore svolte con continuita’ congiuntamente ad altre (manutentore addetto allo smontaggio rifacimento e riparazione dei forni di colata), risultano accertate, nella loro oggettivita’.

Tale affermazione – nel primo motivo del ricorso – non risulta efficacemente contestata, in conformita’ con il principio di specificita’ dei motivi di ricorso per cassazione, in base al quale il ricorrente qualora proponga delle censure attinenti all’esame o alla valutazione di documenti o atti processuali e’ tenuto ad assolvere il duplice onere di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6, e all’articolo 369 c.p.c., n. 4, (vedi, per tutte: Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).

6.- E il suddetto inconveniente si riscontra non soltanto per l’affermazione in se’, ma anche con riguardo alle conseguenti statuizioni della Corte bresciana, secondo cui il CTU nominato in appello, in base ad un metodo scientifico di comprovata affidabilita’ – e necessariamente di tipo induttivo, come ben precisato nella sentenza – ha accertato una esposizione alle polveri di amianto presso la (OMISSIS) nel periodo 1 dicembre 1975-30 settembre 1985 superiore al limite indicato dal Decreto Legislativo n. 277 del 1991, come riconosciuto dall’INAIL ed ha appurato che tale esposizione, sia pure in misura inferiore, e’ perdurata fino alla fine del 1992.

Ne consegue che tale obiezione avanzata dalla ricorrente – specificamente nel terzo motivo -a proposito del tipo di metodologia adottata dal CTU al riguardo, pur suggestiva, e’ tuttavia priva di pregio, in quanto come si e’ detto essendo nella legislazione nazionale, prima ancora dell’inizio del rapporto di lavoro del (OMISSIS), da tempo noto il contenuto fortemente nocivo della lavorazione dell’amianto e degli altri fattori patogeni di cui si tratta, conseguentemente anche la letteratura scientifica conosciuta all’epoca in cui si svolse la prestazione lavorativa ne era al corrente, visto che, anche per l’amianto (la cui nocivita’ e’ emersa in un momento successivo rispetto a quella degli altri fattori nocivi de quibus) i primi studi scientificamente validi sull’argomento sono comparsi in Italia alla meta’ degli anni sessanta (arg. ex Cass. 23 settembre 2010 n. 20142; Cass. 23 maggio 2003, n. 8204 e Cass. 14 gennaio 2005, n. 644).

Ne’ va omesso di rilevare che, diversamente da quel che sostiene la ricorrente, dalla sentenza impugnata risulta che alla stima dell’entita’ di esposizione all’amianto subita dal lavoratore sulla base delle mansioni svolte non si e’ pervenuti utilizzando esclusivamente l’archivio Amyant dell’INAIL, ma desumendo i relativi dati dalla descrizione delle mansioni tipiche presso lo stabilimento della (OMISSIS) in oggetto anche dagli atti di indirizzo ministeriali riguardanti la societa’ e dalla letteratura scientifica e poi effettuando la relativa elaborazione con l’algoritmo formulato dalla (OMISSIS) ad uso degli istituti assicurativi tedeschi.

La Corte bresciana, oltre a motivare correttamente sul punto, aggiunge che il suddetto procedimento – basato su studi di settore – non e’ stato contestato dalla societa’, neppure attraverso i rilievi critici del proprio consulente tecnico.

E tale ultima affermazione non risulta censurata nel presente ricorso.

7.- Del pari esauriente e ben motivato risulta l’accertamento compiuto dal Giudice del merito – sempre sulla base della suddetta CTU di appello – sull’eziopatogenesi lavorativa della neoplasia polmonare, contestato nel secondo motivo del presente ricorso.

Al riguardo e’ stato sottolineato come sia stata riscontrata l’esposizione a fumi di saldatura, che ha avuto, nel corso degli anni, un apporto sinergico rispetto alla esposizione alle fibre di amianto e alla stessa saldatura del ferro e come tutti i suindicati fattori di rischio – riscontratisi nel periodo in cui il (OMISSIS) ha lavorato alle dipendenze della (OMISSIS) – hanno come bersaglio il polmone.

Conseguentemente, e’ stata affermata la responsabilita’ della datrice di lavoro ex articolo 2087 c.c., sottolineandosi che l’istruttoria svolta ha consentito di escludere che la (OMISSIS) abbia dato prova di avere adottato misure idonee a prevenire o limitare efficacemente la polverosita’ delle operazioni implicanti la manipolazione dell’amianto e il rischio di inalazione di fumi di saldatura, conosciute all’epoca (1972-1995).

8.- Tale statuizione non viene censurata nel presente ricorso, nel quale invece si contestano l’esclusione della rilevanza concausale dell’abitudine al fumo di sigarette del lavoratore e la mancata affermazione della “rilevanza causale esclusiva” della esposizione ad analoghi fattori patogeni avvenuta presso precedenti datori di lavoro.

L’esclusione dell’efficacia concausale dell’abitudine al fumo risulta essere stata affermata in adesione al rilievo del CTU secondo cui, essendo tale abitudine cessata all’eta’ di 27 anni del lavoratore, quindi piu’ di trent’anni prima dell’insorgenza del carcinoma polmonare, si sarebbe prodotto un annullamento del conseguente rischio di contrarre il carcinoma polmonare.

Tale affermazione – di per se’ logica e non meritevole di censure in questa sede, in assenza di idonei argomenti specifici sul punto – si accorda con il successivo rilievo secondo cui, nel caso in esame, vi e’ stata una sinergia concausale di piu’ fattori di rischio in ambito lavorativo che hanno dato luogo ad una forma particolarmente aggressiva di carcinoma polmonare, tale da escluderne la preesistenza molti anni prima dell’evento letale.

Quest’ultima osservazione, cosi’ come vale per l’abitudine al fumo porta anche ad escludere che potesse essere affermata la “rilevanza causale esclusiva” della esposizione ad analoghi fattori patogeni avvenuta presso precedenti datori di lavoro, salvo restando che, sull’eventuale imputabilita’ dell’evento dannoso anche – e non soltanto – ad altre imprese datrici di lavoro, la Corte bresciana ha precisato che, tale ultima evenienza, potrebbe, tutt’al piu’, comportare “una co-obbligazione solidale, rispetto alla quale ogni obbligato e’ tenuto per l’intero, salva l’azione di regresso (articolo 1299 c.c.).

3 – Conclusioni.

9.- In sintesi, il ricorso deve essere respinto. Le spese del presente giudizio di cassazione -liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la societa’ ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in euro 100,00 (cento/00) per esborsi, euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

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