Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 13 novembre 2013 n. 25454. A determinare quale sia l’area destinata a parcheggio è proprio e soltanto l’atto concessorio che vincola il costruttore a questa destinazione e che è il riferimento cui ancorare ogni controversia circa la natura condominiale o privata delle parti della costruzione

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Il testo integrale

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 13 novembre 2013 n. 25454[1]

 

È stato chiarito, dai Giudici della S.C., che a determinare quale sia l’area destinata a parcheggio è proprio e soltanto l’atto concessorio che vincola il costruttore a questa destinazione e che è il riferimento cui ancorare ogni controversia circa la natura condominiale o privata delle parti della costruzione.

Un’eventuale discrasia – precisa la Corte – tra l’accatastamento, cioè la dichiarazione presentata dal costruttore/proprietario agli Uffici finanziari (nei tempo UTE, Agenzia del territorio, Agenzia delle Entrate) e la concessione edilizia va risolta avendo riguardo a quest’ultima, perché essa designa la entità della costruzione assentita e la destinazione impressa e approvata del bene da edificare.

L’edificazione avvenuta in conformità concretizza l’atto di assenso e l’acquirente che voglia verificare la legittimità del bene che va ad acquistare deve assicurarsi in primo luogo della corrispondenza materiale e documentale al provvedimento autorizzatorio.


La Suprema corte ha anche chiarito che è condivisibile e da mantenere l’orientamento, risalente agli anni ‘50, secondo cui le azioni a tutela della proprietà e del godimento della cosa comune e in particolare l’azione di rivendica possano essere promosse anche soltanto da uno dei comproprietari, senza che si renda necessaria l’integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri condomini. Ciò si è detto vuoi perché il diritto di ogni partecipante al condominio ha per oggetto la cosa comune intesa nella sua interezza, pur se entro i limiti dei concorrenti diritti altrui; vuoi perché compete ad ogni condomino la tutela dei diritti comuni sussistendo il principio della “rappresentanza reciproca”; ed ancora perché essa non tende a una pronuncia con effetti costitutivi.