Cassazione penale 2013

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 23 ottobre 2013, n. 43361. Nessun reato per la condomina che invia una lettera ai condomini, apostrofando l’amministratore precedente di «pressapochismo», «scarsa professionalità» e accusandolo di avere intascato una parcella con l’inganno

www.studiodisa.it

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza  23 ottobre 2013, n. 43361

 

Ritenuto in fatto

1. Gi.En..Ra. era chiamato a rispondere, innanzi al Giudice di pace di Mestre, del reato di cui all’art. 595 cod. pen. perché inviando la missiva (omissis) in atti ai condomini del condominio (omissis) e quindi comunicando con più persone, offendeva la reputazione del precedente amministratore del predetto condominio, L..R. , tacciandola di “pressappochismo”, “scarsa professionalità” e accusandola di aver preso una parcella con l’inganno.
Con la sentenza del 06/10/2009 il giudicante assolveva l’imputato dal reato a lui ascritto, con formula perché il fatto non costituisce reato.
Pronunciando sull’appello proposto dalla parte civile, il Tribunale di Venezia, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettava il gravame, condannando la ricorrente alla rifusione delle spese processuali all’imputato, ai sensi degli artt. 38 d.lvo n. 274/2000 e 530 cod. proc. pen..
2. Avverso l’anzidetta pronuncia il difensore della parte civile avv. Ernesto La Massa, ha proposto ricorso per cassazione affidato alle ragioni di censura indicate in parte motiva.

Considerato in diritto

1. Con il primo motivo d’impugnazione, la ricorrente eccepisce nullità della sentenza per violazione di legge in riferimento agli artt. 546-542-541 del codice di rito e 38 d.lvo. n. 274/2000. Si duole, in particolare, che il giudice di merito abbia condannato la parte civile al pagamento delle spese processuali sostenute dall’imputato, sebbene nessuna domanda in tal senso fosse stata proposta né nel primo né nel secondo grado dal difensore della Ra. . Deduce, inoltre, che nella fattispecie non poteva trovare applicazione la norma di cui al menzionato art. 38 della legge istitutiva del giudice di pace, in quanto si trattava di disposizione relativa all’impugnazione proposta dal ricorrente che abbia chiesto la citazione a giudizio dell’imputato (c.d. ricorso immediato), come era reso palese dal richiamo della detta norma al precedente art. 21. Nel caso di specie, invece, la parte civile aveva intrapreso il diverso iter procedi menta le della proposizione di autonoma querela alla competente Autorità Giudiziaria, che valutata l’attendibilità, aveva emesso decreto di citazione a giudizio. Inapplicabile era anche la norma dell’art. 542 del codice di rito che non comprendeva l’ipotesi di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, quando si tratti di reato perseguibile a querela. Peraltro, nessuna motivazione era stata resa sul punto dal giudice di appello, tanto più che la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali nelle previste formule “il fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso” richiedeva un preventivo accertamento dell’elemento della colpa a carico del querelante c.d. temerario. Lo stesso art. 542 rinviava all’art. 427 dello stesso codice di rito che, al comma secondo, prevedeva la possibilità di condanna della parte civile alle spese sostenute dell’imputato purché ne fosse stata fatta domanda; richiesta che invece, nel caso di specie, non era stata mai formulata. Inoltre, l’art. 541 prevedeva espressa richiesta dell’imputato di condanna della parte civile alla rifusione delle spese processuali.
Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 125 e 546 cod. proc. pen.; mancata valutazione di prova contraria dedotta nell’atto di appello ed illogicità manifesta della motivazione. Sostiene che un adeguato apprezzamento delle risultanze di causa avrebbe dovuto indurre a riconoscere il travalicamento dei limiti propri del diritto di critica.
2. La prima ragione di censura è certamente fondata, essendo affatto ingiustificata ed illegittima la condanna della parte civile al pagamento delle spese processuali in favore dell’imputato, in mancanza dei presupposti di legge, per le ragioni puntualmente indicate dall’odierna ricorrente. In particolare, non risulta che una domanda specifica in tal senso sia stata mai formulata dall’imputato ed è indubbio che, ai sensi dell’art. 542 cod. proc. pen., la condanna della parte civile al pagamento delle spese ed risarcimento del danno in favore dell’imputato postula l’assoluzione con formula perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso, ma anche non quella perché il fatto non costituisce reato, come nel caso di specie (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 31728 del 16/06/2004, Rv. 229332).
La seconda censura è, invece, priva di fondamento, in quanto la pronuncia assolutoria é sorretta da motivazione congrua e corretta, siccome immune da vizi o di incongruenze di sorta.
3. Per quanto precede, in parziale accoglimento del ricorso, l’impugnata sentenza deve essere annullata in parte qua, con conseguente eliminazione della parte relativa; per il resto, il ricorso deve essere, invece, rigettato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’impugnata sentenza limitatamente alla condanna della parte civile al pagamento delle spese processuali all’imputato, condanna che elimina. Rigetta nel resto il ricorso.

Annunci

Lascia un commento o richiedi un consiglio