Cassazione civile 2013

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 3 luglio 2013, n. 16597. Diritto del coniuge all’assegno divorzile; L’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente e l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, prevale sulla colpa del coniuge

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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

Sentenza 3 luglio 2013, n. 16597

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avv. (OMISSIS), unitamente agli avv. (OMISSIS) del foro di (OMISSIS), dal quale e’ rappresentato e difeso in virtu’ di procura speciale in calce al ricorso, ed agli avv. (OMISSIS) e (OMISSIS) del foro di (OMISSIS), dai quali e’ rappresentato e difeso in virtu’ di procura speciale autenticata dal notaio (OMISSIS) il 12 marzo 2013;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Ancona n. 326/07, pubblicata il 10 settembre 2007;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19 marzo 2013 dal Consigliere Dott. Mercolino Guido;

uditi gli avv. (OMISSIS) e (OMISSIS) per il ricorrente;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. – Il Tribunale di Ascoli Piceno, dopo aver pronunciato con sentenza non definitiva del 10 dicembre 2002 la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da (OMISSIS) con (OMISSIS), con sentenza definitiva del 17 febbraio 2007 affido’ al padre il figlio minore (OMISSIS), disciplinando l’esercizio del diritto di visita spettante alla madre, pose a carico dello (OMISSIS) l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio minore e dell’altro figlio (OMISSIS), ormai maggiorenne, ed escluse l’obbligo di corrispondere un assegno in favore della (OMISSIS).

2. – Sull’impugnazione di quest’ultima, la Corte d’Appello di Ancona, con sentenza del 10 settembre 2007, ha riformato la sentenza definitiva, ponendo a carico dello (OMISSIS) l’obbligo di corrispondere alla (OMISSIS) un assegno mensile di euro 500,00, da rivalutarsi annualmente secondo l’indice Istat.

Premesso che la liquidazione dell’assegno divorzile, avente carattere esclusivamente assistenziale, dev’essere effettuata in base ad una valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge, la Corte ha rilevato che mentre lo (OMISSIS) era un noto ed affermato commercialista, la (OMISSIS), quarantaseienne e titolare di un diploma di scuola media superiore, era priva di una stabile occupazione; pur osservando che la difficolta’ di trovare un lavoro redditizio era dovuta alla vita movimentata della donna, gia’ ristretta in carcere per reati di natura patrimoniale, ha ritenuto che il bisogno, prevalente sulla colpa, giustificasse il riconoscimento del diritto all’assegno.

3. – Avverso la predetta sentenza lo (OMISSIS) propone ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi. La (OMISSIS) non ha svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 5, comma 6, osservando che la Corte d’Appello, dopo aver stigmatizzato la condotta tenuta dalla (OMISSIS), le ha ugualmente accordato l’assegno, conferendo prevalente rilievo allo stato di bisogno della donna. In tal modo, essa ha attribuito all’assegno natura alimentare, in contrasto con quella assistenziale prevista dalla legge, trascurando che, ai fini del riconoscimento del relativo diritto, occorre valutare se l’inadeguatezza dei mezzi economici a disposizione del richiedente sia imputabile a quest’ultimo.

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente ribadisce la violazione e/o la falsa applicazione della Legge n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, sostenendo che, ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno, la sentenza impugnata ha preso in considerazione elementi, quali l’eta’ dei coniugi, il loro grado di scolarizzazione, la stabilita’ dell’occupazione ed i redditi, ai quali la legge conferisce rilevanza esclusivamente ai fini della liquidazione.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, osservando che, nel desumere la difficolta’ della (OMISSIS) a trovare una occupazione redditizia dalla sua vita movimentata, la Corte d’Appello e’ incorsa in contraddizione, oltre ad aver omesso di specificare l’iter logico che l’ha condotta a tale conclusione; essa ha ritenuto sussistente un divario economico tra le parti, senza previamente indagare in ordine al tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio, desumendo l’indisponibilita’ di mezzi adeguati da parte della (OMISSIS) da elementi in se’ neutri, quali l’eta’ ed il grado d’istruzione, ed omettendo di verificare la stabilita’ e la redditivita’ dell’attivita’ svolta da esso ricorrente. La Corte territoriale ha infine trascurato che l’appellante, la quale aveva ammesso di svolgere un’attivita’ lavorativa, non aveva fornito una ricostruzione neppure sommaria delle proprie sostanze, avendo omesso di produrre le proprie dichiarazioni dei redditi e non avendo dedotto alcun mezzo di prova al riguardo.

4. – Con il quarto motivo, il ricorrente deduce l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio, rilevando che la Corte d’Appello si e’ astenuta dall’esporre l’iter logico seguito nella liquidazione dell’assegno; a tal fine, essa si e’ limitata a far riferimento all’eta’ della richiedente, al suo grado d’istruzione ed all’instabilita’ della sua occupazione, ponendo la sua condizione a confronto con quella di esso ricorrente, senza procedere all’analisi dei rispettivi redditi e senza tener conto dell’esclusiva responsabilita’ della (OMISSIS) nel fallimento dell’unione, nonche’ dell’esonero della stessa dall’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli.

5. – Con il quinto ed ultimo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione dell’articolo 2697 cod. civ., in relazione alla Legge n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, sostenendo che, nel riconoscere alla (OMISSIS) l’assegno divorzile, la Corte d’Appello non ha tenuto conto della mancata prova da parte della richiedente del tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio e dell’indisponibilita’ da parte della stessa di mezzi adeguati, o comunque dell’impossibilita’ oggettiva di procurarseli.

6. – Il ricorso non merita accoglimento, pur dovendosi procedere, ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., u.c., alla correzione della motivazione della sentenza impugnata, nella parte in cui ha subordinato il riconoscimento dell’assegno all’accertamento dello stato di bisogno dell’intimata e ad un giudizio di prevalenza dello stesso rispetto alla colpa dell’interessata.

L’affermazione della natura assistenziale dell’assegno trova infatti riscontro nel consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimita’, che ricollega tale carattere alla disciplina dettata dalla Legge n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, la quale individua, quale presupposto per il riconoscimento di tale contributo, l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del richiedente e l’impossibilita’ di procurarseli per ragioni obiettive.

Peraltro, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte d’Appello, tale inadeguatezza dev’essere intesa non gia’ come stato di bisogno, ovverosia come mancanza di mezzi di sostentamento, bensi’ come insufficienza delle sostanze e dei redditi di cui il richiedente dispone ad assicurargli la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 1, 12 febbraio 2013, n. 3398; 5 dicembre 2002, n. 17246; 17 marzo 2000, n. 3101; Cass., Sez. lav., 23 febbraio 2006, n. 4021).

L’esigenza che l’indisponibilita’ di mezzi economici adeguati sia ricollegabile a ragioni obiettive non giustifica poi il bilanciamento compiuto dalla Corte territoriale tra lo stato di bisogno e la colpa della richiedente, non occorrendo, ai fini dell’attribuzione dell’assegno, un’indagine in ordine all’imputabilita’ delle circostanze che hanno condotto il coniuge istante al presente stato di ristrettezza economica, ma solo una valutazione in ordine alla sua attuale capacita’ di procurarsi ulteriori risorse, al fine di stabilire se l’inadeguatezza dei mezzi di cui dispone sia dovuta ad una sua colpevole inerzia.

Siccome, peraltro, lo stato di bisogno costituisce una condizione di ristrettezza piu’ grave di quella in cui consiste l’inadeguatezza dei mezzi disponibili (cfr. Cass., Sez. 1, 22 febbraio 2006, n. 3838; 16 luglio 2004, n. 13169; 29 gennaio 2003, n. 1342), e nel predetto bilanciamento e’ stato ritenuto prevalente rispetto alla colpa dell’intimata, l’errata individuazione dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno non puo’ condurre alla cassazione della sentenza impugnata, non avendo il ricorrente interesse a dolersi, da un lato, dell’applicazione di un parametro di valutazione piu’ rigoroso di quello prescritto dall’articolo 5, comma 6, cit., e non avendo la colpa spiegato, dall’altro, alcuna concreta incidenza sulla decisione.

6.1. – Com’e’ noto, il diritto del coniuge all’assegno divorzile dev’essere accertato verificando la disponibilita’ da parte del richiedente di mezzi economici adeguati a consentirgli il mantenimento di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, mentre la liquidazione dell’importo dovuto, una volta riconosciuto il relativo diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, dev’essere compiuta valutando in concreto, anche in rapporto alla durata del matrimonio, le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, il reddito di entrambi (cfr. Cass., Sez. 1, 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040; 27 settembre 2002, n. 14004).

Tali criteri sono stati correttamente applicati dalla Corte d’Appello, la quale ha posto a confronto la precarieta’ della situazione occupazionale della (OMISSIS) con la posizione economica, indubbiamente piu’ agiata, connessa all’attivita’ libero-professionale esercitata dallo (OMISSIS), concludendo pertanto per la configurabilita’ di un apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche dell’intimata, in conseguenza dello scioglimento del matrimonio, tale da giustificare l’imposizione a carico del ricorrente dell’obbligo di corrispondere un contributo volto a ristabilire l’equilibrio tra le parti.

La correttezza logico-giuridica di tale ragionamento non e’ in alcun modo pregiudicata dalla mancanza di uno specifico riferimento ai redditi dei coniugi ed al tenore di vita dagli stessi goduto in costanza di matrimonio, avendo la Corte d’Appello fatto espressa menzione dell’eta’ delle parti, del loro grado di istruzione e della rispettiva occupazione, quali indici delle potenzialita’ economiche dei coniugi, che assumono rilievo non solo ai fini della commisurazione dell’assegno, ma anche per l’individuazione del livello economico-sociale del nucleo familiare, in riferimento al quale dev’essere valutato l’eventuale deterioramento della situazione economica del richiedente, ove, come nella specie, non risulti che nel giudizio di merito sia stato dedotto il sopravvenire di mutamenti rispetto all’epoca della cessazione della convivenza (cfr. Cass., 12 luglio 2007, n. 15610; 4 settembre 2004, n. 17895; 7 maggio 2002, n. 6541). Quanto alla prova dell’impossibilita’ di procurarsi mezzi economici adeguati, la sentenza impugnata, nonostante l’inappropriato bilanciamento tra lo stato di bisogno e la colpa dell’intimata, ha dato espressamente atto delle difficolta’ incontrate da quest’ultima ai fini dell’inserimento nel mercato del lavoro, soprattutto in dipendenza dei suoi precedenti penali, i quali, come si e’ detto, in questa sede vengono in considerazione non gia’ come elemento di valutazione della condotta pregressa dell’istante, bensi’ nella loro oggettiva portata di circostanze ostative al pieno dispiegamento della sua capacita’ lavorativa.

Nessun rilievo, poi, ai fini della liquidazione dell’assegno, puo’ assumere l’omessa considerazione di circostanze ulteriori, quali la responsabilita’ dell’intimata nel fallimento dell’unione e l’esonero della stessa da obblighi di assistenza familiare, dal momento che la Legge n. 898 del 1970, articolo 5, comma 6, nell’assoggettare la valutazione del giudice ad una pluralita’ di parametri, non richiede una puntuale considerazione di ciascuno degli elementi indicati, risultando sufficiente che la decisione appaia adeguatamente giustificata sulla base di un esame comparativo delle condizioni economiche delle parti (cfr. Cass.. Sez. 1. 4 aprile 2011, n. 7601; 28 aprile 2006, n. 9876; 7 maggio 1998, n. 4617).

7. – Corretta pertanto negl’indicati sensi la motivazione della sentenza impugnata, il ricorso va rigettato, senza che occorra provvedere al regolamento delle spese processuali, avuto riguardo alla mancata costituzione dell’intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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