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La S.a.s. – Società in accomandita semplice

S.a.s.

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La S.a.s. – Società in accomandita semplice

Sommario – per la lettura del singolo paragrafo cliccare sul numero di pagina di riferimento in calce all’articolo

A)   Nozione

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B)   Ragione sociale

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C)    Atto costitutivo

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D)   I soggetti

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E)    Pubblicità

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F)    Amministrazione

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G)   Divieto di concorrenza

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H)   La ripartizione degli utili e partecipazione alle perdite

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I)    La rappresentanza della società

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J)    Il trasferimento della quota sociale

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K)   Lo scioglimento della società e l’estinzione

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L)    Lo scioglimento del singolo rapporto sociale

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M)  Morte del socio

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NNote

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A)      Nozione

 

art. 2313 c.c.  nozione: nella società in accomandita semplice i soci accomandatari rispondono solidalmente e illimitatamente (2740) per le obbligazioni sociali, e i soci accomandanti rispondono limitatamente alla quota conferita (salvo art. 2314 2 co).
Le quote di partecipazione dei soci non possono essere rappresentate da azioni.

La società in accomandita semplice è l’unica tra le società di persone, previste dal nostro ordinamento per lo svolgimento di una attività commerciale, ove coesistono due differenti categorie di soci, gli accomandatari e gli accomandanti, che si differenziano tra di loro per il diverso regime di responsabilità per le obbligazioni sociali, in ragione del differente ruolo svolto all’interno della compagine sociale.

Una distinzione delle diverse tipologie di società presenti nell’ordinamento giuridico italiano può basarsi sul diverso:

  • grado di indipendenza tra il patrimonio della società e quello dei soci;
  • regime di responsabilità patrimoniale verso i terzi.

Sulla base di tale distinzione, le società del nostro ordinamento giuridico possono pertanto esser caratterizzate da:

  • autonomia patrimoniale perfetta, in base alla quale esiste una perfetta indipendenza del patrimonio della società da quello dei soci;
  • autonomia patrimoniale imperfetta; si tratta di un’autonomia maggiormente limitata rispetto a quelle delle società di capitali, in cui non esiste una netta separazione tra il patrimonio della società e il patrimonio dei soci.

Le società dotate di autonomia patrimoniale sono dotate di personalità giuridica, mentre le società in cui il patrimonio della società e il patrimonio dei soci non sono perfettamente separati, la giurisprudenza afferma che, pur non essendo caratterizzate da personalità giuridica, siano comunque centri di imputazione autonomi rispetto ai soci e che godano di un autonomia patrimoniale, seppur imperfetta.

La scelta della forma societaria da adottare diventa, pertanto, strategica ed esiziale per la protezione del patrimonio personale dei soci, nel caso la società fosse coinvolta in una crisi economico-finanziaria che ne pregiudichi la capacità di far fronte ai propri impegni nei confronti dei creditori.

La s.a.s. appare storicamente come il primo esempio in cui il principio della responsabilità limitata s’innesti sulla società.

Nel corso degli anni tale forma giuridica è stata preferita sia in termini di gestione che in termini di natura fiscale alla S.r.l. ed alla S.n.c.

Il capitale è la maggior parte delle volte fornito dagli accomandanti, che rimangono estranei alla gestione e limitano la propria alea alle quote conferite (come nelle s.r.l., salvo il caso di ingerenza del socio accomandante[1]); il lavoro dagli accomandatari, che assumono la direzione dell’impresa, ed in essa rischiano, col loro nome, le loro, più modeste, fortune, vedi rischio fallimento art. 147 l.f.

Le società di persone, pur non avendo personalità giuridica, sono caratterizzate da un’autonomia patrimoniale imperfetta, in cui il patrimonio della società non è completamente distinto da quello dei soci.

Nelle società di persone i creditori della società possono rivalersi anche sui beni dei soci, nel caso in cui il patrimonio societario fosse insufficiente.

Le società di persone si dividono in:

  • società in nome collettivo, in cui tutti i soci sono responsabili in ugual misura e con tutto il loro patrimonio delle obbligazioni della società;
  • società in accomandita semplice in cui:

– i soci accomandatari rispondono delle obbligazioni in ugual misura e con tutto il loro patrimonio;

– i soci accomandanti rispondono limitatamente al capitale conferito in società;

  • società cooperative a responsabilità illimitata, caratterizzate da scopi mutualistici, in cui i soci rispondono delle obbligazioni sociali in ugual misura e con tutto il loro patrimonio.

La società in accomandita semplice è un autonomo soggetto di diritto in quanto titolare di un patrimonio formato con i beni conferiti dai soci, la quale ben può essere, pertanto, centro di interessi e di imputazione di situazioni sostanziali e processuali distinte da quelle riferibili ai soci medesimi.

Al riguardo è, dunque, del tutto destituita di fondamento l’eccezione secondo cui, trattandosi di società di persone, priva di personalità giuridica, la legittimazione ad agire in giudizio compete unicamente ai singoli soci, in quanto unici titolari dei rapporti giuridici controversi [2].

Principio ripreso da una non lontana pronuncia della S.C.[3] secondo la quale le società di persone, (nella specie, società in accomandita Semplice) costituiscono, pur non avendo personalità giuridica, ma soltanto autonomia patrimoniale, un autonomo soggetto di diritto, che può essere centro di interessi e d’imputazione di situazioni sostanziali e processuali distinte da quelle riferibili ai singoli soci che, pertanto, non sono legittimati ad agire in proprio per gli interessi della società stessa (fattispecie relativa a socio accomandatario unico che agiva per la riscossione di compensi dovuti alla società).

Mentre la stessa Cassazione[4] con una pronuncia risalente, dalla quale poi è sorto il concetto di autonomia il patrimonio sociale, anche nelle società non aventi personalità giuridica ma solo un’autonomia patrimoniale (nella specie, società in accomandita semplice), costituisce una comunione[5] particolare qualificata dallo scopo ed unificata in funzione di esso, con conseguente indisponibilità, da parte del singolo socio, dei beni conferiti e di quelli successivamente acquisiti, che si considerano appartenenti alla collettività dei soci come tale. Solo a liquidazione avvenuta il socio può vantare un diritto, personale e diretto, sui beni che gli vengono attribuiti fino a quel momento la società si presenta, sia sotto l’aspetto soggettivo che oggettivo, come un complesso unitario, portatore di una propria volontà e di propri interessi giuridicamente protetti. Pertanto, solo questi interessi possono venire in considerazione, quando si tratti di accertare e delimitare la responsabilità del terzo per inadempimento di un contratto stipulato con la società.

Anche se tale principio in merito all’autonomia non è univoco.

Difatti secondo altra pronuncia di merito[6] nei giudizi instaurati nei confronti di una società di persone è sufficiente, ai fini della rituale instaurazione del contraddittorio, la presenza in giudizio di tutti i soci, non essendo configurabile un interesse della società (intesa come autonomo soggetto giuridico) che non si identifichi con la somma degli interessi dei soci medesimi.

In senso conforme, a tale pronuncia c’è una massima della S.C.[7], la quale ha affermato che nelle società di persone, l’unificazione della collettività dei soci (che si manifesta con l’attribuzione alla società di un nome, di una sede, di un’amministrazione e di una rappresentanza) e l’autonomia patrimoniale del complesso dei beni destinati alla realizzazione degli scopi sociali (che si riflette nell’insensibilità, più o meno assoluta, di fronte alle vicende dei soci e nell’ordine, più o meno rigoroso, imposto ai creditori sociali nella scelta dei beni da aggredire) costituiscono un congegno giuridico volto a consentire alla pluralità (dei soci) una unitarietà di forme di azione e non valgono anche a dissolvere tale pluralità nell’unicità esclusiva di un ens tertium.

Pertanto, mentre sul piano sostanziale va esclusa, nei rapporti interni, una volontà od un interesse della società distinto e potenzialmente antagonista a quello dei soci, sul piano processuale è sufficiente, ai fini di una rituale instaurazione del contraddittorio nei confronti della società, la presenza in giudizio di tutti i soci, facendo poi stato la pronuncia, nei confronti di questi emessa, anche nei riguardi della società stessa.

Mentre[8], nel caso di sentenza di appello pronunciata nei confronti di una società in accomandita semplice, è inammissibile il ricorso per cassazione che sia stato proposto da uno o più dei singoli soci della stessa, in proprio e senza alcun riferimento alla detta società, in quanto questa, anche se sprovvista di personalità giuridica, costituisce pur sempre un distinto centro di interessi, dotato di una propria autonomia e, quindi, di una propria capacità processuale, sicché l’impugnazione deve intendersi formulata da soggetto non legittimato in quel giudizio.

O ancora le società di persone, (nella specie, società in accomandita semplice) costituiscono, pur non avendo personalità giuridica, ma soltanto autonomia patrimoniale, un autonomo soggetto di diritto, che può essere centro di interessi e d’imputazione di situazioni sostanziali e processuali distinte da quelle riferibili ai singoli soci che, pertanto, non sono legittimati ad agire in proprio per gli interessi della società stessa (fattispecie relativa a socio accomandatario unico che agiva per la riscossione di compensi dovuti alla società)[9].

Nel caso in cui una società in accomandita semplice – la cui autonomia patrimoniale fa in modo che essa, benché priva di personalità giuridica a sé stante, costituisca un centro d’imputazione di rapporti giuridici del tutto distinti da quelli facenti capo ai partecipanti – sia proprietaria di fondi rustici ceduti in fitto ed alcuni dei suoi soci siano coltivatori diretti, non si verifica la trasmissione in favore della società della qualità di coltivatore diretto ed, al contempo, non si trasmette ai soci il diritto di proprietà della società sui terreni oggetto dell’affittanza.

Ne consegue che, relativamente a questi ultimi, non è esercitabile il diritto di ripresa di cui all’art. 42 della legge 3 maggio 1982 n. 203 né dalla società (in quanto tale diritto è previsto solo in favore del concedente, persona fisica, che sia coltivatore diretto), né dai soci coltivatori diretti (in quanto privi della qualità sia di proprietari dei beni affittati, sia di concedenti)[10].

art. 2315 c.c.    norme applicabili: alla società in accomandita semplice si applicano le disposizioni relative alla società in nome collettivo, in quanto siano compatibili con le norme seguenti.

Alle società in accomandita semplice è applicabile, in virtù del rinvio, operato dall’art. 2315 c.c., alla disciplina concernente le società in nome collettivo, ivi comprese quelle semplici – rinvio subordinato dalla stessa norma codicistica alla compatibilità di detta disciplina con la particolare struttura delle società in accomandita semplice – la normativa di cui agli artt. 2286 e 2287 c.c., la quale prevede che, in caso di gravi inadempienze del socio, l’esclusione dello stesso è deliberata dalla maggioranza dei soci, non computandosi nel relativo numero il socio da escludere.

Tale disposizione, infatti, non presenta profili di incompatibilità, neanche nella ipotesi in cui il socio da escludere sia l’unico accomandatario, con la struttura particolare della società in accomandita semplice, caratterizzata dalla presenza di due categorie di soci, e cioè gli accomandatari, che, in quanto illimitatamente responsabili possono assumerne l’amministrazione, e gli accomandanti, che tale amministrazione non possono assumere essendo la loro responsabilità limitata alla quota conferita, essendo la descritta disciplina conciliabile con i poteri di controllo di cui il socio accomandante dispone[11].

Nelle società in accomandita semplice, in virtù del rinvio dell’art. 2315 c.c. alla disciplina delle società in nome collettivo, e, per il tramite dell’art. 2293 c.c., anche a quella delle società semplici, sono applicabili gli artt. 2286 e 2287 c.c., i quali prevedono che, in caso di gravi inadempienze del socio, l’esclusione[12] dello stesso è deliberata dalla maggioranza dei soci, non computandosi nel relativo numero il socio da escludere.

Tale disciplina, è applicabile anche all’esclusione del socio accomandatario, indipendentemente dai riflessi che può avere sull’amministrazione della società, in quanto le norme richiamate nulla hanno a che fare con la disciplina della revoca per giusta causa dalla carica di amministratore, non incidente sul perdurare del rapporto sociale, dettata dall’art. 2319 c.c.

Infatti, se è vero che amministratori di una società in accomandita possono essere solo i soci accomandatari, è altrettanto vero che non necessariamente l’accomandatario è anche amministratore (art. 2318 c.c.).

Ne consegue che revoca del socio e revoca degli amministratori sono provvedimenti non comparabili, per effetti e presupposti, ai fini del giudizio costituzionale di ragionevolezza delle differenti discipline.

Inoltre, una volta ammessa l’applicabilità dell’art. 2287 c.c. all’esclusione dell’accomandatario, ne deriva che, spirato il termine di trenta giorni stabilito a pena di decadenza per opporsi all’esclusione, gli eventuali vizi del provvedimento non possono essere più dedotti dal socio o rilevati dal giudice[13].

Nelle società di persone, non vi è alcun onere di redigere bilanci e di farli approvare dai soci, ma il socio non amministratore ha solo il diritto di rendiconto, da parte del socio amministratore, nonché di ispezione documentale, ai sensi degli artt. 2315, 2293 e 2261 c.c.[14]

[……..segue pag. successiva]

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