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La risoluzione

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La risoluzione

 

Ultimo aggiornamento 24 agosto 2016, non riscontrabile però all’interno del file in pdf

 

Sommario

 

A)        Introduzione – (cliccare su pag. 1)

 

B)        L’Inadempimento – (cliccare su pag. 2)

1)   Imputabilità

2)   L’inadempimento parziale

3)   L’importanza dell’inadempimento

4)   Ambito

 

C)         Il procedimento – (cliccare su pag. 3)

1)   La domanda di risoluzione

2)   Vari mutamenti di domanda

3)   Adempimento successivo alla domanda di risoluzione

 

D)   Risoluzione di diritto – (cliccare su pag. 4)

1)   Diffida ad adempiere

2)   Clausola risolutiva espressa

3)   Clausola solve et repete

 

E) Forma di autotutela – (cliccare su pag. 5)

1)   Eccezione di inadempimento

2)   Sospensione dell’esecuzione

3)   Termineessenziale  

 

F) Gli effetti  – (cliccare su pag. 6)

 

G)  L’IMPOSSIBILITÀ SOPRAVVENUTA – (cliccare su pag. 7)

1)   Impossibilità totale

2)   Impossibilità parziale

3)   Contratto plurilaterale

4)   Contratto traslativo                                                                   

 

H)  L’ECCESSIVA ONEROSITÀ SOPRAVVENUTA – (cliccare su pag. 8)

NOTE di chiusura – cliccare su pag. 9

A)           Introduzione

 

          La risolubilità si verifica quando il programma contrattuale non é più in grado di svolgere la propria funzione che é quella di assicurare il soddisfacimento degli interessi contrastanti composti nel regolamento contrattuale.

          In linea generale la risoluzione può essere definita come un rimedio concesso ai contraenti al fine di sciogliere retroattivamente il vincolo contrattuale in alcune ipotesi nelle quali, ad opera di circostanze estranee e sopravvenute (causate dal comportamento delle parti o da eventi non imputabili, né prevedibili), non funziona più il sinallagma, vale a dire la corrispettività tra le due prestazione.

          Essa, perciò, é ammessa solo per i contratti a prestazioni corrispettive.

          Si determina una alterazione della causa del contratto (es. lo scambio in cui questa consiste non può più compiersi) e si parla di difetto funzionale che si manifesta in sede di esecuzione del contratto e investe il rapporto contrattuale comportando la risoluzione del contratto (a differenza del difetto genetico, che é la mancanza originaria della causa o la sua illiceità che investe il contratto e comporta nullità, annullamento o dichiarazione di inefficacia).

          Inoltre va inquadrata nel più vasto fenomeno dell’inefficacia al quale appartengono anche la nullità, l’annullabilità e la rescissione.

          La risoluzione mira a riequilibrare la posizione economica – patrimoniale dei contratti eliminando (con efficacia ex tunc) non già il contratto ma piuttosto i suoi effetti.

          La risoluzione pertanto incide non sull’atto ma sul rapporto, cioé sulla situazione giuridica che consegue alla stipula del contratto.

  • Il fondamento

Prevale in dottrina[1] la teoria del difetto funzionale della causa.

La causa, si afferma, pur esistendo originariamente, può non realizzarsi in conformità della volontà negoziale per circostanze sopravvenute perché assume un particolare rilievo nei contratti con prestazioni corrispettive.

Questa mancanza funzionale della causa può essere totale (inadempimento, impossibilità sopravvenuta totale della prestazione) o parziale (impossibilità sopravvenuta parziale della prestazione, eccessiva onerosità sopravvenuta).

  • Il potere di risoluzione

Ha natura potestativa, categoria che si ha quando il potere del soggetto é allo stato puro, nel senso che gli é dato d’incidere sulla sfera del soggetto passivo prescindendo dal comportamento di quest’ultimo, che non può e non deve fare nulla se non, semplicemente, soggiacere alle conseguenze dell’altrui dichiarazione di volontà.

Per la S.C.[2] nei contratti a prestazioni corrispettive (nella specie, vendita), quando sia sorto a favore della parte adempiente il diritto potestativo alla risoluzione del contratto, l’inadempiente non può paralizzare tale diritto mediante il suo tardivo adempimento (ancorché precedente alla proposizione della domanda di risoluzione) — salva, in ogni caso, la valutazione del giudice della non scarsa importanza dell’inadempimento — perché, altrimenti, gli si consentirebbe di effettuare utilmente la prestazione tardiva e con essa di modificare a suo arbitrio, e senza il concorso dell’altra parte, la situazione giuridica a lui sfavorevole, dal medesimo determinata.

In tale ambito, poi,  viceversa è riconosciuto, come da ultima pronuncia

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 12 febbraio 2014, n. 3207

che il contraente non inadempiente, così come può rinunciare ad eccepire l’inadempimento che potrebbe dar causa alla pronuncia di risoluzione, può, del pari, rinunciare ad avvalersi della risoluzione già avveratasi per effetto della clausola risolutiva espressa o dello spirare del termine essenziale o della diffida ad adempiere, e può anche rinunciare ad avvalersi della risoluzione già dichiarata giudizialmente, ripristinando contestualmente l’obbligazione contrattuale ed accettandone l’adempimento (v. Cass. 10-3-2011 n. 5734; Cass. 24-11-2010 n. 23824; Cass. 8-11-2007 n. 23315; Cass. 1-8-2007 n. 16993; Cass. 28-6-2004 n. 11967). Si è precisato, al riguardo, che la rinuncia agli effetti della risoluzione del contratto per inadempimento che si sia già verificata per una delle cause previste dalla legge (art. 1454, 1455, 1457 c.c.) ovvero anche per effetto di pronuncia giudiziale (art. 1453 c.c.), costituisce tipica espressione dell’autonomia privata, che come riconosce al creditore il diritto potestativo di non eccepire preventivamente l’inadempimento che potrebbe dare causa alla risoluzione del contratto, così non gli nega, anche in “executivis”, quello di non avvalersi della risoluzione già verificatasi o già dichiarata, e di ripristinare contestualmente l’obbligazione rimasta inadempiuta. (Cass. 4-5-1991 n. 4908).

Da ultimo nuovamente dalla Cassazione

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 9 dicembre 2014, n. 25853

è stato anche precisato in merito che la regola prevista dall’art. 1453, terzo comma, cod. civ., secondo cui il debitore inadempiente non può più adempiere dopo che sia stata chiesta la risoluzione, è norma a carattere dispositivo. Pertanto, nulla vieta che il creditore, nell’ambito delle facoltà connesse all’esercizio dell’autonomia privata, possa accettare l’adempimento della prestazione, successivo alla domanda di risoluzione, rinunciando agli effetti della stessa (Cass. n. 11967 del 2004), prendendo atto dell’adempimento per quanto tardivo del conduttore. Nel caso di specie dunque il locatore avrebbe potuto, a fronte del pagamento banco iudicis del debito capitale per i canoni scaduti, rinunciare del tutto alla domanda o concentrare la sua domanda di risoluzione sull’inadempimento limitato alla mancata corresponsione di interessi e spese.

[……..segue pag. successiva]

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11 risposte »

  1. Gent.mo avv. D’Isa, sono un Suo assiduo lettore e ricevo sempre con molto piacere le Sue newsletters. Sono un agente immobiliare, sono stato segretario generale della nostra Federazione di categoria FIMAA Torino per nove anni e tuttora ne faccio parte come consigliere. Per divulgare l’informazione e la conoscenza in campo immobiliare tra i miei colleghi ed i miei clienti ho dato vita, 10 mesi fa, ad un blog: http://infocentocase.blogspot.it . Con riferimento a questo Suo nuovo articolo, mi chiedevo se fosse possibile per me estrapolare il capitolo sulla clausola risolutiva espressa e, citando la fonte (oltre al Suo nome, inserire anche il link al Suo sito), creare un nuovo post da inserire nel mio blog. Colgo l’occasione per complimentarmi con Lei per il Suo lavoro e per augurarLe Buona Pasqua. Franco Dall’Aglio

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