Cassazione penale 2011

Corte di Cassazione, IV sezione, sentenza 6 giugno 2011, n. 22341. La responsabilità per omicidio colposo commesso in danno di un operaio in capo al Dirigente Comunale responsabile del settore lavori pubblici

Le massime

In tema di reato colposo, per poter addebitare un evento ad un determinato soggetto occorre accertare non solo la sussistenza del “nesso causale materiale” tra la condotta (attiva od omissiva) dell’agente e l’evento, ma anche la cosiddetta “causalità della colpa”, rispetto alla quale assumono un ruolo fondante la prevedibilità e l’evitabilità del fatto.

La responsabilità del datore di lavoro non si estende anche agli infortuni addebitabili all’imprudenza del lavoratore, quando la condotta la condotta imprudente risulti del tutto imprevedibile, determinando un rischio non governabile: in tale evenienza non può formalizzarsi alcun addebito al datore di lavoro, risultando la condotta abnormemente imprudente quale causa esclusiva dell’evento dannoso

Il testo integrale


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 6 giugno 2011, n. 22341

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARZANO Francesco – Presidente

Dott. ZECCA Gaetanino – Consigliere

Dott. MARINELLI Felicetta – Consigliere

Dott. PICCIALLI Patrizia – rel. Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) BE. GL. MA. , N. IL (Omissis);

avverso la sentenza n. 2617/2009 CORTE APPELLO di FIRENZE, del 19/02/2010;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/04/2011 la relazione fatta dal Consigliere Dott. PATRIZIA PICCIALLI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Delehaye Enrico, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore avv. ——————, in sostituzione dell’avv. ———————-, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

BE. Gl. Ma. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, nel riformare in melius quella di primo grado quanto al trattamento sanzionatorio, ha affermato la sua responsabilità, nella qualità di dirigente comunale, responsabile del settore Lavori Pubblici del Comune di (Omissis), per un infortunio sul lavoro (omicidio colposo in danno dell’operaio Ri. Ro. ), unitamente ad altro imputato, Mo., (non ricorrente), che aveva investito il Ri.

Trattavasi di infortunio verificatosi all’interno del magazzino della sede del reparto cantonieri del Comune di (Omissis): il Mo. , dopo aver trasportato con un escavatore all’interno del locale una fresa, nell’effettuare la manovra di uscita dal magazzino, ostacolata dalla presenza di altro ingombrante automezzo, con la benna agganciata al braccio posteriore del mezzo, lasciato semiaperto, colpiva il Ri. , che rimaneva schiacciato tra la benna e lo spigolo della colonna destra del portone, riportando lesioni mortali.

Per quanto interessa, l’addebito formalizzato e ritenuto a carico della Be. era concretizzato nel fatto che questa, violando gli obblighi derivati dalla suddetta qualità, aveva omesso l’adozione di cautele, ivi compresa la segnaletica, per evitare la pericolosa interferenza tra movimenti di persone e mezzi (ex Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 8 e articolo 14, comma 8).

L’ulteriore addebito era la violazione del Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 35, comma 4, lettera b), per avere omesso di adottare le misure tecniche ed organizzative necessarie ad impedire che le attrezzature (nella specie l’escavatore) potessero essere utilizzate per operazioni ad essi inadatte).

Era accertato che spesso i mezzi tornavano nel deposito per il prelievo di attrezzi o pezzi di ricambio o per rifornimenti di carburante e che il problema della interferenza tra mezzi e pedoni era stato rappresentato all’imputata dal responsabile del servizio di prevenzione e sicurezza, il quale ne aveva rilevato il rischio e lo aveva evidenziato nelle relazioni inoltrate all’Amministrazione comunale.

Era, altresì, accertato il nesso causale tra la violazione delle norme cautelari sopra indicate e l’evento, sostenendo, in particolare, che se vi fosse stata la porta prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 14, comma 8, riservata all’uscita dei pedoni, il Ri. si sarebbe trovato oltre la colonna del portone ed avrebbe avuto la possibilità di uscire dal deposito senza interferire con la manovra effettuata dal Mo.

Con il ricorso si censura il giudizio di responsabilità.

Si sostiene la manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla ritenuta violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articoli 8 e 14, innanzitutto sul rilievo del travisamento della prova testimoniale afferente le dichiarazioni rese dal responsabile del servizio di prevenzione e protezione.

Sul punto, si sostiene che la Corte territoriale, travisando la prova, avrebbe omesso di considerare che la relazione indirizzata all’Amministrazione comunale, alla quale il teste aveva fatto riferimento, risaliva al (Omissis), precedente all’incidente, e che la Be. , come dichiarato dallo stesso teste, vi aveva dato pronto riscontro. Quanto all’addebito della omessa adozione della segnaletica, il medesimo teste aveva dichiarato di non avere mai fatto presente all’imputata della necessità della segnaletica perchè della segnaletica non ve ne era bisogno, in quanto quei pochi lavoratori che si trovavano occasionalmente a far accesso al deposito passavano sempre dagli accessi situati sulla parte opposta del capannone, contrariamente a quanto desunto dai giudici di appello dalle prove testimoniali acquisite, delle quali si sostiene il travisamento. Conferma in tal senso si rinviene nelle conclusioni cui era prevenuta l’AUSL, che non aveva impartito alcun a prescrizione dopo l’incidente. D’altra parte, l’obbligo di segnaletica e di portoncino pedonale previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 8, comma 5 e articolo 14, comma 8 è subordinato, secondo la tesi difensiva, all’esigenza che l’accesso dei pedoni non sia altrimenti sicuro.

Si sostiene la manifesta illogicità della motivazione anche con riferimento alla ritenuta violazione del Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 35 perchè da una parte la sentenza afferma la sufficienza della formazione approntata dall’imputata ai dipendenti in ordine alla movimentazione dei mezzi e, dall’altra, ritiene insufficienti le misure predisposte per prevenire il rischio che i dipendenti utilizzassero detti mezzi in modo non corrispondente alle loro caratteristiche.

Si contesta la manifesta illogicità della motivazione anche con riferimento al ritenuto nesso di causalità tra la dedotta violazione e l’evento sul rilievo che l’incidente si era verificato non durante l’impropria operazione di trasporto della fresa ma quando la fresa era stata già riposta.

Si sostiene l’abnormità delle condotte del coimputato Mo. , già condannato, e della vittima. In tal senso viene evidenziato che l’operazione di trasporto della fresa non era stata richiesta, era stata eseguita con un mezzo inidoneo, pur essendo a disposizione quello idoneo, che l’ingresso del l’escavatore nel capannone era vietato, che il mezzo era stato fatto circolare con il braccio inutilmente ed incautamente aperto.

Con il secondo motivo di deduce la manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla riconducibilità delle violazioni, se pure ritenute sussistenti, all’imputata, sulla base della sola assunzione della carica di dirigente del servizio. Si evidenzia, inoltre, che la Be. era stata soltanto uno dei 45 dirigenti succedutisi dal 2001 e che, come emergeva dalla stessa sentenza, si era sempre premurata che ai lavoratori fosse stata fornita idonea formazione.

Diritto

Il ricorso è infondato.

La prima questione da trattare, in ordine logico, è quella attinente alla individuazione della posizione di garanzia dell’imputata, contestata con il secondo motivo.

Ritiene il Collegio che il giudice di merito abbia fatto corretta applicazione della legge. Sul punto è sufficiente ricordare che, per quanto riguarda gli enti locali territoriali, in particolare il Comune, le responsabilità penali connesse alla violazione delle norme che l’ente è tenuto ad osservare sono ripartite tra gli organi elettivi e quelli burocratici secondo le rispettive attribuzioni quali ricostruite nella disciplina di settore. A tal fine, il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, articolo 107 (testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali) distingue tra i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, demandati agli organi di governo degli enti locali, e compiti di gestione amministrativa, finanziaria e tecnica, attribuiti ai dirigenti, cui sono conferiti autonomi poteri di organizzazione delle risorse, strumentali e di controllo, compreso quello di adottare atti – non riservati espressamente dalla legge o dallo statuto agli organi di governo dell’ente – che impegnano l’amministrazione verso l’esterno.

Da tale assetto normativo, per quanto qui interessa, deve desumersi che le attività attribuite ai dirigenti amministrativi rientrano in una sfera di competenza primaria, diretta ed esclusiva, rispetto alle quali il Sindaco esercita soltanto un potere di sorveglianza e di controllo collegato ai compiti di programmazione, che gli appartengono quale capo dell’amministrazione comunale, ed alle funzioni di ufficiale di governo, legittimato all’adozione di ordinanze contingibili ed urgenti (cfr., ad esempio, Sezione 3, 7 maggio 2002, Proc. gen. App. Messina ed altro in proc. Pino ed altri).

Nè risulta dagli atti che l’imputata abbia contestato il decreto sindacale del 2 aprile 2001 n. 6 con il quale, nella qualità di dirigente comunale, responsabile del settore lavori pubblici del Comune di (Omissis), le era stata attribuita la posizione di datore di lavoro del reparto cantonieri del medesimo Comune; nè emerge che la funzionaria preposta abbia inutilmente invocato l’intervento degli organi politici, prospettando, ad esempio, difficoltà e/o carenze di natura economico-finanziaria, desolo gli organi politici potevano affrontare e risolvere, sì da poterne dedurre un coinvolgimento colpevole di questi ultimi (ex articolo 40 c.p., comma 2) nell’inadempienza del primo (cfr. per riferimenti, Sezione 3, 28 maggio 2001, Figlia).

Ciò premesso, corretto e congruamente motivato appare il giudizio sulla responsabilità.

La prima doglianza è infondata, per la ragione che evoca una ricostruzione “in fatto” della stato dei luoghi ove si è verificato l’incidente, ampiamente contraddetta, con motivazione immune da censure di illogicità, dal giudice di merito, tra l’altro in modo coerente con la conforme statuizione di primo grado.

Si evoca un travisamento della prova, basato su alcuni, parziali passaggi di deposizione testimoniale, dimenticando il principio in forza del quale, in tema di ricorso per cassazione, alla luce della nuova formulazione dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), come modificato dalla Legge 20 febbraio 2006, n. 46, è sì sindacabile il vizio di “travisamento della prova”, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un dato di conoscenza considerato determinante, ma non desumibile dagli atti del processo, o quando si omette la valutazione di un elemento di prova decisivo sullo specifico tema o punto in trattazione, tuttavia tale vizio può essere fatto valere nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, ma non nel caso in cui la sentenza di appello abbia confermato l’anteriore decisione (cosiddetta “doppia conforme”), posto in questo caso il limite posto dal principio devolutivo, che non può essere valicato, con coeva intangibilità della valutazione di merito del risultato probatorio, se non nell’ipotesi in cui il giudice di appello abbia individuato – per superare le censure mosse al provvedimento di primo grado – atti o fonti conoscitive mai prima presi in esame, ossia non esaminati dal primo giudice (Sezione 6, 10 maggio 2007, Contrada).

Qui si è in presenza di una ricostruzione convergente, in primo e secondo grado, mentre il ricorso, al di là del richiamo al preteso travisamento, si limita a proporre una diversa e parziale lettura di alcuni elementi di prova, in termini improponibili in sede di legittimità.

In questa ottica non può trovare accoglimento la pretesa diversa ricostruzione della situazione dei luoghi ove si verificò l’incidente, secondo la quale erano state poste in essere le misure idonee a prevenire il rischio connesso al transito dei veicoli all’interno del capannone segnalati dal responsabile della prevenzione già nel 2001 all’amministrazione comunale. In particolare il riferimento è alla mancanza di una segnaletica che indirizzasse i pedoni in uscita dal deposito verso la porta posta accanto al cancello sul lato opposto rispetto a quello ove si è verificato il sinistro e la realizzazione di una porta riservata ai pedoni immediatamente accanto allo stesso portone destinato alla circolazione dei veicoli.

Ne deriva l’incensurabilità della determinazione afferente l’intervenuta violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articoli 8 e 14.

Analoghe considerazioni valgono con riferimento alla ritenuta violazione di cui al Decreto Legislativo n. 626 del 1994, articolo 35, comma 4.

Come evidenziato dalla Corte territoriale, la presenza del muletto nel deposito non associata alla predisposizione di procedure operative che esigessero l’uso del muletto come mezzo di sollevamento e l’utilizzo dell’escavatore solo per le funzioni proprie del mezzo non esclude la violazione contestata. La norma, infatti, fa obbligo al datore di lavoro, non solo di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro da svolgere ma anche di adottare le misure tecniche ed organizzative necessarie ad impedire che le attrezzature possano essere utilizzate per operazioni alle quali sono inadatte. Nello stesso senso, appare utile sottolineare come l’utilizzo improprio dell’escavatore da parte del Mo. fosse riconducibile non ad una imprevedibile determinazione del lavoratore ma ad una prassi quantomeno tollerata, visto che, come emerge dalla sentenza, nel trasportare la fresa quel giorno il Mo. passò davanti all’ufficio del coordinatore, senza essere fermato.

Quanto all’addebitabilità delle citate violazioni alla prevenuta, una volta accertata la qualifica soggettiva della stessa nei termini sopra indicati, va certamente ricordato che, in tema di reato colposo, per poter addebitare un evento ad un determinato soggetto occorre accertare non solo la sussistenza del “nesso causale materiale” tra la condotta (attiva od omissiva) dell’agente e l’evento, ma anche la cosiddetta “causalità della colpa”, rispetto alla quale assumono un ruolo fondante la prevedibilità e l’evitabilità del fatto. Infatti, la responsabilità colposa non si estende a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione della norma, ma è limitata ai risultati che la norma stessa mirava a “prevenire”. Inoltre, poichè, come afferma l’articolo 43 c.p., per aversi colpa, l’evento deve essere stato causato da una condotta soggettivamente riprovevole, il nesso eziologico non si configura quando una condotta appropriata (il cosiddetto comportamento alternativo lecito) non avrebbe comunque “evitato” l’evento: potendosi quindi formalizzare l’addebito solo quando il comportamento diligente avrebbe certamente evitato l’esito antigiuridico o anche solo avrebbe determinato apprezzabili, significative probabilità di scongiurare il danno. Così come va ricordato che il giudizio sulla prevedibilità va evidentemente sviluppato ex ante, ponendosi nella prospettiva dell’agente.

Ebbene, la sentenza si è posta in questa prospettiva ermeneutica, allorquando ha analizzato i rapporti tra la “colpa” della prevenuta e l’evento derivatone, in termini tali da giustificare sia la prevedibilità che l’evitabilità dell’evento. A ben vedere, le regole cautelari violate (secondo il ragionamento del giudicante) miravano proprio a prevenire eventi del tipo di quello verificatosi: la regolamentazione di quell’area ove si è verificato l’incidente si imponeva proprio al fine di evitare il rischio dell’interferenza tra mezzi e pedoni.

In questa prospettiva non irragionevole è l’esclusione della interruzione del nesso causale per l’abnormità ed imprevedibilità del comportamento dei lavoratori.

E’ vero che in talune ipotesi, si è precisato che la responsabilità del datore di lavoro non si estende anche agli infortuni addebitabili all’imprudenza del lavoratore, quando la condotta la condotta imprudente risulti del tutto imprevedibile, determinando un rischio non governabile: in tale evenienza non può formalizzarsi alcun addebito al datore di lavoro, risultando la condotta abnormemente imprudente quale causa esclusiva dell’evento dannoso (v. Sezione 4, 10 novembre 20o9, Iglina ed altri, rv. 246695).

Ma tale assunto non può valere allorquando l’evento è imputabile anche alla colpa del datore di lavoro, che è il presupposto del giudizio di responsabilità.

Infatti, per l’addebito dell’infortunio al datore di lavoro è sempre inevitabilmente necessario che questo sia da ricondurre, comunque, anche in presenza dell’imprudenza del lavoratore, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio del comportamento imprudente e eziologicamente ricollegato alla verificazione dell’incidente (efficacemente, in tal senso, Sezione 4, 21 ottobre 2008, Petrillo, non massimata).

Principio questo puntualmente rispettato dai giudici di merito nel caso in esame.

Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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