Cassazione civile 2011

Corte di Cassazione, I sezione, sentenza n. 18618 del 12 settembre 2011. Nel caso in cui i redditi dei coniugi non siano proporzionali l’assegno deve essere parametrato sull’intero patrimonio e non soltanto sui guadagni mensili o annuali.

il commento originale

Corte di cassazione – Sezione I civile – Sentenza 12 settembre 2011 n. 18618. Nel caso in cui i redditi dei coniugi non siano proporzionali l’assegno deve essere parametrato sull’intero patrimonio e non soltanto sui guadagni mensili o annuali.

Il testo integrale[1]

Corte di Cassazione, I sezione, sentenza n. 18618 del 12 settembre 2011

Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18618 del 12 settembre 2011, rigettando il ricorso di un marito che, a seguito di separazione, era stato condannato all’erogazione, a favore della moglie e delle figlie, di un assegno di importo tanto elevato da superare il proprio reddito netto percepito mensilmente.

L’uomo lamentava, in particolare, l’omessa valenza economica dell’assegnazione della casa familiare, dato che, invece, secondo il ricorrente, andava valutato e considerato ai fini dell’assegno di mantenimento.

Dopo aver prima precisato che l’addebito nella separazione, previsto dall’art. 151 c.c., il quale presuppone la violazione di doveri derivanti dal matrimonio e il nesso di causalità tra tale violazione e l’intollerabilità della convivenza, che deve essere provato dal richiedente, gli Ermellini hanno specificato, che l’assegnazione della casa coniugale viene effettuata esclusivamente nell’interesse dei figli (minori o maggiori non ancora autosufficienti economicamente) per evitare modifiche coattive e radicali nel loro ambiente di vita familiare e di relazione e che, pertanto, l’assegnazione della casa familiare non è inserita tra i parametri da considerare per l’assegno per i figli.

Ai fini dell’assegnazione dell’assegno periodico ai sensi dell’art. 155, comma IV, cod. civ., piuttosto, nella determinazione del quantum, oltre al reddito, rilevano anche le sostanze dell’obbligato.

I parametri per stabilire l’importo dell’assegno dovranno riferirsi all’intero patrimonio e non soltanto ai guadagni mensili o annuali.

E nel caso in cui i redditi del coniuge obbligato siano inferiori proporzionalmente rispetto al cospicuo patrimonio posseduto, l’obbligato può anche essere tenuto a liquidare una parte del patrimonio stesso.

La Corte, ha, inoltre, precisato che in mancanza di prova sul tenore di vita, essa può essere dedotta anche in via presuntiva dall’ammontare complessivo del patrimonio e dai redditi complessivi dei coniugi.

Sorrento,  14 settembre 2011.

Avv. Renato D’Isa

Giurisprudenza richiamata in sentenza

Corte di Cassazione Sezione I civile, Sentenza 14 maggio 2010, n. 11772

La filiazione naturale fa sorgere a carico del genitore tutti i doveri di cui all’articolo 147 del Cc propri della procreazione legittima, compreso quello di mantenimento che, unitamente ai doveri di educare e istruire i figli, obbliga i genitori ex articolo 148 del Cc a far fronte a una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese al’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale. Nella determinazione del contributo previsto dall’articolo 277, comma 2, del Cc per il mantenimento del figlio minore nato fuori del matrimonio, a seguito della dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il giudice, ai sensi dell’articolo 155 del Cc, applicabile anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati, in virtù del rinvio contenuto nell’articolo 4 della legge 54/2006, deve tener conto non solo delle esigenze attuali del figlio, ma anche, tra l’altro, delle risorse economiche dei genitori, in modo da realizzare il principio generale di cui all’articolo 148 del Cc, secondo cui i genitori devono concorrere al mantenimento dei figli in proporzione delle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. (1)

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(1) In argomento, la Corte ha precisato che le risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale con il contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta del soddisfacimento delle esigenze del figlio, dal momento che i bisogni, le aspettative e le abitudini non possono non variare in relazione al livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore. Pertanto, in materia di assegno di mantenimento per il figlio deve ammettersi, secondo il giudice di legittimità, la possibilità, per il genitore istante, di chiedere un adeguamento del relativo ammontare, alla stregua della svalutazione monetaria o di altre circostanze sopravvenute, verificatesi nelle more del giudizio, in particolare relative alle mutate condizioni economiche dell’obbligato o alle accresciute esigenze del figlio. Ne consegue che la proposizione, in primo grado o in appello, di simili istanze o eccezioni non ricade sotto il divieto dello ius novorum, né in riferimento al giudizio di primo grado, né con riguardo al giudizio di appello (Cassazione 10119/2006).

Corte di Cassazione Sezione I civile Sentenza 28 aprile 2010, n. 10222

Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti, non essendo a ciò ostativa la mancanza di una espressa previsione nell’art. 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dall’art. 13 della legge 6 marzo 1987 n. 74; la predetta modificabilità, al pari di quella prevista specificamente per l’affidamento dei figli, nonché per la misura e le modalità dell’assegno divorzile, costituisce infatti un principio generale che trascende la specifica previsione normativa, pur quando, come nella specie, l’originaria statuizione sia stata espressamente giustificata a titolo di integrazione delle disposizioni di carattere economico, sul presupposto, venuto meno in concreto, della presenza dei figli minori non economicamente autosufficienti, potendo semmai giustificarsi, in tale situazione, una rideterminazione dell’assegno divorzile.

La mancanza di un’espressa previsione nell’articolo 9 della legge 898/1970, come sostituito da ultimo dall’articolo 13 della legge 74/1987, riguardante la modificazione dei provvedimenti adottati in sede di divorzio, delle disposizioni relative all’assegnazione della casa coniugale non esclude la loro modificabilità in ogni tempo al pari di quelle, espressamente previste, concernenti l’affidamento dei figli nonché la misura e le modalità dell’assegno divorzile. La modificabilità dei provvedimenti conseguenti alla pronuncia di divorzio costituisce, infatti, un principio generale che trascende la specifica previsione contenuta nella richiamata normativa e deve ritenersi consentita pertanto anche
in tema di assegnazione della casa coniugale, la cui esclusione peraltro sarebbe priva di alcuna valida giustificazione giuridica qualora vengano meno le ragioni che l’hanno determinata.

Corte di Cassazione Sezione I civile, Sentenza 24 febbraio 2010, n. 4520

In tema di determinazione dell’assegno di mantenimento a favore dei figli, l’assegnazione della casa ad uno dei coniugi può assumere rilievo a detti fini solo nell’ambito della composizione dei rapporti economici fra coniugi e non già in relazione all’ammontare del contributo per il mantenimento dei figli, in virtù della previsione dell’art. 155 c.c., c. 4 vecchio testo, che dà preferenza al coniuge affidatario dei figli. Evidente è del resto la funzione di carattere morale di una tale disposizione, volta a garantire, nei limiti del possibile, l’esigenza di evitare alla prole ulteriori modifiche coattive e radicali del proprio ambiente di vita familiare e di relazione, assicurando la continuità dell’habitat domestico, quale centro di affetti, interessi e consuetudini di vita.

Corte di Cassazione Sezione I civile, Sentenza 27 agosto 2004, n. 17136

Il coniuge, cui non è addebitabile la separazione personale, nel richiedere l’assegno di mantenimento, pur essendo onerato della prova di impossidenza di sostanze o di redditi, non è tenuto a darne dimostrazione specifica e diretta, essendo sufficiente che deduca anche implicitamente una condizione inadeguata a mantenere il precedente tenore di vita, ferma restando la possibilità dell’altro coniuge di contestare la pretesa inesistenza o insufficienza di redditi o sostanze, indicando beni o proventi che evidenzino l’infondatezza della domanda. (1)

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(1) Cfr. in tal senso: Cass. n. 5970 del 1981; Cass. n. 7061 del 1986.


[1]Scaricabile e consultabile sul sito del Sole 24ore –  Guida al diritto

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