Cassazione penale 2011

Corte di Cassazione, V sezione, sentenza n. 33136 del 6 settembre 2011. Condanna per omicidio colposo per chirurgo che interviene senza una reale necessità spinto soltanto da una possibilità di maggior guadagno.

Il commento originale

Corte di Cassazione – Sezione V penale – Sentenza 6 settembre 2011 n. 33136. Condanna per omicidio colposo per chirurgo che interviene senza una reale necessità spinto soltanto da una possibilità di maggior  guadagno.

Il testo integrale[1]

Corte di Cassazione, V sezione, sentenza n. 33136 del 6.9.2011

La Corte di cassazione accoglie il ricorso del Pm contro la sentenza della Corte d’Appello. Possibilità di condanna, pertanto, per omicidio colposo per chirurgo che interviene senza una reale necessità mosso soltanto da una logica di guadagno. La Corte di cassazione con la sentenza in commento affronta la vicenda di un cardiochirurgo accusato di aver operato  spinto dall’ obiettivo principale del superamento dei 600 interventi annui,  numero oltre il quale sarebbe scatto un premio aggiuntivo.

I giudici di secondo grado avevano dichiarato prescritti i reati di lesioni gravi e gravissime e derubricato il reato di omicidio da preterintenzionale a colposo. La S.C. ha rinviato la causa ad una nuova sezione dell’Appello invitando il collegio a decidere sulla vicenda in base al principio di diritto in virtù del quale, deve essere considerato penalmente responsabile il chirurgo

1)   sia quando opera contro la volontà del paziente

2)   sia quando persegue un fine diverso dalla salute

E’ invece  innocente il chirurgo che con il suo intervento provoca al paziente le lesioni che l’operazione naturalisticamente comporta.

L’esame del merito dovrà essere condotto alla luce dei principi formulati dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 2437 del 18 dicembre 2008[2].

Sorrento  6 settembre  2011.

                                                                                              Avv. Renato D’Isa


[1] Testo scaricabile e consultabile sul portale del Sole 24 Ore – Guida al diritto

[2] Corte di Cassazione Sezioni Unite penali, sentenza 18 dicembre 2008, n. 2437

Circa la definizione della nozione di malattia, nella scienza medica è ormai communis opinio che essa debba intendersi come un processo patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo. Ne consegue che le mere alterazioni anatomiche, inidonee a interferire con il profilo funzionale dell’individuo non sono suscettibili di integrare la nozione di malattia correttamente intesa. La sola alterazione anatomica, difatti, non rappresenta ex se un presupposto indefettibile della malattia, potendosi concretizzare processi patologici del tutto indipendenti dal verificarsi di tali modificazioni. Ne consegue che le alterazioni che siano risultate prive della capacità di incidere sulla normale funzionalità dell’organismo non potranno rivestire il rango di malattia, quale evento naturalistico del reato di cui all’art. 582 c.p. intendersi come un processo patologico evolutivo necessariamente accompagnato da una più o meno rilevante compromissione dell’assetto funzionale dell’organismo. Ne consegue che le mere alterazioni anatomiche, inidonee a interferire con il profilo funzionale dell’individuo non sono suscettibili di integrare la nozione di malattia correttamente intesa. La sola alterazione anatomica, difatti, non rappresenta ex se un presupposto indefettibile della malattia, potendosi concretizzare processi patologici del tutto indipendenti dal verificarsi di tali modificazioni. Ne consegue che le alterazioni che siano risultate prive della capacità di incidere sulla normale funzionalità dell’organismo non potranno rivestire il rango di malattia, quale evento naturalistico del reato di cui all’art. 582 c.p.

Va esclusa la configurabilità sia del reato di cui all’art. 582, c.p. che di quello di violenza privata ex art. 610, c.p., nella condotta del medico, il cui intervento sul paziente abbia avuto buon fine e sia stato condotto in ossequio ai protocolli e alle regole dell’arte, a nulla rilevando in senso contrario la circostanza che il consenso informato del paziente avesse riguardato un intervento differente da quello di fatto effettuato, peraltro con successo.

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