Cassazione penale 2011

Corte di Cassazione, Sezione V, Sentenza del 24 giugno 2011, n. 25453. La ripresa fotografica e video dell’attività edificatoria in corso nella contigua proprietà della persona ripresa non integra il reato di interferenza illecita nella vita privata (art. 615-bis C.P.)

Corte di Cassazione – Sezione V penale – Sentenza 24 giugno 2011, n. 25453. La ripresa fotografica e video dell’attività edificatoria in corso nella contigua proprietà della persona ripresa non integra il reato di interferenza illecita nella vita privata (art. 615-bis C.P.)

La Cassazione ha stabilito che il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza se l’azione ripresa pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti”e che pertanto, la ripresa fotografica da parte di terzi lede la riservatezza della vita privata ed integra il reato di cui all’art. 615[1]-bis c.p. a condizione che vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei.

Inoltre, la Corte ha specificato che la tutela apprestata dal legislatore alla riservatezza postula la liceità dell’attività svolta in ambito privato, potendo, diversamente, l’intrusione nell’altrui privacy ritenersi comunque contestata, tanto più in presenza di un diritto, il cui esercizio si intenda garantire o la cui violazione si voglia avverare o prevenire.


Il testo integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

Corte di Cassazione Sezione 5 Penale

Sentenza del 24 giugno 2011, n. 25453

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CALABRESE Renato Luigi – Presidente

Dott. BEVERE Antonio – Consigliere

Dott. MARASCA Gennaro – Consigliere

Dott. BRUNO Paolo Antoni – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto l’8.4.2010 da:

Avv. *********, difensore di RO. Pa. , nato a (OMESSO), e di RO. An. , nata a (OMESSO);

avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma del 12 gennaio 2010;

Sentita la relazione del Consigliere Dott. BRUNO Paolo Antonio;

Sentite le conclusioni del P.G. in sede, in persona del Sostituto Dott. GERACI Vincenzo, che ha chiesto

l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata;

Sentito, altresì, l’avv. ********, difensore della parte civile, che ha chiesto la conferma della

sentenza impugnata;

Sentito, infine, l’avv. Monfellotto Raffaele che ha chiesto l’accoglimento del ricorso, associandosi alla

richiesta del P.G..

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza del 22 novembre

2007, con la quale il Tribunale di Cassino aveva dichiarato Ro. Pa. e Ro. An. colpevoli dei reati di cui

all’articolo 660 c.p. perche’, con piu’ azioni consecutive di un disegno criminoso, filmando e fotografando

l’attivita’ che si svolgeva sulla proprieta’ di Pa. – Mo. , per petulanza e comunque per altro biasimevole

motivo, recavano a Co. Em. molestia e disturbo (sub a); ed articolo 110 c.p. e articolo 615 bis c.p. perche’, in

concorso tra loro, mediante l’uso di una telecamera e di una macchinetta fotografica, si procurava  indebitamente immagini attinenti alla vita privata di Mo. Ma. e dei componenti della sua famiglia, effettuando riprese visive nell’abitazione di loro proprieta’ e nelle adiacenze della stessa (sub b) e, per l’effetto, assorbita per Ro. An. nel delitto sub b) la contravvenzione a lei contestata sub a), li aveva condannati – con la concessione delle attenuanti generiche – alla pena di mesi quattro di reclusione ciascuno, con i benefici di legge, nonche’ al risarcimento dei danni in favore delle persone offese Mo. e Pa. , costituitesi parte civile, da liquidarsi in separata sede.

Avverso la sentenza anzidetta il difensore ha proposto ricorso per cassazione, affidato alle ragioni di censura indicate in parte motivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo d’impugnazione deduce errata e falsa applicazione dell’articolo 615 bis c.p. in relazione all’articolo 606 c.p.p., lettera b), con riferimento alla ritenuta sussistenza del reato in contestazione, tenuto conto che le riprese erano state effettuate per l’esigenza di documentare un illecito civile commesso in danno degli imputati. Il secondo motivo lamenta omesso esame dell’istanza di applicazione dell’articolo 51 c.p., in relazione all’articolo 606 c.p.p., lettera e) c.p.p..

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge, illogicita’ della motivazione, ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) ed e), con riferimento al preteso ruolo di istigatore attribuito a Ro. Pa. .

Il quarto motivo deduce, ai sensi dell’articolo 192 c.p.p., erronea valutazione delle risultanze processuali; illogicita’ manifesta; omesso esame delle deduzioni difensive espresse nell’atto di gravame.

Il quinto motivo si duole dell’omesso esame dell’eccezione difensiva relativa alla mancanza del corpus e della prova del reato contestato, mancando in atti le riprese in contestazione, ai sensi dell’articolo 606, lettera b) ed e). Il sesto motivo lamenta che siano state confermate le statuizioni civili.

2. – Nella griglia delle censure dedotte rilievo pregiudiziale – per evidenti ragioni di ordine logico-giuridico – assume la doglianza relativa alla sussistenza del reato di cui all’articolo 615 bis c.p.

3. – All’esame della quaestio iuris giova, certamente, una sintetica puntualizzazione della fattispecie, in rapporto alla quale deve essere verificata la ritenuta sussumibilita’ nel paradigma della norma sostanziale anzidetta.

Orbene, risulta accertato in atti che Ro. An. , su sollecitazione del padre Pa. , effettuo’ riprese fotografiche e videofilmate dell’attivita’ edificatoria in corso nella contigua proprieta’ della persona offesa, consistente nella realizzazione di un muretto di confine. Secondo la formulazione del capo d’imputazione, siffatta condotta integrerebbe gli estremi del reato di interferenze illecite nella vita privata, di cui all’articolo 615 bis, in quanto avrebbe captato immagini della vita privata altrui, nella specie esteriorizzatasi attraverso

l’anzidetta iniziativa edificatoria.

4. – Se cosi’ e’, balza evidente l’insussistenza del fatto-reato in contestazione.

Ed invero, la perspicua formulazione della norma sostanziale, racchiusa nel comma 1 dell’articolo anzidetto, descrive la condotta di chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614.

La parola chiave nel tessuto lessicale della previsione normativa e’ certamente l’avverbio indebitamente, la cui valenza semantica fa evidente richiamo alla mancanza di un titolo giustificativo potiore rispetto al diritto alla riservatezza che la norma e’ volta, chiaramente, a tutelare. Ossia, in un astratto bilanciamento di interessi, il legislatore ha inteso privilegiare la privacy a condizione, pero’, che l’attivita’ di intrusione mediante riprese fotografiche o filmate sia, di per se’, indebita.

Il connotato di indebito implica mancanza di qualsivoglia ragione giustificativa della condotta dell’agente, che, di conseguenza, sia da ritenere ispirata dalla sola finalita’ di gratuita intrusione nella vita privata altrui; ed implica, altresi’, mancanza di espedienti di sorta per superare eventuali protezioni che l’avente diritto alla riservatezza abbia, all’uopo, appositamente frapposto, a schermo della propria intimita’.

Proprio in quest’ultima prospettiva, questa Corte regolatrice ha statuito che la ripresa fotografica da parte di terzi lede la riservatezza della vita privata ed integra il reato di cui all’articolo 615-bis c.p., sempre che  vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a cio’ che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei. Ne consegue che se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, puo’ essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non puo’ vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza. (Fattispecie relativa ad una ripresa fotografica dalla strada pubblica di due persone che uscivano di casa e si trovavano in un cortile visibile dall’esterno) (cfr. Cass. sez. 6, 1 ottobre 2008, n. 40577, rv. 241213). La logica della statuizione in parola fa perno sul concetto di agevole osservabilita’ dall’esterno di quanto si compia in uno degli spazi protetti dall’articolo 614 c.p. sull’evidente presupposto, a contrario, che colui che, pur trovandosi in uno di quei luoghi, si esponga, per libera scelta, all’osservazione altrui non puo’, per cio’ solo, invocare la particolare tutela dell’articolo 615 bis.

Orbene, la struttura del fatto, come descritta dai giudici di merito, non escludeva certamente l’anzidetta condizione dell’agevole osservabilita’.

Sennonche’, la fattispecie in esame presentava un altro profilo, che valeva ad escludere il carattere abusivo dell’attivita’ di interferenza, consentendo di individuare un ulteriore connotato utile alla compiuta definizione della nozione di indebito, nell’accezione recepita dal legislatore.

In ultima analisi, non sembra, infatti, revocabile in dubbio che la tutela apprestata dal legislatore postuli la liceita’ dell’attivita’ svolta in ambito privato, potendo, diversamente, l’intrusione nell’altrui privacy ritenersi comunque coonestata, tanto piu’ in presenza di un diritto, il cui esercizio si intenda garantire o la cui violazione si voglia accertare o prevenire.

Ed invero, anche ad ammettere, sia pure con innegabile forzatura linguistica, che l’attivita’ di costruzione di un muro di confine costituisca, davvero, fatto afferente all’imperscrutabile vita privata altrui, la realizzazione del manufatto in prossimità di un confine prediale postula il rispetto delle prescrizioni civilistiche.

Vero e’ che il privato, che ritenga di poter subire un pregiudizio dall’iniziativa del vicino ha la possibilita’ di adire l’autorita’ competente, ma e’ pur vero che l’intervento della forza pubblica puo’ rivelarsi, ove davvero possibile, del tutto vano, qualora quell’attivita’ sia legittima sul piano amministrativo (per il possesso di titolo autorizzazione), e nondimeno illecita sul versante civilistica, per l’inosservanza delle anzidette prescrizioni. Nel qual caso, al privato resterebbe solo l’esperimento delle azioni civili previste a tutela della proprieta’ ed anche del possesso, ma pure in siffatta prospettiva avrebbe innegabile diritto a documentare, con ogni mezzo (non esclusa appunto la ripresa fotografica o filmata), l’epoca dell’altrui costruzione, essendo, peraltro, risaputo che, ai fini dell’ordinaria azione di nunciazione (denuncia di nuova opera) di cui all’articolo 1170 c.c., e’ necessario il rispetto del termine di un anno dall’inizio della nuova opera.

5. – L’insussistenza del reato di cui all’articolo 615 bis va venir meno, come e’ ovvio, anche il reato di cuiall’articolo 660 c.p., posto che, nella formulazione dell’addebito, le molestie sono state configurate solo mediante l’attività di ripresa fotografica e filmata per petulanza e comunque per altro biasimevole motivo, che, per quanto si e’ detto, non e’ ipotizzabile nel caso di specie e non e’ neppure, diversamente, ipotizzato.

6. – Per quanto precede, la sentenza impugnata deve essere annullata, con la formula espressa indispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perche’ il fatto non sussiste.


[1] Articolo 615 Bis – Interferenze illecite nella vita privata

Chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d`ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato. (1)

—–

(1) Il presente articolo è stato aggiunto dall’art. 1, L. 08.04.1974, n. 98.

Procedibilità: a querela di parte
Competenza: Tribunale monocratico
Arresto: facoltativo
Fermo: no
Custodia cautelare in carcere: si
Altre misure cautelari personali: si
Termine di prescrizione: 6 anni

 

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