Cassazione civile 2011

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza n. 10457 del 12 maggio 2011. In tema di rinuncia al diritto di servitù prediale, il requisito della forma scritta previsto dall’art. 1350, n. 5), cod. civ., può essere integrato – non essendo necessario l’uso di formule sacramentali o di particolari espressioni formali – anche dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, purché contenenti una chiara ed inequivoca dimostrazione di volontà incompatibile con il mantenimento del diritto stesso

Il commento originale

Corte di Cassazione, sez. II, sentenza 10457 del 12 maggio 2011.In tema di rinuncia al diritto di servitù prediale, il requisito della forma scritta previsto dall’art. 1350, n. 5), cod. civ., può essere integrato – non essendo necessario l’uso di formule sacramentali o di particolari espressioni formali – anche dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, purché contenenti una chiara ed inequivoca dimostrazione di volontà incompatibile con il mantenimento del diritto stesso

 

Il testo integrale

Corte di Cassazione

Image by AgusMC via Flickr

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza n. 10457 del 12 maggio 2011. 

Inoltre, si continua a leggere nella sentenza della II sezione che, la rinuncia al diritto di “servitus inaedificandi” può essere contenuta nella domanda di concessione edilizia diretta all’esecuzione di opere che, ove realizzate, necessariamente determinerebbero il venir meno dell'”utilitas” dalla quale dipende l’esistenza della servitù stessa.

Così ha deciso la II sezione con la sentenza n. 10457 del 12 maggio 2011

Gli Ermellini rhanno ribaltato la sentenza della Corte Territoriale la quale riteneva che ai sensi degli artt. 1058 e 1350 c.c. la rinuncia alla servitù poteva essere posta in essere unicamente con atto scritto, e non mediante una condotta concludente; e che oltre al fatto che l’istanza di rilascio di concessione edilizia non era atto di per sé diretto ad incidere sulla servitù, nello specifico l’istanza volta al rilascio di concessione edilizia per la trasformazione del porticato in box era stata sottoscritta solo da una delle parti, sicché non poteva neppure porsi il problema dell’equivalenza di una tale istanza ad un atto di estinzione della servitù.

Ma per la Corte di Piazza Cavour nella situazione fattuale accertata dal giudice di merito, l’istanza di concessione edilizia, ove riconducibile alla volontà di entrambi i proprietari dei fondi reciprocamente asserviti, costituisce atto che implica necessariamente la volontà di estinguere la servitù per mutua rinuncia.

E del fatto che l’una parte si è giovata dell’attività svolta dall’altra ai fini del rilascio della concessione edilizia essendo incontroverso che poi entrambe realizzarono effettivamente i box auto. Se ciò sia avvenuto in forza di un mandato verbale in rem propriarn. ammissibile non vigendo per tale contratto la regola dettata per il negozio unilaterale di procura dall’art. 1392 c,c. (cfr. Cass. nn. 14637/00 e 12848/06), ovvero in base ad una negotiorum gestio, di cui pure ricorrerebbero, stando agli accertamenti compiuti dal giudice di merito, i requisiti (utilità iniziale e non proibizione del gerito, visto il previo accordo tra le parti sulla trasformazione del portico in due box auto), è indagine di fatto che tuttavia non rileva ex se, perché nell’un caso come nell’altro il dato saliente è costituito da ciò, che l’istanza di concessione edilizia è stata sottoscritta da una sola delle parti per esprimere una volontà comune ad entrambe.

28 luglio 2011.

Avv. Renato D’Isa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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