Cassazione civile 2011

Corte di Cassazione, Sezione III, Sentenza 28 giugno 2011 n. 14278. Il pedone investito ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale da perdita di chance anche se al momento del sinistro non svolge alcuna attività produttiva di reddito in quanto ancora studente.

 

 Il testo integrale[1]

Corte di Cassazione – Sezione III civile – Sentenza 28 giugno 2011 n. 14278.

Lo ha ribadito la terza sezione civile della Cassazione con la sentenza 14278/2011, prendendo spunto da altre pronunce della medesima Corte[2], dal principio stabilito dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 26972 del 24 novembre 2011[3] ed in particolare vengono richiamati i punti 4.8[4] ed il 4.10[5]

La S. C. ha accolto il ricorso di una studentessa, investita sulle strisce pedonali, che aveva riportato gravi lesioni su varie parti del corpo.

Nei primi giudizi il tribunale e la Corte d’appello, nel liquidare il sinistro, non avevano accolto la richiesta di danno patrimoniale sul rilievo che all’epoca dell’incidente la studentessa non svolgeva attività produttiva di reddito.

Invece, la Corte Nomofilattica ha stabilito che il danno alla persona deve essere risarcito in maniera integrale con la conseguenza che all’infortunato deve essere riconosciuto il danno da  perdita di chance per riduzione della capacità lavorativa anche in assenza di un’attuale impiego.

Si legge nella sentenza che viene a subire una rilevante riduzione della capacità lavorativa, presentandosi come invalida alle offerte di lavoro ed a quelle selettive che attengono anche ad una particolare prestanza e presenza fisica. Bastava, continua la Corte, leggere le conseguenze e la tipologia dei danni fisici e psichici considerati nella consulenza medico legale, per evidenziare che la giovane ventenne studentessa, ebbe a subire, oltre ai danni non patrimoniali biologici e morali, anche le perdite patrimoniali presenti e future, che, invece, la Corte d’Appello nega in radice senza alcuna adeguata motivazione.

Sorrento, 28/6/2011.

Avv. Renato D’Isa


[1] Sentenza scaricabile e consultabile dal portale del Sole 24 Ore – Guida al diritto

[2] Corte di Cassazione Sezione III civile, sentenza 11 maggio 1989, n. 2150

Con riguardo ad invalidità temporanea per fatto illecito, verificatasi a carico di un soggetto non occupato e dedito a studi per l’acquisizione di titolo professionale, la mancanza di redditi lavorativi non è di per sè sufficiente all’esclusione di un danno risarcibile, dovendosi considerare, quali effetti pregiudizievoli ricollegabili all’evento (secondo criteri di normalità causale), nonchè concorrenti con il distinto danno discendente da menomate capacità per invalidità permanente, gli esborsi necessari al recupero degli studi, nonchè le perdite patrimoniali correlate al ritardato ingresso nel mondo del lavoro.

[3] Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 26972 del 24 novembre 2011

Il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale.

Il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali costituzionalmente garantiti, è risarcibile – sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ. – anche quando non sussiste un fatto-reato, né ricorre alcuna delle altre ipotesi in cui la legge consente espressamente il ristoro dei pregiudizi non patrimoniali, a tre condizioni: (a) che l’interesse leso – e non il pregiudizio sofferto – abbia rilevanza costituzionale (altrimenti si perverrebbe ad una abrogazione per via interpretativa dell’art. 2059 cod. civ., giacché qualsiasi danno non patrimoniale, per il fatto stesso di essere tale, e cioè di toccare interessi della persona, sarebbe sempre risarcibile); (b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità (in quanto il dovere di solidarietà, di cui all’art. 2 Cost., impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza); (c) che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come quello alla qualità della vita od alla felicità.

[4] 4.8. Il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre.

Si e’ gia’ precisato che il danno non patrimoniale di cui all’articolo 2059 c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie.

Il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno.

E’ compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.

[5] 4.10. Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza (Cass. n. 8827 e n. 8828/2003; n. 16004/2003), che deve essere allegato e provato.

Va disattesa, infatti, la tesi che identifica il danno con l’evento dannoso, parlando di “danno evento”. La tesi, enunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184/1986, e’ stata infatti superata dalla successiva sentenza n. 372/1994, seguita da questa Corte con le sentenze gemelle del 2003.

E del pari da respingere e’ la variante costituita dall’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perchè la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articoli 138 e 139) richiede l’accertamento medico-legale. Si tratta del mezzo di indagine al quale correntemente si ricorre, ma la norma non lo eleva a strumento esclusivo e necessario. Così come e’ nei poteri del giudice disattendere, motivatamente, le opinioni del consulente tecnico, del pari il giudice potrà non disporre l’accertamento medico-legale, non solo nel caso in cui l’indagine diretta sulla persona non sia possibile (perchè deceduta o per altre cause), ma anche quando lo ritenga, motivatamente, superfluo, e porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo (documenti, testimonianze), avvalersi delle nozioni di comune esperienza e delle presunzioni.

Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.

Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva e’ destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002). Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.

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