Cassazione civile 2011

Corte di Cassazione, III sezione, sentenza n. 13184, depositata il 16 giugno 2011. La madre divorziata ed affidataria del figlio può continuare a chiedere l’assegno di mantenimento per il figlio anche quando questo è diventato maggiorenne e convive di fatto con il padre

Il commento in originale

Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 16 giugno 2011 n. 13184. La madre divorziata ed affidataria del figlio può continuare a chiedere l’assegno di mantenimento per il figlio anche quando questo è diventato maggiorenne e convive di fatto con il padre

Il testo integrale[1]

Corte di Cassazione – Sezione III – sentenza n. 13184 depositata il 16.6.2011

  

Lo ha stabilito la III sezione della Cassazione con la sentenza 13184/2011 accogliendo il ricorso di una madre che aveva agito, inizialmente, in esecuzione contro l’ex marito per il versamento dell’assegno di mantenimento del figlio.

I giudici di prime cure confermavano la richiesta di opposizione all’esecuzione avanzata dall’ex coniuge, poiché la donna aveva perso la legittimazione ad agire in virtù del fatto che il ragazzo era diventato maggiorenne e conviveva con il padre ed aveva, pertanto, acquistato una legittimazione iure proprio ad ottenere dall’altro genitore il contributo al proprio mantenimento.

La Cassazione, però, non ha accolto tale motivazione.

In particolare, si legge nella sentenza, la legittimazione del figlio diventato maggiorenne non esclude quella della madre affidataria e titolare dell’assegno di mantenimento in base alla sentenza di divorzio, dovendosi ribadire che il coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, è legittimato iure proprio, anche dopo il compimento da parte del figlio della maggiore età, ove sia con lui convivente e non economicamente sufficiente, ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio.

Il padre, pertanto, per ottenere la soppressione dell’assegno, in base al diverso presupposto della convivenza del figlio presso lo stesso, doveva chiedere la modifica della sentenza di divorzio e non opporsi semplicemente all’esecuzione, poiché si tratta di un mutamento delle circostanze che va accertato, appunto, in sede di modifica delle condizioni di divorzio, attraverso il procedimento camerale d, ai sensi dell’art. 9[2] della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dall’art. 13[3] della legge 6 marzo 1987, n. 74.

Sorrento, 17/6/2011.

Avv. Renato D’Isa


[2] Articolo 9 – Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, la misura e la modalità dei contributi

1. Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6.

2. In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.

3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.

4. Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.

5. Alle domande giudiziali dirette al conseguimento della pensione di reversibilità o di parte di essa deve essere allegato un atto notorio, ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15 dal quale risultino tutti gli aventi diritto. In ogni caso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica la tutela, nei confronti dei beneficiari, degli aventi diritto pretermessi, salva comunque l’applicabilità delle sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci.

 

[3] Articolo 13 – Sostituzione dell’art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898

1. L’art. 9 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, è sostituito dal seguente:

“Art. 9. – 1. Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6.

2. In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.

3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.

4. Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.

5. Alle domande giudiziali dirette al conseguimento della pensione di reversibilità o di parte di essa deve essere allegato un atto notorio, ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15 dal quale risultino tutti gli aventi diritto. In ogni caso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica la tutela, nei confronti dei beneficiari, degli aventi diritto pretermessi, salva comunque l’applicabilità delle sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci”.

 

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