Articoli e saggi

Intervento del dott. Claudio D’Isa, magistrato presso la Suprema Corte di Cassazione, nel convegno “Lo Stato siamo noi” in Sorrento il 6 maggio 2011.

Non posso non plaudire all’odierna iniziativa del Comune di Sorrento, come cittadino prima e come magistrato poi.

Parliamo di legalità, parliamo di opposizione della società civile alla criminalità organizzata, parliamo della necessità di trasparenza della pubblica amministrazione, ed, ovviamente, dei suoi rappresentanti, a tutti i livelli, cioè pubblici amministratori di carica elettiva, pubblici funzionari, uomini delle istituzioni, nei contatti esterni, soprattutto con riguardo alla gestione di danaro pubblico.

Parlare di legalità e di opposizione alla criminalità organizzata in questo Paese non è mai troppo, svegliare le coscienze, tenerle sempre in allerta è un dovere civico di tutti.

Il pericolo è l’assuefazione, si l’assuefazione tipica di noi italiani ed, ancora di più, di noi meridionali. Quella propensione ad accettare tutto, a cercare di giustificare tutto, senza ribellarsi, senza denunciare, senza mai più indignarsi ed immergersi, così,  in quella melma, o fango per usare un termine caro a Roberto Saviano, che non fa distinguere la persona perbene dagli uomini di malaffare, che porta a quella contiguità pericolosa accettata per meri tornaconti personali, giustificandoci con il dire “così fan tutti nessuno può cambiare le cose”.

Ho letto con la dovuta partecipazione il libro del collega Ingroia “Nel Labirinto degli Dei”, come ho letto “Gomorra” di Saviano e di recente “I Gattopardi”dell’altro collega Raffaele Cantone.

Tutti libri accomunati da un unico fil rouge: la denuncia della  strisciante camaleontica trasformazione della criminalità organizzata, per altro già denunciata come pericolo in anni non lontani soprattutto dal giudice Falcone, all’interno della società.

E, dunque, affermare che “Lo Stato siamo noi”, è un segnale rilevante che pone un distinguo ben preciso: di qua ci siamo noi rispettosi delle leggi, dei valori del vivere civile dettati dalla Costituzione, dei valori di solidarietà, del rispetto degli altri, della voglia, e non della speranza, di partecipare, direttamente ed indirettamente, al miglioramento della vita in comune; e di là ci sono gli altri, quelli che, come cellule cancerogene, si insinuano nel tessuto sociale per nutrirsene a discapito degli altri, noncuranti del disfacimento materiale e morale che diffondono.

Si “Lo Stato siamo noi”, non è e non deve essere solo la rappresentazione di una linea di demarcazione buoni-cattivi, stare al di qua impone coerenza, impone la diffusione nella coscienza comune di quei valori di cui ho parlato attraverso l’impegno concreto di ciascuno di noi. Siamo certi di avere agito e di agire sempre nella legalità? Chi di noi non ha mai chiesto una “raccomandazione” per sé o per i propri parenti ed amici? Chi di noi può dire di avere sempre adempiuto il proprio dovere di pagare le tasse? Chi di noi, a conoscenza di un determinato malaffare o della commissione da parte di un pubblico amministratore o funzionario di un reato, ha mostrato coscienza civica nel denunciarlo? E potrei porre tanti altri interrogativi dello stesso senso.

Ricordo che molti anni fa, chiamato in una scuola superiore in un paese del vesuviano a tenere dei veri e propri corsi di legalità, alla fine di essi feci un esperimento: preparai due urne di cartone con su scritto nella prima “sono stato sempre rispettoso delle leggi e delle regole del vivere comune” e nella seconda “non lo sono stato”, invitando gli alunni ad inserire un bigliettino anonimo in una delle due, specificando anche, qualora avessero scelto la seconda urna, quale era stata la violazione commessa.

Ebbene, nella prima urna su circa sessanta alunni io e gli insegnanti trovammo, se ben ricordo, due o tre bigliettini. Nella seconda tutti gli altri. Ma ciò che risultò estremamente interessante furono le motivazioni riportate nei vari bigliettini inseriti nella seconda urna. A parte la ingenua commistione, che caratterizzò molte “auto denunce”, tra il peccato in senso cristiano e la disubbidienza alle leggi, ciò che  mi meravigliò è che molti ragazzi più che di se stessi riferirono fatti riguardanti i propri genitori che secondo  il loro giudizio, che poi fu anche il mio, avevano violato la legge: dall’incidente d’auto fasullo, alla evasione fiscale, alla costruzione abusiva e così via.

Ma l’aspetto più frustrante per me fu scoprire che altri ragazzi, alla lettura di tali motivazioni, confessarono di non essersi resi conto, nel momento in cui i loro genitori o altri conoscenti avevano posto in essere condotte analoghe, che le stesse fossero illegali.

I primi ragazzi si erano immedesimati nelle condotte dei propri genitori. Grazie a quell’esperimento e soprattutto all’anonimato dei bigliettini mostrarono la capacità di distinguere il giusto e l’ingiusto. Lo avranno fatto poi nella vita una volta diventati adulti? Non so rispondere, spero che quella lezione abbia aperto uno spiraglio su di una possibilità di comportamento socialmente corretto. Gli altri erano inseriti in un contesto tale di illegalità da non rendersi neanche conto di ciò che fosse legale e di ciò che non lo fosse, spero che anche per questi ultimi quella lezione valse a qualcosa.

“Lo Stato siamo noi” impone, quindi, coerenza nei comportamenti concreti tali da diventare esempio per gli altri, essi devono essere gli anticorpi i soli idonei a sconfiggere le cellule cancerogene di cui ho parlato.

E’ giusto dire così che “Lo Stato siamo noi”, è un appello generalizzato, perché lo Stato da solo, inteso come l’apparato giudiziario e repressivo, non può assolutamente sconfiggere l’illegalità. Ci deve essere una immedesimazione nello Stato, sentire quell’appartenenza che identifica un popolo consapevole di condividere cultura, tradizioni e, soprattutto, il futuro per una società migliore da lasciare ai nostri nipoti.

Tra i tanti passi del libro del collega Ingroia ne ho annotato uno, sintomatico del pericolo di come la coscienza comune, infettata da quell’assuefazione di cui parlavo o, peggio ancora, da un’opera subliminale di certi ambienti contigui o collusi con la criminalità organizzata, addirittura giudichi in termini negativi l’impegno o la sola coerenza ad essere un cittadino ligio alle leggi.

Ingroia scrive: “La posizione di un uomo che, con semplicità e coerenza, rimane ancorato alle regole e ai principi di legalità, arriva così ad essere percepita come la vera anomalia da debellare. E quell’uomo diventa un <<cattivo esempio>> da isolare e, se necessario, da cancellare. Un qualsiasi uomo, delle istituzioni o della società civile. Come Libero Grassi, il coraggioso imprenditore ucciso dalla mafia per essersi opposto al racket delle estorsioni e per aver denunciato i suoi ricattatori, determinandone l’arresto e la condanna. Libero Grassi venne, alla fine, ucciso, sì da mano mafiosa. Ma prima era rimasto isolato a causa dell’acquiescenza degli altri, a cominciare dai colleghi imprenditori pronti a trattare con la mafia, a piegarsi ad accomodare, ad adeguarsi al sistema. Egli rimase tragicamente sovraesposto perché le associazioni della sua stessa categoria lo avevano abbandonato, e lo criticavano pure, accusandolo di mettere in cattiva luce la Sicilia con le sue denunce pubbliche”.

Quest’ultima affermazione di Ingroia mi porta alla mente una analoga critica, mossa addirittura da una delle prime cariche istituzionali del nostro Paese, all’opera di Saviano, intesa questa non con riferimento alla sola pubblicazione del libro “Gomorra” ma anche a tutto l’impegno profuso dallo scrittore con il partecipare a dibattiti pubblici e a trasmissioni televisive in Italia e all’estero, ed anche nei confronti dell’omonimo film, opera ritenuta denigratrice dell’immagine dell’Italia.

Per certi personaggi politici bisogna stare zitti, non pubblicare scritti sulla mafia o altra organizzazione criminale, non bisogna sollecitare dibattiti non girare film e così via.

Va condivisa la critica? Non credo proprio, comportarsi in tal modo significa unicamente fare il gioco della mafia, della camorra della ndrangheta.

Continuando nella lettura di quel brano del libro di Ingroia : “il sacrifico di Libero Grassi, con il suo <<buon esempio>> per fortuna ha dato i suoi frutti. Oggi, grazie alla mobilitazione di tanti giovani, come i ragazzi di Addio pizzo, la rivolta contro il racket si è maggiormente diffusa. Sono sempre di più gli imprenditori e i commercianti che si ribellano alla pratica del pizzo, pronti a denunciare e a far arrestare i loro estorsori”.

Ben vengano, dunque, i libri e qualsiasi altro veicolo di diffusione dei valori della legalità.

Ingroia e Cantone, come anche altri magistrati, testimoniano l’impegno quotidiano dell’apparato giudiziario e delle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità. Una lotta a volte impari che sarebbe perdente se non fosse per la dedizione, spinta sino al sacrificio personale, non solo di magistrati e di funzionari ma  anche e soprattutto di semplici collaboratori, dedizione che consente di superare ostacoli di molteplice natura, non ultima quella della precarietà ed insufficienza dei mezzi, latu sensu, di cui dispongono. I colleghi spiegano dall’interno situazioni, condizionamenti, retroscena di questa lotta che, quasi sempre, non possono emergere dalle sentenze. Sono, a loro modo, dei cronisti di accadimenti di cui solo essi vengono a conoscenza in ragione della propria attività professionale.

Ma l’attività dei sostenitori, subdoli e non, dello status quo fanno girare messaggi, per il solo interesse, apertamente e non, a che le coscienze non vengano svegliate o meglio, non vengano continuamente compulsate alla collaborazione, cercano addirittura di rappresentare, in chiave positiva, la mafia e anche la camorra, come rileva Ingroia, quale parte  di un sistema riconosciuto di regolazione delle relazioni sociale. Si offre un’immagine bonaria di tali organizzazioni criminali, di gente d’onore, quasi novelli paladini dei deboli a discapito dei potenti, ritenute, addirittura, necessarie per mantenere un ordine collaterale a quello dello Stato.

E’ tutto tempo sprecato indugiare su questo aspetto, però il pericolo che si diffonda la concezione di una criminalità parallela allo Stato costituito, che può stare dov’è purché non travalichi certi limiti, che viene accettata dall’opinione c’è. Ultimamente è stata, a ragion veduta, censurata da chi in queste cose è attento la pubblicità di una nota fabbrica dove apparivano alcuni mafiosi con il loro capo intenti ad utilizzare elettrodomestici e dove queste figure apparivano in una veste bonaria, insomma accettata.

Voglio da ultimo fare un’altra considerazione su altro strumento utilizzato da chi si oppone o, comunque, contrasta l’attività di tutti coloro che credono ancora nella possibilità di vivere in un mondo affrancato dalla criminalità, dal malaffare dei pubblici amministratori, e che combattono per questo  in maniera diversa sia da dentro le istituzioni che da fuori di esse, tale strumento è quello di metterli all’indice come strumentalizzatori della lotta antimafia per fini personali, per far carriera, per avere visibilità ed anche per far quattrini.

Vi ricordate quella polemica innescata più di venti anni fa da Leonardo Sciascia con il suo articolo «I professionisti dell’antimafia» pubblicato sul  «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987?

Nella prima parte Sciascia discute di un libro di Christopher Duggan sulla mafia durante il fascismo, sostenendo che l’antimafia può raggiungere «un potere incontrastato e incontrastabile» e trasformarsi in uno «strumento di potere». Nella seconda parte dà concretezza a queste astratte riflessioni, portando due esempi. Quello del sindaco di Palermo Leoluca Orlando (senza farne il nome) e (con nome e cognome) quello di Paolo Borsellino, appena diventato procuratore di Marsala «per meriti antimafia». Sciascia era stato spinto a scrivere dal magistrato candidato procuratore che, benché avesse maturato un’anzianità maggiore, era stato sconfitto da Borsellino.

Mi viene da dire, a proposito, che la competenza e la professionalità avevano finalmente battuto, forse per la prima volta, le ragioni dell’anzianità.

Quando  lessi l’articolo ne fui profondamente turbato anche perché stimavo Sciascia, oltre che per le sue qualità di scrittore anche per il suo impegno sociale testimoniato dalla pubblicazione di libri che trattavano l’argomento “Mafia”, come ad es. “Il giorno della civetta”. E Sciascia non era mai stato tenero con i suoi conterranei, era chiara la sua opposizione alla mafia. Ma quella volta non si  limitò a descrivere uno scenario, per certi versi anche possibile, ma  invece indicò due uomini – Orlando il sindaco del grande cambiamento di Palermo e Borsellino un magistrato integerrimo – come esempi dell’antimafia che fa carriera.

Vi leggo un passo di uno scritto pubblicato qualche giorno dopo l’articolo di Sciacia a firma di Francesco Petruzzella, uno dei fondatori del Coordinamento antimafia a Palermo, che sicuramente il collega Ingroia conosce, che innescò a sua volta una furibonda polemica,

“Mentre noi cercavamo di ribellarci allo strapotere della mafia e andavamo in piazza a gridare ’Palermo è nostra e non di Cosa Nostra’, gli intelletuali siciliani se ne stavano in silenzio, non si schieravamo, facevano finta di non vedere e di non sentire in una città dove era impossibile non vedere e non sentire. Poi Sciascia addirittura parlò dei rischi dell’antimafia, non dei rischi della mafia. E fece quei due nomi, Orlando e Borsellino. Due personaggi che stavano provando per la prima volta a spacccare un sistema di potere mafioso. In quel periodo Sciascia era anche molto legato ai radicali, avevano preso posizioni estreme sulla giustizia. Si era iscritto al Partito radicale anche uno come il boss Piromalli, dal carcere dell’Ucciardone di Palermo arrivavano segnali di consenso e simpatia per la battaglia radicale per il giusto processo. Ecco, Sciascia avrebbe dovuto meglio calibrare le sue parole. E soprattutto non fare quegli esempi così infelici”.

La storia, purtroppo, ha dato torto a Sciascia. Sappiamo tutti cosa comportò per Borsellino la sua nomina a Procuratore capo di Trapani e quali meriti guadagnò sul campo per meritarsi la sentenza di morte della mafia.

Quella di Sciascia fu una critica improvvida, sulla sua scia si mosse anche tutta la palude siciliana e nazionale che colse un’occasione ghiotta (e insperata) per attaccare i magistrati attivi contro Cosa nostra e i movimenti antimafia. A un congresso della Dc siciliana, accusata di connivenze con la mafia, il pubblico grida all’oratore: «Cita Sciascia, cita Sciascia!».

Altri, invece, oggi,  non risparmiano critiche a Roberto Saviano di aver fatto i soldi con i racconti di “camorra”, dimenticano, volutamente, cosa ha comportato questo successo editoriale per lo scrittore, praticamente è uno Zombi, cammina con una sentenza di morte sul capo.

Saviano avrebbe potuto scrivere qualsiasi altra storia non di camorra e sono certo, per le sue indiscusse qualità, avrebbe comunque avuto successo. Ma egli ha scelto un’altra strada quello dell’impegno civile praticato giorno per giorno consapevole dei pericoli per la sua vita.

Sorrento, 6/5/2011.

Claudio D’Isa

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