Cassazione civile 2011

Corte di Cassazione, III sezione civile, sentenza n. 9695 depositata il 3 maggio 2011. L’estratto di conto corrente, benché certificato, ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 10/9/1993, n. 385, non costituisce, in caso di contestazione, di per sé prova dell’entità del credito della banca

Il commento in originale

Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 3 maggio 2011 n. 9695. L’estratto di conto corrente, benché certificato, ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 10/9/1993, n. 385, non costituisce, in caso di contestazione, di per sé prova dell’entità del credito della banca

Il testo integrale

Corte di cassazione – Sezione III civile – Sentenza 3 maggio 2011 n. 9695. Estratto conto – Banca – prova

L’estratto di conto corrente, benché certificato, ai sensi dell’art. 50[1] d.lgs. 10/9/1993, n. 385, non costituisce, in caso di contestazione, di per sé prova dell’entità del credito della banca

L’estratto di conto corrente non costituisce, in caso di contestazione, di per sé prova dell’entità del credito della banca.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 9695/2011.

Con tale sentenza di 32 pagine la S.C. ha avuto modo di stabilire altri tre principi in merito alla fideiussione, i tassi di interesse e la capitalizzazione trimestrale degli stessi, ovvero:

1)     L’estinzione ex art. 1957 c.c.[2] si ricollega soltanto ad un fatto positivo del creditore e non alla sua mera inazione: il fatto del creditore, rilevante ai sensi dell’art. 1955 c.c.[3] ai fini della liberazione del fideiussore, non può consistere nella mera inazione, ma deve costituire violazione di un dovere giuridico imposto dalla legge o nascente dal contratto e integrante un fatto quanto meno colposo, o comunque illecito, dal quale sia derivato un pregiudizio giuridico, non solo economico, che deve concentrarsi nella perdita del diritto (di surrogazione ai sensi dell’art. 1949 c.c.[4] o di regresso ai sensi dell’art. 1950 c.c.[5]), e non già nella mera maggiore difficoltà di attuarlo per la diminuita capacità satisfattiva del patrimonio del debitore.

 

2)     Non sono legittimi i tassi di interesse, le previsioni di costi o commissioni e la disciplina della postergazione delle valute di accredito che non siano previsti espressamente per iscritto dalle parti con analitica determinatezza e senza rinvio a clausole “su piazza” o equivalenti.

 

3)     È illegittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi  nei saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, se previste da clausole anatocistiche stipulate prima del d.lgs. 312/99 e della delibera del CICR prevista dall’art. 25, co II[6] di tale decreto, in quanto siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283 c.c.[7], perché basate su di un uso negoziale, anziché su di uso normativo.

Ritornando in merito al primo principio enunciato secondo i giudici, infatti, “deve escludersi l’idoneità probatoria dell’estratto di conto corrente” anche se certificato secondo le procedure previste dalla legge.

Infatti, “esso in caso di contestazione, non può integrare di per sé prova a favore dell’azienda di credito dell’entità del credito, in quanto atto unilaterale proveniente dal creditore e dovendo ritenersi eccezionale la valenza probatoria ad esso riconosciuta ai fini del conseguimento del decreto ingiuntivo”. E perciò “non estensibile al di fuori delle ipotesi espressamente previste”.

Sarà il giudice del rinvio a dover valutare se vi è o meno un credito esigibile attenendosi al principio di diritto per cui “l’estratto di conto corrente, benché certificato ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 10/9/1993, n. 385, non costituisce, in caso di contestazione, di per sé prova dell’entità del credito della banca”.

Sorrento, 4/5/2011

Avv. Renato D’Isa


[1] DECRETO LEGISLATIVO 1 settembre 1993, n. 385 Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia. (GU n. 230 del 30-9-1993 – Suppl. Ordinario n.92)

Art. 50 Decreto ingiuntivo

1.  La  Banca  d’Italia  e  le  banche  possono chiedere il decreto d’ingiunzione  previsto  dall’art. 633 del codice di procedura civile anche in base all’estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito e’ vero e liquido.

 

[2]Articolo 1957 c.c.   Scadenza dell’obbligazione principale

Il fideiussore rimane obbligato anche dopo la scadenza dell’obbligazione principale (A), purché il creditore entro sei mesi abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate (B). La disposizione si applica anche al caso in cui il fideiussore ha espressamente limitato la sua fideiussione allo stesso termine dell’obbligazione principale. In questo caso però l’istanza contro il debitore deve essere proposta entro due mesi. L’istanza proposta contro il debitore interrompe la prescrizione  anche nei confronti del fideiussore.

 (A) La norma si applica anche alla fideiussione solidale [v. 1944], nel qual caso il creditore può agire, a sua scelta, nei confronti del debitore principale o del fideiussore.

(B) Il termine indicato dalla norma è un termine di decadenza. Esso tende a spingere il creditore ad attivarsi nei confronti del debitore principale, al quale deve essere chiesto l’adempimento dell’obbligazione, al fine di evitare che il fideiussore rimanga nell’incertezza determinata dall’attesa della richiesta del suo intervento per un tempo indefinito. A tal fine se, entro il termine indicato dalla norma (che decorre dalla data di scadenza dell’obbligazione principale) il creditore non si attiva, perde il suo diritto, a meno che le parti non abbiano rinunciato ad avvalersene.

 

[3] Articolo 1955 c.c.  Liberazione del fideiussore per fatto del creditore

La fideiussione si estingue (A) quando, per fatto del creditore (B), non può avere effetto la surrogazione del fideiussore nei diritti, nel pegno, nelle ipoteche e nei privilegi del creditore.

 (A) L’estinzione non opera automaticamente, perché deve essere richiesta dal fideiussore e dichiarata dal giudice. Infatti, nonostante il verificarsi della situazione che dà luogo all’estinzione, il fideiussore potrebbe decidere di rinunciare ad avvalersi di tale eccezione, per paralizzare la richiesta del creditore.

(B) Il fatto del creditore deve essere volontario, doloso o colposo, concretantesi sia in un’azione che in un’omissione che fa perdere il diritto ex art. 1949, e non lo rende solo di più difficile attuazione.

 

[4] Articolo 1949 c.c.   Surrogazione del fideiussore nei diritti del creditore

Il fideiussore che ha pagato il debito (A) è surrogato (B) nei diritti che il creditore aveva contro il debitore [1955] (C).

(A) Oltre che nell’ipotesi del pagamento, la surrogazione è ammessa quando il fideiussore abbia liberato il debitore attraverso un qualsiasi mezzo satisfattivo: la norma richiama in tema di fideiussione quanto previsto dall’art. 1203 n. 3 (surrogazione legale). Quando il debitore è liberato, la surrogazione si verifica anche se il debitore non aveva prestato il suo consenso, o ignorava la fideiussione.

(B) La surrogazione opera anche se non espressamente pattuita, perché essa consegue ex lege alla liberazione del debitore. È un diritto potestativo del surrogato, che deve soltanto portare a conoscenza degli interessati la volontà di esercitarlo.

(C) I diritti cui si riferisce la norma sono quelli già esistenti al momento della surrogazione e quelli acquistati successivamente, comprese le garanzie che assistono il credito. Corollario della norma in esame, è che, se l’obbligazione garantita era nulla o estinta, il fideiussore che ha pagato non acquista alcun diritto e, se il pagamento è parziale, anche la surroga sarà parziale (relativa, cioè, alla sola parte di debito soddisfatta).

 

[5] Articolo 1950 c.c.   Regresso contro il debitore principale.

Il fideiussore che ha pagato ha regressocontro il debitore principale, benché questi non fosse consapevole della prestata fideiussione [1951]. Il regresso comprende il capitale, gli interessi e le spese che il fideiussore ha fatto dopo che ha denunziato al debitore principale le istanze proposte contro di lui. Il fideiussore inoltre ha diritto agli interessi legali sulle somme pagate dal giorno del pagamento. Se il debito principale produceva interessi in misura superiore al saggio legale, il fideiussore ha diritto a questi fino al rimborso del capitale (A). Se il debitore è incapace [1939], il regresso del fideiussore è ammesso solo nei limiti di ciò che sia stato rivolto a suo vantaggio (B).

(A) L’azione di regresso ha un contenuto più ampio di quella di surrogazione, poiché comprende, oltre al capitale (cioè l’importo del debito), anche gli interessi e le spese. Gli interessi sono quelli effettivamente pagati dal fideiussore, nella misura fissata dalla legge [v. 1284] o dalle parti, misura che può essere o superiore (nel qual caso tale pattuizione deve risultare per iscritto) o inferiore al tasso legale. Le spese sono quelle relative all’instaurazione (es.: spese per l’acquisto delle marche da bollo) del processo di cognizione, esecuzione o conservazione di cui il fideiussore deve aver comunicato al debitore l’instaurazione. La denuncia della domanda si configura come un onere che grava sul fideiussore che vuole ottenere il rimborso delle somme spese. È pacifico che l’azione di regresso comprende anche il pagamento dei danni [v. 1223] eventualmente sofferti dal fideiussore per l’inadempimento del debitore.

(B) Il comma 4 deve essere letto congiuntamente all’art. 1939, ultima parte, tenendo presente che il legislatore non ha voluto costringere l’incapace ad adempiere (in via di regresso o di surrogazione) un’obbligazione di cui avrebbe potuto liberarsi opponendo la propria incapacità.

[6] Decreto Legislativo 4 agosto 1999, n. 342

“Modifiche al decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, recante il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia”

Art. 25. Modalità di calcolo degli interessi

1. La rubrica dell’articolo 120 t.u. e’ sostituita dalla seguente: “Decorrenza delle valute e modalità di calcolo degli interessi“.

2. Dopo il comma 1 dell’articolo 120 t.u. e’ aggiunto il seguente:

“2. Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori”.

3. Le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento, le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può’ essere fatta valere solo dal cliente.

[7] Articolo 1283 c.c.   Anatocismo

In mancanza di usi contrari (A), gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale (B) o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi (C).

(A) Come nel conto corrente bancario sebbene non pacificamente ammesso in giurisprudenza.

(B) La domanda giudiziale dev’essere appositamente diretta ad ottenere gli interessi anatocistici.

(C) Ciò significa che non è possibile che gli interessi producano a loro volta interessi se non è trascorso almeno un semestre dalla nascita dell’obbligazione.

 

 

Annunci

Lascia un commento o richiedi un consiglio