Cassazione penale 2011

Corte di Cassazione, IV Sezione Penale, sentenza n. 13746/11 depositata il 7/4/2011. Omicidio colposo a carico del medico che opera un paziente in fase terminale, anche se l’intervento avviene con il consenso del malato, quando non è possibile fondatamente attendersi dall’intervento un benefico per la salute e/o un miglioramento della qualità della Vita.

Il commento in originale

Corte di cassazione – Sezione IV penale – Sentenza n. 13746-11 – responsabilità medica

Il testo integrale

Corte di Cassazione – IV Sezione Penale, sentenza n. 13746-11 depositata il 7-4-2011 – responsabilità medica 

La Corte di Cassazione “ammonisce” i medici al rispetto del codice deontologico e del principio che impone loro di agire secondo scienza e coscienza.  

Un criterio che – secondo la Corte di Piazza Cavour – non è stato seguito da tre chirurghi, un primario e i suoi due assistenti, per cui è stata confermata la condanna per un reato ormai prescritto. 

Di certo seguiranno discussioni in merito alla valenza di tale sentenza. Il dibattito si aprirà nel mondo della medicina ed in particolare nel settore dell’oncologia. A parere di chi commenta sorge un piccolo dubbio: quale medico “azzarderà” in futuro operazioni rischiose, ovvero “al limite”, al fine di salvare vite umane, oltre  ad essere una spinta allo sviluppo sulla ricerca ?

Alla base della conferma della condanna, già pronunciata dalla Corte d’appello di Roma, un’operazione su una paziente di 44 anni affetta da tumore al pancreas con metastasi diffuse a cui era stata prospettata un’aspettativa di vita di sei mesi.

La donna madre di due bambini, aveva dato il suo consenso all’intervento, ormai disposta a tutto, al fine anche di  potere continuare a vedere i propri figli anche solo per pochi mesi in più e con la speranza di poter ribaltare una diagnosi  tanto severa.  

Risultato che  – secondo la Corte d’Appello e la Cassazione – non poteva arrivare dall’intervento tentato dal primario che, già in passato si era misurato con delle “missioni impossibili”.

Gli ermellini ricordano il dovere del medico di astenersi dal sottoporre i pazienti a interventi chirurgici da cui non ci si può aspettare alcun beneficio per la salute né un miglioramento delle condizioni di vita. Il trattamento invasivo su un malato terminale è vietato dal codice deontologico, oltre che dal giuramento di Ippocrate[1], che invita il medico a fare un passo indietro davanti alla prospettiva di un inutile accanimento diagnostico e terapeutico.

Inutile lo sforzo della difesa dei chirurghi di spiegare il diverso spirito con cui era stata affrontata l’operazione secondo i quali si trattava di stabilire.

Secondo i ricorrenti, che chiedevano l’assoluzione nel merito, l’esigenza di portare la paziente in sala operatoria era nata dalla necessità di asportare le ovaie nella speranza che fossero all’origine del tumore. Una verifica che poteva cambiare la prognosi dai sei mesi di vita ai tre anni. La signora era però morta a causa di un’emorragia.  E nel tentativo di rianimarla le erano state fratturate, anche, lo sterno e due costole.

 

Sorrento 9/4/2011.

Avv. Renato D’Isa


[1] Il giuramento, nella forma qui sotto riportata, è stato deliberato dal Comitato Centrale della Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri il 23 marzo 2007. La versione precedente risaliva al 1998.

  « Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento;
  • di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
  • di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario;
  • di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;
  • di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;
  • di promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l’arte medica;
  • di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
  • di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina;
  • di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali;
  • di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
  • di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
  • di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico;
  • di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente;
  • di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
  • di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione
   

 

Annunci

3 risposte »

  1. Sono io a doverLa ringraziare per l’attenzione e la risposta datami.
    Purtroppo, dal mio punto di vista, il rilievo mediatico dato a questa sentenza non rende giustizia sia in termini di quantità che di qualità. I pochi telegiornali che hanno trattato l’argomento si sono soffermati sulla questione come il raggiungimento di una pseudo giustizia, una specie di spada di Damocle finalmente caduta sul collo di medici avventati e della mala sanità in generale.
    Pochi giornalisti si sono preoccupati d’informare e di questi un numero esiguo (perchè non posso pensare che sia uno zero assoluto) ha approfondito l’argomento, cercando i pro ed i contro di una sentenza del genere.
    Personalmente, ritengo che come al solito la questione si passata sotto un faro debole, ma anche superficiale. In fondo, si tratta di due facce della stessa medaglia.

  2. L’interesse per l’argomento, la voglia di comprendere e la ricerca di un confronto mi spingono a lasciare un piccolo commento.
    Non sono un’operatrice del settore, quindi chiedo venia per le imprecisioni in cui sicuramente inciamperò. La sentenza mi ha lasciata un po’ di amaro in bocca, ho tentato di sviscerare la questione ed analizzarne i passaggi, ma ancora non riesco a farmi un’idea precisa, esauriente.

    Certo, è pieno il mondo di medici non idonei a svolgere la professione: chi si approccia al paziente in maniera superficiale; chi vi riversa aspettative assurde, come se la vita del paziente rappresentasse una vittoria personale, un piccolo trofeo per incrementare la stima di se stessi e non un bene assoluto, primario, a cui il medico s’inchina per porvisi al servizio.
    Certo, gli organi giudiziari devono agire e non possono lasciare che prolifichino atteggiamenti del genere.
    Certo, il chirurgo ed i medici in questione si erano già macchiati di atti poco ‘onorevoli’, usando il bisturi anche in casi poco consoni.
    Preso atto di tutto questo, io però oso andare un po’ oltre. Nel caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione, la donna si era dichiarata consenziente. aveva firmato il consenso informato, immagino. Comprendo anche l’obiezione: ‘ quale donna, in quelle condizioni e con due figli a carico, non avrebbe accettato di operarsi per aumentare l’aspettativa di vita anche solo di due giorni? ‘ Verissimo. Ma io mi chiedo: chi può decidere, se non il paziente e l’individuo in generale, il valore di un giorno in più? di due mesi? di tre anni in più?
    Se quell’intervento avesse prospettato anche solo un paio di giorni di vita in più per quella donna, il chirurgo non avrebbe dovuto proporglielo? avrebbe dovuto tacere la possibilità perchè si presuppone che due giorni in più non siano un ‘beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della Vita’ ?
    comunque, non avrebbe dovuto operare? avrebbe quindi dovuto prendere una decisione, fare una valutazione che inglobasse pensieri/volontà della paziente?

    Insomma, è vero che la Cassazione, come giudizio di legittimità ed in questa sede composta da commissione esperta, deve dare un orientamento. E’ vero che la realtà generale si spinge verso una deresponsabilizzazione del soggetto, un agire con leggerezza; ovviamente non solo in campo medico! Tutto questo è assolutamente vero, accertato.
    Ma è vero anche che la Cassazione, così come gli altri organi di ‘alto’ giudizio, influenzano giurisprudenza dei tribunali inferiori e dottrina. Allora io mi chiedo: siamo proprio sicuri che un orientamento come questo, riferito al caso di specie, e non ad un emblematico caso di ‘superficialità’, sia davvero quello più adatto?
    Per i pazienti terminali, il consenso informato perde parte della sua validità?
    Ma, guardando il problema da un punto di vista più generale, siamo davvero sicuri che questa sentenza non apra le porte ad un pericolo che il legislatore italiano ha sempre tentato di arginare, ossia quello di non gravare alcune professioni di oneri tali da impedirne l’esercizio?
    siamo sicuri che, dopo questa sentenza, i medici avranno con il paziente un approccio più responsabile, consapevole e che invece essa non sia un mezzo che useranno per lavarsi ancora meglio le mani e farci morire senza troppi rimorsi?
    A me, studiosa e giovane ragazza, appare davvero tutto molto pericoloso.

    • Dubbi interpretativi, che mi sono posto sin dalle prime battute del mio commento.
      Credo, inoltre, che tale sentenza non ha avuto il giusto rilievo mediatico al fine di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica su tale tematica.
      Si è parlato tanto di eutansia, testamento bilogico, mentre per una fatispecie così complessa, a stento pochi articoli di giornali.
      Le posso dire, per di più, che non tutta la sezione era favorevole a tale pronuncia.
      La dicotomia è semplice, sviluppo, ricerca e speranza avverso il rispetto della vita e dell’autodeterminazione.
      La ringrazio, comunque, per il commento rilasciato.

Lascia un commento o richiedi un consiglio