legittimo impedimento

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 novembre 2014, n. 47919. L’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire. Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario. Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 19 novembre 2014, n. 47919

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione T.A. avverso la sentenza della Corte di appello di Reggio Calabria in data 29 novembre 2012 con la quale è stata confermata quella di primo grado, di condanna in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice documentale, così riqualificata la imputazione originaria di bancarotta fraudolenta documentale.
I reati, con la configurazione della aggravante ex art. 219 comma 2 n. 1 I. fall. e con la recidiva infraquinquennale e specifica, bilanciate dalle generiche prevalenti, gli sono stati addebitati quale titolare della ditta individuale omonima, essendo stato dichiarato fallito il 2 ottobre 2006.
Gli è stata irrogata la pena minima edittale, pari ad anni due di reclusione con le pene accessorie.
Deduce la nullità della udienza del 13 gennaio 2009, dinanzi al Tribunale, e di tutti gli atti successivi, comprese le sentenze di primo e secondo grado, essendo stato rifiutato dal primo giudice il ” differimento della chiamata della causa” . Questo era stato richiesto telefonicamente dal difensore, mediante una telefonata alla cancelleria, a causa di un improvviso guasto alla propria autovettura. La mancata valutazione di tale istanza era imputabile non solo al primo giudice che, nella stessa data, aveva espletato la istruttoria e pronunciato sentenza, ma anche al giudice d’appello al quale la questione era stata nuovamente dedotta.
Il ricorso è infondato , pur prossimo alla soglia della inammissibilità, e deve essere rigettato.
II giudice di merito ha dato, alla eccezione di nullità, articolata risposta che deve qui essere ribadita, oltretutto non mancandosi di notare che, agli argomenti in diritto espressi dal giudice a quo, il ricorrente non ha opposto alcuna osservazione o aggiunta, limitandosi a rinnovare la questione anche con riferimento agli effetti prodotti sul giudizio di appello. Ebbene, l’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire.
Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario.
Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.
A tale attestazione il ricorrente non ha opposto situazioni di fatto diverse, sicchè non rimane che affermare la correttezza del principio di diritto già enunciato in appello.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 18 novembre 2014, n. 47584. Perché possa ritenersi sussistente I’impossibilità assoluta a comparire per legittimo impedimento la quale costituisce condizione per il rinvio dell’udienza, è necessario che il difensore indichi le ragioni che non hanno consentito la nomina di un sostituto, atteso che provvedere alta propria sostituzione non è facoltà discrezionale del difensore medesimo e che anzi integra un suo preciso dovere indicare le ragioni per cui gli è impossibile farlo; cosicchè è onere del difensore che presenta istanza di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dare giustificazione della mancata nomina dì un sostituto la cui necessità è desumibile, oltreché da ragioni d’ordine sistematico, dall’ultimo periodo dell’art. 420 ter comma c.p.p.Nel caso si specie si è, pertanto, correttamente posta nell’alveo di legittimità la decisione della Corte terriroiale che ha rigettato la doglianza relativa all’omesso riconoscimento dell’assoluto impedimento del difensore rispetto ad un ricovero programmato ed iniziato quasi una settimana prima dell’udienza prevista – ad onta della asserita urgenza del suo verificarsi – considerando non assoluto l’impedimento e ingiustificata la non sostituibilità dello stesso professionista nell’espletamento dell’incarico nell’ambito dei quale aveva chiesto di far valere l’impedimento per ottenere il rinvio della udienza


Cassazione 6

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 18 novembre 2014, n. 47584

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 11.12.2012 la Corte di appello di Napoli, a seguito di gravame interposto dall’imputato M.G. avverso la sentenza emessa il 14.5.2008 dal Tribunale della stessa città, ha confermato detta sentenza con la quale l’imputato è stato riconosciuto colpevole del reato di cui all’art. 570 cod.pen. anche in relazione all’art. 12 sexies L.n. 15/68 perché non versando l’assegno mensile di euro 900,00 stabilito dalla sentenza di divorzio, faceva mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minore affidata all’altro ex-coniuge.
2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, deducendo:
2.1. violazione degli artt. 484 comma 2 bis, 420 ter, 178 lett. c) e 179 comma 1 cod. proc. pen. in relazione al rigetto della doglianza difensiva che aveva eccepito l’illegittimo rigetto, da parte del primo giudice, della istanza di rinvio per legittimo impedimento del difensore. In particolare, si censura il mancato rispetto delle esigenze personali collegate al ricovero d’urgenza della piccola figlia dell’istante per le quali era stato chiesto il rinvio ed l’arbitrario giudizio sull’assenza del requisito della «non sostituibilità» del difensore.
2.2. mancanza, contraddittoria e manifesta illogicità della motivazione rispetto alla relativa doglianza mossa in appello essendosi trascurato di considerare che l’incapacità dell’imputato di procurarsi un reddito di lavoro era collegata alla sue condizioni di salute estremamente precarie che non gli consentivano di svolgere una normale attività lavorativa.

Ritenuto in diritto

II ricorso è infondato.
1. Il primo motivo è infondato.
1.1. Il primo giudice, all’udienza del 13.2.2008, aveva rigettato la istanza di rinvio per impedimento del difensore sul rilievo dell’assenza dell’assoluto impedimento – risultando dagli atti del primo giudizio la produzione di una certificazione ospedaliera del 11.2.2008 del ricovero della piccola figlia della istante in data 7.2.2008 «in regime ordinario programmato». La sentenza impugnata, investita della doglianza sul punto, l’ha rigettata mostrando di condividere la conclusione del primo giudice in ordine alla mancanza di assoluto impedimento da parte dei difensore considerando, altresì, che dalla documentazione all’epoca allegata non emergeva fa non sostituibilità dello stesso difensore.
1.2. Osserva la Corte che – in relazione ali’ assenza del difensore per ragioni diverse da quelle correlate a concomitanti impegni professionali – essa è stata riconosciuta idonea a comportare il rinvio dell’udienza anche in relazione a situazioni gravi sotto il profilo umano e morale, in presenza delle quali egli, come ogni altro prestatore d’opera, ha il diritto di essere giustificato per l’assenza dal luogo ove la prestazione deve essere eseguita, ravvisandola nel caso della partecipazione del difensore al funerale della sorella, che si celebrava a circa 100 km di distanza dall’aula d’udienza (Sez. 6, n. 32949 del 07/06/2012, Brachino e altro, Rv. 253220); quanto a condizioni personali dei difensore, è stata ritenuta legittima la decisione con cui il giudice di appello affermi – in conformità alla pronuncia del Tribunale – l’insussistenza dei legittimo impedimento del difensore, ex art. 420 ter, comma quinto, cod. proc. pen., qualora esso sia dovuto allo stato di avanzata gravidanza dello stesso difensore, giunto, nella specie, alla trentaduesima settimana, secondo la prodotta certificazione medica, in quanto il solo stato di avanzata gravidanza non può di per sé costituire, in assenza di specifiche attestazioni sanitarie indicative del pericolo derivante dall’espletamento delle attività ordinarie o professionali, causa di legittimo impedimento (Sez. 5, n. 8129 del 14/02/2007,Diavila e altri, Rv. 236526); così pure è stato insegnato – in fattispecie di ritenuta insussistenza dell’impedimento, ricondotto dall’interessato ad una gastrite, quale patologia per comune esperienza non invalidante – che l’assoluto impedimento a comparire dei difensore conseguente a patologia deve risolversi in una situazione tale da impedire all’interessato di partecipare all’udienza se non a prezzo di un grave e non evitabile rischio per la propria salute, ben potendo fare il giudice ricorso, per la valutazione di tali requisiti, anche a nozioni di comune esperienza, indipendentemente da una verifica medico – fiscale (Sez. 5, n. 44845 dei 24/09/2013, Hrvic, Rv. 257133).
1.3. La Corte di legittimità, inoltre, ha costantemente affermato – già nella vigenza dell’ art. 486, comma 5, cod. proc. pen. – che perché possa ritenersi sussistente I’ impossibilità assoluta a comparire per legittimo impedimento la quale costituisce condizione per il rinvio dell’udienza, è necessario che il difensore indichi le ragioni che non hanno consentito la nomina di un sostituto, atteso che provvedere alta propria sostituzione non è facoltà discrezionale del difensore medesimo e che anzi integra un suo preciso dovere indicare le ragioni per cui gli è impossibile farlo (Sez. 3, Sentenza n. 308 del 28/11/2000,Salmoni V., Rv. 218157); cosicchè è onere del difensore che presenta istanza di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dare giustificazione della mancata nomina dì un sostituto (Cass. Sez. 3, n. 26408 del 02/05/2013, Convertini, Rv. 256294) la cui necessità è desumibile, oltreché da ragioni d’ordine sistematico, dall’ultimo periodo dell’art. 420 ter comma c.p.p. (Cass. Sez. 5, n. 44299 del 04/07/2008, Buscemi e altro, Rv. 241571).
1.4. All’esito della disamina appena effettuata deve rilevarsi che anche l’impedimento del difensore di natura personale comporta la valutazione dei Giudice in ordine al requisito della tempestività della comunicazione rispetto alla conoscenza dell’impedimento, della assolutezza di quest’ultimo, nonché della insostituibilità del professionista. Ed il giudizio sul rispetto di tale onere – lungi dal costituire una arbitraria incursione nel rapporto fiduciario tra professionista e soggetto assistito – verifica una necessaria modulazione del rapporto fiduciario che non può essere avulso dalle esigenze di giustizia nelle quali sì innesta e con le quali, pertanto, deve confrontarsi.
1.5. Si è, pertanto, correttamente posta nell’alveo di legittimità la decisione della Corte partenopea che ha rigettato la doglianza relativa all’omesso riconoscimento dell’assoluto impedimento del difensore rispetto ad un ricovero programmato ed iniziato quasi una settimana prima dell’udienza prevista – ad onta della asserita urgenza del suo verificarsi – considerando non assoluto l’impedimento e ingiustificata la non sostituibilità dello stesso professionista nell’espletamento dell’incarico nell’ambito dei quale aveva chiesto di far valere l’impedimento per ottenere il rinvio della udienza.
2. Il secondo motivo è manifestamente infondato.
2.1. La Corte territoriale – correttamente richiamando i principi di legittimità in materia – ha considerato le dedotte difficoltà patrimoniali ed occupazionali dell’imputato, ritenendole non adeguatamente provate in primo grado e che, comunque, non fondavano l’impossibilità oggettiva e non dovuta a colpa che impediva all’imputato di assolvere ai propri obblighi familiari di mantenimento.
3. Al rigetto dei ricorso consegue la condanna dei ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile DEL BASSO Annamaria che vanno liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; condanna, inoltre, il ricorrente a rifondere alla parte civile Dei Basso Annamaria le spese sostenute in questo grado che liquida in euro 3.500,00 oltre I.V.A. e C.P.A..

Corte di Cassazione, sezione feriale, sentenza 12 novembre 2014, n. 46817. Il concomitante impegno professionale può assurgere ad impedimento assoluto a seconda delle evenienze; in particolare, quando circostanze specificamente accertate diano dimostrazione della non defettibilità della partecipazione del difensore al diverso procedimento, perché solo in tal modo risulta assicurata in questo l’effettività del diritto di difesa. L’impedimento assoluto non è meramente riconosciuto dal giudice, perché questi è chiamato a valutare le documentate deduzioni difensive, ponderando anche le eventuali necessità di un rapido esaurimento della procedura trattata. Al giudice compete di valutare quanto rappresentatogli come causale del richiesto differimento e di motivare il suo provvedimento di accoglimento o di reiezione dell’istanza secondo criteri di logicità


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione feriale

sentenza 12 novembre 2014, n. 46817

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Palermo ha confermato quella pronunciata dal Tribunale del capoluogo siciliano, con la quale C.V. è stato riconosciuto responsabile del reato di cui all’articolo 40 lett. g) d.lgs. n. 504/1995, per aver detenuto olio lubrificante ottenuto da lubrificazioni clandestine, e condannato alla pena ritenuta equa.
2.1. L’imputato ha proposto avverso la menzionata decisione ricorso per cassazione a mezzo del difensore, deducendo in primo luogo la violazione di legge in relazione all’articolo 161, co. 4 cod. proc. pen. e lamentando l’erroneità del giudizio espresso dalla Corte di Appello a riguardo dell’eccezione di nullità del decreto di citazione al giudizio di secondo grado.
Ha rammentato, l’esponente, che nel corso della procedura di notificazione del menzionato decreto l’ufficiale giudiziario aveva appreso dal portiere dello stabile che il destinatario del plico si era trasferito altrove e ritiene che l’omissione di ulteriori accertamenti abbia inficiato la regolarità della successiva notifica (fatta presso il difensore) perché non dimostrato che quella nel luogo del domicilio eletto era divenuta impossibile. Ha censurato, altresì, la motivazione con la quale la Corte di Appello ha rigettato l’eccezione sollevata in proposito, anche per l’omessa valutazione della certificazione rilasciata dal predetto portiere, con la quale questi attribuiva ad un proprio errore la dichiarazione resa all’ufficiale giudiziario.
2.2. Con un secondo motivo il ricorrente ha lamentato la mancata declaratoria di estinzione del reato nonostante questo fosse prescritto al tempo della pronuncia della sentenza di secondo grado. Trattandosi di reato accertato il 10.5.2004 ed avente quale termine di prescrizione massimo quello di sette anni e sei mesi, tenuto conto delle sospensioni del predetto termine determinate da causali diverse, l’estinzione sarebbe maturata al 24.6.2013.
2.3. Con un terzo motivo si è dedotto vizio motivazionale perché la Corte di appello avrebbe ritenuto la responsabilità del ricorrente senza tenere conto della condotta del medesimo che ne comproverebbe la buona fede (la fattura prodotta dimostrerebbe che l’olio combustibile in questione venne acquistato a prezzo di mercato) e non tenendo in considerazione che il soggetto dal quale il C. acquistò l’olio si era reso irreperibile per lungo tempo, tanto che anche la presenza in udienza quale testimone fu possibile solo ricorrendo all’ausilio della forza pubblica. Pertanto, ha concluso l’esponente, è meramente congetturale l’affermazione della Corte distrettuale per la quale il C. avrebbe avuto il tempo per interpellare il fornitore ed ottenere chiarimenti in ordine alla provenienza del combustibile.
3. Il ricorso è stato assegnato alla Terza sezione la quale, avendo ravvisato un contrasto giurisprudenziale in merito alla disciplina applicabile all’ipotesi di impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, rilevante nell’ambito del presente procedimento ai fini della verifica della eventuale ricorrenza della causa estintiva rappresentata dalla prescrizione del reato, ha rimesso la questione alle Sezioni unite con ordinanza del 2.7.2014.
Con provvedimento del 4.8.2014 il Primo Presidente della Corte di cassazione ha disposto la trasmissione degli atti a questa sezione Feriale, ai sensi dell’art. 172 disp. att. cod. proc. pen., avendo rilevato la prossimità del termine di prescrizione – ove si opti per l’interpretazione meno favorevole all’imputato.

Considerato in diritto

4. Risulta pregiudiziale l’esame della censura che lamenta la mancata dichiarazione di prescrizione del reato. Il ricorrente perviene ad individuare nel 24 giugno 2013 il momento in cui sarebbe spirato il termine prescrizionale sulla base di un computo dei diversi periodi di sospensione del predetto termine che ne determina in un anno sei mesi e quattordici giorni la complessiva durata.
Egli perviene a tale risultato non tenendo conto, quali periodi di sospensione del termine di prescrizione del reato, degli intervalli temporali tra il 9 maggio ed il 27 giugno 2008 e tra il 27 novembre 2009 ed il 5 febbraio 2010, rispettivamente di quarantanove e di sessantasei giorni, perché concorrenti – quali cause dei disposti rinvii – l’adesione del difensore alla proclamata astensione collettiva dalla partecipazione alle udienze e l’assenza di un teste dell’accusa; inoltre egli calcola in sessanta giorni ciascun periodo di dilazione della trattazione del processo dovuto al legittimo impedimento del difensore, quando trattasi di intervallo eccedente tale misura.
5. Orbene, in merito alla computabilità quale periodo di sospensione del termine di prescrizione dell’arco temporale corrente tra un’udienza e l’altra quando la prima sia stata rinviata tanto per l’adesione del difensore all’astensione proclamata dall’organo di appartenenza che per l’impossibilità di procedere ad atto istruttorio (nella specie, per l’assenza del teste), la giurisprudenza di questa Corte è ormai consolidata nel senso che tale periodo non assume rilievo, per la predominante valenza di quest’ultima causale, la quale preclude l’operatività del disposto dell’art. 159 cod. pen. e la conseguente sospensione nel corso della prescrizione (Sez. 5, n. 49647 del 02/10/2009 – dep. 28/12/2009, Delli Santi, Rv. 245823; Sez. 6, n. 41557 del 05/10/2005 – dep. 17/11/2005, Mele, Rv. 232835). Pertanto, non erra il ricorrente allorquando non tiene conto dei rinvii dal 9.5. al 27.6.2008 e dal 27.11.2009 al 5.2.2010.
6. Per contro, e come già rilevato dalla Terza sezione, in merito alla disciplina giuridica applicabile nel caso di rinvio della trattazione del procedimento per esser stato dato rilievo al concomitante impegno professionale del difensore – e segnatamente se in tal caso operi o meno il limite legislativamente prefissato di una sospensione del termine di prescrizione del reato non superiore a sessanta giorni – si registrano due diversi orientamenti.
Secondo un primo, che trova il proprio caposaldo nella decisione in causa Errante (Sez. 1, n. 44609 del 14/10/2008, Errante, Rv. 242042), l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, quantunque tutelato dall’ordinamento con il riconoscimento del diritto al rinvio dell’udienza, non costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto a un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., nel testo introdotto dall’art. 6 della L. 5 dicembre 2005 n. 251. Ravvisandosi tra tale ipotesi e quella dell’astensione collettiva dalle udienze una medesima ratio, si rammenta che la richiesta del difensore di differimento dell’udienza motivata dall’adesione all’astensione collettiva dalle udienze – che quantunque tutelata dall’ordinamento mediante il riconoscimento del diritto al rinvio, non costituisce impedimento in senso tecnico in quanto non discende da un’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva – non comporta l’applicazione del limite massimo di sessanta giorni di sospensione del corso della prescrizione, che pertanto resta sospeso per tutto il periodo del differimento (si vedano anche Sez. 3, n. 4071 del 17/10/2007, dep. 28/01/2008, Regine, Rv. 238544; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007, Marras ed altro, Rv. 237914; Sez. 2, n. 20574 del 12/02/2008, Rosano, Rv. 239890; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008, Arena, Rv. 240460). Allo stesso modo – si aggiunge -, il rinvio chiesto ed ottenuto per contemporaneo altro impegno professionale del difensore costituisce espressione non di un’impossibilità assoluta a partecipare all’udienza ma di una scelta del difensore stesso che, per quanto legittima, comporta il diritto al rinvio dell’udienza ma non da luogo ad un caso di sospensione per impedimento, secondo quanto previsto dall’art. 159 cod. pen., e quindi il corso della prescrizione rimane sospeso per tutto il periodo del differimento.
Siffatta soluzione è stata ribadita in successive decisioni (Sez. 2, n. 41269 del 03/07/2009, dep. 27/10/2009, Tatavitto, n.m.; Sez. 3, n. 13941 del 19/12/2011, dep. 12/04/2012, Scintu, n.m.). In particolare la sentenza Sez. 2, n. 17344 del 29/03/2011, Ciarlante, Rv. 250076 ha riaffermato che la sospensione del termine di prescrizione, come conseguenza della sospensione del processo, è limitata al periodo di sessanta giorni, oltre al tempo dell’impedimento, nel caso di rinvio dell’udienza per impedimento di una delle parti o di uno dei difensori, ma non anche in caso di rinvio dell’udienza a seguito di richiesta dell’imputato o del suo difensore, come nell’ipotesi d’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale. Mentre Sez. 6, n. 26071 del 08/06/2011, dep. 04/07/2011, S.A.M., n.m., ha ribadito l’eadem ratio rinvenibile tra il differimento dell’udienza chiesto dal difensore per l’adesione all’astensione collettiva di categoria e quello chiesto per concorrente impegno professionale, deducendone che l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale non costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto a un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’art. 159 cod. pen., comma 1, n. 3, nel testo introdotto dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 6.
L’orientamento in discorso è stato ulteriormente consolidato da Sez. 2, n. 11874 del 31 gennaio – 12 marzo 2014, Farina ed altro, n.m., e da Sez. 2, n. 2194 del 5.11.2013, Palisto, n.m., nella prima delle quali si è nuovamente affermato come vi sia “ormai univoca e condivisibile giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, quantunque tutelato dall’ordinamento con il riconoscimento del diritto al rinvio dell’udienza, non costituisce un’ipotesi di impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto ad un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’articolo 159, co. 1, n. 3, del codice penale, nel testo introdotto dall’articolo 6 della legge 5 dicembre 2005 numero 251″. In qualche misura può reclutarsi tra le file delle decisioni convergenti sulla tesi sin qui esposta anche Sez. U, n. 43428 del 30/09/2010, Corsini, Rv. 248383, che sia pure incidentalmente ha affermato che “il novellato disposto dell’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen. non può applicarsi al di fuori delle ipotesi ivi espressamente previste (“impedimento delle parti o dei difensori”) e, quindi, in particolare, per quanto rileva ai fini in discorso, ai rinvii disposti per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali o per concomitante impegno professionale del difensore” (per la prima ipotesi si vedano anche Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, dep. 12/05/2010, Rv. 247142; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007 – dep. 03/12/2007, Marras e altro, Rv. 237914; Sez. 3, n. 4071 del 17/10/2007 – dep. 28/01/2008, Regine, Rv. 238544; Sez. 2, n. 20574 del 12/02/2008 – dep. 22/05/2008, Rosano, Rv. 239890; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008 – dep. 25/06/2008, Arena, Rv. 240460; Sez. 5, n. 33335 del 23/04/2008 – dep. 11/08/2008, Inserra, Rv. 241387; per la seconda Sez. 1, n. 44609 del 14/10/2008, dep. 01/12/2008, Rv. 242042).
7. L’orientamento che si contrappone a quello appena descritto può farsi risalire alle sentenze Sez. 3, n. 13766 del 06/03/2007, dep. 04/04/2007, Medico, n.m., Sez. 3, n. 17218 del 03/03/2009, dep. 23/04/2009, Girotti ed altro, n.m., le quali si pongono sulla scia dell’arresto delle Sezioni Unite Fogliani (Sez. U, n. 4708 del 27/03/1992, Fogliani, Rv. 190828). Esse qualificano come legittimo impedimento il concomitante impegno professionale del difensore, a condizione che venga fornita rigorosa dimostrazione di esso secondo cadenze predeterminate: dimostrazione non solo dell’esistenza dell’impegno, ma anche delle ragioni che rendono indispensabile l’espletamento delle funzioni difensive nel diverso procedimento; ragioni che debbono essere correlate alla particolarità dell’attività da presenziare, alla mancanza od assenza di un altro codifensore ed all’impossibilità di avvalersi di un sostituto – ai sensi dell’art. 102 cod. proc. pen. – sia nel procedimento al quale il difensore intende partecipare, sia in quello del quale si chiede il rinvio per assoluta impossibilità a comparire; inoltre, quando l’impedimento allegato consista in un impegno professionale concomitante presso la stessa sede giudiziaria, alla verifica della possibile designazione di un sostituto deve aggiungersi quella di una possibile variazione di orario. In presenza delle condizioni che rendono il concomitante impegno professionale un legittimo impedimento la durata dell’effetto sospensivo risulta limitata a sessanta giorni successivi alla cessazione dell’impedimento; termine oltre il quale non opera più la sospensione, con conseguente impossibilità di calcolare in essa il periodo “eccedente”.
Nel solco di tale indirizzo si segnala la sentenza Bova della Quinta Sezione (Sez. 5, n. 34835 11/07/2011, dep.26/09/2011, non massimata) che, ponendo le basi per una possibile distinzione, senza tuttavia particolari approfondimenti, tra l’ipotesi della richiesta di rinvio per adesione all’astensione collettiva dalle udienze e quella del concomitante impegno professione del difensore e, qualificato quest’ultimo come legittimo impedimento, ha ritenuto che, in siffatti casi, il periodo di sospensione non può superare i sessanta giorni (più uno, vale a dire quello del legittimo impedimento).
La IV sezione di questa Corte, dal canto suo, ha di recente affermato il principio di diritto in base al quale l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, tutelato dall’ordinamento con il diritto al rinvio dell’udienza, costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva, di talché l’udienza non può essere rinviata oltre il sessantesimo giorno e, ove ciò avvenga, la sospensione della prescrizione non può comunque avere durata maggiore, dovendosi applicare la disposizione di cui all’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., nel testo introdotto dall’art. 6 della L. 5 dicembre 2005, n. 251 (Sez. 4, n. 10926 del 18/12/2013, La China, Rv. 258618).
Nel pervenire a tale conclusione, partendo proprio dalla sentenza Fogliani ed incrociando il percorso argomentativo già in precedenza disegnato dalle richiamate sentenze Girotti e Medico di questa Sezione, la pronuncia si è fatta carico di ricostruire la fattispecie dell’impedimento del difensore per concorrente impegno professionale, sussumendola nell’ambito dell’impedimento assoluto, dissentendo dall’opposto orientamento “che, assimilando l’impedimento giustificato dal concomitante impegno professionale in altro procedimento del difensore alla richiesta di differimento per le più varie ragioni, sia pure attinenti al miglior esercizio della difesa, finisce col porsi in contrasto con la ricostruzione d’assetto operata in sede di S.U.”. Radicando perciò il contrasto dal quale origina il quesito posto dalla Terza sezione, “se l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale costituisca o meno un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva, con la conseguenza che, qualora ricorra la prima ipotesi, l’udienza non possa essere rinviata oltre il sessantesimo giorno e, ove ciò avvenga, la sospensione della prescrizione non possa comunque avere una durata maggiore, dovendosi applicare la disposizione di cui all’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen.”.
8. Orbene, questa Corte ritiene maggiormente persuasiva la tesi che aderisce alle indicazioni offerte dalle S.U. in causa Fogliani.
A ben vedere, l’opposto orientamento sembra risentire del’influenza di una logica definitoria che impone di assumere ad oggetto della riflessione il tipo, finendo per passare in secondo piano la mutevolezza delle situazioni concrete e con ciò la significatività dei requisiti indicati dalle SU perché l’impegno professionale antagonista possa assurgere ad impedimento assoluto.
L’orientamento che ravvisa nell’ipotesi dell’impedimento professionale del difensore una eadem ratio rispetto all’adesione all’astensione collettiva (su tale aspetto non pare avere influenza la recente pronuncia in tema di poteri del giudice in relazione all’adesione del difensore all’astensione proclamata dagli organismi rappresentativi della categoria: Sez. U, n. 40187 del 27/03/2014 – dep. 29/09/2014, Lattanzio, Rv. 259927) coglie tale tratto comune nell’essere l’impedimento ricollegabile ad una scelta, legittima, del difensore (così, esplicitamente, la sentenza Errante). Proprio perché frutto di una libera scelta l’impedimento viene qualificato non assoluto e quindi ricondotto nell’alveo dell’ipotesi di rinvio su richiesta del difensore e non di quella del rinvio per impedimento del medesimo, risultando pacifico che tal ultima fattispecie ricorre solo in presenza di un impedimento assoluto (si veda, ad esempio, in tema di impedimento per motivi di salute, Sez. 5, n. 44845 del 24/09/2013 – dep. 06/11/2013, Hrvic, Rv. 257133).
Tuttavia, il concomitante impegno professionale, a seconda dei casi, può lasciare al difensore la libertà di scegliere ove essere presente; oppure può essere tale da imporre la partecipazione nell’uno e non nell’altro procedimento. Imposizione che pone il difensore in una condizione concreta di non scelta.
Sicché, a seconda che sia individuabile o meno una opzione del difensore per l’ulteriore impegno, questo rappresenta impedimento non assoluto e quindi soggiace alla disciplina prevista per il caso della richiesta di differimento della trattazione, nel senso proprio alla previsione legale rinvenibile nell’art. 159, co. 3 cod. pen.; diversamente costituisce un impedimento assoluto, così come assunto dal combinato disposto agli artt. 159, co. 3 cod. pen., 420-ter, co. 5 e 484, co. 2bis cod. proc. pen..
Non è inutile rammentare che sul difensore gravano obblighi di diligenza nell’espletamento dell’incarico che possono porlo nella stretta necessità di dare preferenza alla posizione processuale che risulta maggiormente esposta a pregiudizio in caso di mancata celebrazione del processo (si pensi alla protrazione dello stato custodiale conseguente al differimento del processo) o di assenza del difensore (si pensi all’escussione di un teste che è prevedibile non possa più farsi ove mancata nella data prevista).
D’altro canto, proprio dal codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati attualmente vigente – che le S.U. hanno ritenuto contenere norme di diritto oggettivo, nel senso che “rientrano nell’ambito delle norme di legge cui si riferisce l’art. 101, comma secondo, Cost., ed alle quali il giudice, proprio in forza di tale disposizione costituzionale, è sicuramente soggetto…” (Sez. U, n. 40187/2014) – si ricava l’indicazione di alcune tipologie di eventi procedimentali di speciale importanza, tanto da non essere consentita in relazione ad essi l’astensione (cfr. art. 4). Mutatis mutandis, può dirsi che la partecipazione del difensore a tali atti risulta in linea di massima necessitata, nel senso che qui rileva.
In conclusione, il Collegio ritiene di doversi conformare alla tesi per la quale il concomitante impegno professionale può assurgere ad impedimento assoluto a seconda delle evenienze; in particolare, quando circostanze specificamente accertate diano dimostrazione della non defettibilità della partecipazione del difensore al diverso procedimento, perché solo in tal modo risulta assicurata in questo l’effettività del diritto di difesa (cfr. sullo specifico punto Sez. 4, n. 1096/2014).
9. Come già affermato dalle S.U. e ribadito dalla successiva giurisprudenza, l’impedimento assoluto non è meramente riconosciuto dal giudice, perché questi è chiamato a valutare le documentate deduzioni difensive, ponderando anche le eventuali necessità di un rapido esaurimento della procedura trattata. Al giudice compete di valutare quanto rappresentatogli come causale del richiesto differimento e di motivare il suo provvedimento di accoglimento o di reiezione dell’istanza secondo criteri di logicità (Sez. U, n. 4708 del 27/03/1992 – dep. 24/04/1992, Fogliani, Rv. 190828).
La fattispecie in parola trova nella decisione giudiziale un fattore costitutivo, poiché è solo anche in ragione dell’esito della valutazione comparativa degli interessi in gioco che l’impedimento del difensore diviene appunto assoluto; e per i particolari effetti che ne derivano essa non può rimanere inespressa.
Siffatta premessa va tenuta presente nel calare quanto sin qui osservato nel caso che occupa, perché evidenzia che ove l’interlocuzione tra la parte o il difensore ed il giudice non esponga sia la prospettazione delle condizioni in presenza delle quali può ipotizzarsi l’impedimento assoluto che la valutazione comparativa del giudice, deve ritenersi che il rinvio sia stato accordato sulla base di una mera richiesta, con i correlati effetti di disciplina.
Orbene, l’esame dei verbali del presente procedimento evidenzia che le istanze di rinvio non riferite all’adesione all’astensione collettiva dalle udienze non furono avanzate con l’indicazione delle condizioni che sostanziano il concomitante impegno professionale come impedimento assoluto e che la stessa decisione del giudice non esplicita l’avvenuto vaglio di tali condizioni e il conclusivo giudizio di ricorrenza di un impedimento assoluto. Ne consegue che i rinvii in questione vennero accordati su mera richiesta del difensore; con l’ulteriore conseguenza che ai fini del computo del termine di prescrizione, l’intero intervallo tra le udienze va computato quale periodo di sospensione del menzionato termine.
Ne risulta un complessivo periodo di sospensione tale da far maturare la prescrizione solo al 21.8.2014.
10. A questo punto può pervenirsi all’esame degli ulteriori motivi di ricorso. Essi sono manifestamente infondati e quindi inammissibili.
La Corte di appello ebbe ad accogliere l’eccezione difensiva che si indirizzava alla notificazione del decreto di citazione, ordinando la rinnovazione dell’atto nullo; pertanto il primo motivo muove una censura che si rivolge ad un atto già invalidato dal giudice di merito e da questi sostituito con altro.
Per ciò che concerne il terzo motivo, esso sottende la richiesta di una nuova valutazione di merito ad opera di questa Corte; richiesta che non può trovare accesso in sede di legittimità. La Corte di appello ha motivato in termini congrui e non manifestamente illogici le ragioni del giudizio di responsabilità del C. , evidenziando come il medesimo – soggetto professionalmente dedito allo smercio di parti ed accessori per autoveicoli – acquistasse e detenesse presso il proprio esercizio commerciale prodotti privi di certificazione di provenienza; risultando quindi priva di concreto ancoraggio fattuale l’ipotesi della buona fede.
11. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 2 settembre 2014, n. 36636. La violazione degli obblighi di assistenza familiare è reato permanente che si protrae per tutto il periodo in cui perdura l’omesso adempimento e la cessazione della permanenza coincide con il sopraggiunto pagamento o con l’accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado


Cassazione logo

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 2 settembre 2014, n. 36636

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del’11 novembre 2013, la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del 15 gennaio 2009, con la quale il Tribunale della stessa città ha condannato F.G. per il reato di cui all’art. 570, comma 2 n. 2, cod. pen., per non avere corrisposto i mezzi di sussistenza alla figlia C. di anni dieci, commesso “dal 6 aprile 2001 in permanenza attuale”.
Quanto alle eccezioni in rito, la Corte territoriale ha rilevato, da un lato, che correttamente il primo giudice ha negato il rinvio delle udienze, non emergendo dalla certificazione medica prodotta l’impossibilità dell’imputato di presenziarvi; dall’altro lato, che non sussiste alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza atteso che, in caso di reato permanente, la consumazione si protrae sino alla pronuncia della sentenza di primo grado.
Nel merito, la Corte ha evidenziato che l’obbligo di garantire i mezzi di sussistenza ai figli grava su entrambi i genitori, sicché l’eventuale assolvimento da parte di uno di essi non esime l’altro, e che l’assoluta impossibilità di adempiere all’obbligo non può desumersi dalla condizione di disoccupazione o dallo stato detentivo. Infine, il giudice d’appello ha ritenuto corretta la mancata applicazione da parte del Tribunale delle circostanze attenuanti generiche.
2. Avverso il provvedimento ha presentato ricorso l’Avv. Marco Rigamonti, difensore di fiducia di F.G. , chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
2.1. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 484 e 420 ter e 178 lett. c) cod. proc. pen., per avere la Corte d’Appello omesso per due volte di rinviare l’udienza nonostante il legittimo impedimento a comparire dell’assistito, documentato dalla certificazione sanitaria attestante la necessità di “riposo assoluto”.
2.2. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. c) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 521, 522 e 533 cod. proc. pen., per mancanza di correlazione tra imputazione e sentenza, essendo stato l’assistito condannato anche per fatti successivi alla formulazione e alla notifica della imputazione, avendo la Corte d’Appello ritenuto che la consumazione del reato si sia protratta sino alla data della sentenza.
2.3. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. per avere la Corte negato, con motivazione illogica, la sussistenza in capo a F. di una situazione di impossibilità di fare fronte agli obblighi nei confronti della figlia C. .
2.4. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen. in relazione all’art. 62 bis cod. pen., per avere la Corte negato all’assistito l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
3. Il Procuratore Generale ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato e va rigettato.
1.1. Infondato è il primo motivo di natura processuale con il quale il ricorrente eccepisce la violazione degli artt. 484 e 420 ter e 178 lett. c) cod. proc. pen., per avere la Corte d’Appello omesso due volte di rinviare l’udienza nonostante fosse stato dedotto il legittimo impedimento dell’imputato.
In linea generale, deve essere rilevato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, è legittimo il provvedimento con il quale il giudice, investito di una richiesta di rinvio per impedimento a comparire con allegato certificato medico attestante una patologia, ritenga l’insussistenza del dedotto impedimento e dichiari la contumacia dell’imputato, in quanto detto certificato non preclude al giudice di valutare, anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, l’effettiva impossibilità per il soggetto portatore della dedotta patologia di comparire in giudizio, se non a prezzo di un grave e non altrimenti evitabile rischio per la propria salute, non potendo ritenersi preclusiva di tale valutazione la generica necessità, in conseguenza della riscontrata patologia, di un dato periodo di riposo e di cure, la quale è per sua natura preordinata al superamento rapido e completo dell’affezione patologica in atto e non implica, ove essa non sia soddisfatta, l’automatica ed ineluttabile conseguenza di un danno o di un pericolo grave per la salute del soggetto, che costituisce condizione imprescindibile ai fini dell’integrazione dell’assoluta impossibilità di comparire che legittima l’impedimento (Cass. Sez. 5, n. 5540 del 14/12/2007, Spanu, Rv. 239100; Cass. Sez. 6, n. 4284 del 10/01/2013, G., Rv. 254896.
1.2. Nella specie, i giudici di merito hanno ritenuto che, nonostante l’attestazione di una “lombosciatalgia acuta” con necessità di “riposo assoluto”, dalla documentazione sanitaria prodotta non emergesse l’effettiva impossibilità di F. di partecipare all’udienza in quanto impedito nella deambulazione o costretto a letto, né che questi assumesse farmaci per la cura della specifica patologia, elementi tutti dai quali hanno inferito, da un lato, che la prescrizione di riposo assoluto non implicasse necessariamente l’impossibilità assoluta di raggiungere l’aula di udienza, se del caso trasportato da altri; dall’altro lato, che la patologia non meritasse particolari prescrizioni e che l’assunzione di usuali farmaci antinfiammatori avrebbe agevolmente potuto risolvere la problematica di natura sanitaria.
1.3. Ritiene il Collegio che, nell’addivenire a tali conclusioni, i giudici di primo e secondo grado abbiano fatto buon governo dei principi di diritto sopra espressi.
La lombosciatalgia (cioè un dolore che attraverso la regione lombare si trasmette al nervo sciatico) può invero manifestarsi con sintomi di diversa intensità, può essere legata a molteplici cause e, proprio per questo, può essere curata con terapie differenti (farmacologica, strumentale, “naturale” sino alla chirurgica). Nella specie, la patologia è stata documentata dalla difesa di F. solo genericamente, senza alcuna specificazione delle cause, né delle cure da seguire (ad esempio, farmacologiche o fisioterapiche), né delle norme di comportamento cui attenersi per attenuare o comunque non aggravare la sintomatologia; soprattutto, nella certificazione prodotta non v’è alcuna indicazione dei limiti alla libertà di movimento di F. , non emergendo neanche che il medico si sia dovuto recare al domicilio per visitare il paziente, per l’impossibilità di quest’ultimo di raggiungere lo studio del sanitario.
D’altra parte, in assenza ulteriori precisazioni circa i termini anche temporali della prescrizione, l’espressione “assoluto riposo” utilizzata nel certificato, a discapito della perentorietà della aggettivazione, costituisce una sorta di formula di stile, potendo con essa il sanitario avere prescritto al paziente semplicemente di astenersi dal fare sforzi (quali, lo svolgimento di lavori di casa pesanti o l’attività sportiva), ma non di rimanere immobile a letto.
Ne discende che correttamente il Tribunale ha ritenuto, pur senza disporre una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, che la patologia attestata nella certificazione prodotta dalla difesa di F. non comportasse di per sé una impossibilità assoluta a deambulare o ad essere trasportato in udienza da terzi e/o con l’ausilio di appositi presidi sanitari (quali, la carrozzina o l’autolettiga), con conseguente rigetto delle richieste di rinvio d’udienza.
2. Manifestamente infondato è il motivo con il quale si deduce la violazione degli artt. 521, 522 e 533 cod. proc. pen., per mancanza di correlazione tra l’imputazione e sentenza.
Secondo il costante insegnamento di questa Corte (espresso in tema di prescrizione), la violazione degli obblighi di assistenza familiare è reato permanente che si protrae per tutto il periodo in cui perdura l’omesso adempimento e la cessazione della permanenza coincide con il sopraggiunto pagamento o con l’accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado (Cass. Sez. 6, n. 51499 del 04/12/2013, Rv. 258504; Sez. 6, n. 7321 del 11/02/2009, M., Rv. 242920).
I giudici del provvedimento impugnato hanno dunque individuato in modo esatto il momento di cessazione della permanenza nella data di pronuncia della sentenza di primo grado.
3. Infondato è anche il motivo con il quale si contesta il vizio di motivazione in relazione alla mancata valutazione della dedotta impossibilità del F. di fare fronte agli obblighi nei confronti della figlia.
Come correttamente argomentato dai giudici di merito in linea con i consolidati principi espressi da questa Corte in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen., deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (Cass. Sez. 6, n. 41362 del 21/10/2010, Rv. 248955). In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, di talché la sua responsabilità non può essere esclusa in base alla mera documentazione formale dello stato di disoccupazione (Cass. Sez. 6, n. 7372 del 29/01/2013, S., Rv. 254515), di una mera flessione degli introiti economici o di difficoltà (Cass. Sez. 6, n. 8063 del 08/02/2012, G., Rv. 252427).
Nel caso di specie, la Corte territoriale ha dunque correttamente ritenuto non operante la dedotta causa scriminante non avendo il ricorrente provato che le difficoltà dal medesimo addotte (stato detentivo, problemi economici e dichiarazione di fallimento dell’azienda) si siano tradotte in una vera e propria situazione di indigenza economica, tale da configurare un impedimento assoluto ad adempiere.
4. Va, infine, rigettata anche l’ultima doglianza.
Nessuna violazione di legge è riscontrabile nella denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche a F. , laddove la Corte territoriale ha evidenziato – con una motivazione adeguata ed immune da censure logico giuridiche – che l’appellante non è meritevole di un più affievolito trattamento sanzionatorio alla luce della pluriennale insolvenza, dei precedenti penali e dell’assenza di segnali positivi di comportamento che inducano a valutazioni più benevole. Il che è del tutto conforme ai consolidati principi di diritto in materia, secondo cui le circostanze attenuanti generiche hanno lo scopo di estendere le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole all’imputato in considerazione di situazioni e circostanze che effettivamente incidano sull’apprezzamento dell’entità del reato e della capacità a delinquere dello stesso, sicché il riconoscimento di esse richiede la dimostrazione di elementi di segno positivo (Cass. Sez. 3, n. 19639 del 27/01/2012, Gallo e altri, Rv. 252900).
5. Dal rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 luglio 2014, n. 32699. Nel caso del difensore legittimamente impedito a comparire all’udienza per motivi di salute, il chiaro tenore dell’art. 420 ter, ultimo comma, cod.proc.pen. esclude il rinvio solo ove esso difensore designi un proprio sostituto processuale, non ponendo, per contro, a suo carico, alcun obbligo in tal senso


maltrattamenti-violenza

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 23 luglio 2014, n. 32699

 
REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco – Presidente

Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere

Dott. VILLONI Orlando – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1459/2012 CORTE APPELLO di BRESCIA, del 14/01/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/04/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. EMANUELE DI SALVO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Giulio ROMANO che ha concluso per l’annullamento con rinvio in ordine alla valutazione del legittimo impedimento;

Udito il difensore Avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. (OMISSIS) ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Brescia, in data 14-1-13, con la quale e’ stata confermata la sentenza di condanna emessa in primo grado, in ordine ai delitti di cui agli articoli 572 e 582 e 585 c.p., per aver maltrattato la convivente (OMISSIS), percuotendola e procurandole lesioni.

2. Il ricorrente deduce, con il primo motivo, violazione di legge, in relazione al rigetto, da parte della Corte d’appello, dell’istanza di rinvio dell’udienza del 14-1-2013, per legittimo impedimento del difensore, che, con fax dell’11-1-13,aveva presentato certificato medico attestante lombosciatalgia acuta,con impossibilita’ a deambulare fino al 21-1-13. Non e’ d’altronde configurabile, in capo al difensore impedito, alcun obbligo di procedere alla nomina di un sostituto o di indicare le ragioni dell’omessa nomina. E’ stato pertanto violato il diritto di difesa dell’imputato.

2.1. Con il secondo motivo, si deduce erronea applicazione dell’articolo 572 c.p., e vizio di motivazione, non essendo stata raggiunta la prova della sussistenza di un sistema di vita vessatorio imposto dal (OMISSIS) alla moglie. La stessa (OMISSIS) sottolinea le premure del marito e la gelosia dell’uomo, che, a volte, sfociava in scatti d’ira, che pero’ solo in tre episodi, nell’ambito di una convivenza durata 15 anni, hanno dato luogo a scontri fisici. Tant’e’ che la (OMISSIS) ha rimesso la querela.

2.2. Il terzo e il quinto motivo si appuntano invece sulla determinazione della pena, quantificata in misura eccessiva, senza tener conto della remissione di querela ad opera della persona offesa; e sul diniego delle attenuanti generiche, nonostante non risulti in alcun modo l’ipotizzata violazione del divieto di avvicinamento alla casa coniugale.

2.3. Con il quarto motivo, si deduce bis in idem sostanziale relativamente all’aggravante di cui all’articolo 61 c.p., n. 2, incompatibile con il concorso formale di reati contestato al (OMISSIS).

2.4. L’ultimo motivo si incentra sulla mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, contro il parere del P.G. di udienza, non essendo gravato l’imputato da condanne passate in giudicato e non esistendo motivi ostativi di alcun genere.

Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il primo motivo di ricorso e’ fondato. La Corte d’appello ha motivato il rigetto dell’istanza di rinvio, per legittimo impedimento del difensore, rilevando che l’imputato era sottoposto a misura cautelare, sia pure non detentiva; che il difensore, pur allegando il certificato medico, non aveva chiesto esplicitamente il rinvio e che, in ogni caso, non era documentata l’impossibilita’ di farsi sostituire. Il primo profilo e’ irrilevante, non costituendo la sottoposizione dell’imputato a misura cautelare, per di piu’ non detentiva, motivo ostativo alla concessione del rinvio per legittimo impedimento del difensore. Il secondo argomento e’ viziato da profili di manifesta illogicita’, non essendo dato comprendere come dalla presentazione di un certificato medico, corredato da missiva di accompagnamento in cui si rappresenti l’impossibilita’ del difensore di presenziare all’udienza per motivi di salute, possa non inferirsi la richiesta di rinvio. Il terzo argomento collide con l’inequivocabile contenuto precettivo dell’articolo 420 ter c.p.p., u.c., che esclude il rinvio ove il difensore impedito designi un sostituto, ma non pone a suo carico alcun obbligo in tal senso. Ed invero di un tale obbligo non esiste traccia nell’ordinamento positivo, che conferisce al difensore una mera facolta’ ma non gli impone alcun dovere di nominare un sostituto (Cass. Sez. 4,14-7-1994, Bigoni, Rv.199374). Tant’e’ che,qualora venga incaricato dal difensore un altro avvocato al solo scopo di depositare la certificazione medica e di chiedere il rinvio dell’udienza, non sussiste alcuna valida sostituzione processuale ed il cosiddetto sostituto assume la posizione giuridica di difensore d’ufficio (Cass. Sez. 3, n. 3072/03 del 17-12-2002, Rv. 223943). Ne consegue che il difensore non e’ tenuto a “documentare” l’impossibilita’ di farsi sostituire, a prescindere da ogni rilievo circa la problematicita’ di tale “documentazione”.

4. Sulla base delle predette considerazioni, e’ da ritenersi che illegittimamente la Corte d’appello abbia rigettato l’istanza di rinvio, con conseguente nullita’ del giudizio e della sentenza di secondo grado. Quest’ultima va dunque annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti alla Corte d’appello di Brescia, per l’ulteriore corso. Tale epilogo decisorio, comportando un pronunciamento di natura rescindente,determina l’ultroneita’ della disamina degli ulteriori motivi di ricorso.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio e trasmette gli atti alla Corte d’appello di Brescia per l’ulteriore corso.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 26 giugno 2014, n. 27684. La necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo


Cassazione toga nera

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  26 giugno 2014, n. 27684

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 13.11.2012 ha confermato la decisione con la quale, in data 30.9.2009, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Sezione Distaccata di Aversa, aveva riconosciuto G.A. responsabile dei reati di cui agli articoli 44, lett. b), 64, 65, 71, 72, 83 e 96 d.P.R. 380/01, per la realizzazione, in zona sismica, di un manufatto in cemento armato senza il possesso dei prescritti titoli abilitativi (in (omissis) ).
Avverso tale pronuncia la predetta propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, Avv. Roberto Garofalo.
2. Con un primo motivo di ricorso deduce la nullità della sentenza quale conseguenza del rigetto di una istanza di rinvio per legittimo impedimento dell’imputata la quale, come da documentazione prodotta, avrebbe dovuto essere sottoposta ad una delicata visita medica presso l’ospedale civile di (…), programmata antecedentemente rispetto all’udienza fissata dalla Corte di appello.
Rileva, a tale proposito, che la motivazione del provvedimento sarebbe del tutto generica.
3. Con un secondo motivo di ricorso lamenta il vizio di motivazione in punto di affermazione di penale responsabilità essendo ella mera intestataria del terreno sul quale insiste il manufatto abusivo.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile, perché basato su motivi manifestamente infondati.
Va rilevato, con riferimento al primo motivo di ricorso, che la situazione prospettata dalla ricorrente, come risulta dalla documentazione prodotta, il cui esame non è precluso a questa Corte, stante la natura dell’eccezione formulata, che la visita medica programmata non poteva ritenersi indifferibile e che, in ogni caso, l’indifferibilità non sarebbe stata comunque riferibile alle condizioni di salute dell’imputata.
Occorre ricordare, a tale proposito, come questa Corte abbia già avuto modo di affermare che la necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo (Sez. V n. 45659, 30 dicembre 2010).
Nella fattispecie tale attestazione di indifferibilità manca del tutto.
Dall’esame degli atti risulta, infatti, che la prescrizione per l’effettuazione degli accertamenti è datata 16 giugno 2012 (quindi circa 5 mesi prima della data dell’udienza della quale si chiedeva il differimento) e che la prescrizione degli esami da effettuare (ecocardiogramma color doppler, elettrocardiogramma e eco color doppler dei tronchi sovraortici) non reca alcuna diagnosi ed è disposta, come espressamente indicato, per “uso medico legale”.
Tale stato di cose risulta, pertanto, opportunamente valutato dalla Corte territoriale, la quale ha escluso il carattere di urgenza degli accertamenti in ragione della risalente data di prescrizione e la mancanza del requisito dell’assoluto impedimento a comparire stante l’assenza di diagnosi.
Ne consegue che le argomentazioni sviluppate nel motivo di ricorso sono del tutto prive di pregio.
5. Anche la infondatezza del secondo motivo di ricorso risulta di macroscopica evidenza.
La motivazione della sentenza impugnata non risulta, sul punto, né carente né, tanto meno, incoerente o illogica.
Affermano infatti i giudici del gravame, peraltro richiamando le analoghe considerazioni svolte dal giudice di prime cure, che la riconducibilità dell’immobile abusivo alla persona dell’imputata era stata effettuata sulla base di una DIA, finalizzata alla realizzazione di una recinzione esterna del manufatto abusivo, dalla stessa presentata dichiarandosi proprietaria esclusiva dell’immobile.
A seguito di un sopralluogo effettuato sulla base di quanto dichiarato nell’atto presentato dall’imputata, venivano rinvenute le opere di cui all’imputazione e disposto il sequestro del cantiere, in occasione del quale la medesima imputata venne nominata custode quale proprietaria e committente dei lavori.
Rileva la Corte territoriale che, a fronte di tali significativi dati probatori, nessuna allegazione di segno contrario risultava prospettata dalla difesa, con la conseguenza che la decisione impugnata doveva ritenersi meritevole di conferma.
Si tratta, ad avviso del Collegio, di argomentazioni del tutto adeguate le quali, non venendo minimamente intaccate dalle generiche censure formulate in ricorso, ove vengono quasi del tutto ignorate o contrastate con apodittiche affermazioni, superano agevolmente il vaglio di legittimità cui sono state sottoposte.
6. Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa della ricorrente (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.
L’inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento di legittimità (cfr., da ultimo, Sez. II n.28848, 8 luglio 2013).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 23 giugno 2014, n. 27174. La “pronta comunicazione” del legittimo impedimento del difensore è condizione necessaria perché la richiesta di differimento dell’udienza possa essere accolta. Inequivoca è sul punto la volontà del legislatore, che all’art. 420 ter c.p.p. – e, prima, all’art. 486 c.p.p., comma 5 – ha espressamente previsto che il giudice rinvia l’udienza quando l’assenza del difensore è dovuta a legittimo impedimento “purché” prontamente comunicato. L’impedimento è “prontamente” comunicato quando tale comunicazione avvenga “non appena” conosciuta la contestualità degli impegni professionali. E’ sufficiente che l’istanza sia proposta “in prossimità” della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni professionali. Ciò si verifica quando, ricevuta la notificazione della fissazione di udienza davanti al giudice rispetto al quale poi si intende far valere l’impedimento professionale, il difensore verifichi che per la medesima data ha precedenti impegni di udienza avanti diversa autorità giudiziaria e ritenga di dover dare ad essi prevalenza. La “prontezza” della comunicazione va pertanto determinata con riferimento al momento in cui il difensore ha conoscenza dell’impedimento.


fax

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 23 giugno 2014, n. 27174

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Potenza, con sentenza del 7/6/2013, in parziale riforma di quella emessa dal Tribunale di Matera, ha condannato S.V. e S.D. per il furto di 19 segnali stradali, sottratti al deposito provinciale in loc. (omissis) (artt. 110, 624, 625, comma 1, n. 7, cod. pen.), nonché, il solo S.V. , per possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso (art. 707 c.p.).
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione, nell’interesse degli imputati, l’avv. Antonio Mitolo, per violazione dell’art. 420/ter cod. proc. pen. Deduce di aver chiesto, alla Corte d’appello di Potenza, con fax del 31/5/2013, seguito da lettera raccomandata del 3/6/2013, il rinvio dell’udienza del 7/6/2013 per concomitante impegno professionale e per l’impossibilità di farsi sostituire da altro difensore; lamenta che, nonostante avesse adeguatamente documentato il preesistente impegno, la Corte d’appello abbia rigettato l’istanza di rinvio, ritenendola tardiva e ritenendo non adeguatamente dimostrata l’impossibilità di sostituzione.
Lamenta, poi, che l’udienza del 7/6/2013 sia iniziata alle ore 9,25 senza la presenza di S.V. , detenuto per altro, per il quale era stata disposta la traduzione, e che alle ore 9,50 il verbale sia stato riaperto per dato atto della presenza dell’imputato e per revocare la dichiarazione di contumacia. Tuttavia, aggiunge, in sentenza si parla del S. come se fosse stato presente fin dall’inizio. Inoltre, aggiunge, “nulla si riporta nel verbale (meno che mai in sentenza) per quel che attiene un eventuale consenso o meno del S.V. rispetto all’attività svolta, né viene dato atto se, allo stesso, fosse stata chiesta la sua volontà di farsi assistere solo dall’avv. Mitolo”.

Considerato in diritto

I ricorsi sono infondati.
1. La “pronta comunicazione” del legittimo impedimento del difensore è condizione necessaria perché la richiesta di differimento dell’udienza possa essere accolta. Inequivoca è sul punto la volontà del legislatore, che all’art. 420 ter c.p.p. – e, prima, all’art. 486 c.p.p., comma 5 – ha espressamente previsto che il giudice rinvia l’udienza quando l’assenza del difensore è dovuta a legittimo impedimento “purché” prontamente comunicato (Sez. 6, n. 16054 del 02/04/2009, Rv. 243524). Con la sentenza 4708 del 27.3 – 24.4.92, in proc. Fogliarli, le Sezioni Unite di questa Corte hanno insegnato che l’impedimento è “prontamente” comunicato quando tale comunicazione avvenga “non appena” conosciuta la contestualità degli impegni professionali. E questa Corte (Sez. 1, sent. 6234 del 18.4 27.5.1994 in proc. Guastalegname e altri) ha chiarito che è sufficiente che l’istanza sia proposta “in prossimità” della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni professionali. Ciò si verifica quando, ricevuta la notificazione della fissazione di udienza davanti al giudice rispetto al quale poi si intende far valere l’impedimento professionale, il difensore verifichi che per la medesima data ha precedenti impegni di udienza avanti diversa autorità giudiziaria e ritenga di dover dare ad essi prevalenza. La “prontezza” della comunicazione va pertanto determinata con riferimento al momento in cui il difensore ha conoscenza dell’impedimento.
Si tratta di un criterio sufficientemente determinato, che non solo fornisce un’indicazione concreta di agevole ed omogenea applicazione, ma consente altresì di perseguire efficacemente lo scopo per cui il requisito della tempestività della comunicazione è stato previsto, “sia per consentire al giudice a cui è chiesto il rinvio gli accertamenti eventualmente necessari sia per consentire che l’eventuale rinvio avvenga in tempo utile per evitare disagi alle altre parti o disfunzioni giudiziarie” (S.U. Fogliari cit.). Infatti, tenuto conto dei termini a comparire e quindi del momento della notificazione – che costituisce la conoscenza dell’ulteriore concomitante impegno professionale – rispetto alla data dell’udienza, la pronta segnalazione dell’impedimento del difensore può consentire al giudice l’anticipazione o la posticipazione dell’udienza, l’utile controcitazione dei testi, specialmente la fissazione di altro processo in quel ruolo di udienza (si pensi a processi con imputati detenuti o che abbiano eletto domicilio presso il difensore e, quindi, con tempi di notificazione del decreto di citazione a giudizio di immediata realizzazione). Questa interpretazione, infine, si pone in piena consonanza con i principi costituzionali della ragionevole durata dei processi e dell’efficienza della giurisdizione, che non tollerano la “perdita” ingiustificata di utili trattazioni di processi nei ruoli di udienza già fissati. Pertanto, a fronte di una notificazione della fissazione di udienza ricevuta diversi giorni prima della presentazione dell’istanza di differimento deve ritenersi l’intempestiva tale istanza.
Nel caso di specie, la Corte d’appello, uniformandosi all’insegnamento di questa Corte, ha respinto l’istanza di differimento dell’udienza per legittimo impedimento del difensore perché tardivamente dedotto. Infatti, l’istanza di rinvio era stata inviata a mezzo fax il 31/5/2013: vale a dire, appena sei giorni prima dell’udienza, fissata per il 7 giugno, laddove il difensore aveva avuto conoscenza della stessa quasi un mese prima (il 3 maggio).
Ciò assorbe anche la questione relativa alla argomentazione sull’impossibilità di avvalersi di sostituto, non più rilevante una volta che sia accertata l’intempestività della richiesta di differimento.
2. Quanto, poi, alle modalità di svolgimento dell’udienza del 7/6/2013, il ricorrente si limita a segnalare quelle che sono, a suo giudizio, delle “anomalie”, senza specificare quali conseguenze si debbano trarre da esse e senza ricondurre la doglianza ad uno dei motivi specificamente indicati dall’art. 606 cod. proc. pen. per il ricorso in Cassazione. In realtà, indipendentemente dai riferimenti mancanti alla normativa e alle conclusioni del discorso, devesi rilevare che la comparsa tardiva dell’imputato in udienza non è causa di nullità, una volta accertato (come ammesso dal ricorrente) che l’imputato fu informato delle attività espletate in sua assenza ed ebbe la possibilità di esporre compiutamente le sue difese. Inoltre, che nessun obbligo aveva il giudice di ottenere il “consenso” dell’imputato rispetto all’attività svolta o di interrogarlo circa il difensore da cui intendeva essere assistito.
I ricorsi vanno pertanto rigettati, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza del 30 maggio 2014, n. 22706. In tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1


cassazione

Suprema Corte di Cassazione 

sezione VI

sentenza del  30 maggio 2014, n. 22706

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AGRO’ Antonio – Presidente -

Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere -

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere -

Dott. VILLONI Orlando – rel. Consigliere -

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.M., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4610/2013 Corte d’Appello di Milano del 28/06/2013;

esaminati gli atti e letti il ricorso ed il provvedimento decisorio impugnato;

udita in camera di consiglio la relazione del consigliere Dott. Orlando Villoni;

udito il pubblico ministero in persona del sostituto PG, Dott.ssa FODARONI Maria Giuseppina, che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza sopra indicata la Corte d’Appello di Milano confermava quella emessa dal Tribunale di Sondrio in data 18/06/2010, ribadendo la condanna di R.M. alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, condizionalmente sospesa, per il reato di cui all’art. 337 c.p., ascrittogli per avere usato violenza ad un agente della Polizia Municipale di Sondrio nell’esercizio delle sue funzioni, il quale gli aveva contestato un’infrazione al codice della strada e si accingeva a redigere il relativo verbale di contestazione.

In via preliminare, la Corte si pronunziava sulla ritenuta infondatezza dell’istanza difensiva con cui era stata formulata richiesta di rinvio dell’udienza per concomitante impegno professionale del difensore, rilevando che non erano state esplicitate compiutamente le ragioni del dedotto impedimento a comparire del legale; nel merito affermava l’irrilevanza dell’intercettazione di una conversazione tra presenti di cui era stata chiesta l’acquisizione, oltre tutto perchè contenuta in un supporto magnetico (CD) di contenuto ignoto alla stessa difesa istante; ribadiva le valutazioni del primo giudice in ordine alla sussistenza di prove sufficienti a carico dell’imputato; respingeva la tesi della diversa qualificazione giuridica dei fatti in termini di rifiuto d’indicazioni della propria identità di cui all’art. 651 c.p..

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il R. deducendo un unico motivo di ricorso, ancorchè variamente articolato, di violazione di legge in relazione all’art. 486 c.p.p. (rectius art. 484 c.p.p., comma 2 bis), ed in riferimento all’omesso differimento dell’udienza del 28/06/2013 del giudizio di appello per impedimento del difensore dovuto a concomitante impegno professionale.

Secondo il ricorrente, il difensore aveva chiaramente esplicitato, già con istanza del 30 maggio 2013 corredata di specifiche allegazioni, che il concomitante impegno professionale riguardava un’udienza preliminare a carico di imputato detenuto, da cui la necessità di privilegiare il distinto impegno attesa la sua intrinseca delicatezza; aggiungeva, inoltre, che all’udienza del 28 giugno la Corte aveva omesso del tutto di rappresentare in aula l’esistenza dell’istanza di legittimo impedimento, tanto che della stessa non sussiste traccia nel verbale d’udienza, con palese violazione dell’art. 420 ter c.p.p., comma 5.

Motivi della decisione

3. Il ricorso appare fondato nei termini di cui in motivazione.

Dall’esame del fascicolo processuale, si ricava invero che alcuna menzione veniva fatta, nel verbale d’udienza del dibattimento d’appello del giorno 28 giugno 2103, dell’istanza (presente in atti) di differimento dell’udienza medesima, tempestivamente presentata il 30 maggio 2013 non appena il difensore del ricorrente aveva appreso della citazione in appello, pervenutagli successivamente alla comunicazione, ricevuta in data 9 maggio 2013, del rinvio proprio al giorno 28 giugno 2013 dell’udienza preliminare relativa a distinto procedimento in cui difendeva un imputato sottoposto agli arresti domiciliari, misura peraltro disposta nell’ambito di ulteriore procedimento.

La giurisprudenza di questa Corte ha sul punto affermato che in tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1, (Cass. Sez. 6, sent. n. 42110 del 14/10/ 2009, Gaudio, Rv. 245127;

Sez. 2 n. 33553 del 30/04/2009, Russo, Rv. 245227; Sez. 5 sent. n. 2850 del 03/02/1999, Puma, Rv. 212604; Sez. 5 n. 829 dell’8/10/1992, Rv. 193480).

4. La nullità assoluta così determinatasi impone l’annullamento della sentenza impugnata ed il rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte territoriale; resta assorbito l’altro motivo d’impugnazione.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2014

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 24 marzo 2014, n. 13553. E’ sottratto al sindacato di legittimita’ il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una motivazione immune da vizi logici e giuridici con la quale si da ragione del fatto che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla legge e che l’assoluta impossibilita’ a comparire necessita la precisa rappresentazione al giudice della natura della patologia, sicche’ generiche certificazioni dalle quali non si identifica la natura dell’infermita’ ed i suoi concreti profili ostativi non sono idonee a provare il legittimo impedimento


www.studiodisa.it

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 24 marzo 2014, n. 13553

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASUCCI Giuliano – Presidente

Dott. GALLO Domenico – Consigliere

Dott. TADDEI Margherita Bian – Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – rel. Consigliere

Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5272/2008 CORTE APPELLO di MILANO, del 11/06/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 26/11/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. MIRELLA CERV ADORO;

Udita la requisitoria del sostituto procuratore generale, nella persona del dr. Luigi Riello, il quale ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza;

Udito l’avv. (OMISSIS) sostituto processuale dell’avv. (OMISSIS) difensore di fiducia del ricorrente che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’11.6.2013, la Corte d’Appello di Milano confermava la decisione di primo grado che aveva condannato (OMISSIS) alla pena di anni tre di reclusione e euro 6.000 di multa per il reato di ricettazione aggravata.

Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo: 1) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera c), per violazione di legge processuale, in riferimento al rigetto dell’istanza di rinvio formulata l’11.6.2012 dal difensore dell’imputato, che esibi’ in quell’occasione certificazione medica attestante la malattia dell’imputato; 2) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), mancanza e manifesta illogicita’ della motivazione, in relazione all’elemento psicologico del reato; 3) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), mancanza e manifesta illogicita’ della motivazione in relazione alla qualificazione giuridica del fatto (incauto acquisto).

Chiede pertanto l’annullamento della sentenza, e dell’ordinanza dibattimentale impugnata.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo ricorso e’ infondato.

1.1 Risulta dagli atti del procedimento – che questa Corte puo’ esaminare (anche indipendentemente dalle innovazioni contenute dalla legge n.46 del 2006) essendo state dedotte violazioni di natura processuale sulle quali il giudice di legittimita’ e’ giudice del fatto – che la documentazione esibita dal difensore consiste nella copia del certificato di malattia telematico rilasciato al lavoratore e al datore di lavoro ai sensi del D.P.C.M. 26 marzo 2008, e del Decreto Legislativo n. 150 del 2009, il quale risulta compilato, oltre che nella parte relativa ai dati del medico e del lavoratore, nella parte relativa a: Dati Prognosi – Dati Diagnosi, nel seguente modo: “Il lavoratore dichiara di essere ammalato dal 10.6.2012″ “Viene assegnata prognosi clinica a tutto l’11.6.2012″ “Descrizione Febbre 38,5 e di NDD”.

1.2 In tema di legittimo impedimento dell’imputato, la giurisprudenza consolidata di questa Corte ha affermato che e’ sottratto al sindacato di legittimita’ il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una motivazione immune da vizi logici e giuridici con la quale si da ragione del fatto che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla legge (v. Cass. Sez. 5 , Sent. n. 35170/2005 Rv. 232568 in tema di legittimo impedimento addotto dal difensore; Sez. 5 , Sent. n. 11859/2002 Rv. 221025; Sez. 1 , Sent. n. 9880/1996 Rv. 206076 in tema di legittimo impedimento dell’imputato), che la prova del legittimo impedimento a comparire deve essere fornita dall’imputato (cfr. Cass. Sez. 5 , sent. n. 43373/2005 Rv. 233079), e che l’assoluta impossibilita’ a comparire necessita la precisa rappresentazione al giudice della natura della patologia, sicche’ generiche certificazioni dalle quali non si identifica la natura dell’infermita’ ed i suoi concreti profili ostativi non sono idonee a provare il legittimo impedimento (cfr. Cass. Sez. 4 , sent. n. 21752/2006 Riv. 234518).

Premesso che il documento prodotto non e’ un certificato medico, bensi’ un mero attestato di malattia telematico ai sensi del D.P.C.M. 26 febbraio 2008, e del Decreto Legislativo n. 150 del 2009, rilasciato dal medico curante su dichiarazione dell’assistito al lavoratore e al datore di lavoro, e che lo stesso non contiene peraltro indicazione alcuna della patologia, e quindi qualsivoglia riferimento all’impossibilita’ a comparire, rileva il Collegio che correttamente la Corte distrettuale ha ritenuto che dalla documentazione presentata dal difensore non emergesse un legittimo assoluto impedimento a comparire dell’imputato.

2. Anche il secondo e terzo motivo sono infondati.

Con motivazione logica e del tutto congrua, la Corte d’Appello di Milano ha evidenziato tutti gli elementi a carico dell’ (OMISSIS), a cominciare dalle modalita’ di acquisto dei mezzi (acquisto di due escavatori con pagamento dell’acconto di euro 5000,00 ciascuno, senza ricevuta, con bolla di consegna falsa, e da persona che l’imputato ha dichiarato di non conoscere), e rilevando a riguardo che i due miniescavatori erano stati sottratti ai legittimi proprietari la notte precedente il ricevimento degli stessi da parte dell’ (OMISSIS) (la qual cosa denota che l’operazione era stata pianificata in anticipo), che il trasporto e’ avvenuto tramite un camion chiuso, non abilitato al trasporto di tali mezzi, ma idoneo a nasconderli, e che l’ (OMISSIS) era ben consapevole della falsita’ della bolla di consegna in quanto la bolla risultava emessa dalla ” (OMISSIS) s.a.s. con sede in (OMISSIS)”, ma l’ (OMISSIS) si e’ recato in un luogo che non era ne’ la sede della societa’, ne’ altro luogo che fosse con essa collegato. Sulla base di tutti gli elementi evidenziati, la Corte ha quindi correttamente concluso affermando la sussistenza dell’elemento psicologico del reato ipotizzato, e quindi l’esclusione che nel caso di specie trattasi di incauto acquisto.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

processuali.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 febbraio 2014, n. 7058. E’ inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno del difensore trasmessa via telefax e/o via e-mail a mezzo pec, poichè l’art. 121 c.p.p. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 c.p.p.


posta certificata

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 13 febbraio 2014, n. 7058

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SQUASSONI Claudia – Presidente -
Dott. GENTILE Mario – Consigliere -
Dott. ACETO Aldo – Consigliere -
Dott. GENTILI Andrea – Consigliere -
Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
V.C., n. (OMISSIS);
avverso la sentenza della Corte d’Appello di CATANIA in data 21/05/2013;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Alessio Scarcella;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Salzano Francesco, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza della Corte d’Appello di Catania, pronunciata in data 31/05/2013, depositata in data 28/05/2013, confermativa della sentenza del tribunale di Siracusa, sez. Dist. AUGUSTA, V. C. veniva dichiarato colpevole del reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. c), (per aver realizzato, in assenza di permesso di costruire, un immobile di 45 mq. circa, in area insistente a distanza inferiore a 150 mt. dalla battigia) nonchè per altre violazioni della materia edilizia, e condannato alla pena condizionalmente sospesa (subordinata alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi) di sei mesi di reclusione ed Euro 60.000,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali ed alla sanzione amministrativa accessoria della demolizione del manufatto abusivo entro 90 gg. dall’esecutività della sentenza, previo dissequestro e restituzione dell’immobile all’avente diritto, con rimessione in pristino stato dei luoghi a sue spese.
2. Con tempestivo ricorso, proposto dal difensore fiduciario, viene dedotto un unico motivo di ricorso, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p..
2.1. Deduce, con tale motivo, la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e), sub specie di inosservanza delle norme stabilite a pena di nullità con riferimento all’art. 178 c.p.p., lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1; omessa valutazione dell’istanza di rinvio per impedimento del difensore; difetto di assistenza dell’imputato.
Rileva il ricorrente che, con comunicazione via mail in data 15/05/2013, ore 18,29 rivolta alla cancelleria della Corte d’Appello di Catania, il difensore aveva rivolto istanza di rinvio per legittimo impedimento a comparire all’udienza del 21/05/2013, fissata per la trattazione del processo d’appello, in quanto impegnato presso il GUP di Varese quale difensore di parte civile in processo fissato per la discussione; l’istanza venne reiterata nuovamente per e-mail al medesimo indirizzo di posta elettronica fornito dalla cancelleria della Corte d’appello che tramite deposito dell’atto eseguito presso la cancelleria in data 20/05/2013, giorno antecedente l’udienza.
Si duole il ricorrente per non aver la Corte territoriale valutato l’istanza di rinvio depositata al fascicolo processuale, così viziando la sentenza emessa il 21 maggio 2013 per nullità assoluta;
l’istanza, deduce il ricorrente, venne partecipata sei giorni prima sia mediante mezzi tecnici nelle forme di cuiall’art. 150 c.p.p., ma anche depositata in cancelleria il giorno precedente l’udienza, con conseguente violazione del diritto all’assistenza dell’imputato che rende nulla la sentenza.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà oltre.
4. Deve, anzitutto, ritenersi priva di fondamento la censura relativa alla dedotta nullità legata alla trasmissione a mezzo comunicazione e-mail dell’istanza di rinvio, che il ricorrente documenta essere stata inviata in data 15 maggio 2013 all’indirizzo di posta elettronica della cancelleria della Corte d’appello di Catania. Sul punto, infatti, è stato più volte affermato da questa Corte – ed il Collegio non rileva alcun motivo per discostarsi dal principio, che condivide – che è inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno del difensore trasmessa via telefax, poichè l’art. 121 c.p.p. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 c.p.p. (v., da ultimo: Sez. 6, n. 28244 del 30/01/2013 – dep. 28/06/2013, Bagheri, Rv. 256894).
Tale principio, espresso a proposito dell’uso del telefax, peraltro, trova applicazione per tutte quelle “Forme particolari di notificazione disposte dal giudice“, cui si riferisce l’art. 150 c.p.p., ossia “mediante l’impiego di mezzi tecnici che garantiscano la conoscenza dell’atto” e, dunque, anche in quei casi – come quello oggetto di esame da parte di questa Corte – in cui la comunicazione sia stata eseguita a mezzo posta elettronica. Del resto, si aggiunge, la comunicazione venne eseguita mediante l’indirizzo mail “privato” di posta elettronica del difensore e non a mezzo di posta elettronica certificata, modalità non riconosciuta dalla legge. Per completezza, peraltro, occorre comunque chiarire che, a differenza di quanto previsto per il processo civile, nel processo penale tale forma di trasmissione, per le parti private, non sarebbe stata comunque idonea per comunicare l’impedimento. Ed invero, nel processo civile l’art. 366 c.p.c., comma 2, (cosi come previsto dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, che ha modificato la L. n. 53 del 1994), ha introdotto espressamente la PEC quale strumento utile per le notifiche degli avvocati autorizzati. Già il D.M. n. 44 del 2011 aveva disciplinato con maggiore attenzione l’invio delle comunicazioni e delle notifiche in via telematica dagli uffici giudiziari agli avvocati e agli ausiliari del giudice nel processo civile, in attuazione della L. 6 agosto 2008, n. 133, art. 51. In tale contesto assume rilevanza la disposizione di cui all’art. 4 che prevede l’adozione di un servizio di posta elettronica certificata da parte del Ministero della Giustizia in quanto ai sensi di quanto disposto dalla L. n. 24 del 2010 nel processo civile e nel processo penale, tutte le comunicazioni e notificazioni per via telematica devono effettuarsi, mediante posta elettronica certificata.
Quest’ultima disposizione è stata rinnovata anche dal d.l. 18 ottobre 2012, n. 179 (“Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, in GU n.245 del 19-10-2012 – Suppl. Ordinario n. 194), entrato in vigore il 20/10/2012 e convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 (c.d. Decreto crescitalia 2.0) dove all’art. 16 viene sancito, al comma 4, che “Nei procedimenti civili le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. Allo stesso modo si procede per le notificazioni a persona diversa dall’imputato a norma dell’art. 148 c.p.p., comma 2 bis, artt. 149 e 150 c.p.p. e art. 151 c.p.p., comma 2. La relazione di notificazione è redatta in forma automatica dai sistemi informatici in dotazione alla cancelleria”. Ne consegue, pertanto, che per la parte privata, nel processo penale, l’uso di tale mezzo informatico di trasmissione non è – allo stato – consentito quale forma di comunicazione e/o notificazione.
5. E’, invece, fondata la censura difensiva per aver omesso la Corte d’appello di valutare l’istanza di rinvio che il difensore, dopo aver inoltrato per posta elettronica, aveva provveduto a depositare in cancelleria il giorno prima dell’udienza, come risulta dall’esame del fascicolo processuale che questa Corte ha esaminato, essendo giudice del fatto attesa la natura processuale dell’eccezione. Ed invero, pur risultando depositata l’istanza di rinvio il giorno precedente l’udienza, non risulta dalla motivazione della sentenza impugnata nè dal verbale dell’udienza svoltasi il 21 maggio 2013, che il collegio ebbe a valutarla. A prescindere, dunque, dalla fondatezza o meno dell’istanza, la omissione tout court della delibazione dell’istanza di rinvio, integra una nullità assoluta per violazione del diritto all’assistenza e rappresentanza dell’imputato. Come più volte affermato da questa Corte, infatti, in tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c) e art. 179 c.p.p., comma 1, (principio affermato in relazione ad una fattispecie, analoga a quella in esame, in cui il processo era stato celebrato senza l’effettiva partecipazione del difensore di fiducia o di un sostituto da lui nominato: Sez. 6, n. 42110 del 14/10/2009 – dep. 02/11/2009, Gaudio, Rv. 245127).
6. L’impugnata sentenza dev’essere, pertanto, annullata con rinvio alla Corte d’appello di Catania, altra sezione, per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Catania.
Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2014.
Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2014