Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 26 giugno 2014, n. 27684. La necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo


Cassazione toga nera

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  26 giugno 2014, n. 27684

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 13.11.2012 ha confermato la decisione con la quale, in data 30.9.2009, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Sezione Distaccata di Aversa, aveva riconosciuto G.A. responsabile dei reati di cui agli articoli 44, lett. b), 64, 65, 71, 72, 83 e 96 d.P.R. 380/01, per la realizzazione, in zona sismica, di un manufatto in cemento armato senza il possesso dei prescritti titoli abilitativi (in (omissis) ).
Avverso tale pronuncia la predetta propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, Avv. Roberto Garofalo.
2. Con un primo motivo di ricorso deduce la nullità della sentenza quale conseguenza del rigetto di una istanza di rinvio per legittimo impedimento dell’imputata la quale, come da documentazione prodotta, avrebbe dovuto essere sottoposta ad una delicata visita medica presso l’ospedale civile di (…), programmata antecedentemente rispetto all’udienza fissata dalla Corte di appello.
Rileva, a tale proposito, che la motivazione del provvedimento sarebbe del tutto generica.
3. Con un secondo motivo di ricorso lamenta il vizio di motivazione in punto di affermazione di penale responsabilità essendo ella mera intestataria del terreno sul quale insiste il manufatto abusivo.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile, perché basato su motivi manifestamente infondati.
Va rilevato, con riferimento al primo motivo di ricorso, che la situazione prospettata dalla ricorrente, come risulta dalla documentazione prodotta, il cui esame non è precluso a questa Corte, stante la natura dell’eccezione formulata, che la visita medica programmata non poteva ritenersi indifferibile e che, in ogni caso, l’indifferibilità non sarebbe stata comunque riferibile alle condizioni di salute dell’imputata.
Occorre ricordare, a tale proposito, come questa Corte abbia già avuto modo di affermare che la necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo (Sez. V n. 45659, 30 dicembre 2010).
Nella fattispecie tale attestazione di indifferibilità manca del tutto.
Dall’esame degli atti risulta, infatti, che la prescrizione per l’effettuazione degli accertamenti è datata 16 giugno 2012 (quindi circa 5 mesi prima della data dell’udienza della quale si chiedeva il differimento) e che la prescrizione degli esami da effettuare (ecocardiogramma color doppler, elettrocardiogramma e eco color doppler dei tronchi sovraortici) non reca alcuna diagnosi ed è disposta, come espressamente indicato, per “uso medico legale”.
Tale stato di cose risulta, pertanto, opportunamente valutato dalla Corte territoriale, la quale ha escluso il carattere di urgenza degli accertamenti in ragione della risalente data di prescrizione e la mancanza del requisito dell’assoluto impedimento a comparire stante l’assenza di diagnosi.
Ne consegue che le argomentazioni sviluppate nel motivo di ricorso sono del tutto prive di pregio.
5. Anche la infondatezza del secondo motivo di ricorso risulta di macroscopica evidenza.
La motivazione della sentenza impugnata non risulta, sul punto, né carente né, tanto meno, incoerente o illogica.
Affermano infatti i giudici del gravame, peraltro richiamando le analoghe considerazioni svolte dal giudice di prime cure, che la riconducibilità dell’immobile abusivo alla persona dell’imputata era stata effettuata sulla base di una DIA, finalizzata alla realizzazione di una recinzione esterna del manufatto abusivo, dalla stessa presentata dichiarandosi proprietaria esclusiva dell’immobile.
A seguito di un sopralluogo effettuato sulla base di quanto dichiarato nell’atto presentato dall’imputata, venivano rinvenute le opere di cui all’imputazione e disposto il sequestro del cantiere, in occasione del quale la medesima imputata venne nominata custode quale proprietaria e committente dei lavori.
Rileva la Corte territoriale che, a fronte di tali significativi dati probatori, nessuna allegazione di segno contrario risultava prospettata dalla difesa, con la conseguenza che la decisione impugnata doveva ritenersi meritevole di conferma.
Si tratta, ad avviso del Collegio, di argomentazioni del tutto adeguate le quali, non venendo minimamente intaccate dalle generiche censure formulate in ricorso, ove vengono quasi del tutto ignorate o contrastate con apodittiche affermazioni, superano agevolmente il vaglio di legittimità cui sono state sottoposte.
6. Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa della ricorrente (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.
L’inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento di legittimità (cfr., da ultimo, Sez. II n.28848, 8 luglio 2013).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 23 giugno 2014, n. 27174. La “pronta comunicazione” del legittimo impedimento del difensore è condizione necessaria perché la richiesta di differimento dell’udienza possa essere accolta. Inequivoca è sul punto la volontà del legislatore, che all’art. 420 ter c.p.p. – e, prima, all’art. 486 c.p.p., comma 5 – ha espressamente previsto che il giudice rinvia l’udienza quando l’assenza del difensore è dovuta a legittimo impedimento “purché” prontamente comunicato. L’impedimento è “prontamente” comunicato quando tale comunicazione avvenga “non appena” conosciuta la contestualità degli impegni professionali. E’ sufficiente che l’istanza sia proposta “in prossimità” della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni professionali. Ciò si verifica quando, ricevuta la notificazione della fissazione di udienza davanti al giudice rispetto al quale poi si intende far valere l’impedimento professionale, il difensore verifichi che per la medesima data ha precedenti impegni di udienza avanti diversa autorità giudiziaria e ritenga di dover dare ad essi prevalenza. La “prontezza” della comunicazione va pertanto determinata con riferimento al momento in cui il difensore ha conoscenza dell’impedimento.


fax

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 23 giugno 2014, n. 27174

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Potenza, con sentenza del 7/6/2013, in parziale riforma di quella emessa dal Tribunale di Matera, ha condannato S.V. e S.D. per il furto di 19 segnali stradali, sottratti al deposito provinciale in loc. (omissis) (artt. 110, 624, 625, comma 1, n. 7, cod. pen.), nonché, il solo S.V. , per possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso (art. 707 c.p.).
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione, nell’interesse degli imputati, l’avv. Antonio Mitolo, per violazione dell’art. 420/ter cod. proc. pen. Deduce di aver chiesto, alla Corte d’appello di Potenza, con fax del 31/5/2013, seguito da lettera raccomandata del 3/6/2013, il rinvio dell’udienza del 7/6/2013 per concomitante impegno professionale e per l’impossibilità di farsi sostituire da altro difensore; lamenta che, nonostante avesse adeguatamente documentato il preesistente impegno, la Corte d’appello abbia rigettato l’istanza di rinvio, ritenendola tardiva e ritenendo non adeguatamente dimostrata l’impossibilità di sostituzione.
Lamenta, poi, che l’udienza del 7/6/2013 sia iniziata alle ore 9,25 senza la presenza di S.V. , detenuto per altro, per il quale era stata disposta la traduzione, e che alle ore 9,50 il verbale sia stato riaperto per dato atto della presenza dell’imputato e per revocare la dichiarazione di contumacia. Tuttavia, aggiunge, in sentenza si parla del S. come se fosse stato presente fin dall’inizio. Inoltre, aggiunge, “nulla si riporta nel verbale (meno che mai in sentenza) per quel che attiene un eventuale consenso o meno del S.V. rispetto all’attività svolta, né viene dato atto se, allo stesso, fosse stata chiesta la sua volontà di farsi assistere solo dall’avv. Mitolo”.

Considerato in diritto

I ricorsi sono infondati.
1. La “pronta comunicazione” del legittimo impedimento del difensore è condizione necessaria perché la richiesta di differimento dell’udienza possa essere accolta. Inequivoca è sul punto la volontà del legislatore, che all’art. 420 ter c.p.p. – e, prima, all’art. 486 c.p.p., comma 5 – ha espressamente previsto che il giudice rinvia l’udienza quando l’assenza del difensore è dovuta a legittimo impedimento “purché” prontamente comunicato (Sez. 6, n. 16054 del 02/04/2009, Rv. 243524). Con la sentenza 4708 del 27.3 – 24.4.92, in proc. Fogliarli, le Sezioni Unite di questa Corte hanno insegnato che l’impedimento è “prontamente” comunicato quando tale comunicazione avvenga “non appena” conosciuta la contestualità degli impegni professionali. E questa Corte (Sez. 1, sent. 6234 del 18.4 27.5.1994 in proc. Guastalegname e altri) ha chiarito che è sufficiente che l’istanza sia proposta “in prossimità” della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni professionali. Ciò si verifica quando, ricevuta la notificazione della fissazione di udienza davanti al giudice rispetto al quale poi si intende far valere l’impedimento professionale, il difensore verifichi che per la medesima data ha precedenti impegni di udienza avanti diversa autorità giudiziaria e ritenga di dover dare ad essi prevalenza. La “prontezza” della comunicazione va pertanto determinata con riferimento al momento in cui il difensore ha conoscenza dell’impedimento.
Si tratta di un criterio sufficientemente determinato, che non solo fornisce un’indicazione concreta di agevole ed omogenea applicazione, ma consente altresì di perseguire efficacemente lo scopo per cui il requisito della tempestività della comunicazione è stato previsto, “sia per consentire al giudice a cui è chiesto il rinvio gli accertamenti eventualmente necessari sia per consentire che l’eventuale rinvio avvenga in tempo utile per evitare disagi alle altre parti o disfunzioni giudiziarie” (S.U. Fogliari cit.). Infatti, tenuto conto dei termini a comparire e quindi del momento della notificazione – che costituisce la conoscenza dell’ulteriore concomitante impegno professionale – rispetto alla data dell’udienza, la pronta segnalazione dell’impedimento del difensore può consentire al giudice l’anticipazione o la posticipazione dell’udienza, l’utile controcitazione dei testi, specialmente la fissazione di altro processo in quel ruolo di udienza (si pensi a processi con imputati detenuti o che abbiano eletto domicilio presso il difensore e, quindi, con tempi di notificazione del decreto di citazione a giudizio di immediata realizzazione). Questa interpretazione, infine, si pone in piena consonanza con i principi costituzionali della ragionevole durata dei processi e dell’efficienza della giurisdizione, che non tollerano la “perdita” ingiustificata di utili trattazioni di processi nei ruoli di udienza già fissati. Pertanto, a fronte di una notificazione della fissazione di udienza ricevuta diversi giorni prima della presentazione dell’istanza di differimento deve ritenersi l’intempestiva tale istanza.
Nel caso di specie, la Corte d’appello, uniformandosi all’insegnamento di questa Corte, ha respinto l’istanza di differimento dell’udienza per legittimo impedimento del difensore perché tardivamente dedotto. Infatti, l’istanza di rinvio era stata inviata a mezzo fax il 31/5/2013: vale a dire, appena sei giorni prima dell’udienza, fissata per il 7 giugno, laddove il difensore aveva avuto conoscenza della stessa quasi un mese prima (il 3 maggio).
Ciò assorbe anche la questione relativa alla argomentazione sull’impossibilità di avvalersi di sostituto, non più rilevante una volta che sia accertata l’intempestività della richiesta di differimento.
2. Quanto, poi, alle modalità di svolgimento dell’udienza del 7/6/2013, il ricorrente si limita a segnalare quelle che sono, a suo giudizio, delle “anomalie”, senza specificare quali conseguenze si debbano trarre da esse e senza ricondurre la doglianza ad uno dei motivi specificamente indicati dall’art. 606 cod. proc. pen. per il ricorso in Cassazione. In realtà, indipendentemente dai riferimenti mancanti alla normativa e alle conclusioni del discorso, devesi rilevare che la comparsa tardiva dell’imputato in udienza non è causa di nullità, una volta accertato (come ammesso dal ricorrente) che l’imputato fu informato delle attività espletate in sua assenza ed ebbe la possibilità di esporre compiutamente le sue difese. Inoltre, che nessun obbligo aveva il giudice di ottenere il “consenso” dell’imputato rispetto all’attività svolta o di interrogarlo circa il difensore da cui intendeva essere assistito.
I ricorsi vanno pertanto rigettati, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza del 30 maggio 2014, n. 22706. In tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1


cassazione

Suprema Corte di Cassazione 

sezione VI

sentenza del  30 maggio 2014, n. 22706

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AGRO’ Antonio – Presidente -

Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere -

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere -

Dott. VILLONI Orlando – rel. Consigliere -

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

R.M., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4610/2013 Corte d’Appello di Milano del 28/06/2013;

esaminati gli atti e letti il ricorso ed il provvedimento decisorio impugnato;

udita in camera di consiglio la relazione del consigliere Dott. Orlando Villoni;

udito il pubblico ministero in persona del sostituto PG, Dott.ssa FODARONI Maria Giuseppina, che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza sopra indicata la Corte d’Appello di Milano confermava quella emessa dal Tribunale di Sondrio in data 18/06/2010, ribadendo la condanna di R.M. alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, condizionalmente sospesa, per il reato di cui all’art. 337 c.p., ascrittogli per avere usato violenza ad un agente della Polizia Municipale di Sondrio nell’esercizio delle sue funzioni, il quale gli aveva contestato un’infrazione al codice della strada e si accingeva a redigere il relativo verbale di contestazione.

In via preliminare, la Corte si pronunziava sulla ritenuta infondatezza dell’istanza difensiva con cui era stata formulata richiesta di rinvio dell’udienza per concomitante impegno professionale del difensore, rilevando che non erano state esplicitate compiutamente le ragioni del dedotto impedimento a comparire del legale; nel merito affermava l’irrilevanza dell’intercettazione di una conversazione tra presenti di cui era stata chiesta l’acquisizione, oltre tutto perchè contenuta in un supporto magnetico (CD) di contenuto ignoto alla stessa difesa istante; ribadiva le valutazioni del primo giudice in ordine alla sussistenza di prove sufficienti a carico dell’imputato; respingeva la tesi della diversa qualificazione giuridica dei fatti in termini di rifiuto d’indicazioni della propria identità di cui all’art. 651 c.p..

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il R. deducendo un unico motivo di ricorso, ancorchè variamente articolato, di violazione di legge in relazione all’art. 486 c.p.p. (rectius art. 484 c.p.p., comma 2 bis), ed in riferimento all’omesso differimento dell’udienza del 28/06/2013 del giudizio di appello per impedimento del difensore dovuto a concomitante impegno professionale.

Secondo il ricorrente, il difensore aveva chiaramente esplicitato, già con istanza del 30 maggio 2013 corredata di specifiche allegazioni, che il concomitante impegno professionale riguardava un’udienza preliminare a carico di imputato detenuto, da cui la necessità di privilegiare il distinto impegno attesa la sua intrinseca delicatezza; aggiungeva, inoltre, che all’udienza del 28 giugno la Corte aveva omesso del tutto di rappresentare in aula l’esistenza dell’istanza di legittimo impedimento, tanto che della stessa non sussiste traccia nel verbale d’udienza, con palese violazione dell’art. 420 ter c.p.p., comma 5.

Motivi della decisione

3. Il ricorso appare fondato nei termini di cui in motivazione.

Dall’esame del fascicolo processuale, si ricava invero che alcuna menzione veniva fatta, nel verbale d’udienza del dibattimento d’appello del giorno 28 giugno 2103, dell’istanza (presente in atti) di differimento dell’udienza medesima, tempestivamente presentata il 30 maggio 2013 non appena il difensore del ricorrente aveva appreso della citazione in appello, pervenutagli successivamente alla comunicazione, ricevuta in data 9 maggio 2013, del rinvio proprio al giorno 28 giugno 2013 dell’udienza preliminare relativa a distinto procedimento in cui difendeva un imputato sottoposto agli arresti domiciliari, misura peraltro disposta nell’ambito di ulteriore procedimento.

La giurisprudenza di questa Corte ha sul punto affermato che in tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1, (Cass. Sez. 6, sent. n. 42110 del 14/10/ 2009, Gaudio, Rv. 245127;

Sez. 2 n. 33553 del 30/04/2009, Russo, Rv. 245227; Sez. 5 sent. n. 2850 del 03/02/1999, Puma, Rv. 212604; Sez. 5 n. 829 dell’8/10/1992, Rv. 193480).

4. La nullità assoluta così determinatasi impone l’annullamento della sentenza impugnata ed il rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte territoriale; resta assorbito l’altro motivo d’impugnazione.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 30 maggio 2014

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 24 marzo 2014, n. 13553. E’ sottratto al sindacato di legittimita’ il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una motivazione immune da vizi logici e giuridici con la quale si da ragione del fatto che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla legge e che l’assoluta impossibilita’ a comparire necessita la precisa rappresentazione al giudice della natura della patologia, sicche’ generiche certificazioni dalle quali non si identifica la natura dell’infermita’ ed i suoi concreti profili ostativi non sono idonee a provare il legittimo impedimento


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Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 24 marzo 2014, n. 13553

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASUCCI Giuliano – Presidente

Dott. GALLO Domenico – Consigliere

Dott. TADDEI Margherita Bian – Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – rel. Consigliere

Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 5272/2008 CORTE APPELLO di MILANO, del 11/06/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 26/11/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. MIRELLA CERV ADORO;

Udita la requisitoria del sostituto procuratore generale, nella persona del dr. Luigi Riello, il quale ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza;

Udito l’avv. (OMISSIS) sostituto processuale dell’avv. (OMISSIS) difensore di fiducia del ricorrente che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’11.6.2013, la Corte d’Appello di Milano confermava la decisione di primo grado che aveva condannato (OMISSIS) alla pena di anni tre di reclusione e euro 6.000 di multa per il reato di ricettazione aggravata.

Ricorre per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo: 1) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera c), per violazione di legge processuale, in riferimento al rigetto dell’istanza di rinvio formulata l’11.6.2012 dal difensore dell’imputato, che esibi’ in quell’occasione certificazione medica attestante la malattia dell’imputato; 2) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), mancanza e manifesta illogicita’ della motivazione, in relazione all’elemento psicologico del reato; 3) la violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), mancanza e manifesta illogicita’ della motivazione in relazione alla qualificazione giuridica del fatto (incauto acquisto).

Chiede pertanto l’annullamento della sentenza, e dell’ordinanza dibattimentale impugnata.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo ricorso e’ infondato.

1.1 Risulta dagli atti del procedimento – che questa Corte puo’ esaminare (anche indipendentemente dalle innovazioni contenute dalla legge n.46 del 2006) essendo state dedotte violazioni di natura processuale sulle quali il giudice di legittimita’ e’ giudice del fatto – che la documentazione esibita dal difensore consiste nella copia del certificato di malattia telematico rilasciato al lavoratore e al datore di lavoro ai sensi del D.P.C.M. 26 marzo 2008, e del Decreto Legislativo n. 150 del 2009, il quale risulta compilato, oltre che nella parte relativa ai dati del medico e del lavoratore, nella parte relativa a: Dati Prognosi – Dati Diagnosi, nel seguente modo: “Il lavoratore dichiara di essere ammalato dal 10.6.2012″ “Viene assegnata prognosi clinica a tutto l’11.6.2012″ “Descrizione Febbre 38,5 e di NDD”.

1.2 In tema di legittimo impedimento dell’imputato, la giurisprudenza consolidata di questa Corte ha affermato che e’ sottratto al sindacato di legittimita’ il provvedimento con cui il giudice di merito rigetta l’istanza di rinvio del dibattimento sulla base di una motivazione immune da vizi logici e giuridici con la quale si da ragione del fatto che l’impedimento dedotto non riveste i caratteri di assolutezza richiesti dalla legge (v. Cass. Sez. 5 , Sent. n. 35170/2005 Rv. 232568 in tema di legittimo impedimento addotto dal difensore; Sez. 5 , Sent. n. 11859/2002 Rv. 221025; Sez. 1 , Sent. n. 9880/1996 Rv. 206076 in tema di legittimo impedimento dell’imputato), che la prova del legittimo impedimento a comparire deve essere fornita dall’imputato (cfr. Cass. Sez. 5 , sent. n. 43373/2005 Rv. 233079), e che l’assoluta impossibilita’ a comparire necessita la precisa rappresentazione al giudice della natura della patologia, sicche’ generiche certificazioni dalle quali non si identifica la natura dell’infermita’ ed i suoi concreti profili ostativi non sono idonee a provare il legittimo impedimento (cfr. Cass. Sez. 4 , sent. n. 21752/2006 Riv. 234518).

Premesso che il documento prodotto non e’ un certificato medico, bensi’ un mero attestato di malattia telematico ai sensi del D.P.C.M. 26 febbraio 2008, e del Decreto Legislativo n. 150 del 2009, rilasciato dal medico curante su dichiarazione dell’assistito al lavoratore e al datore di lavoro, e che lo stesso non contiene peraltro indicazione alcuna della patologia, e quindi qualsivoglia riferimento all’impossibilita’ a comparire, rileva il Collegio che correttamente la Corte distrettuale ha ritenuto che dalla documentazione presentata dal difensore non emergesse un legittimo assoluto impedimento a comparire dell’imputato.

2. Anche il secondo e terzo motivo sono infondati.

Con motivazione logica e del tutto congrua, la Corte d’Appello di Milano ha evidenziato tutti gli elementi a carico dell’ (OMISSIS), a cominciare dalle modalita’ di acquisto dei mezzi (acquisto di due escavatori con pagamento dell’acconto di euro 5000,00 ciascuno, senza ricevuta, con bolla di consegna falsa, e da persona che l’imputato ha dichiarato di non conoscere), e rilevando a riguardo che i due miniescavatori erano stati sottratti ai legittimi proprietari la notte precedente il ricevimento degli stessi da parte dell’ (OMISSIS) (la qual cosa denota che l’operazione era stata pianificata in anticipo), che il trasporto e’ avvenuto tramite un camion chiuso, non abilitato al trasporto di tali mezzi, ma idoneo a nasconderli, e che l’ (OMISSIS) era ben consapevole della falsita’ della bolla di consegna in quanto la bolla risultava emessa dalla ” (OMISSIS) s.a.s. con sede in (OMISSIS)”, ma l’ (OMISSIS) si e’ recato in un luogo che non era ne’ la sede della societa’, ne’ altro luogo che fosse con essa collegato. Sulla base di tutti gli elementi evidenziati, la Corte ha quindi correttamente concluso affermando la sussistenza dell’elemento psicologico del reato ipotizzato, e quindi l’esclusione che nel caso di specie trattasi di incauto acquisto.

Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

processuali.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 febbraio 2014, n. 7058. E’ inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno del difensore trasmessa via telefax e/o via e-mail a mezzo pec, poichè l’art. 121 c.p.p. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 c.p.p.


posta certificata

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 13 febbraio 2014, n. 7058

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SQUASSONI Claudia – Presidente -
Dott. GENTILE Mario – Consigliere -
Dott. ACETO Aldo – Consigliere -
Dott. GENTILI Andrea – Consigliere -
Dott. SCARCELLA Alessio – rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
V.C., n. (OMISSIS);
avverso la sentenza della Corte d’Appello di CATANIA in data 21/05/2013;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Alessio Scarcella;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Salzano Francesco, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza della Corte d’Appello di Catania, pronunciata in data 31/05/2013, depositata in data 28/05/2013, confermativa della sentenza del tribunale di Siracusa, sez. Dist. AUGUSTA, V. C. veniva dichiarato colpevole del reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. c), (per aver realizzato, in assenza di permesso di costruire, un immobile di 45 mq. circa, in area insistente a distanza inferiore a 150 mt. dalla battigia) nonchè per altre violazioni della materia edilizia, e condannato alla pena condizionalmente sospesa (subordinata alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi) di sei mesi di reclusione ed Euro 60.000,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali ed alla sanzione amministrativa accessoria della demolizione del manufatto abusivo entro 90 gg. dall’esecutività della sentenza, previo dissequestro e restituzione dell’immobile all’avente diritto, con rimessione in pristino stato dei luoghi a sue spese.
2. Con tempestivo ricorso, proposto dal difensore fiduciario, viene dedotto un unico motivo di ricorso, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p..
2.1. Deduce, con tale motivo, la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e), sub specie di inosservanza delle norme stabilite a pena di nullità con riferimento all’art. 178 c.p.p., lett. c), e art. 179 c.p.p., comma 1; omessa valutazione dell’istanza di rinvio per impedimento del difensore; difetto di assistenza dell’imputato.
Rileva il ricorrente che, con comunicazione via mail in data 15/05/2013, ore 18,29 rivolta alla cancelleria della Corte d’Appello di Catania, il difensore aveva rivolto istanza di rinvio per legittimo impedimento a comparire all’udienza del 21/05/2013, fissata per la trattazione del processo d’appello, in quanto impegnato presso il GUP di Varese quale difensore di parte civile in processo fissato per la discussione; l’istanza venne reiterata nuovamente per e-mail al medesimo indirizzo di posta elettronica fornito dalla cancelleria della Corte d’appello che tramite deposito dell’atto eseguito presso la cancelleria in data 20/05/2013, giorno antecedente l’udienza.
Si duole il ricorrente per non aver la Corte territoriale valutato l’istanza di rinvio depositata al fascicolo processuale, così viziando la sentenza emessa il 21 maggio 2013 per nullità assoluta;
l’istanza, deduce il ricorrente, venne partecipata sei giorni prima sia mediante mezzi tecnici nelle forme di cuiall’art. 150 c.p.p., ma anche depositata in cancelleria il giorno precedente l’udienza, con conseguente violazione del diritto all’assistenza dell’imputato che rende nulla la sentenza.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà oltre.
4. Deve, anzitutto, ritenersi priva di fondamento la censura relativa alla dedotta nullità legata alla trasmissione a mezzo comunicazione e-mail dell’istanza di rinvio, che il ricorrente documenta essere stata inviata in data 15 maggio 2013 all’indirizzo di posta elettronica della cancelleria della Corte d’appello di Catania. Sul punto, infatti, è stato più volte affermato da questa Corte – ed il Collegio non rileva alcun motivo per discostarsi dal principio, che condivide – che è inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno del difensore trasmessa via telefax, poichè l’art. 121 c.p.p. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 c.p.p. (v., da ultimo: Sez. 6, n. 28244 del 30/01/2013 – dep. 28/06/2013, Bagheri, Rv. 256894).
Tale principio, espresso a proposito dell’uso del telefax, peraltro, trova applicazione per tutte quelle “Forme particolari di notificazione disposte dal giudice“, cui si riferisce l’art. 150 c.p.p., ossia “mediante l’impiego di mezzi tecnici che garantiscano la conoscenza dell’atto” e, dunque, anche in quei casi – come quello oggetto di esame da parte di questa Corte – in cui la comunicazione sia stata eseguita a mezzo posta elettronica. Del resto, si aggiunge, la comunicazione venne eseguita mediante l’indirizzo mail “privato” di posta elettronica del difensore e non a mezzo di posta elettronica certificata, modalità non riconosciuta dalla legge. Per completezza, peraltro, occorre comunque chiarire che, a differenza di quanto previsto per il processo civile, nel processo penale tale forma di trasmissione, per le parti private, non sarebbe stata comunque idonea per comunicare l’impedimento. Ed invero, nel processo civile l’art. 366 c.p.c., comma 2, (cosi come previsto dalla L. 12 novembre 2011, n. 183, che ha modificato la L. n. 53 del 1994), ha introdotto espressamente la PEC quale strumento utile per le notifiche degli avvocati autorizzati. Già il D.M. n. 44 del 2011 aveva disciplinato con maggiore attenzione l’invio delle comunicazioni e delle notifiche in via telematica dagli uffici giudiziari agli avvocati e agli ausiliari del giudice nel processo civile, in attuazione della L. 6 agosto 2008, n. 133, art. 51. In tale contesto assume rilevanza la disposizione di cui all’art. 4 che prevede l’adozione di un servizio di posta elettronica certificata da parte del Ministero della Giustizia in quanto ai sensi di quanto disposto dalla L. n. 24 del 2010 nel processo civile e nel processo penale, tutte le comunicazioni e notificazioni per via telematica devono effettuarsi, mediante posta elettronica certificata.
Quest’ultima disposizione è stata rinnovata anche dal d.l. 18 ottobre 2012, n. 179 (“Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, in GU n.245 del 19-10-2012 – Suppl. Ordinario n. 194), entrato in vigore il 20/10/2012 e convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 (c.d. Decreto crescitalia 2.0) dove all’art. 16 viene sancito, al comma 4, che “Nei procedimenti civili le comunicazioni e le notificazioni a cura della cancelleria sono effettuate esclusivamente per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi o comunque accessibili alle pubbliche amministrazioni, secondo la normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. Allo stesso modo si procede per le notificazioni a persona diversa dall’imputato a norma dell’art. 148 c.p.p., comma 2 bis, artt. 149 e 150 c.p.p. e art. 151 c.p.p., comma 2. La relazione di notificazione è redatta in forma automatica dai sistemi informatici in dotazione alla cancelleria”. Ne consegue, pertanto, che per la parte privata, nel processo penale, l’uso di tale mezzo informatico di trasmissione non è – allo stato – consentito quale forma di comunicazione e/o notificazione.
5. E’, invece, fondata la censura difensiva per aver omesso la Corte d’appello di valutare l’istanza di rinvio che il difensore, dopo aver inoltrato per posta elettronica, aveva provveduto a depositare in cancelleria il giorno prima dell’udienza, come risulta dall’esame del fascicolo processuale che questa Corte ha esaminato, essendo giudice del fatto attesa la natura processuale dell’eccezione. Ed invero, pur risultando depositata l’istanza di rinvio il giorno precedente l’udienza, non risulta dalla motivazione della sentenza impugnata nè dal verbale dell’udienza svoltasi il 21 maggio 2013, che il collegio ebbe a valutarla. A prescindere, dunque, dalla fondatezza o meno dell’istanza, la omissione tout court della delibazione dell’istanza di rinvio, integra una nullità assoluta per violazione del diritto all’assistenza e rappresentanza dell’imputato. Come più volte affermato da questa Corte, infatti, in tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, l’omessa valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza determina il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui all’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c) e art. 179 c.p.p., comma 1, (principio affermato in relazione ad una fattispecie, analoga a quella in esame, in cui il processo era stato celebrato senza l’effettiva partecipazione del difensore di fiducia o di un sostituto da lui nominato: Sez. 6, n. 42110 del 14/10/2009 – dep. 02/11/2009, Gaudio, Rv. 245127).
6. L’impugnata sentenza dev’essere, pertanto, annullata con rinvio alla Corte d’appello di Catania, altra sezione, per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Catania.
Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2014.
Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2014

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 17 gennaio 2014, n. 1826. L’udienza camerale di appello, a seguito di giudizio abbreviato, continua ad essere assoggettata alla regola secondo cui il giudice può disporre il rinvio solo in presenza di un legittimo impedimento dell’imputato che abbia chiesto di essere sentito personalmente ovvero che abbia manifestato la volontà di comparire. Nessun rilievo viene riconosciuto all’impedimento a comparire del difensore. Tuttavia, una tale prospettiva, appare sicuramente ingiustificata quando la si applica all’astensione dell’avvocato.


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Corte di Cassazione

Sezione 6 penale

Sentenza 17 gennaio 2014, n. 1826

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. LANZA Luigi – Presidente
Dott. LEO Guglielmo – Consigliere
Dott. FIDELBO Giorgio – rel. Consigliere
Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere
Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS), nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 18 novembre 2011 emessa dalla Corte d’appello di Bologna;
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione del consigliere dott. Giorgio Fidelbo;
udite le richieste del sostituto procuratore generale, Giuseppe Volpe, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito l’avvocato (OMISSIS), che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la decisione in epigrafe la Corte d’appello di Bologna ha confermato la sentenza del 14 ottobre 2008, emessa a seguito di giudizio abbreviato, condizionato all’assunzione della testimonianza della persona offesa, con cui il G.u.p. del Tribunale di Forli’ aveva condannato (OMISSIS) ad un anno di reclusione, con pena sospesa e non menzione, in ordine al reato di cui all’articolo 572 c.p., per avere maltrattato il coniuge, (OMISSIS).
2. L’avvocato (OMISSIS), nell’interesse dell’imputato, ha proposto ricorso per cassazione deducendo due articolati motivi di seguito riassunti.
Con il primo deduce la nullita’ della sentenza di appello per violazione degli articoli 178 ss., 420 ss. e 97 c.p.p. nonche’ dell’articolo 111 Cost. e articolo 6 CEDU, per avere i giudici di secondo grado tenuto l’udienza del 18 novembre 2011, nonostante il difensore di fiducia dell’imputato avesse fatto pervenire, tempestivamente, alla cancelleria della Corte d’appello la dichiarazione di astensione dalle udienze; in particolare, censura il provvedimento con cui i giudici hanno rigettato l’istanza di rinvio dell’udienza escludendo che l’istituto dell’impedimento a comparire possa trovare applicazione nel giudizio camerale di appello, anche in presenza di una dichiarazione di astensione del difensore che aderisca ad una protesta di categoria.
Con il secondo motivo denuncia il vizio di motivazione, anche sotto il profilo del travisamento delle prove a discarico; in sostanza, lamenta che i giudici di merito non abbiano valutato le dichiarazioni rese dalla persona offesa che ha escluso la natura abituale delle condotte violente poste in essere dall’imputato: la (OMISSIS) avrebbe negato l’esistenza di un clima di continue vessazioni, precisando che si sarebbe trattato di episodi saltuari, dovuti ad un momento di crisi del rapporto coniugale.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il primo motivo e’ fondato, nei limiti di seguito indicati, e assorbe il secondo.
3.1. La Corte d’appello di Bologna, con ordinanza emessa all’udienza del 18 novembre 2011, ha respinto l’istanza difensiva di rinvio motivata con riferimento alla dichiarata adesione dell’avvocato di fiducia all’astensione dalle attivita’ giudiziarie proclamata dall’Unione delle Camere Penali italiane, sul presupposto che l’istituto dell’impedimento a comparire del difensore non e’ applicabile nel giudizio abbreviato d’appello.
In questo senso sembra orientata la giurisprudenza, anche quella di legittimita’, puntualmente citata nella sentenza impugnata.
Ancor prima della riforma di cui alla Legge n. 479 del 1999, le Sezioni unite di questa Corte, proprio in relazione al giudizio abbreviato in grado di appello, hanno ritenuto che il disposto dell’articolo 486 c.p.p., comma 5, a norma del quale il giudice provvede alla sospensione o al rinvio del dibattimento in caso di legittimo impedimento del difensore, non si applica ai procedimenti in camera di consiglio che si svolgono nelle forme previste dall’articolo 127 c.p.p. (Sez. un., 8 aprile 1998, n. 7551, Cerroni).
Successivamente, la Corte di cassazione ha sempre confermato tale indirizzo ed ha costantemente escluso il rilievo dell’impedimento a comparire del difensore, in presenza della dichiarazione di adesione all’astensione dalle udienze, regolarmente proclamata dagli organismi di categoria, in tutti i casi di partecipazione facoltativa del difensore. Lo ha fatto con riferimento all’articolo 127 c.p.p., richiamato dall’articolo 409 c.p.p., comma 2 nel procedimento di archiviazione, sostenendo che, una volta notificato l’avviso, deve ritenersi assicurato il contraddittorio sicche’ del tutto irrilevante diventa l’assenza del difensore causata da legittimo impedimento – anche se derivante da adesione allo sciopero -, essendo questo previsto quale causa di rinvio per il solo dibattimento (Sez. 6, 19 febbraio 2009, n. 14396, Leoni); lo ha sempre ribadito in relazione all’udienza prevista dall’articolo 599 c.p.p., in particolare per il giudizio di appello a seguito di abbreviato (Sez. 6, 23 settembre 2004, n. 40542, Di Gregorio; Sez. 5, 6 aprile 2006, n. 16555, Verbi; Sez. 6, 24 maggio 2006, n. 23778, Guarino; Sez. 6, 20 febbraio 2007, n. 34462, De Martino; Sez. 4, 14 luglio 2008, n. 33392, Menoni; Sez. 5, 16 luglio 2010, n. 36623, Borra), mettendo in rilievo come l’articolo 420-ter c.p.p., che nell’udienza preliminare disciplina l’impedimento a comparire sia per l’imputato sia per il difensore, trova applicazione nel giudizio abbreviato di primo grado tramite il richiamo contenuto nell’articolo 441 c.p.p., comma 1, ma non anche nel giudizio camerale di appello, previsto dal combinato disposto dell’articolo 443 c.p.p., comma 4 e articolo 599 c.p.p., disposizioni che non sono state modificate ne’ dalla riforma sul giudizio abbreviato (Legge n. 479 del 1999) ne’ dagli interventi attuativi dei principi del giusto processo (Legge n. 63 del 2001). Conseguentemente, si e’ ritenuto che l’udienza camerale di appello, a seguito di giudizio abbreviato, continui ad essere assoggettata alla regola secondo cui il giudice puo’ disporre il rinvio solo in presenza di un legittimo impedimento dell’imputato che abbia chiesto di essere sentito personalmente ovvero che abbia manifestato la volonta’ di comparire. Nessun rilievo viene riconosciuto all’impedimento a comparire del difensore.
Si tratta di una ricostruzione che giustifica tale trattamento differenziato tra imputato e difensore, individuando la ratio della disposizione contenuta nell’articolo 599 c.p.p. nell’esigenza di assicurare una maggiore speditezza del giudizio abbreviato d’appello in camera di consiglio, in attuazione dei canoni di economia processuale e dell’unita’ del processo nelle sue varie fasi.
Tuttavia, una tale prospettiva, che appare gia’ opinabile dal punto di vista della ragionevolezza della scelta legislativa, appare sicuramente ingiustificata quando la si applica all’astensione dell’avvocato.
3.2. L’astensione dall’attivita’ giudiziaria degli avvocati e dei procuratori legali non puo’ essere considerata semplicemente un legittimo impedimento partecipativo: e’ la Corte costituzionale a sostenere che, sebbene l’astensione dall’attivita’ defensionale non possa configurarsi come diritto di sciopero ricompreso sotto la specifica protezione dell’articolo 40 Cost., tuttavia si tratta di un diritto di liberta’, in quanto manifestazione incisiva della dinamica associativa volta alla tutela di una forma di lavoro autonomo, che va ricondotta nell’ambito dei “diritti di liberta’ dei singoli e dei gruppi che ispira l’intera prima parte della Costituzione” e che appartiene all’ambito del diritto di associazione (Corte cost., sent. n. 171 del 1996).
Una volta che si ammette che con il riconoscimento di questa forma di “protesta di categoria” si garantisce la liberta’ di ogni formazione sociale, nella tutela concorrente di altri valori di rango costituzionale, risulta riduttivo equipararla ad una qualsiasi ipotesi di impedimento a comparire, nel senso che con la dichiarazione di astensione dalle udienze il difensore esercita un diritto, che il giudice deve riconoscere, purche’ il suo esercizio avvenga nel rispetto della legge.
3.3. D’altra parte, la stessa giurisprudenza di legittimita’, seppure in relazione ad altri profili, ha ormai riconosciuto che l’astensione del difensore dalle udienze non puo’ essere equiparata ad una qualsiasi forma di impedimento.
Infatti, l’interpretazione consolidata secondo cui, nell’ipotesi di astensione da parte dell’avvocato, non trova applicazione il limite massimo di sessanta giorni di sospensione del corso della prescrizione, in quanto il termine resta sospeso per l’intero periodo di differimento (articolo 159 c.p., come modificato dalla Legge n. 251 del 2005), trova la sua premessa nel riconoscimento che la richiesta del difensore di rinvio dell’udienza, sebbene sia tutelata dall’ordinamento, non costituisce impedimento in senso tecnico” (tra le tante, Sez. 4, 29 gennaio 2013, n. 10621, M.; Sez. 5, 8 febbraio 2010, n. 18071, Piacentino; Sez. 1, 4 febbraio 2009, n. 5956, Tortorella; Sez. 1, 17 giugno 2008, n. 25714, Arena; Sez. 3, 17 ottobre 2007, n. 4071, Regine; Sez. 5, 14 novembre 2007, n. 44924, Marras).
Invero, deve riconoscersi come definitivamente superato l’orientamento interpretativo, formatosi soprattutto negli anni precedenti la riforma di cui alla Legge n. 479 del 1999, che tendeva a ricondurre l’astensione nell’ambito del generale istituto del legittimo impedimento. Le decisioni sopra riportate, come anche altre intervenute sulla disciplina in tema di durata dell’effetto sospensivo del termine di prescrizione determinato dal differimento dell’udienza per l’astensione del difensore, affermano la sussistenza di un vero e proprio “diritto al rinvio” quale diretta conseguenza dell’esercizio del diritto costituzionale di liberta’ di associazione del difensore: si e’ cosi’ sostenuto che la richiesta di rinvio dell’udienza per aderire ad una astensione collettiva “deve essere considerata una richiesta tutelata dall’ordinamento col diritto ad ottenere un differimento, ma non costituisce un impedimento in senso tecnico, visto che non discende da una assoluta impossibilita’ a partecipare all’attivita’ difensiva”, chiarendo che la richiesta di differimento dell’udienza per aderire ad una astensione collettiva si inquadra nella seconda ipotesi prevista dall’articolo 159 c.p., n. 3 (Sez. 2, 29 ottobre 2008, n. 44391, Palumbo; nello stesso senso, Sez. 2, 12 febbraio 2008, n. 20574, Rosano; Sez. 1, 17 giugno 2008, n. 25714, Arena; Sez. 5, 23 aprile 2008, n. 33335, Inserra; Sez. 6, 10 giugno 2009, n. 27842, Nori; Sez. 6, 13 maggio 2010, n. 26079, G.G.).
Si tratta di una giurisprudenza che negando la riconducibilita’ dell’astensione al concetto di legittimo impedimento, seppure per affermare che rientri nell’ipotesi disciplinata dall’articolo 159 c.p. come semplice richiesta di rinvio a cui non si applica il limite massimo di sessanta giorni di sospensione, sconfessa l’orientamento interpretativo, sopra riportato, che esclude rilevanza all’astensione del difensore nell’udienza camerale sul presupposto che il legittimo impedimento non puo’ operare a favore del difensore.
E’ evidente la discrasia interpretativa verificatasi: da un lato, vista dalla prospettiva del termine di sospensione della prescrizione, l’astensione viene configurata come un “diritto al rinvio”, escludendo espressamente che rientri nell’ambito di un’ipotesi di legittimo impedimento; dall’altro lato, l’irrilevanza dell’astensione nei procedimenti camerali a partecipazione eventuale ex articolo 127 c.p.p., compresi quelli di cui all’articolo 599 c.p.p., viene giustificata proprio con riferimento alla mancata previsione del legittimo impedimento del difensore.
Invero, se l’astensione dalle udienze non puo’ essere ricondotta all’interno dell’istituto del legittimo impedimento, deve conseguentemente escludersi che la mancata previsione di una ipotesi di legittimo impedimento del difensore possa giustificare la tesi della irrilevanza della manifestazione del diritto di astensione.
Tenuto conto del percorso che, con la sentenza n. 171 del 1996 della Corte costituzionale e poi con la Legge n. 83 del 2000, ha portato al riconoscimento dell’astensione come manifestazione di un diritto di liberta’ derivante direttamente dall’articolo 18 Cost., appare corretta l’impostazione che tende a differenziare nettamente l’esercizio di tale diritto dall’istituto del legittimo impedimento, da qualsiasi visuale lo si voglia inquadrare.
Il concetto di impedimento legittimo indica una situazione in cui non vi e’ alcuna scelta, ma un’oggettiva impossibilita’ del difensore di partecipare all’udienza; del tutto differente e’ il caso dell’astensione dell’avvocato dall’udienza, in quanto si tratta dell’esercizio di un diritto di liberta’, che e’ situazione del tutto diversa dal rinvio determinato da un impedimento. Se questo diritto di liberta’ viene esercitato nel rispetto e nei limiti indicati dalla legge esso costituisce una causa di rinvio del procedimento: in altri termini, la ragione del rinvio trova la sua giustificazione nell’esercizio stesso di un diritto di liberta’.
3.4. Nel momento in cui l’astensione dalle udienze non viene piu’ ricondotta all’istituto del legittimo impedimento risulta superato anche il problema, segnalato in alcune decisioni, secondo cui per dare rilievo all’astensione sarebbe comunque necessario sollevare una questione di legittimita’ costituzionale delle disposizioni che negano la cittadinanza al legittimo impedimento del difensore nei procedimenti camerali, come quelli disciplinati dagli articoli 127 e 599 c.p.p.: peraltro, fino ad ora la giurisprudenza ha sempre affermato la piena razionalita’ della differenza di disciplina relativa ai procedimenti camerali in questione, con particolare riferimento all’abbreviato d’appello, differenza giustificata dalla peculiarita’ del giudizio (Sez. 5, 6 aprile 2006, n. 16555, Verbi; Sez. 4, 14 luglio 2008, n. 33392, Menoni).
Inoltre, nell’ambito dell’orientamento che esclude che l’astensione possa identificarsi con un’ipotesi di legittimo impedimento, si e’ messo in rilievo l’irrazionalita’ di un sistema che riconosca all’astensione del difensore il diritto al rinvio dell’udienza nell’ambito di un procedimento camerale – il riferimento e’ sempre al giudizio ex articolo 443 c.p.p. – in cui il legittimo impedimento del difensore, cioe’ una situazione di impossibilita’ oggettiva a partecipare, non riceve alcuna tutela (in questo senso, Sez. 6, 10 giugno 2009, n. 27842, Nori). L’obiezione prova troppo e non tiene conto che si tratta di due situazioni profondamente diversificate, che in quanto tali giustificano pienamente una diversita’ di trattamento: il legittimo impedimento e’ direttamente funzionale al diritto di difesa il cui esercizio puo’ essere diversamente modulato in considerazione del rito a cui si riferisce, purche’ sia in funzione dello scopo del giudizio; l’astensione del difensore e’, invece, funzionale all’esercizio di un diritto di liberta’ costituzionalmente rilevante e collegato, come si e’ visto, al diritto di associazione di cui all’articolo 18 Cost..
E’ vero che si tratta di un diritto di liberta’ che non ha la medesima valenza del diritto di sciopero di cui all’articolo 40 Cost., tanto da dover essere bilanciato con i diritti fondamentali degli altri soggetti interessati dalla funzione giudiziaria nonche’ con i principi costituzionali del buon andamento dell’amministrazione della giustizia, ma un tale bilanciamento risulta oggi effettuato a monte dal legislatore.
Proprio per soddisfare le esigenze di bilanciamento tra gli spazi di liberta’, di cui puo’ essere espressione l’astensione collettiva dalle udienze, e il buon andamento dell’amministrazione della giustizia, spinto dalla Corte costituzionale, il legislatore e’ intervenuto con la Legge n. 83 del 2000 a regolamentare la materia fino ad allora disciplinata dalla Legge n. 146 del 1990 sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi essenziali, imponendo non solo l’obbligo d’un congruo preavviso e di un ragionevole limite temporale dell’astensione, ma prevedendo anche l’adozione di codici di autoregolamentazione, previa verifica di idoneita’ da parte della apposita Commissione di garanzia. In questo modo l’astensione degli avvocati dalle udienze ha ormai acquisito una piena legittimazione nel nostro ordinamento giuridico quale diritto di liberta’, il cui esercizio resta subordinato ad una serie di regole e limiti, che sono stabiliti dalla legge, integrata dai codici di autoregolamentazione che siano valutati conformi alla legge stessa. Una volta che tali regole risultano osservate, il giudice non puo’ che accogliere la richiesta di differimento dell’udienza formulata dal difensore che dichiari di aderire all’astensione collettiva, a condizione che sia stata proclamata a norma di legge.
D’altra parte nell’ordinamento sono presenti altri istituti che risultano in grado di assicurare tutela ai principi e ai diritti che possono essere messi in crisi dagli effetti dell’astensione e dal conseguente diritto al rinvio: si e’ gia’ visto come il rinvio dell’udienza determini la sospensione della prescrizione per l’intero periodo necessario allo svolgimento degli adempimenti tecnici imprescindibili per garantire il recupero dell’ordinario svolgimento del processo; inoltre, a seguito del rinvio dell’udienza per adesione all’astensione si esclude il diritto del difensore ad avere la notifica del provvedimento di differimento; l’adesione del difensore all’astensione rende operante anche la causa di sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare; lo stesso codice di autoregolamentazione esclude che il diritto all’astensione possa essere esercitato in riferimento ai processi concernenti reati la cui prescrizione maturi durante il periodo di astensione. Ne deriva un sistema in cui i diritti fondamentali dei soggetti destinatari della funzione giudiziaria, espressione dei principi e dei valori costituzionali del buon andamento dell’amministrazione giudiziaria, risultano fortemente tutelati nella comparazione con la liberta’ di astensione.
Il diritto al rinvio dell’udienza per astensione del difensore trova la sua regolamentazione nella legge sullo sciopero nei servizi essenziali come modificata dalla Legge n. 83 del 2000 e nelle fonti regolatrici di natura sub­legislativa cui si e’ fatto riferimento, sicche’ a questa complessa disciplina occorre fare riferimento per verificare la correttezza delle modalita’ di esercizio del diritto dell’avvocato, disciplina che garantisce tale diritto di liberta’.
3.5. Recentemente, le Sezioni unite di questa Corte hanno attribuito valore di normativa secondaria al codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, adottato dagli organismi di categoria il 4 aprile 2007 e valutato idoneo dalla Commissione di garanzia con Delib. 13 dicembre 2007, in attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Sez. un., ord. 30 maggio 2013, n. 26711, Ucciero; in senso analogo v., Sez. 6, 12 luglio 2013, n. 39248, Cartia). Nel caso preso in esame le Sezioni unite hanno stabilito che nei procedimenti relativi a misure cautelari personali non e’ consentita l’astensione dalle udienze da parte del difensore che aderisca ad una protesta di categoria, facendo leva proprio sul codice di autoregolamentazione, che all’articolo 4 esclude che l’astensione possa riguardare le udienze penali “afferenti misure cautelari” (sulla stessa linea si colloca Sez. 6, 12 luglio 2013, n. 39871, Notarianni, che ha escluso la possibilita’ di astensione del difensore nei procedimenti aventi ad oggetto misure cautelari reali, anche in questo caso facendo applicazione delle disposizioni contenute nel codice di autoregolamentazione).
Ne consegue che oggi il giudice, nella valutazione del corretto esercizio dell’astensione, deve necessariamente prendere anche in considerazione le disposizioni contenute in tale codice. L’articolo 3 disciplina gli effetti dell’astensione, individuando le modalita’ attraverso cui deve essere esercitata: l’astensione deve essere dichiarata all’inizio dell’udienza (o dell’atto di indagine) dal difensore personalmente o tramite un sostituto oppure puo’ essere comunicata con atto scritto trasmesso o depositato nella cancelleria del giudice (oltreche’ agli altri avvocati) almeno due giorni prima della data stabilita. Solo in presenza di tali modalita’ all’astensione, regolarmente proclamata, potra’ conseguire il diritto al rinvio dell’udienza (il codice di autoregolamentazione contiene ancora il riferimento al legittimo impedimento del difensore, riferimento da ritenere, per le ragioni sopra esposte, improprio).
Ma cio’ che rileva ai fini della questione in oggetto e’ che lo stesso articolo 3 non opera alcuna distinzione tra udienze a cui il difensore deve partecipare in via obbligatoria ovvero facoltativa: infatti, la disposizione si riferisce “all’udienza o all’atto di indagine preliminare o a qualsiasi altro atto o adempimento per il quale sia prevista la sua presenza, ancorche’ non obbligatoria” (peraltro anche nella regolamentazione provvisoria dell’astensione collettiva degli avvocati, che venne adottata dalla Commissione di garanzia con Delib. 4 luglio 2002, e oggi superata dal citato codice di autoregolamentazione, era contemplato il caso dell’astensione nelle udienze a partecipazione facoltativa, infatti l’articolo 3 comma 4 prevedeva che “per le udienze che possono celebrarsi anche in assenza del difensore, questi, qualora intenda astenersi, deve darne comunicazione all’autorita’ procedente”).
Di conseguenza, il fatto che in alcuni procedimenti non sia prevista come obbligatoria la presenza del difensore non puo’ condizionare l’esercizio del diritto di liberta’, purche’ il difensore comunichi tempestivamente la volonta’ di astensione, manifestando in questo modo anche la sua volonta’ di essere presente all’udienza a partecipazione facoltativa.
3.6. In conclusione, deve ritenersi del tutto inattuale quella giurisprudenza, alla quale si e’ ispirata la stessa sentenza impugnata, che, come si e’ visto, nega ogni rilievo all’astensione dei difensori manifestata nei giudizi d’appello relativi a procedimenti definiti in primo grado con rito abbreviato – ma lo stesso vale per tutti i procedimenti a partecipazione eventuale aventi le medesime caratteristiche, come ad esempio i giudizi di opposizione avverso le richieste di archiviazione (articoli 409 e 410 c.p.p.) – giustificando la prosecuzione del procedimento in assenza del difensore sul duplice presupposto che si tratta di partecipazione non necessaria e che non e’ contemplata una causa di legittimo impedimento. In questo modo, il diritto di astensione subisce un pesante condizionamento trovandosi il difensore a scegliere di rinunciare al proprio diritto costituzionale di liberta’ per non lasciare privo di difesa tecnica il proprio assistito.
Il corretto esercizio del diritto di liberta’ di astensione ha come effetto il differimento delle attivita’ giudiziarie fissate in coincidenza con il periodo della “protesta”, ad eccezione delle attivita’ espressamente escluse dalla legge e dal codice di autoregolamentazione ovvero di quelle indicate dalla Commissione di garanzia in funzione di salvaguardia delle esigenze di contemperamento dei diritti in gioco.
4. Nella specie, risulta dagli atti, e non e’ oggetto di contestazione, che il difensore di fiducia dell’imputato, con istanza fatta pervenire tempestivamente, ha chiesto il rinvio dell’udienza dichiarando di aderire all’astensione dalle attivita’ giudiziarie proclamata dall’Unione delle Camere Penali italiane, istanza che la Corte d’appello ha respinto per le ragioni sopra riportate, proseguendo l’udienza senza la presenza del difensore e dello stesso imputato, pronunciando alla fine sentenza di conferma della condanna dell’imputato.
In questo caso, nonostante il difensore abbia correttamente esercitato la liberta’ di astensione, attuata in ottemperanza di tutte le prescrizioni formali e sostanziali indicate dalle pluralita’ delle fonti regolatrici, il giudice non ha riconosciuto il diritto al rinvio, determinando la nullita’ della sentenza ai sensi dell’articolo 178 c.p.p., lettera c) e articolo 180 c.p.p.. In questo caso la nullita’ ha riguardato la mancata assistenza dell’imputato, nullita’ da considerare a regime intermedio e non assoluta ex articolo 179 c.p.p., comma 1 dal momento che l’assistenza del difensore non era obbligatoria.
Ne consegue l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Bologna.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Bologna.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 45190 dell’8 novembre 2013. Viola il diritto di difesa il gip che ignora il fax dell’avvocato che annuncia di arrivare in ritardo. Tale istanza non determinava un rinvio d’udienza per legittimo impedimento


Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza n. 45190 dell’8 novembre 2013

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 7 marzo 2013 il gip del Tribunale di Lecco, all’esito dell’udienza camerale del 6 marzo 2013, ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico di C. M., indagato per il reato di cui all’articolo 609 quater c.p. per preteso compimento di atti sessuali alle minori V. T. e V. R., la cui madre M. V. si era opposta all’archiviazione.
2. Ha presentato ricorso il difensore di M V i adducendo tre motivi. Il primo motivo denuncia violazione degli articoli 127 e 409 c.p.p. per mancata partecipazione della persona offesa e del difensore all’udienza camerale. Essendo stata proposta l’opposizione alla richiesta di archiviazione, veniva fissata l’udienza del 30 gennaio 2013, poi rinviata al 6 marzo per omessa notifica; in tale data il difensore e la sua assistita non riuscivano a parteciparvi per un ritardo di 14 minuti determinato da caso fortuito, comunicato però per tempo sia telefonicamente sia per fax alla cancelleria. Il gip nominava un sostituto processuale del difensore ex articolo 97, comma 4, c.p.p., e procedeva senza attendere né il difensore né la parte offesa, ledendo così il diritto di difesa. Se è vero che la partecipazione del difensore nella camera di consiglio a seguito di opposizione all’archiviazione è facoltativa, ciò non toglie che il difensore della persona offesa ha l’interesse e il dovere riconosciutigli dalla legge di partecipare all’udienza per tutelare l’interesse della vittima al prosieguo del procedimento. Inoltre, fissata l’udienza camerale la persona offesa deve non solo essere avvisata ma anche sentita dal giudice se compare e lo richiede; il diritto è stato negato la parte offesa “a causa di un ritardo per cause indipendenti dalla volontà della stessa e, comunque, comunicato per tempo” (ricorso, pagina 11). Ne deriva, per il combinato disposto degli articoli 127, commi 3 e 5, e 409, comma 2, c.p.p., nullità intermedia, da eccepire dopo il mancato compimento dell’atto e dunque prima della conclusione dell’udienza camerale, salva la prova che ciò sia stato in concreto impossibile come nel caso in esame perché “non veniva data la possibilità” all’avvocato di presenziare all’udienza, così impedendogli, tra l’altro, di prendere visione della memoria difensiva che in tale sede depositava la difesa dell’indagato. È dunque nulla l’udienza camerale e il provvedimento emesso all’esito di essa.

Il secondo motivo denuncia violazione del principio del contraddittorio e inerzia del PM: sussistevano ancora ampi spazi di indagine ma il PM preferiva non procedere per la convinzione che “non erano emersi indizi di abusi”. Non è comprensibile perché il PM abbia preferito procedere direttamente all’escussione di V.T. in modalità protetta e non in incidente probatorio e perché non abbia sentito il padre delle minori, che il 6 novembre 2011 aveva sporto un’autonoma denuncia degli stessi fatti. Il gip erra laddove nell’ordinanza esclude ogni utilità di una nuova escussione a s.i.t. del padre e delle zie materne delle minori, e nega che due fotografie, nn. 102 e 68, rinvenute nel fascicolo di un primo procedimento penale a carico del C. M. (condannato con sentenza irrevocabile alla pena di anni quattro e mesi otto di reclusione), nonostante le dichiarazioni delle zie e della madre delle minori in tal senso, rappresentino le bambine.
Il terzo motivo denuncia violazione degli articoli 408 ss. c.p.p. perché il gip ha impedito l’esercizio dell’azione penale non espletando il dovuto controllo sull’attività del PM a custodia del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è fondato nei limiti che si viene ad esporre.
Il primo motivo denuncia una lesione del diritto di difesa per non avere il gip atteso per un breve tempo la parte offesa e il suo difensore prima di svolgere l’udienza ex articolo 127 c.p.p. sull’opposizione all’archiviazione proposta dalla stessa parte offesa, procedendovi invece immediatamente e nominando un sostituto processuale del difensore per la parte offesa ex articolo 97, comma 4, c.p.p.: e ciò nonostante che il ritardo, temporalmente limitato e originato da caso fortuito, era stato oggetto di avviso da parte dei difensore prima dell’orario in cui l’udienza era fissata. In particolare, l’udienza era fissata il 6 marzo 2013 alle 13:20; risulta dall’allegato al ricorso che il difensore aveva inviato un fax al Tribunale il 6 marzo 2013 ad ore 12:38 annunziando che “a causa di un ritarda” della sua assistita “cagionato da un imprevisto improvviso” della stessa, “come già comunicato telefonicamente” sarebbe arrivato all’udienza, fissata alle 13:20, alle 14:00.
L’articolo 409, comma 6, c.p.p. dispone che l’ordinanza di archiviazione e ricorribile per cassazione solo nel casi di nullità di cui all’articolo 127, comma 8, c.p.p., il quale a sua voltapresidia con la sanzione della nullità le disposizioni dei commi 1, 3 e 4 dello stesso articolo 127. Il primo comma dell’articolo 127 riguarda l’avviso della data dell’udienza camerale alle parti, alle altre persone interessate e ai difensori; il terzo comma stabilisce che il pubblico ministero, gli altri destinatari dell’avviso e i difensori “sono sentiti se compaiono”; il comma quarto impone il rinvio dell’udienza in caso di legittimo impedimento “dell’imputato o del condannato che ha chiesto di essere sentito personalmente e che non sia detenuto o internato in luogo diverso da quello in cui ha sede il giudice”.

Nessuna di queste ipotesi, dunque, letteralmente comprende gli eventi processuali descritti dal primo motivo. Tuttavia, la pertinenza dei commi primo e terzo è chiara, qualora se ne consideri la ratio di tutela del contraddittorio, ovvero del diritto di difesa di tutte le parti ne|i’udienza camerale. Invero, il combinato disposto del primo comma (l’obbligo di avviso) e del terzo comma (l’obbligo di sentire chi è stato avvisato se compare) delinea una tutela del diritto di difesa che riguarda anche la parte offesa opponente e il suo difensore.

Applicando, peraltro, dette norme in termini di formalismo, cioè svincolandole dalla ratio a esse sottesa, si elide la suddetta tutela perché all’avviso non fa seguito una concreta possibilità di partecipare all’udienza nel caso in cui si verifichi un imprevisto generante modesto ritardo, preventivamente comunicato, qualora appunto in tal caso venga ignorata la comunicazione e un’ulteriore norma che presidi il diritto di difesa, l’articolo 97, comma 4, c.p.p., sia utilizzata per una sostituzione automatica del difensore che prescinde dalla configurazione del caso concreto di esercizio del diritto di difesa tecnica. Allorquando le norme non mantengano, nella loro applicazione, contatto con l’intenzione effettiva del legislatore, la ratio, che dà linfa alla corretta interpretazione del contenuto – in particolare per le norme processuali evidenziandone la specifica strumentalità -, può accadere di invertirne l’incidenza, utilizzandole nel senso contrario o comunque in senso difforme rispetto a quello che il legislatore per esse ha scelto (summum jus summa iniuria).

Nei caso di specie, tre quarti d’ora prima dell’orario fissato per l’udienza il difensore comunicava via fax un ritardo di dimensioni tollerabili (sarebbe arrivato 40 minuti dopo). Il gip – che non fa menzione di ciò nell’ordinanza, pur ampiamente motivata – non si trovava, quindi, dinanzi a una istanza di rinvio d’udienza per legittimo impedimento (che avrebbe dovuto ricondursi all’articolo 127, quarto comma, c.p.p.), bensì alla comunicazione della necessità di una limitata attesa per espletare nell’udienza il diritto di partecipazione e di difesa al cui esercizio era stato preordinato l’avviso dell’udienza stessa: una breve procrastinazione temporale nella stessa giornata, quindi, non assimilabile a un rinvio, bensì riconducibile, dal punto di vista del giudice, a una mera rettifica organizzativa (l’organizzazione del giudice, ovviamente, deve sempre espletarsi tanto in modo efficiente quanto in modo collaborativo e tutelativo delle parti). Il procedere del gip, invece, come se la comunicazione via fax non fosse pervenuta, e dunque svolgendo l’udienza immediatamente e immediatamente nominando il sostituto processuale del difensore della parte offesa, anche a prescindere dal fatto che il ricorso adduce poi un effettivo ritardo di soli 14 minuti, ha invece integrato una violazione, in termini sostanziali, del diritto alla partecipazione e alla difesa all’udienza che viene incluso e tutelato, quale consequenziale garanzia offerta alla parte, nel diritto all’avviso (prodromo procedurale) della fissazione e delia data dell’udienza stessa di cui al primo comma dell’articolo 127 c.p.p., così incorrendo il giudice in una nullità riverberatasi sulla sequenza procedurale successiva, e dunque anche sull’ordinanza impugnata. Premesso, invero, che la tempestività del ricorso è stata correttamente attuata in relazione al fatto che, trattandosi di nullità intermedia, come il ricorso stesso evidenzia deve eccepirsi dopo il mancato compimento dell’atto affetto da essa e dunque prima della conclusione dell’udienza camerale, salva la prova che ciò sia stato in concreto impossibile – che è appunto la fattispecie in esame, consistente nella preclusione della partecipazione all’udienza camerale patita sia dal difensore della parte offesa sia dalla parte offesa stessa -, è poi indubbio che tale ricorso non è affetto dalla inammissibilità che inficia il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di archiviazione, poiché attiene a una violazione del contraddittorio.

Del tutto consolidata, al riguardo, è giurisprudenza di questa Suprema Corte, che riconosce, ex articolo 409, sesto comma, c.p.p., l’ammissibilità dei ricorso per cassazione contro l’ordinanza di archiviazione (solo) nel caso in cui siano denunciate, appunto, violazioni del contraddittorio, rimanendo preclusa la proposizione del ricorso per vizi di motivazione o per violazione di norme sostanziali (Cass. sez. I, 3 febbraio 2010 n. 9440, per cui “è inammissibile il ricorso per cassazione proposto avverso il provvedimento di archiviazione per vizi di motivazione che non si risolvano in violazioni del contraddittorio ovvero per “errores in iudicando” fondati su una diversa interpretazione della legge sostanziale”; Cass. sez. I, ord. 7 febbraio 2006, per cui contro l’ordinanza di archiviazione il ricorso è ammissibile solo nei casi di “mancato rispetto delle regole poste a garanzia del contraddittorio”, rimanendo quindi escluso il vizio di motivazione o il travisamento dell’oggetto o la omessa considerazione di circostanze di fatto già acquisite; più risalenti, v. S.U., 9 giugno 1995 n. 24 – per cui l’articolo 409 c.p.p., “nel fare espresso e tassativo richiamo ai casi di nullità previsti dall’art. 127, comma quinto, c.p.p,, legittima il ricorso per cassazione soltanto nel caso in cui le parti non siano state poste in grado di esercitare le facoltà ad esse attribuite dalla legge, e cioè l’intervento in camera di consiglio per i procedimenti da svolgersi dinanzi al tribunale”, Cass. sez. VI, 20 giugno 1994 n. 2918 – che dichiara l’ordinanza di archiviazione ricorribile “solo per violazione dei diritti di difesa” – e Cass. sez. VI, ord. 23 ottobre 1992 n. 3774, che sottolinea come l’articolo 127, quinto comma, c.p.p. “sanziona con la nullità la mancata osservanza delle norme concernenti la citazione delle parti e la possibilità delle stesse di intervenire” – e proprio la possibilità di intervenire per la parte offesa e il suo difensore, nel caso di specie, pur a seguito di regolare avviso è stata in effetti pregiudicata).

Assorbiti quindi il secondo e il terzo motivo, l’ordinanza impugnata risulta affetta da nullità perché conseguente proceduralmente a una lesione del diritto di difesa, non essendo stato consentito alla parte offesa e al suo difensore di avvalersi concretamente dell’avviso dell’udienza per parteciparvi, in quanto a essi si è negato per il concreto esercizio del diritto un lasso di tempo adeguato rispetto all’orario in cui era fissata l’udienza, lasso di tempo ragionevole – alla luce del notorio e del senso comune – per superare gli imprevisti e i brevi ritardi scusabili da essi derivati, pur essendo stata tale situazione preventivamente e tempestivamente comunicata al Tribunale dal difensore. In tal modo, invero, la tutela del contraddittorio evincibile dall’articolo 127 c.p.p. si è attestata a un livello formalistico e pertanto non è stata garantita in modo effettivo alla parte ora ricorrente.
In conclusione, l’ordinanza impugnata deve essere annullata e deve disporsi la trasmissione degli atti al gip del Tribunale di Lecco per l’ulteriore corso del procedimento.

P.Q.M.

Annulla il provvedimento impugnato e dispone trasmettersi gli atti al gip del Tribunale di Lecco per l’ulteriore corso.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 6 novembre 2013 n. 44845. La gastrite dell’avvocato anche se certificata dal medico (con una prognosi di tre giorni per la guarigione) non è un motivo legittimo per far slittare l’udienza


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Il testo integrale

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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 6 novembre 2013 n. 44845[1]

La certificazione allegata alla richiesta di differimento, non solo non precisava che la malattia da cui era afflitto impedisse all’avvocato di svolgere la sua attività professionale ovvero che lo stesso necessitasse di riposo assoluto in ragione della sua eventuale intensità, ma si limitava a rilevare l’esistenza di una patologia che, per comune esperienza, non poteva considerarsi invalidante (la gastrite per l’appunto) e ad effettuare una prognosi sui suoi tempi dl risoluzione (peraltro assai rapidi).

In tale situazione, sempre per consolidato orientamento deve ritenersi legittimo il provvedimento con cui il giudice di merito ritenga l’insussistenza del dedotto impedimento anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza.

L’impedimento rilevante … è solo quello In grado di determinare l’assoluta impossibilità a comparire del difensore. Non è dunque sufficiente che questi sia affetto da una qualsiasi alterazione dei suo stato di salute perché consegua l’obbligo per il giudice di disporre il differimento dell’udienza, ma è invece necessario che l’interessato prospetti e documenti una patologia tale da configurare un effettivo impedimento nei termini descritti dalla legge processuale.

In tal senso non è in dubbio che l’assoluto impedimento a comparire non richieda necessariamente l’impossibilità in senso fisico di raggiungere la sede giudiziaria ma … deve comunque risolversi in una situazione tale da impedire all’interessato di partecipare all’udienza se non a prezzo di un grave e non evitabile rischio per la propria salute.

 

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 28 giugno 2013, n. 28244. Se l’istanza del rinvio di udienza è presentata tramite fax il giudice non è tenuto ad esaminarla


fax

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 28 giugno 2013, n. 28244

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MILO Nicola – Presidente -

Dott. CORTESE A. – rel. Consigliere -

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere -

Dott. CAPOZZI Angelo – Consigliere -

Dott. PATERNO’ RADDUSA Benedet – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.S. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2254/2011 CORTE APPELLO di CATANIA, del 11/04/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 30/01/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ARTURO CORTESE;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Montagna Alfredo, che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

Svolgimento del processo

B.S. ricorre, a mezzo del difensore, avverso la sentenza in epigrafe, confermativa della sua condanna alla pena di anni uno di reclusione per il reato ex art. 323 c.p..

Lamenta che la Corte d’appello ha disatteso, senza esaminarla, l’istanza di rinvio per concomitante impegno professionale inviata a mezzo fax dal difensore di fiducia, previamente nominato sempre a mezzo fax, con revoca di ogni precedente nomina.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato.

Secondo la giurisprudenza maggioritaria di questa Corte (sentenze N. 12623 del 1999 Rv. 214412, N. 3313 del 2000 Rv. 215579, N. 789 del 2004 Rv. 227806, N. 38968 del 2005 Rv. 232555, N. 6696 del 2006 Rv.

233999, N. 38160 del 2009 Rv 245315, N. 46954 del 2009 Rv. 245397, N. 11787 del 2011 Rv. 249829, N. 602 del 2012 Rv. 252667), invero, a cui il Collegio intende attenersi, in quanto aderente alla lettera e alla ratio delle norme che disciplinano la materia, legittimamente il giudice rigetta l’istanza di rinvio dell’udienza, proposta dal difensore, a mezzo fax, in quanto l’art. 121 c.p.p. prescrive che le memorie e le richieste siano presentate al giudice per iscritto mediante deposito in cancelleria, mentre il telefax, non assicurando la certezza della provenienza del documento, non può essere utilizzato per chiedere il rinvio dell’udienza, nè obbliga il giudice a prendere in esame l’istanza; d’altro canto, l’art. 150 c.p.p., che contempla l’uso di forme particolari di notificazione, quali appunto, il telefax, indica nei funzionari di cancelleria gli unici soggetti abilitati ad avvalersene.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2013.

Depositato in Cancelleria il 28 giugno 2013.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 21 agosto 2013, n. 35269. Decreto di sequestro dei computer per due avvocati nei quali erano contenuti i files, ritenuti rilevanti, ai fini dell’accertamento dell’attendibilità delle certificazioni mediche, utilizzate dai legali, per ottenere il differimento di udienze penali, per impedimento, sebbene fosse poi risultato che in quello stesso giorno i predetti avevano svolto regolarmente altra attività professionale.


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Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 21 agosto 2013, n. 35269

Fatto e diritto

Con ordinanza 16.10.12, il tribunale di Siena ha rigettato la richiesta di riesame e ha confermato il decreto di sequestro, emesso il 25.9.2012 dal P.M., a norma dell’art. 252 c.p.p., di due computer, posti nello studio degli avvocati D.B.G. e D.B.S. . In tali computer erano contenuti i files, ritenuti rilevanti, ai fini dell’accertamento dell’attendibilità delle certificazioni mediche, utilizzate dai legali, per ottenere il differimento di udienze penali, per impedimento, sebbene fosse poi risultato che in quello stesso giorno i predetti avevano svolto regolarmente altra attività professionale.
Il difensore ha presentato ricorso per i seguenti motivi:
1.violazione di legge in riferimento all’art. 103 co. 3 e 4 cpp; vizio di motivazione: le garanzie previste dalle norme sono applicabili anche nel caso in cui gli avvocati siano indagati, in quanto esse vanno osservate in tutti i casi in cui la perquisizione e il sequestro vengano effettuati nello studio in un professionista iscritto nell’albo degli avvocati, a causa del riflesso dell’inviolabilità del diritto di difesa, come diritto fondamentale, ex art. 24 Cost. L’obbligo del rispetto delle garanzie va osservato specialmente quando perquisizione e sequestro siano effettuati in uno studio professionale, intestato ad altro avvocato, non coinvolto nelle indagini;
2. violazione di legge in riferimento agli artt. 200,253, 256 cpp; mancanza di nesso di pertinenzialità con alcuni dei beni sequestrati e violazione delle norme a tutela del segreto professionale: il tribunale si è posto il problema del segreto professionale, che è opponibile dal testimone e non dall’indagato: ma l’art. 200 cpp indica le categorie di soggetti (tra cui gli avvocati) che non possono deporre su quanto è a loro conoscenza in ragione della propria professione e l’art.256 cpp, nel disciplinare l’acquisizione di atti e documenti nella disponibilità di particolari categorie, potenzialmente tutelate dal segreto professionale, richiama le persone indicate nell’art. 200 cpp: questo richiamo è naturalmente a persone,in qualità di esercenti di alcune professioni e non certo a persone nella qualità di “testimoni”. Una diversa interpretazione condurrebbe a svuotare di contenuto il segreto professionale, attraverso l’espediente di iscrivere il titolare del segreto professionale non come testimone, ma come indiziato.
È invece evidente che l’avvocato può opporre il segreto professionale, anche se indagato, specie nel caso in esame, in cui il sequestro non riguarda cose pertinenti al reato, ma atti relativi a rapporti con la propria clientela;
3. quanto al nesso di pertinenzialità tra i beni in sequestro e il reato oggetto di indagini, il tribunale si è limitato,in termini ipotetici, a rilevare la necessità di futuri, complessi accertamenti tecnici sui computer in sequestro.
Il ricorso non è fondato.
L’ordinanza ricostruisce e valuta le emergenze delle indagini in corso, nei confronti di due avvocati che hanno ottenuto il rinvio di udienze penali, producendo un certificato del medesimo medico curante, attestante impedimento dovuto a ragioni salute, impedimento che è invece risultato inesistente.
Il sequestro dei due computer contenenti documenti afferenti alla loro attività è stato effettuato con lo scopo – esplicitato nel decreto di coercizione reale- di individuare i files rilevanti per accertare se i due legali, nei giorni in cui hanno prodotto i certificati attestanti l’impossibilità di svolgere attività lavorativa nelle udienze di cui hanno ottenuto il differimento per assoluto impedimento di presenziare, abbiano altrove svolto regolarmente attività lavorativa. Di qui l’evidente pertinenzialità tra beni in sequestro e i reati che sono oggetto delle indagini in corso. Da questo non contestato esame del provvedimento di sequestro, emerge:
a) l’impossibilità di riconoscere agli avvocati D.B. le invocate garanzie di cui ai commi 3 e 4 dell’art. 103 cpp, essendo essi interessati nelle indagini non nella qualità di difensori di altri cittadini indagati, ma nella qualità di cittadini essi stessi indagati e, come tali, non meritevoli di privilegiata posizione difensionale: le guarentigie previste dall’art. 103 cod. proc. pen., non introducendo un principio immunitario di chiunque eserciti la professione legale, sono applicabili unicamente se devono essere tutelate la funzione difensiva o l’oggetto della difesa(sez. 2 n. 32909 del 16.5.2012,rv 253263).
Ugualmente non è opponibile il segreto professionale, in quanto:
a) oggetto e finalità del sequestro sono limitati ai files concernenti non il merito dell’attività professionale svolta dagli indagati, ma il se e il dove tale attività sia stata svolta, nei giorni in cui risultava uno stato patologico incompatibile con l’esercizio delle professione nelle udienze differite per questa causa;
b) il provvedimento coercitivo reale non riguarda comunicazioni o messaggi di posta elettronica tra i legali e i loro assistiti, che potrebbero trovarsi nei computer. Comunque non può porsi il problema del divieto di sequestro della corrispondenza fra difensore e assistito, poiché tale divieto riguarda solamente quei mezzi di comunicazione che siano riconoscibili,grazie ai contrassegni specificati dall’art. 35 disp. att. cpp..
Il ricorso va quindi rigettato con condanna di ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.