legittimo impedimento

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 25 marzo 2015, n. 12703. In tema di impedimento a comparire dell’imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato


Cassazione 3

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 25 marzo 2015, n. 12703

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente

Dott. MICCOLI Grazia – rel. Consigliere

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere

Dott. LIGNOLA Ferdinando – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 478/2009 CORTE APPELLO di TORINO, del 02/10/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/11/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GRAZIA MICCOLI;

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Umberto DE AUGUSTINIS ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilita’.

Per il ricorrente, l’avv. (OMISSIS) ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Torino ha confermato la pronunzia in primo grado emessa, all’esito del giudizio abbreviato, dal G.U.P. del Tribunale di Aosta, con la quale (OMISSIS) era stata condannata per il reato di furto aggravato in abitazione.

2. Propone ricorso l’imputata, con atto sottoscritto dal suo difensore, deducendo i seguenti due motivi.

2.1 Con il primo motivo viene dedotta la violazione di legge processuale, per essere stata rigettata dalla Corte territoriale la richiesta di differimento dell’udienza sebbene fosse stato rappresentato e documentato l’impedimento dell’imputata a comparire.

2.2 Con il secondo motivo viene dedotto il vizio di motivazione in ordine ai motivi di appello relativi alla risultanze probatorie.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ infondato e, di conseguenza, va rigettato.

1. Privo di fondamento deve ritenersi il motivo con il quale si deduce la nullita’ del giudizio e della sentenza impugnata in conseguenza della prospettata illegittimita’ del diniego del differimento dell’udienza camerale davanti alla Corte di appello, chiesto dalla ricorrente per ragioni di salute.

Va a tal proposito precisato che nel caso in esame il giudizio di appello si e’ svolto in seguito all’impugnazione di una sentenza emessa all’esito di giudizio abbreviato.

1.1. L’articolo 599 c.p.p., comma 2 dispone che, per il giudizio camerale d’appello avverso la sentenza pronunciata con il rito abbreviato, il legittimo impedimento dell’imputato comporta il rinvio dell’udienza soltanto allorche’ l’imputato stesso abbia manifestato in qualsiasi modo la volonta’ di comparire (Sez. U, n. 35399 del 24/06/2010 – dep. 01/10/2010, F., Rv. 247835).

A fronte di un contrasto giurisprudenziale in ordine all’individuazione delle modalita’ attraverso cui tale volonta’ puo’ essere legittimamente manifestata, sono intervenute le Sezioni Unite, chiarendo che nel giudizio d’appello avverso la sentenza pronunciata all’esito del rito abbreviato la richiesta di partecipazione da parte dell’imputato impedito puo’ essere tratta anche da “facta concludentia”, da cui possa desumersi la sua inequivoca manifestazione di volonta’ di comparire all’udienza camerale (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011 – dep. 07/02/2012, Casani ed altri, Rv. 251272).

In tale sentenza si e’ dato atto dell’indirizzo interpretativo secondo il quale “nel giudizio di appello contro la sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato non trova applicazione l’istituto della contumacia dell’imputato, sicche’ il legittimo impedimento dello stesso impone il rinvio dell’udienza solo se egli abbia direttamente e tempestivamente manifestato la volonta’ di comparire, non essendo sufficiente a tale fine la mera istanza di rinvio avanzata dal difensore allegante l’impedimento” (Sez. 2, n. 8040 del 09/02/2010 – dep. 01/03/2010, Fiorito, Rv. 246713).

Tuttavia, il Collegio ha ritenuto maggiormente conforme al compiuto esercizio dei diritti della difesa il diverso orientamento secondo il quale la richiesta di partecipazione da parte dell’imputato di cui all’articolo 599 c.p.p., comma 2 puo’ essere tratta anche da facta concludentia (quale la produzione, da parte del difensore, di una certificazione medica attestante l’impedimento a comparire dell’imputato con espressa istanza di rinvio) da cui possa desumersi la inequivoca manifestazione della volonta’ dell’imputato medesimo di comparire all’udienza camerale (Sez. 6, n. 1320 del 14/10/1996 – dep. 12/12/1996, Surace, Rv. 206890; Sez. 6, n. 43201 dell’11/10/2004, Viti; Sez. 6, n. 2811 del 18/12/2006, Ramelli). Quanto ai poteri valutativi del giudice rispetto alle ragioni di salute documentate in un certificato medico prodotto a sostegno della richiesta di rinvio dell’udienza, le Sezioni Unite, gia’ da tempo (Sez. U, n. 36635 del 27/09/2005 – dep. 11/10/2005, Gagliardi, Rv. 231810), hanno avuto modo di precisare che, in tema di impedimento a comparire dell’imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato. E, in ordine a tale necessaria valutazione, questa Corte ha fissato i seguenti principi. Il legittimo impedimento a comparire dell’imputato, oltre che grave e assoluto, deve presentare il carattere dell’attualita’ e cioe’ deve sussistere in relazione all’udienza per la quale egli e’ stato citato, in quanto l’impossibilita’ a presenziare alla stessa deve risultare dagli elementi addotti, come non altrimenti superabile (Sez. 5, n. 43373 del 06/10/2005 – dep. 30/11/2005, Fontana, Rv. 233079; Sez. 5, n. 3392 del 14/12/2004 – dep. 02/02/2005, Curaba, Rv. 231406);

Inoltre, il giudice di merito non ha alcun obbligo di disporre accertamenti fiscali per accertare l’impedimento dell’imputato a comparire al dibattimento, al fine di completare la insufficiente documentazione prodotta, purche’ dia ragione del suo convincimento di non assolutezza dell’impedimento con motivazione logica e corretta (Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014 – dep. 02/09/2014, F, Rv. 260814; Sez. 5, n. 3400 del 15/12/2004 – dep. 02/02/2005, Sabino, Rv. 231410; Sez. 2, n. 10731 del 22/09/1998 – dep. 13/10/1998, Bevilacqua, Rv. 211660; Sez. 4, n. 9530 del 09/10/1996 – dep. 07/11/1996, Pochetti, Rv. 206968).

Infine, e’ stata ribadita la legittimita’ del provvedimento di diniego della richiesta di rinvio per impedimento dell’imputato a comparire, in ipotesi di produzione di un certificato medico che si limiti ad attestare l’infermita’ (nella specie, faringo-tracheite) con esiti febbrili e la prognosi, senza indicare il grado della febbre, essenziale alla valutazione della fondatezza, serieta’ e gravita dell’impedimento (Sez. 6, n. 20811 del 12/05/2010 – dep. 03/06/2010, S., Rv. 247348).

Cosi’ come e’ stato ritenuto necessario che vi sia nel certificato medico anche una attestazione in ordine alla impossibilita’ assoluta di comparire (Sez. 2, n. 42595 del 27/10/2009 – dep. 09/11/2009, Errico, Rv. 255119).

1.2. Evidenziati i suddetti principi, va rilevato che nel caso in esame, all’udienza del 2 ottobre 2013, risulta presentato un certificato medico (non proveniente da struttura pubblica) riferito alla (OMISSIS), redatto il precedente 1 ottobre 2013 ed attestante che l’imputata “lamenta lombosciatalgia dx per cui le e’ impossibile uscire di casa per 5 gg s.c”.

La Corte di Appello ha rigettato l’istanza di rinvio, ritenendo che il certificato prodotto non fosse idoneo a provare l’assoluto impedimento dell’imputata a comparire perche’ contenente solo “la sintomatologia denunziata e comunque una patologia di per se stessa inidonea a giustificare la possibilita’ di comparizione”.

Tale decisione, alla stregua della consolidata giurisprudenza di questa Corte, di cui si e’ sopra dato conto, deve considerarsi assolutamente corretta, in quanto esente da vizi logici e di metodo e, comunque, implicante valutazioni di merito certamente non censurabili in questa sede.

A tal proposito e’ il caso di sottolineare che “il giudice di merito puo’ ritenere l’insussistenza dell’impedimento a comparire dell’imputato, dedotto mediante l’allegazione di certificato medico, anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza idonee a valutare l’impossibilita’ del soggetto portatore della prospettata patologia di essere presente in giudizio, se non a prezzo di un grave e non evitabile rischio per la propria salute. (Fattispecie in cui, la Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva escluso la sussistenza dell’impedimento a comparire dell’imputato, addotto mediante la produzione di certificato medico attestante “lombosciatalgia acuta” con necessita’ di “riposo assoluto”, non emergendo dalla documentazione l’impossibilita’ di deambulare o comunque di raggiungere l’aula di udienza trasportato da altri) (Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014 – dep. 02/09/2014, F, Rv. 260814).

2. Manifestamente infondato deve ritenersi l’altro motivo di ricorso.

A questa Corte non possono essere sottoposti giudizi di merito, non consentiti neppure alla luce del nuovo testo dell’articolo 606 c.p.p., lettera e); la modifica normativa di cui alla legge 20 febbraio 2006 n. 46 lascia inalterata la natura del controllo demandato alla Corte di cassazione, che puo’ essere solo di legittimita’ e non puo’ estendersi ad una valutazione di merito. Il nuovo vizio introdotto e’ quello che attiene alla motivazione, la cui mancanza, illogicita’ o contraddittorieta’ puo’ essere desunta non solo dal testo del provvedimento impugnato, ma anche da altri atti del processo specificamente indicati; e’ percio’ possibile ora valutare il cosiddetto travisamento della prova, che si realizza allorche’ si introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo oppure quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronunzia. Attraverso l’indicazione specifica di atti contenenti la prova travisata od omessa, si consente nel giudizio di cassazione di verificare la correttezza della motivazione. Piu’ approfonditamente, si e’ affermato che la specificita’ dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), dettato in tema di ricorso per Cassazione al fine di definirne l’ammissibilita’ per ragioni connesse alla motivazione, esclude che tale norma possa essere dilatata per effetto delle regole processuali concernenti la motivazione, attraverso l’utilizzazione del vizio di violazione di legge di cui al citato articolo, lettera e). E cio’, sia perche’ la deducibilita’ per Cassazione e’ ammessa solo per la violazione di norme processuali stabilita a pena di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza, sia perche’ la puntuale indicazione di cui al punto e) ricollega ai limiti in questo indicati ogni vizio motivazionale; sicche’ il concetto di mancanza di motivazione non puo’ essere utilizzato sino a ricomprendere ogni omissione od errore che concernano l’analisi di determinati, specifici elementi probatori (Sez. 3, n. 44901 del 17/10/2012, F., Rv. 253567).

Tanto premesso, occorre rilevare che il motivo dedotto dalla ricorrente si limita a censurare proprio la sussistenza di prove a suo carico, sostenendo, in particolare, l’insufficienza degli elementi desunti dal riconoscimento effettuato dalla persona offesa.

Quanto dedotto risulta pero’ del tutto generico e le censure sono formulate in maniera tale da rendere necessarie delle valutazioni di merito, inibite a questa Corte.

I rilievi critici, peraltro, non considerano adeguatamente gli elementi evidenziati e gli argomenti spesi nella sentenza impugnata e in quella di primo grado, cui il giudice d’appello ha anche fatto specificamente rinvio.

L’assenza di un collegamento concreto con la motivazione della sentenza impugnata impedisce di ritenere rispettati i requisiti di forma e di contenuto minimo voluti per il ricorso di legittimita’, che deve rivolgersi al provvedimento e non puo’ invocare una mera rilettura dei fatti. Peraltro, l’esame del provvedimento impugnato consente di apprezzare come la motivazione del giudice d’appello sia congrua ed improntata a criteri di logicita’ e coerenza. Ne’ va trascurato nel caso in esame che la sentenza impugnata ha confermato quella di primo grado, come si e’ detto emessa all’esito di giudizio abbreviato, sicche’ vanno ribaditi i principi secondo i quali, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi a una “doppia pronuncia conforme” e cioe’ a una doppia pronuncia (in primo e in secondo grado) di eguale segno (vuoi di condanna, vuoi di assoluzione), l’eventuale vizio di travisamento puo’ essere rilevato in sede di legittimita’ solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato e’ stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado (Sez. 4, n. 4060 del 12/12/2013 – dep. 29/01/2014, Capuzzi e altro, Rv. 258438).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 25 marzo 2015, n. 12643. Il contenuto di un certificato medico attestante l’assoluto impedimento a comparire dell’imputato per ragioni di salute può essere sindacato dal giudice ed eventualmente disatteso solo con adeguata motivazione, facendo ricorso alle comuni regole di esperienza o conoscenze mediche di base, fermo restando che in caso di dubbio o perplessità deve essere disposta la visita medico-fiscale di controllo


cassazione 8

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 25 marzo 2015, n. 12643

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CITTERIO Carlo – Presidente

Dott. FIDELBO G. – rel. Consigliere

Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

Dott. PATERNO’ RADDUSA Benedet – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15 aprile 2014 emessa dalla Corte d’appello di Milano;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione del consigliere Dott. FIDELBO Giorgio;

udito il sostituto procuratore generale Dott. GERACI Vincenzo, che ha chiesto il rigetto del ricorso; udito l’avvocato (OMISSIS), che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del 29 aprile 2011 emessa dal locale Tribunale e impugnata da (OMISSIS), ha dichiarato estinto il reato di cui all’articolo 699 c.p. perche’ prescritto e ha rideterminato in mesi quattro e giorni venti di reclusione il residuo reato di resistenza a pubblico ufficiale.

2. L’avvocato (OMISSIS), nell’interesse dell’imputato, ha proposto ricorso per cassazione.

2.1. Con il primo motivo deduce la nullita’ dell’ordinanza dibattimentale del 15.4.2014 e dell’intero giudizio d’appello svoltosi in assenza dell’imputato nonostante fosse legittimamente impedito, come attestato dal certificato medico prodotto che ha accertato una gastroenterite con febbre e diarrea, patologia che la Corte territoriale, con una motivazione contraddittoria e illogica, ha escluso che potesse costituire un impedimento, senza neppure disporre visita fiscale. Secondo il ricorrente la mancata partecipazione dell’imputato al giudizio ha determinato una causa di nullita’ ex articolo 178 c.p.p., nullita’ che avrebbe travolto anche la sentenza di secondo grado.

2.2. Con il secondo motivo denuncia il vizio di motivazione, assumendo che la sentenza non ha spiegato in cosa sia consistita la condotta di resistenza e di minaccia a pubblico ufficiale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. La dedotta eccezione di nullita’ e’ fondata e assorbe il secondo motivo proposto nel ricorso.

3.1. Preliminarmente, si osserva che, in tema di impedimento a comparire dell’imputato, le Sezioni unite hanno affermato che il giudice, nel disattendere un certificato medico, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato (Sez. un., 27 settembre 2005, n. 36635, Gagliardi). In altri termini, seppure si riconosce il carattere discrezionale della valutazione del giudice in questa materia, tuttavia si sottolinea che deve trattarsi di una valutazione sorretta da una motivazione adeguata, logica e corretta, non essendo sufficiente che vi sia una qualsivoglia giustificazione che illustri le ragioni del giudizio negativo formulato circa la dedotta assoluta impossibilita’ a comparire, occorrendo, invece, che la motivazione inerisca puntualmente alla prodotta prova dell’impedimento e sia immune da vizi logico-giuridici. Sicche’, nel disattendere la certificazione medica, il giudice non puo’ valutare in maniera arbitraria ed illogica la natura ed il carattere dell’infermita’ in essa attestata ed il carattere impeditivo del male da cui si afferma affetto l’imputato.

Nella specie, il difensore dell’imputato, all’udienza del 15 aprile 2014, ha depositato un certificato medico rilasciato il giorno precedente dal medico di continuita’ assistenziale (c.d. “guardia medica”) della ASL di Milano, intervenuto al domicilio del (OMISSIS), attestante che il paziente era affetto da “gastroenterite con diarrea e febbre” per cui necessitava di “giorni uno di riposo assoluto e cure mediche”.

La Corte d’appello ha respinto la richiesta di rinvio sostenendo, che “in ragione della patologia attestata dal referto medico e della terapia consigliata, nonche’ della durata del riposo assoluto consigliato, non possa ritenersi un impedimento assoluto a comparire” e ha disposto procedersi oltre in assenza dell’imputato.

Si tratta di una valutazione che non appare sorretta da una motivazione logica e coerente, in quanto la Corte d’appello esclude in modo assiomatico la sussistenza dell’impedimento, senza spiegare perche’ la patologia accertata nel referto medico prodotto non costituisse un legittimo impedimento, nonostante facesse riferimento alla necessita’ di un “riposo assoluto” e omettendo di considerare che il certificato era stato redatto da un medico della “guardia medica” intervenuto nella fascia oraria serale, sicche’ l’attestazione del riposo assoluto si riferiva quantomeno alla durata di un giorno, come risulta dal protocollo in vigore presso l’ASL di Milano, allegato dal difensore dell’imputato.

In realta’, dal tenore dell’ordinanza emerge come la Corte territoriale abbia avuto dei dubbi sul carattere assoluto della patologia diagnosticata, ma allora, prima di valutarne negativamente la sussistenza, avrebbe dovuto disporre una vista fiscale di controllo per accertare l’effettiva incompatibilita’ delle condizioni di salute dell’imputato con la partecipazione all’udienza (cfr., Sez. 4 , 20 novembre 2008, n. 2832, Zenobio; inoltre v., Sez. 1 , 26 gennaio 2004, n. 3550, D’Avanzo; Sez. 3 , 18 gennaio 2002, n. 8533, Corvino).

4. La eccepita nullita’ per violazione del diritto di assistenza dell’imputato, determinatasi per l’erronea esclusione del legittimo impedimento del difensore, conduce all’annullamento, oltre che dell’ordinanza, anche della sentenza impugnata, con conseguente rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 febbraio 2015, n. 7706. E’ inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno dei difensore trasmessa via telefax, poiché l’art. 121 cod. proc. pen. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen. Pur volendo considerare specificamente il principio, secondo il quale la scelta di un mezzo tecnico non previsto dalla legge per il deposito delle istanze non rende queste ultime nulle o inesistenti ed il giudice ha l’obbligo di esaminarle, tuttavia, la conseguenza scaturente da tale scelta espone nel contempo il richiedente al rischio dell’intempestività, nell’ipotesi in cui la stessa istanza non venga portata a conoscenza del giudice, di guisa che l’omessa delibazione della richiesta di rinvio per legittimo impedimento a comparire, inoltrata dal difensore istante a mezzo fax, non comporta alcuna violazione dei diritto di difesa


cassazione 8

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 19 febbraio 2015, n. 7706

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza del 13.3.2013 il Tribunale di Sassari confermava la sentenza del Giudice di Pace di Ozieri, con la quale C. R. era stato condannato alla pena di € 400,00 di multa, previa concessione delle generiche, oltre al risarcimento dei danni cagionati alla parte civile, da liquidarsi in separata sede, per il reato di cui all’art. 594 c.p. per aver offeso l’onore di L. M..
2. Avverso tale sentenza l’imputato a mezzo del suo difensore ha proposto ricorso per cassazione, con il quale lamenta la ricorrenza dei vizi di cui all’art.606, primo comma, lett. c) ed e) c.p.p. per violazione di dell’art. 420 ter, co. 5, c.p.p., in relazione agli artt. 178 e 179 c.p.p., nonchè carenza, contraddittorietà e vizio logico della motivazione con riferimento al rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza; in particolare, il giudizio di primo grado e gli atti successivi sono nulli per violazione dei diritto di assistenza dell’imputato, in quanto, sebbene il difensore dell’imputato avesse chiesto il rinvio dell’udienza del 21 gennaio 2010, per documentato ed assoluto impedimento dovuto ad altro concomitante impegno professionale, il Giudice di Pace di Ozieri ha totalmente omesso l’esame della predetta istanza di differimento; in data 20 gennaio 2010, alle ore 19.02, il difensore, infatti, trasmetteva alla cancelleria del Giudice di Pace di Ozieri, a mezzo fax, istanza di rinvio dell’udienza, corredata dalla necessaria certificazione, ma all’udienza dei 21 gennaio 2010, fissata per l’esame dell’imputato e la discussione, il giudicante rilevava che il difensore di fiducia non aveva fatto pervenire alcuna giustificazione e, pertanto, disponeva d’ufficio la nomina di un “nuovo” difensore; con l’appello veniva chiesta la declaratoria di nullità della sentenza impugnata per il mancato esame da parte del giudice di pace della richiesta di rinvio del dibattimento per concomitanti impegni professionali ed a sostegno di quanto affermato, la difesa provvedeva a produrre l’istanza di differimento dell’udienza dei 21.01.2010 corredata dalla necessaria certificazione, nonché dalla conferma Tx, attestante l’invio della predetta istanza alla cancelleria del Giudice di Pace in data 20.01.2010 alle ore 19.02; il Tribunale di Sassari ha ritenuto infondato il predetto motivo di appello, in quanto l’attestazione del giudice in ordine al difetto di richiesta proveniente dal difensore di fiducia non può essere surrogata dalla predetta produzione, ma tale motivazione si presenta apparente non esplicando in modo compiuto e lineare le ragioni e gli elementi dai quali trae il proprio convincimento, nonché contraddittorio ed illogico, laddove ritiene, da un lato, che l’istanza per il differimento non sia mai pervenuta nonostante la prodotta certificazione, e, dall’altro, che l’utilizzo del telefax espone il richiedente al rischio di intempestività; costituisce, invece, insegnamento della S.C. quello che, anche se l’istanza che giustifica l’assenza dei difensore per legittimo impedimento viene presentata via fax il giorno stesso dell’udienza, il giudice ha l’obbligo di esaminarla specie ove, come nel caso di specie, sia pervenuta prima dell’inizio dell’udienza, ed in caso di mancato esame dell’istanza si verifica una violazione del diritto all’assistenza dell’imputato con conseguente nullità dell’ordinanza che ha disposto la prosecuzione del giudizio e di tutti gli atti successivi.

Considerato in diritto

Il ricorso va respinto.
1.Ed invero, non merita censure la valutazione effettuata dal giudice d’appello secondo cui, a fronte dell’assenza agli atti del processo dell’istanza di rinvio dell’udienza del 21.1.2010 innanzi al Giudice di Pace di Ozieri, per impedimento dei difensore dell’imputato, non appare idonea a dimostrare l’avvenuto inoltro a mezzo fax di tale istanza di differimento, la richiesta allegata in copia all’atto di appello, con distinta e separata conferma, attestante l’invio di un documento non meglio precisato.
2.Il ricorrente in questa sede si limita a ribadire, in maniera alquanto generica, che la documentazione prodotta in appello attesterebbe l’avvenuto inoltro della richiesta di rinvio (conferma Tx), senza confrontarsi, tuttavia, con quanto evidenziato a monte dal giudice d’appello circa l’assenza di elementi che colleghino l’istanza di differimento, la distinta e separata conferma e l’inoltro del documento al fax della cancelleria dei giudice. Né in questa sede il ricorrente ha prodotto la documentazione in questione a confutazione delle valutazioni compiute dal giudice d’appello.
3. Peraltro, giova richiamare i principi affermati da questa Corte, invocati anche nella sentenza impugnata, secondo cui è inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno dei difensore trasmessa via telefax, poiché l’art. 121 cod. proc. pen. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen. (v. Sez. 6, n. 28244 dei 30/01/2013; Sez. 4, n. 21602 del 23/01/2013; Sez. V 19/11/2010 n. 11787; Cass. 13 giugno 2007 n. 35339; Cass. 12 dicembre 2005 n. 6696/06;Cass. 11 ottobre 2005 n. 38968; Cass. 16 marzo 2005 n. 14574).
4. Pur volendo considerare specificamente il principio, secondo il quale la scelta di un mezzo tecnico non previsto dalla legge per il deposito delle istanze non rende queste ultime nulle o inesistenti ed il giudice ha l’obbligo di esaminarle, tuttavia, la conseguenza scaturente da tale scelta espone nel contempo il richiedente al rischio dell’intempestività, nell’ipotesi in cui la stessa istanza non venga portata a conoscenza del giudice (Sez. II, 08/07/2009, n. 37535), di guisa che l’omessa delibazione della richiesta di rinvio per legittimo impedimento a comparire, inoltrata dal difensore istante a mezzo fax, non comporta alcuna violazione dei diritto di difesa (Sez. III, 29/10/2009, n. 9162).
3. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850. Il legittimo impedimento che non permette la presenza fisica dell’arrestato all’udienza non è ostativo alla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttismo


Cassazione 4

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AGRO’ Antonio S. – Presidente

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere

Dott. CITTERIO Carlo – rel. Consigliere

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI PISTOLA;

nei confronti di:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso l’ordinanza n. 2212/2013 TRIBUNALE di PISTOIA, del 17/12/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CARLO CITTERIO;

lette le conclusioni del PG Dott. F. M. Iacoviello, per l’annullamento con rinvio.

CONSIDERATO IN FATTO

1. Con provvedimento del 17.12.2013 il Tribunale di Pistoia non ha convalidato l’arresto di (OMISSIS) (intervenuto in relazione a reati di furto e resistenza), perche’ la stessa non era stata presente all’udienza di convalida e contestuale giudizio direttissimo, in quanto ricoverata presso il locale ospedale per essere sottoposta ad intervento chirurgico.

Secondo il GIP, l’articolo 391 c.p.p., comma 3, doveva considerarsi norma relativa alla sola convalida davanti al GIP; la “presentazione” (fisica) dell’arrestata in udienza costituiva invece presupposto indefettibile e costitutivo del rapporto processuale davanti al giudice del dibattimento che, altrimenti ed a quel punto non essendo il “giudice che procede” indicato e richiesto dall’articolo 279, neppure avrebbe potuto provvedere su eventuale richiesta di applicazione di misura cautelare; da qui anche l’insussistenza di alcuna compatibilita’ che rendesse operante il rinvio consentito dall’articolo 449, comma 1. A sostegno della propria deliberazione il Tribunale richiamava le sentenze della 4 Sezione di questa Corte n. 19300/2005 e 26450/2009.

2. Ricorre il pubblico ministero, enunciando violazione dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, articolo 449 c.p.p., comma 1, e articolo 558 c.p.p., comma 4.

Osserva che l’orientamento giurisprudenziale richiamato dal Tribunale sarebbe risalente e superato da quello piu’ recente di Sez. 3 sent. 27128/2008, Sez. 5 sent. 24612/2009 e Sez.6 sent. 3410/2011, deducendo che il richiamo operato dall’articolo 449 c.p.p., comma 1, e articolo 558 c.p.p., comma 4, si estenderebbe anche all’articolo 391, comma 3, con la conseguenza che l’assenza dell’arrestato non impedirebbe il rituale espletamento della fase di convalida dell’arresto pure davanti al giudice del dibattimento.

3. Il procuratore generale in sede ha presentato conclusioni scritte per l’annullamento dell’ordinanza con rinvio, riportandosi all’insegnamento di Sez. 6 sent 3410/2011.

RAGIONI DELLA DECISIONE
4. Il ricorso pone la questione di diritto se la previsione dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, (secondo cui “il giudice procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, salvo che questi non abbia potuto o si sia rifiutato di comparire; sente in ogni caso il suo difensore”) rientri tra quelle, applicabili “in quanto compatibili”, della procedura prevista per il caso della convalida dell’arresto e giudizio direttissimo (articolo 558 c.p.p., comma 4, nella fattispecie).Il Tribunale ha risposto negativamente, richiamando due sentenze di questa Corte e, in definitiva, giudicando attivabile la procedura della presentazione diretta dell’arrestato al giudice del dibattimento (in relazione alla gia’ anticipata richiesta del procedere a giudizio direttissimo ove intervenga la convalida dell’arresto) solo quando sia possibile la concreta ed attuale presenza fisica dell’arrestato.

Il procuratore generale ha presentato conclusioni in senso contrario, richiamando altra giurisprudenza di questa stessa Corte.

La questione che pone il caso concreto e’ pertanto se il pubblico ministero possa o meno chiedere la convalida dell’arresto e il contestuale giudizio direttissimo quando l’imputato, per situazioni contingenti, non sia nelle condizioni fisiche per essere condotto in udienza, sussistendo pertanto un suo obiettivo e legittimo impedimento a comparire.

5. Secondo l’ordinanza n. 19300/2005 della Quarta sezione di questa Corte, il legittimo impedimento dell’imputato, impedendo la sua “presentazione” e il conseguente dibattimento sarebbe incompatibile con l’incardinazione del procedimento davanti al giudice e, quindi, escluderebbe la possibilita’ della cognizione del giudice del rito direttissimo, tenuto conto della necessita’ della contestazione orale dell’imputazione. Con Sez. 4 sent. 26450/2009 tale indirizzo e’ stato confermato, osservandosi che l’ipotesi del legittimo impedimento a comparire sarebbe diversa da quella della volontaria sottrazione dell’imputato, come nel caso della sua intervenuta evasione.

Hanno invece affermato che la mancata presenza dell’imputato per legittimo impedimento non costituisce evenienza preclusiva del giudizio di convalida dell’arresto e contestuale instaurazione del rito direttissimo le sentenze Sez. 3 sent. 27128/2008, Sez. 5 n. 24612/2009 e Sez. 6 n. 3410/2011.

Il principio e’ stato appunto enunciato anche nel caso della assenza volontaria (in fattispecie di evasione) da Sez. 6 sent. 17193/2007 e Sez.5 sent. 11589/2006.

6. Osserva la Corte che quando la polizia giudiziaria procede ad un arresto in flagranza, il pubblico ministero (che non abbia provveduto alla liberazione ex articolo 121 disp. att. c.p.p., ritenendo sussistente una delle situazioni considerate dall’articolo 389 c.p.p.) puo’ chiederne la convalida al GIP (ex articolo 390 c.p.p.) ovvero al giudice del dibattimento se contestualmente chiede di procedersi poi con rito direttissimo (ex articolo 558 c.p.p., o articolo 449 c.p.p.).

L’indirizzo giurisprudenziale che nega l’applicabilita’ dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, al caso della richiesta di convalida e contestuale giudizio direttissimo pare fondarsi sostanzialmente su due ragioni: l’impossibilita’ di procedere alla contestazione orale dell’imputazione e l’incompatibilita’ strutturale del rito in assenza dell’imputato arrestato, perche’ legittimamente impedito.

Tali argomentazioni non possono essere condivise.

L’impossibilita’ di una contestazione orale dell’imputazione e’ peculiarita’ propria dell’impedimento a comparire dell’arrestato e, per se’, non spiega perche’ tal genere di contestazione potrebbe mancare davanti al GIP (e non violando in modo determinante alcuna possibilita’ di difesa) ed invece essere essenziale (sempre sotto il profilo dell’efficacia della contestazione dell’imputazione) davanti al giudice del dibattimento. In altri termini, il rapporto giudice – imputato arrestato (e non liberato ex articolo 121 disp. att. c.p.p.) e’ il medesimo, nei suoi contenuti e nelle sue implicazioni sull’espletamento del diritto di difesa in relazione alla prevalente necessita’ di verifica giurisdizionale sulla legittimita’ dell’arresto, tanto davanti al GIP quanto davanti al tribunale. Cio’ tenuto pure conto che per espressa previsione del medesimo articolo 391 c.p.p., comma 3, nel caso di assenza dell’arrestato deve comunque essere sentito il suo difensore.

Neppure puo’ affermarsi sussistere alcuna incompatibilita’ strutturale tra convalida/rito direttissimo e temporaneo impedimento dell’imputato arrestato. Il rito direttissimo, infatti, e’ per se’ compatibile anche con l’assenza dell’imputato, essendo adottabile anche nei confronti di imputato in stato di liberta’ (ex articolo 450 c.p.p., comma 2, articolo 452 c.p.p., comma 2, e articolo 451 c.p.p., comma 1: Sez. 1 , sent. 5454/1998). Ne’ la assoluta contestualita’ tra convalida e giudizio (inteso come celebrazione del processo e decisione sull’imputazione) risulta essere elemento strutturale indispensabile: basti pensare alla fisiologica possibilita’ che l’arrestato, pur presente, chieda i termini a difesa e, in esito al loro decorso, eventuali riti alternativi. Del resto, deve rilevarsi l’intrinseca debolezza della tesi, per il vero solo accennata ma significativamente indicata per negare il contrasto giurisprudenziale, esposta nella sentenza Sez. 4 n. 26450/2009, in ordine alla diversita’ delle fattispecie dell’impedimento legittimo e della volonta’ di sottrazione (nel caso di evasione), posto che sul piano sistematico vi e’ in entrambi i casi la situazione di una convalida di arresto con richiesta di rito direttissimo proposta in un contesto di urgenza – per la valutazione della legittimita’ dell’arresto – e tuttavia nella fisica assenza dell’imputato arrestato.

In realta’, sul piano sistematico appare del tutto fisiologica una situazione di procedimento per la quale, deliberata positivamente la convalida dell’arresto e preso atto della richiesta contestuale della parte pubblica di procedere con il rito direttissimo, il giudice del dibattimento, competente funzionalmente in relazione alla duplice contestuale richiesta (convalida e rito direttissimo) ed a prescindere dall’eventuale emissione di misura custodiale, prenda atto del legittimo impedimento dell’imputato e rinvii il dibattimento a momento successivo quello di superamento dell’impedimento, procedendo poi secondo le cadenze proprie del rito direttissimo (che, va ricordato, non e’ rito “accelerato” ma rito senza indagini precedenti).

6.1 Del resto, venendo ad argomento che per il vero questa Sezione giudica determinante per la soluzione del quesito, ancorche’ ma non risulti essere stato oggetto in precedenza di specifica considerazione, la ragione che parrebbe sottesa all’indicazione della tendenziale differenza qualitativa tra le diversi situazioni dell’arrestato assente per legittimo impedimento e quello tale per scelta (l’evaso) non solo finisce con l’evidenziare la debolezza dell’argomento del diritto insopprimibile ad una contestazione orale ma, e questo appare determinante, condurrebbe al ben contraddittorio esito di imporre la carcerazione dell’assente per impedimento legittimo, a fronte della possibile trattazione in stato di liberta’ dell’evaso (si pensi poi al caso in cui lo stato di evasione cessi a seguito della concreta decisione del giudizio direttissimo).

Ed invero, va evidenziata la principale diversa conseguenza pratica della scelta operata dal pubblico ministero (GIP o giudice del dibattimento) sulle modalita’ di limitazione della liberta’ personale dell’arrestato. L’articolo 386 c.p.p., comma 4, prevede che quando alla convalida deve provvedere il GIP la messa a disposizione dell’arrestato per il pubblico ministero avviene mediante la conduzione nella casa circondariale del luogo dove l’arresto e’ stato eseguito (ovvero presso altra casa circondariale o nel luogo diverso, ma nell’ambito di quelli previsti dall’articolo 284 c.p.p., se cosi’ espressamente disposto dal pubblico ministero); non vi e’ invece alcun transito per casa circondariale o luogo compatibile con arresti domiciliari se il pubblico ministero provvede ai sensi dell’articolo 558 c.p.p.. Nel caso di scelta per la richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo la norma prevede infatti espressamente che l’arrestato e’ presentato direttamente al giudice del dibattimento o, se questi non tiene udienza, entro le 48 ore successive (per l’udienza che il giudice deve fissare): anche in questo secondo caso, pero’, l’arrestato non transita per la casa circondariale (come chiaramente e specificamente disposto dalla seconda parte dell’articolo 558 c.p.p., comma 2).

Orbene, risulterebbe del tutto singolare, sul piano della ricostruzione sistematica, che a fronte del ritenuto eccezionale pregiudizio del non poter avere una tempestiva contestazione orale dell’imputazione (e nonostante il suo difensore debba essere ascoltato e possa svolgere ogni difesa) l’arrestato fosse, come conseguenza immediata della tutela apprestata per tale potenziale lesione, costretto a “passare” per la casa circondariale, appena cessata la situazione che ne ha determinato l’impedimento legittimo e dopo aver comunque “subito” un provvedimento di convalida in sua assenza (articolo 391 c.p.p., comma 3) e l’adozione di misura cautelare custodiale (articolo 391, commi 4 e 5).

6.2 Deve pertanto essere ribadito il principio di diritto secondo cui il legittimo impedimento che non permette la presenza fisica dell’arrestato all’udienza non e’ ostativo alla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo, ai sensi dell’articolo 558 c.p.p..

Conseguentemente l’impugnata ordinanza deve essere annullata, con rinvio al Tribunale per nuova deliberazione, che a tale principio si uniformera’ ex articolo 173 disp. att. c.p.p..

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Pistoia per nuova deliberazione

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 novembre 2014, n. 47919. L’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire. Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario. Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 19 novembre 2014, n. 47919

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione T.A. avverso la sentenza della Corte di appello di Reggio Calabria in data 29 novembre 2012 con la quale è stata confermata quella di primo grado, di condanna in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice documentale, così riqualificata la imputazione originaria di bancarotta fraudolenta documentale.
I reati, con la configurazione della aggravante ex art. 219 comma 2 n. 1 I. fall. e con la recidiva infraquinquennale e specifica, bilanciate dalle generiche prevalenti, gli sono stati addebitati quale titolare della ditta individuale omonima, essendo stato dichiarato fallito il 2 ottobre 2006.
Gli è stata irrogata la pena minima edittale, pari ad anni due di reclusione con le pene accessorie.
Deduce la nullità della udienza del 13 gennaio 2009, dinanzi al Tribunale, e di tutti gli atti successivi, comprese le sentenze di primo e secondo grado, essendo stato rifiutato dal primo giudice il ” differimento della chiamata della causa” . Questo era stato richiesto telefonicamente dal difensore, mediante una telefonata alla cancelleria, a causa di un improvviso guasto alla propria autovettura. La mancata valutazione di tale istanza era imputabile non solo al primo giudice che, nella stessa data, aveva espletato la istruttoria e pronunciato sentenza, ma anche al giudice d’appello al quale la questione era stata nuovamente dedotta.
Il ricorso è infondato , pur prossimo alla soglia della inammissibilità, e deve essere rigettato.
II giudice di merito ha dato, alla eccezione di nullità, articolata risposta che deve qui essere ribadita, oltretutto non mancandosi di notare che, agli argomenti in diritto espressi dal giudice a quo, il ricorrente non ha opposto alcuna osservazione o aggiunta, limitandosi a rinnovare la questione anche con riferimento agli effetti prodotti sul giudizio di appello. Ebbene, l’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire.
Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario.
Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.
A tale attestazione il ricorrente non ha opposto situazioni di fatto diverse, sicchè non rimane che affermare la correttezza del principio di diritto già enunciato in appello.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 18 novembre 2014, n. 47584. Perché possa ritenersi sussistente I’impossibilità assoluta a comparire per legittimo impedimento la quale costituisce condizione per il rinvio dell’udienza, è necessario che il difensore indichi le ragioni che non hanno consentito la nomina di un sostituto, atteso che provvedere alta propria sostituzione non è facoltà discrezionale del difensore medesimo e che anzi integra un suo preciso dovere indicare le ragioni per cui gli è impossibile farlo; cosicchè è onere del difensore che presenta istanza di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dare giustificazione della mancata nomina dì un sostituto la cui necessità è desumibile, oltreché da ragioni d’ordine sistematico, dall’ultimo periodo dell’art. 420 ter comma c.p.p.Nel caso si specie si è, pertanto, correttamente posta nell’alveo di legittimità la decisione della Corte terriroiale che ha rigettato la doglianza relativa all’omesso riconoscimento dell’assoluto impedimento del difensore rispetto ad un ricovero programmato ed iniziato quasi una settimana prima dell’udienza prevista – ad onta della asserita urgenza del suo verificarsi – considerando non assoluto l’impedimento e ingiustificata la non sostituibilità dello stesso professionista nell’espletamento dell’incarico nell’ambito dei quale aveva chiesto di far valere l’impedimento per ottenere il rinvio della udienza


Cassazione 6

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 18 novembre 2014, n. 47584

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 11.12.2012 la Corte di appello di Napoli, a seguito di gravame interposto dall’imputato M.G. avverso la sentenza emessa il 14.5.2008 dal Tribunale della stessa città, ha confermato detta sentenza con la quale l’imputato è stato riconosciuto colpevole del reato di cui all’art. 570 cod.pen. anche in relazione all’art. 12 sexies L.n. 15/68 perché non versando l’assegno mensile di euro 900,00 stabilito dalla sentenza di divorzio, faceva mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minore affidata all’altro ex-coniuge.
2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, deducendo:
2.1. violazione degli artt. 484 comma 2 bis, 420 ter, 178 lett. c) e 179 comma 1 cod. proc. pen. in relazione al rigetto della doglianza difensiva che aveva eccepito l’illegittimo rigetto, da parte del primo giudice, della istanza di rinvio per legittimo impedimento del difensore. In particolare, si censura il mancato rispetto delle esigenze personali collegate al ricovero d’urgenza della piccola figlia dell’istante per le quali era stato chiesto il rinvio ed l’arbitrario giudizio sull’assenza del requisito della «non sostituibilità» del difensore.
2.2. mancanza, contraddittoria e manifesta illogicità della motivazione rispetto alla relativa doglianza mossa in appello essendosi trascurato di considerare che l’incapacità dell’imputato di procurarsi un reddito di lavoro era collegata alla sue condizioni di salute estremamente precarie che non gli consentivano di svolgere una normale attività lavorativa.

Ritenuto in diritto

II ricorso è infondato.
1. Il primo motivo è infondato.
1.1. Il primo giudice, all’udienza del 13.2.2008, aveva rigettato la istanza di rinvio per impedimento del difensore sul rilievo dell’assenza dell’assoluto impedimento – risultando dagli atti del primo giudizio la produzione di una certificazione ospedaliera del 11.2.2008 del ricovero della piccola figlia della istante in data 7.2.2008 «in regime ordinario programmato». La sentenza impugnata, investita della doglianza sul punto, l’ha rigettata mostrando di condividere la conclusione del primo giudice in ordine alla mancanza di assoluto impedimento da parte dei difensore considerando, altresì, che dalla documentazione all’epoca allegata non emergeva fa non sostituibilità dello stesso difensore.
1.2. Osserva la Corte che – in relazione ali’ assenza del difensore per ragioni diverse da quelle correlate a concomitanti impegni professionali – essa è stata riconosciuta idonea a comportare il rinvio dell’udienza anche in relazione a situazioni gravi sotto il profilo umano e morale, in presenza delle quali egli, come ogni altro prestatore d’opera, ha il diritto di essere giustificato per l’assenza dal luogo ove la prestazione deve essere eseguita, ravvisandola nel caso della partecipazione del difensore al funerale della sorella, che si celebrava a circa 100 km di distanza dall’aula d’udienza (Sez. 6, n. 32949 del 07/06/2012, Brachino e altro, Rv. 253220); quanto a condizioni personali dei difensore, è stata ritenuta legittima la decisione con cui il giudice di appello affermi – in conformità alla pronuncia del Tribunale – l’insussistenza dei legittimo impedimento del difensore, ex art. 420 ter, comma quinto, cod. proc. pen., qualora esso sia dovuto allo stato di avanzata gravidanza dello stesso difensore, giunto, nella specie, alla trentaduesima settimana, secondo la prodotta certificazione medica, in quanto il solo stato di avanzata gravidanza non può di per sé costituire, in assenza di specifiche attestazioni sanitarie indicative del pericolo derivante dall’espletamento delle attività ordinarie o professionali, causa di legittimo impedimento (Sez. 5, n. 8129 del 14/02/2007,Diavila e altri, Rv. 236526); così pure è stato insegnato – in fattispecie di ritenuta insussistenza dell’impedimento, ricondotto dall’interessato ad una gastrite, quale patologia per comune esperienza non invalidante – che l’assoluto impedimento a comparire dei difensore conseguente a patologia deve risolversi in una situazione tale da impedire all’interessato di partecipare all’udienza se non a prezzo di un grave e non evitabile rischio per la propria salute, ben potendo fare il giudice ricorso, per la valutazione di tali requisiti, anche a nozioni di comune esperienza, indipendentemente da una verifica medico – fiscale (Sez. 5, n. 44845 dei 24/09/2013, Hrvic, Rv. 257133).
1.3. La Corte di legittimità, inoltre, ha costantemente affermato – già nella vigenza dell’ art. 486, comma 5, cod. proc. pen. – che perché possa ritenersi sussistente I’ impossibilità assoluta a comparire per legittimo impedimento la quale costituisce condizione per il rinvio dell’udienza, è necessario che il difensore indichi le ragioni che non hanno consentito la nomina di un sostituto, atteso che provvedere alta propria sostituzione non è facoltà discrezionale del difensore medesimo e che anzi integra un suo preciso dovere indicare le ragioni per cui gli è impossibile farlo (Sez. 3, Sentenza n. 308 del 28/11/2000,Salmoni V., Rv. 218157); cosicchè è onere del difensore che presenta istanza di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dare giustificazione della mancata nomina dì un sostituto (Cass. Sez. 3, n. 26408 del 02/05/2013, Convertini, Rv. 256294) la cui necessità è desumibile, oltreché da ragioni d’ordine sistematico, dall’ultimo periodo dell’art. 420 ter comma c.p.p. (Cass. Sez. 5, n. 44299 del 04/07/2008, Buscemi e altro, Rv. 241571).
1.4. All’esito della disamina appena effettuata deve rilevarsi che anche l’impedimento del difensore di natura personale comporta la valutazione dei Giudice in ordine al requisito della tempestività della comunicazione rispetto alla conoscenza dell’impedimento, della assolutezza di quest’ultimo, nonché della insostituibilità del professionista. Ed il giudizio sul rispetto di tale onere – lungi dal costituire una arbitraria incursione nel rapporto fiduciario tra professionista e soggetto assistito – verifica una necessaria modulazione del rapporto fiduciario che non può essere avulso dalle esigenze di giustizia nelle quali sì innesta e con le quali, pertanto, deve confrontarsi.
1.5. Si è, pertanto, correttamente posta nell’alveo di legittimità la decisione della Corte partenopea che ha rigettato la doglianza relativa all’omesso riconoscimento dell’assoluto impedimento del difensore rispetto ad un ricovero programmato ed iniziato quasi una settimana prima dell’udienza prevista – ad onta della asserita urgenza del suo verificarsi – considerando non assoluto l’impedimento e ingiustificata la non sostituibilità dello stesso professionista nell’espletamento dell’incarico nell’ambito dei quale aveva chiesto di far valere l’impedimento per ottenere il rinvio della udienza.
2. Il secondo motivo è manifestamente infondato.
2.1. La Corte territoriale – correttamente richiamando i principi di legittimità in materia – ha considerato le dedotte difficoltà patrimoniali ed occupazionali dell’imputato, ritenendole non adeguatamente provate in primo grado e che, comunque, non fondavano l’impossibilità oggettiva e non dovuta a colpa che impediva all’imputato di assolvere ai propri obblighi familiari di mantenimento.
3. Al rigetto dei ricorso consegue la condanna dei ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile DEL BASSO Annamaria che vanno liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; condanna, inoltre, il ricorrente a rifondere alla parte civile Dei Basso Annamaria le spese sostenute in questo grado che liquida in euro 3.500,00 oltre I.V.A. e C.P.A..

Corte di Cassazione, sezione feriale, sentenza 12 novembre 2014, n. 46817. Il concomitante impegno professionale può assurgere ad impedimento assoluto a seconda delle evenienze; in particolare, quando circostanze specificamente accertate diano dimostrazione della non defettibilità della partecipazione del difensore al diverso procedimento, perché solo in tal modo risulta assicurata in questo l’effettività del diritto di difesa. L’impedimento assoluto non è meramente riconosciuto dal giudice, perché questi è chiamato a valutare le documentate deduzioni difensive, ponderando anche le eventuali necessità di un rapido esaurimento della procedura trattata. Al giudice compete di valutare quanto rappresentatogli come causale del richiesto differimento e di motivare il suo provvedimento di accoglimento o di reiezione dell’istanza secondo criteri di logicità


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione feriale

sentenza 12 novembre 2014, n. 46817

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Palermo ha confermato quella pronunciata dal Tribunale del capoluogo siciliano, con la quale C.V. è stato riconosciuto responsabile del reato di cui all’articolo 40 lett. g) d.lgs. n. 504/1995, per aver detenuto olio lubrificante ottenuto da lubrificazioni clandestine, e condannato alla pena ritenuta equa.
2.1. L’imputato ha proposto avverso la menzionata decisione ricorso per cassazione a mezzo del difensore, deducendo in primo luogo la violazione di legge in relazione all’articolo 161, co. 4 cod. proc. pen. e lamentando l’erroneità del giudizio espresso dalla Corte di Appello a riguardo dell’eccezione di nullità del decreto di citazione al giudizio di secondo grado.
Ha rammentato, l’esponente, che nel corso della procedura di notificazione del menzionato decreto l’ufficiale giudiziario aveva appreso dal portiere dello stabile che il destinatario del plico si era trasferito altrove e ritiene che l’omissione di ulteriori accertamenti abbia inficiato la regolarità della successiva notifica (fatta presso il difensore) perché non dimostrato che quella nel luogo del domicilio eletto era divenuta impossibile. Ha censurato, altresì, la motivazione con la quale la Corte di Appello ha rigettato l’eccezione sollevata in proposito, anche per l’omessa valutazione della certificazione rilasciata dal predetto portiere, con la quale questi attribuiva ad un proprio errore la dichiarazione resa all’ufficiale giudiziario.
2.2. Con un secondo motivo il ricorrente ha lamentato la mancata declaratoria di estinzione del reato nonostante questo fosse prescritto al tempo della pronuncia della sentenza di secondo grado. Trattandosi di reato accertato il 10.5.2004 ed avente quale termine di prescrizione massimo quello di sette anni e sei mesi, tenuto conto delle sospensioni del predetto termine determinate da causali diverse, l’estinzione sarebbe maturata al 24.6.2013.
2.3. Con un terzo motivo si è dedotto vizio motivazionale perché la Corte di appello avrebbe ritenuto la responsabilità del ricorrente senza tenere conto della condotta del medesimo che ne comproverebbe la buona fede (la fattura prodotta dimostrerebbe che l’olio combustibile in questione venne acquistato a prezzo di mercato) e non tenendo in considerazione che il soggetto dal quale il C. acquistò l’olio si era reso irreperibile per lungo tempo, tanto che anche la presenza in udienza quale testimone fu possibile solo ricorrendo all’ausilio della forza pubblica. Pertanto, ha concluso l’esponente, è meramente congetturale l’affermazione della Corte distrettuale per la quale il C. avrebbe avuto il tempo per interpellare il fornitore ed ottenere chiarimenti in ordine alla provenienza del combustibile.
3. Il ricorso è stato assegnato alla Terza sezione la quale, avendo ravvisato un contrasto giurisprudenziale in merito alla disciplina applicabile all’ipotesi di impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, rilevante nell’ambito del presente procedimento ai fini della verifica della eventuale ricorrenza della causa estintiva rappresentata dalla prescrizione del reato, ha rimesso la questione alle Sezioni unite con ordinanza del 2.7.2014.
Con provvedimento del 4.8.2014 il Primo Presidente della Corte di cassazione ha disposto la trasmissione degli atti a questa sezione Feriale, ai sensi dell’art. 172 disp. att. cod. proc. pen., avendo rilevato la prossimità del termine di prescrizione – ove si opti per l’interpretazione meno favorevole all’imputato.

Considerato in diritto

4. Risulta pregiudiziale l’esame della censura che lamenta la mancata dichiarazione di prescrizione del reato. Il ricorrente perviene ad individuare nel 24 giugno 2013 il momento in cui sarebbe spirato il termine prescrizionale sulla base di un computo dei diversi periodi di sospensione del predetto termine che ne determina in un anno sei mesi e quattordici giorni la complessiva durata.
Egli perviene a tale risultato non tenendo conto, quali periodi di sospensione del termine di prescrizione del reato, degli intervalli temporali tra il 9 maggio ed il 27 giugno 2008 e tra il 27 novembre 2009 ed il 5 febbraio 2010, rispettivamente di quarantanove e di sessantasei giorni, perché concorrenti – quali cause dei disposti rinvii – l’adesione del difensore alla proclamata astensione collettiva dalla partecipazione alle udienze e l’assenza di un teste dell’accusa; inoltre egli calcola in sessanta giorni ciascun periodo di dilazione della trattazione del processo dovuto al legittimo impedimento del difensore, quando trattasi di intervallo eccedente tale misura.
5. Orbene, in merito alla computabilità quale periodo di sospensione del termine di prescrizione dell’arco temporale corrente tra un’udienza e l’altra quando la prima sia stata rinviata tanto per l’adesione del difensore all’astensione proclamata dall’organo di appartenenza che per l’impossibilità di procedere ad atto istruttorio (nella specie, per l’assenza del teste), la giurisprudenza di questa Corte è ormai consolidata nel senso che tale periodo non assume rilievo, per la predominante valenza di quest’ultima causale, la quale preclude l’operatività del disposto dell’art. 159 cod. pen. e la conseguente sospensione nel corso della prescrizione (Sez. 5, n. 49647 del 02/10/2009 – dep. 28/12/2009, Delli Santi, Rv. 245823; Sez. 6, n. 41557 del 05/10/2005 – dep. 17/11/2005, Mele, Rv. 232835). Pertanto, non erra il ricorrente allorquando non tiene conto dei rinvii dal 9.5. al 27.6.2008 e dal 27.11.2009 al 5.2.2010.
6. Per contro, e come già rilevato dalla Terza sezione, in merito alla disciplina giuridica applicabile nel caso di rinvio della trattazione del procedimento per esser stato dato rilievo al concomitante impegno professionale del difensore – e segnatamente se in tal caso operi o meno il limite legislativamente prefissato di una sospensione del termine di prescrizione del reato non superiore a sessanta giorni – si registrano due diversi orientamenti.
Secondo un primo, che trova il proprio caposaldo nella decisione in causa Errante (Sez. 1, n. 44609 del 14/10/2008, Errante, Rv. 242042), l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, quantunque tutelato dall’ordinamento con il riconoscimento del diritto al rinvio dell’udienza, non costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto a un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., nel testo introdotto dall’art. 6 della L. 5 dicembre 2005 n. 251. Ravvisandosi tra tale ipotesi e quella dell’astensione collettiva dalle udienze una medesima ratio, si rammenta che la richiesta del difensore di differimento dell’udienza motivata dall’adesione all’astensione collettiva dalle udienze – che quantunque tutelata dall’ordinamento mediante il riconoscimento del diritto al rinvio, non costituisce impedimento in senso tecnico in quanto non discende da un’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva – non comporta l’applicazione del limite massimo di sessanta giorni di sospensione del corso della prescrizione, che pertanto resta sospeso per tutto il periodo del differimento (si vedano anche Sez. 3, n. 4071 del 17/10/2007, dep. 28/01/2008, Regine, Rv. 238544; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007, Marras ed altro, Rv. 237914; Sez. 2, n. 20574 del 12/02/2008, Rosano, Rv. 239890; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008, Arena, Rv. 240460). Allo stesso modo – si aggiunge -, il rinvio chiesto ed ottenuto per contemporaneo altro impegno professionale del difensore costituisce espressione non di un’impossibilità assoluta a partecipare all’udienza ma di una scelta del difensore stesso che, per quanto legittima, comporta il diritto al rinvio dell’udienza ma non da luogo ad un caso di sospensione per impedimento, secondo quanto previsto dall’art. 159 cod. pen., e quindi il corso della prescrizione rimane sospeso per tutto il periodo del differimento.
Siffatta soluzione è stata ribadita in successive decisioni (Sez. 2, n. 41269 del 03/07/2009, dep. 27/10/2009, Tatavitto, n.m.; Sez. 3, n. 13941 del 19/12/2011, dep. 12/04/2012, Scintu, n.m.). In particolare la sentenza Sez. 2, n. 17344 del 29/03/2011, Ciarlante, Rv. 250076 ha riaffermato che la sospensione del termine di prescrizione, come conseguenza della sospensione del processo, è limitata al periodo di sessanta giorni, oltre al tempo dell’impedimento, nel caso di rinvio dell’udienza per impedimento di una delle parti o di uno dei difensori, ma non anche in caso di rinvio dell’udienza a seguito di richiesta dell’imputato o del suo difensore, come nell’ipotesi d’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale. Mentre Sez. 6, n. 26071 del 08/06/2011, dep. 04/07/2011, S.A.M., n.m., ha ribadito l’eadem ratio rinvenibile tra il differimento dell’udienza chiesto dal difensore per l’adesione all’astensione collettiva di categoria e quello chiesto per concorrente impegno professionale, deducendone che l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale non costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto a un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’art. 159 cod. pen., comma 1, n. 3, nel testo introdotto dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, art. 6.
L’orientamento in discorso è stato ulteriormente consolidato da Sez. 2, n. 11874 del 31 gennaio – 12 marzo 2014, Farina ed altro, n.m., e da Sez. 2, n. 2194 del 5.11.2013, Palisto, n.m., nella prima delle quali si è nuovamente affermato come vi sia “ormai univoca e condivisibile giurisprudenza di questa Corte secondo cui l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, quantunque tutelato dall’ordinamento con il riconoscimento del diritto al rinvio dell’udienza, non costituisce un’ipotesi di impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva e non da luogo pertanto ad un caso in cui vengono in applicazione i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’articolo 159, co. 1, n. 3, del codice penale, nel testo introdotto dall’articolo 6 della legge 5 dicembre 2005 numero 251″. In qualche misura può reclutarsi tra le file delle decisioni convergenti sulla tesi sin qui esposta anche Sez. U, n. 43428 del 30/09/2010, Corsini, Rv. 248383, che sia pure incidentalmente ha affermato che “il novellato disposto dell’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen. non può applicarsi al di fuori delle ipotesi ivi espressamente previste (“impedimento delle parti o dei difensori”) e, quindi, in particolare, per quanto rileva ai fini in discorso, ai rinvii disposti per adesione dei difensori all’astensione indetta dalle Camere penali o per concomitante impegno professionale del difensore” (per la prima ipotesi si vedano anche Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, dep. 12/05/2010, Rv. 247142; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007 – dep. 03/12/2007, Marras e altro, Rv. 237914; Sez. 3, n. 4071 del 17/10/2007 – dep. 28/01/2008, Regine, Rv. 238544; Sez. 2, n. 20574 del 12/02/2008 – dep. 22/05/2008, Rosano, Rv. 239890; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008 – dep. 25/06/2008, Arena, Rv. 240460; Sez. 5, n. 33335 del 23/04/2008 – dep. 11/08/2008, Inserra, Rv. 241387; per la seconda Sez. 1, n. 44609 del 14/10/2008, dep. 01/12/2008, Rv. 242042).
7. L’orientamento che si contrappone a quello appena descritto può farsi risalire alle sentenze Sez. 3, n. 13766 del 06/03/2007, dep. 04/04/2007, Medico, n.m., Sez. 3, n. 17218 del 03/03/2009, dep. 23/04/2009, Girotti ed altro, n.m., le quali si pongono sulla scia dell’arresto delle Sezioni Unite Fogliani (Sez. U, n. 4708 del 27/03/1992, Fogliani, Rv. 190828). Esse qualificano come legittimo impedimento il concomitante impegno professionale del difensore, a condizione che venga fornita rigorosa dimostrazione di esso secondo cadenze predeterminate: dimostrazione non solo dell’esistenza dell’impegno, ma anche delle ragioni che rendono indispensabile l’espletamento delle funzioni difensive nel diverso procedimento; ragioni che debbono essere correlate alla particolarità dell’attività da presenziare, alla mancanza od assenza di un altro codifensore ed all’impossibilità di avvalersi di un sostituto – ai sensi dell’art. 102 cod. proc. pen. – sia nel procedimento al quale il difensore intende partecipare, sia in quello del quale si chiede il rinvio per assoluta impossibilità a comparire; inoltre, quando l’impedimento allegato consista in un impegno professionale concomitante presso la stessa sede giudiziaria, alla verifica della possibile designazione di un sostituto deve aggiungersi quella di una possibile variazione di orario. In presenza delle condizioni che rendono il concomitante impegno professionale un legittimo impedimento la durata dell’effetto sospensivo risulta limitata a sessanta giorni successivi alla cessazione dell’impedimento; termine oltre il quale non opera più la sospensione, con conseguente impossibilità di calcolare in essa il periodo “eccedente”.
Nel solco di tale indirizzo si segnala la sentenza Bova della Quinta Sezione (Sez. 5, n. 34835 11/07/2011, dep.26/09/2011, non massimata) che, ponendo le basi per una possibile distinzione, senza tuttavia particolari approfondimenti, tra l’ipotesi della richiesta di rinvio per adesione all’astensione collettiva dalle udienze e quella del concomitante impegno professione del difensore e, qualificato quest’ultimo come legittimo impedimento, ha ritenuto che, in siffatti casi, il periodo di sospensione non può superare i sessanta giorni (più uno, vale a dire quello del legittimo impedimento).
La IV sezione di questa Corte, dal canto suo, ha di recente affermato il principio di diritto in base al quale l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale, tutelato dall’ordinamento con il diritto al rinvio dell’udienza, costituisce un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva, di talché l’udienza non può essere rinviata oltre il sessantesimo giorno e, ove ciò avvenga, la sospensione della prescrizione non può comunque avere durata maggiore, dovendosi applicare la disposizione di cui all’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen., nel testo introdotto dall’art. 6 della L. 5 dicembre 2005, n. 251 (Sez. 4, n. 10926 del 18/12/2013, La China, Rv. 258618).
Nel pervenire a tale conclusione, partendo proprio dalla sentenza Fogliani ed incrociando il percorso argomentativo già in precedenza disegnato dalle richiamate sentenze Girotti e Medico di questa Sezione, la pronuncia si è fatta carico di ricostruire la fattispecie dell’impedimento del difensore per concorrente impegno professionale, sussumendola nell’ambito dell’impedimento assoluto, dissentendo dall’opposto orientamento “che, assimilando l’impedimento giustificato dal concomitante impegno professionale in altro procedimento del difensore alla richiesta di differimento per le più varie ragioni, sia pure attinenti al miglior esercizio della difesa, finisce col porsi in contrasto con la ricostruzione d’assetto operata in sede di S.U.”. Radicando perciò il contrasto dal quale origina il quesito posto dalla Terza sezione, “se l’impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale costituisca o meno un’ipotesi d’impossibilità assoluta a partecipare all’attività difensiva, con la conseguenza che, qualora ricorra la prima ipotesi, l’udienza non possa essere rinviata oltre il sessantesimo giorno e, ove ciò avvenga, la sospensione della prescrizione non possa comunque avere una durata maggiore, dovendosi applicare la disposizione di cui all’art. 159, comma primo, n. 3, cod. pen.”.
8. Orbene, questa Corte ritiene maggiormente persuasiva la tesi che aderisce alle indicazioni offerte dalle S.U. in causa Fogliani.
A ben vedere, l’opposto orientamento sembra risentire del’influenza di una logica definitoria che impone di assumere ad oggetto della riflessione il tipo, finendo per passare in secondo piano la mutevolezza delle situazioni concrete e con ciò la significatività dei requisiti indicati dalle SU perché l’impegno professionale antagonista possa assurgere ad impedimento assoluto.
L’orientamento che ravvisa nell’ipotesi dell’impedimento professionale del difensore una eadem ratio rispetto all’adesione all’astensione collettiva (su tale aspetto non pare avere influenza la recente pronuncia in tema di poteri del giudice in relazione all’adesione del difensore all’astensione proclamata dagli organismi rappresentativi della categoria: Sez. U, n. 40187 del 27/03/2014 – dep. 29/09/2014, Lattanzio, Rv. 259927) coglie tale tratto comune nell’essere l’impedimento ricollegabile ad una scelta, legittima, del difensore (così, esplicitamente, la sentenza Errante). Proprio perché frutto di una libera scelta l’impedimento viene qualificato non assoluto e quindi ricondotto nell’alveo dell’ipotesi di rinvio su richiesta del difensore e non di quella del rinvio per impedimento del medesimo, risultando pacifico che tal ultima fattispecie ricorre solo in presenza di un impedimento assoluto (si veda, ad esempio, in tema di impedimento per motivi di salute, Sez. 5, n. 44845 del 24/09/2013 – dep. 06/11/2013, Hrvic, Rv. 257133).
Tuttavia, il concomitante impegno professionale, a seconda dei casi, può lasciare al difensore la libertà di scegliere ove essere presente; oppure può essere tale da imporre la partecipazione nell’uno e non nell’altro procedimento. Imposizione che pone il difensore in una condizione concreta di non scelta.
Sicché, a seconda che sia individuabile o meno una opzione del difensore per l’ulteriore impegno, questo rappresenta impedimento non assoluto e quindi soggiace alla disciplina prevista per il caso della richiesta di differimento della trattazione, nel senso proprio alla previsione legale rinvenibile nell’art. 159, co. 3 cod. pen.; diversamente costituisce un impedimento assoluto, così come assunto dal combinato disposto agli artt. 159, co. 3 cod. pen., 420-ter, co. 5 e 484, co. 2bis cod. proc. pen..
Non è inutile rammentare che sul difensore gravano obblighi di diligenza nell’espletamento dell’incarico che possono porlo nella stretta necessità di dare preferenza alla posizione processuale che risulta maggiormente esposta a pregiudizio in caso di mancata celebrazione del processo (si pensi alla protrazione dello stato custodiale conseguente al differimento del processo) o di assenza del difensore (si pensi all’escussione di un teste che è prevedibile non possa più farsi ove mancata nella data prevista).
D’altro canto, proprio dal codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati attualmente vigente – che le S.U. hanno ritenuto contenere norme di diritto oggettivo, nel senso che “rientrano nell’ambito delle norme di legge cui si riferisce l’art. 101, comma secondo, Cost., ed alle quali il giudice, proprio in forza di tale disposizione costituzionale, è sicuramente soggetto…” (Sez. U, n. 40187/2014) – si ricava l’indicazione di alcune tipologie di eventi procedimentali di speciale importanza, tanto da non essere consentita in relazione ad essi l’astensione (cfr. art. 4). Mutatis mutandis, può dirsi che la partecipazione del difensore a tali atti risulta in linea di massima necessitata, nel senso che qui rileva.
In conclusione, il Collegio ritiene di doversi conformare alla tesi per la quale il concomitante impegno professionale può assurgere ad impedimento assoluto a seconda delle evenienze; in particolare, quando circostanze specificamente accertate diano dimostrazione della non defettibilità della partecipazione del difensore al diverso procedimento, perché solo in tal modo risulta assicurata in questo l’effettività del diritto di difesa (cfr. sullo specifico punto Sez. 4, n. 1096/2014).
9. Come già affermato dalle S.U. e ribadito dalla successiva giurisprudenza, l’impedimento assoluto non è meramente riconosciuto dal giudice, perché questi è chiamato a valutare le documentate deduzioni difensive, ponderando anche le eventuali necessità di un rapido esaurimento della procedura trattata. Al giudice compete di valutare quanto rappresentatogli come causale del richiesto differimento e di motivare il suo provvedimento di accoglimento o di reiezione dell’istanza secondo criteri di logicità (Sez. U, n. 4708 del 27/03/1992 – dep. 24/04/1992, Fogliani, Rv. 190828).
La fattispecie in parola trova nella decisione giudiziale un fattore costitutivo, poiché è solo anche in ragione dell’esito della valutazione comparativa degli interessi in gioco che l’impedimento del difensore diviene appunto assoluto; e per i particolari effetti che ne derivano essa non può rimanere inespressa.
Siffatta premessa va tenuta presente nel calare quanto sin qui osservato nel caso che occupa, perché evidenzia che ove l’interlocuzione tra la parte o il difensore ed il giudice non esponga sia la prospettazione delle condizioni in presenza delle quali può ipotizzarsi l’impedimento assoluto che la valutazione comparativa del giudice, deve ritenersi che il rinvio sia stato accordato sulla base di una mera richiesta, con i correlati effetti di disciplina.
Orbene, l’esame dei verbali del presente procedimento evidenzia che le istanze di rinvio non riferite all’adesione all’astensione collettiva dalle udienze non furono avanzate con l’indicazione delle condizioni che sostanziano il concomitante impegno professionale come impedimento assoluto e che la stessa decisione del giudice non esplicita l’avvenuto vaglio di tali condizioni e il conclusivo giudizio di ricorrenza di un impedimento assoluto. Ne consegue che i rinvii in questione vennero accordati su mera richiesta del difensore; con l’ulteriore conseguenza che ai fini del computo del termine di prescrizione, l’intero intervallo tra le udienze va computato quale periodo di sospensione del menzionato termine.
Ne risulta un complessivo periodo di sospensione tale da far maturare la prescrizione solo al 21.8.2014.
10. A questo punto può pervenirsi all’esame degli ulteriori motivi di ricorso. Essi sono manifestamente infondati e quindi inammissibili.
La Corte di appello ebbe ad accogliere l’eccezione difensiva che si indirizzava alla notificazione del decreto di citazione, ordinando la rinnovazione dell’atto nullo; pertanto il primo motivo muove una censura che si rivolge ad un atto già invalidato dal giudice di merito e da questi sostituito con altro.
Per ciò che concerne il terzo motivo, esso sottende la richiesta di una nuova valutazione di merito ad opera di questa Corte; richiesta che non può trovare accesso in sede di legittimità. La Corte di appello ha motivato in termini congrui e non manifestamente illogici le ragioni del giudizio di responsabilità del C. , evidenziando come il medesimo – soggetto professionalmente dedito allo smercio di parti ed accessori per autoveicoli – acquistasse e detenesse presso il proprio esercizio commerciale prodotti privi di certificazione di provenienza; risultando quindi priva di concreto ancoraggio fattuale l’ipotesi della buona fede.
11. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 2 settembre 2014, n. 36636. La violazione degli obblighi di assistenza familiare è reato permanente che si protrae per tutto il periodo in cui perdura l’omesso adempimento e la cessazione della permanenza coincide con il sopraggiunto pagamento o con l’accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado


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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 2 settembre 2014, n. 36636

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del’11 novembre 2013, la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del 15 gennaio 2009, con la quale il Tribunale della stessa città ha condannato F.G. per il reato di cui all’art. 570, comma 2 n. 2, cod. pen., per non avere corrisposto i mezzi di sussistenza alla figlia C. di anni dieci, commesso “dal 6 aprile 2001 in permanenza attuale”.
Quanto alle eccezioni in rito, la Corte territoriale ha rilevato, da un lato, che correttamente il primo giudice ha negato il rinvio delle udienze, non emergendo dalla certificazione medica prodotta l’impossibilità dell’imputato di presenziarvi; dall’altro lato, che non sussiste alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza atteso che, in caso di reato permanente, la consumazione si protrae sino alla pronuncia della sentenza di primo grado.
Nel merito, la Corte ha evidenziato che l’obbligo di garantire i mezzi di sussistenza ai figli grava su entrambi i genitori, sicché l’eventuale assolvimento da parte di uno di essi non esime l’altro, e che l’assoluta impossibilità di adempiere all’obbligo non può desumersi dalla condizione di disoccupazione o dallo stato detentivo. Infine, il giudice d’appello ha ritenuto corretta la mancata applicazione da parte del Tribunale delle circostanze attenuanti generiche.
2. Avverso il provvedimento ha presentato ricorso l’Avv. Marco Rigamonti, difensore di fiducia di F.G. , chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
2.1. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 484 e 420 ter e 178 lett. c) cod. proc. pen., per avere la Corte d’Appello omesso per due volte di rinviare l’udienza nonostante il legittimo impedimento a comparire dell’assistito, documentato dalla certificazione sanitaria attestante la necessità di “riposo assoluto”.
2.2. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. c) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 521, 522 e 533 cod. proc. pen., per mancanza di correlazione tra imputazione e sentenza, essendo stato l’assistito condannato anche per fatti successivi alla formulazione e alla notifica della imputazione, avendo la Corte d’Appello ritenuto che la consumazione del reato si sia protratta sino alla data della sentenza.
2.3. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. per avere la Corte negato, con motivazione illogica, la sussistenza in capo a F. di una situazione di impossibilità di fare fronte agli obblighi nei confronti della figlia C. .
2.4. Violazione dell’art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen. in relazione all’art. 62 bis cod. pen., per avere la Corte negato all’assistito l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
3. Il Procuratore Generale ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato e va rigettato.
1.1. Infondato è il primo motivo di natura processuale con il quale il ricorrente eccepisce la violazione degli artt. 484 e 420 ter e 178 lett. c) cod. proc. pen., per avere la Corte d’Appello omesso due volte di rinviare l’udienza nonostante fosse stato dedotto il legittimo impedimento dell’imputato.
In linea generale, deve essere rilevato che, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, è legittimo il provvedimento con il quale il giudice, investito di una richiesta di rinvio per impedimento a comparire con allegato certificato medico attestante una patologia, ritenga l’insussistenza del dedotto impedimento e dichiari la contumacia dell’imputato, in quanto detto certificato non preclude al giudice di valutare, anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, l’effettiva impossibilità per il soggetto portatore della dedotta patologia di comparire in giudizio, se non a prezzo di un grave e non altrimenti evitabile rischio per la propria salute, non potendo ritenersi preclusiva di tale valutazione la generica necessità, in conseguenza della riscontrata patologia, di un dato periodo di riposo e di cure, la quale è per sua natura preordinata al superamento rapido e completo dell’affezione patologica in atto e non implica, ove essa non sia soddisfatta, l’automatica ed ineluttabile conseguenza di un danno o di un pericolo grave per la salute del soggetto, che costituisce condizione imprescindibile ai fini dell’integrazione dell’assoluta impossibilità di comparire che legittima l’impedimento (Cass. Sez. 5, n. 5540 del 14/12/2007, Spanu, Rv. 239100; Cass. Sez. 6, n. 4284 del 10/01/2013, G., Rv. 254896.
1.2. Nella specie, i giudici di merito hanno ritenuto che, nonostante l’attestazione di una “lombosciatalgia acuta” con necessità di “riposo assoluto”, dalla documentazione sanitaria prodotta non emergesse l’effettiva impossibilità di F. di partecipare all’udienza in quanto impedito nella deambulazione o costretto a letto, né che questi assumesse farmaci per la cura della specifica patologia, elementi tutti dai quali hanno inferito, da un lato, che la prescrizione di riposo assoluto non implicasse necessariamente l’impossibilità assoluta di raggiungere l’aula di udienza, se del caso trasportato da altri; dall’altro lato, che la patologia non meritasse particolari prescrizioni e che l’assunzione di usuali farmaci antinfiammatori avrebbe agevolmente potuto risolvere la problematica di natura sanitaria.
1.3. Ritiene il Collegio che, nell’addivenire a tali conclusioni, i giudici di primo e secondo grado abbiano fatto buon governo dei principi di diritto sopra espressi.
La lombosciatalgia (cioè un dolore che attraverso la regione lombare si trasmette al nervo sciatico) può invero manifestarsi con sintomi di diversa intensità, può essere legata a molteplici cause e, proprio per questo, può essere curata con terapie differenti (farmacologica, strumentale, “naturale” sino alla chirurgica). Nella specie, la patologia è stata documentata dalla difesa di F. solo genericamente, senza alcuna specificazione delle cause, né delle cure da seguire (ad esempio, farmacologiche o fisioterapiche), né delle norme di comportamento cui attenersi per attenuare o comunque non aggravare la sintomatologia; soprattutto, nella certificazione prodotta non v’è alcuna indicazione dei limiti alla libertà di movimento di F. , non emergendo neanche che il medico si sia dovuto recare al domicilio per visitare il paziente, per l’impossibilità di quest’ultimo di raggiungere lo studio del sanitario.
D’altra parte, in assenza ulteriori precisazioni circa i termini anche temporali della prescrizione, l’espressione “assoluto riposo” utilizzata nel certificato, a discapito della perentorietà della aggettivazione, costituisce una sorta di formula di stile, potendo con essa il sanitario avere prescritto al paziente semplicemente di astenersi dal fare sforzi (quali, lo svolgimento di lavori di casa pesanti o l’attività sportiva), ma non di rimanere immobile a letto.
Ne discende che correttamente il Tribunale ha ritenuto, pur senza disporre una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, che la patologia attestata nella certificazione prodotta dalla difesa di F. non comportasse di per sé una impossibilità assoluta a deambulare o ad essere trasportato in udienza da terzi e/o con l’ausilio di appositi presidi sanitari (quali, la carrozzina o l’autolettiga), con conseguente rigetto delle richieste di rinvio d’udienza.
2. Manifestamente infondato è il motivo con il quale si deduce la violazione degli artt. 521, 522 e 533 cod. proc. pen., per mancanza di correlazione tra l’imputazione e sentenza.
Secondo il costante insegnamento di questa Corte (espresso in tema di prescrizione), la violazione degli obblighi di assistenza familiare è reato permanente che si protrae per tutto il periodo in cui perdura l’omesso adempimento e la cessazione della permanenza coincide con il sopraggiunto pagamento o con l’accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado (Cass. Sez. 6, n. 51499 del 04/12/2013, Rv. 258504; Sez. 6, n. 7321 del 11/02/2009, M., Rv. 242920).
I giudici del provvedimento impugnato hanno dunque individuato in modo esatto il momento di cessazione della permanenza nella data di pronuncia della sentenza di primo grado.
3. Infondato è anche il motivo con il quale si contesta il vizio di motivazione in relazione alla mancata valutazione della dedotta impossibilità del F. di fare fronte agli obblighi nei confronti della figlia.
Come correttamente argomentato dai giudici di merito in linea con i consolidati principi espressi da questa Corte in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen., deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (Cass. Sez. 6, n. 41362 del 21/10/2010, Rv. 248955). In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, di talché la sua responsabilità non può essere esclusa in base alla mera documentazione formale dello stato di disoccupazione (Cass. Sez. 6, n. 7372 del 29/01/2013, S., Rv. 254515), di una mera flessione degli introiti economici o di difficoltà (Cass. Sez. 6, n. 8063 del 08/02/2012, G., Rv. 252427).
Nel caso di specie, la Corte territoriale ha dunque correttamente ritenuto non operante la dedotta causa scriminante non avendo il ricorrente provato che le difficoltà dal medesimo addotte (stato detentivo, problemi economici e dichiarazione di fallimento dell’azienda) si siano tradotte in una vera e propria situazione di indigenza economica, tale da configurare un impedimento assoluto ad adempiere.
4. Va, infine, rigettata anche l’ultima doglianza.
Nessuna violazione di legge è riscontrabile nella denegata concessione delle circostanze attenuanti generiche a F. , laddove la Corte territoriale ha evidenziato – con una motivazione adeguata ed immune da censure logico giuridiche – che l’appellante non è meritevole di un più affievolito trattamento sanzionatorio alla luce della pluriennale insolvenza, dei precedenti penali e dell’assenza di segnali positivi di comportamento che inducano a valutazioni più benevole. Il che è del tutto conforme ai consolidati principi di diritto in materia, secondo cui le circostanze attenuanti generiche hanno lo scopo di estendere le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole all’imputato in considerazione di situazioni e circostanze che effettivamente incidano sull’apprezzamento dell’entità del reato e della capacità a delinquere dello stesso, sicché il riconoscimento di esse richiede la dimostrazione di elementi di segno positivo (Cass. Sez. 3, n. 19639 del 27/01/2012, Gallo e altri, Rv. 252900).
5. Dal rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 luglio 2014, n. 32699. Nel caso del difensore legittimamente impedito a comparire all’udienza per motivi di salute, il chiaro tenore dell’art. 420 ter, ultimo comma, cod.proc.pen. esclude il rinvio solo ove esso difensore designi un proprio sostituto processuale, non ponendo, per contro, a suo carico, alcun obbligo in tal senso


maltrattamenti-violenza

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 23 luglio 2014, n. 32699

 
REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco – Presidente

Dott. ROTUNDO Vincenzo – Consigliere

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere

Dott. VILLONI Orlando – Consigliere

Dott. DI SALVO Emanuele – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1459/2012 CORTE APPELLO di BRESCIA, del 14/01/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/04/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. EMANUELE DI SALVO;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Giulio ROMANO che ha concluso per l’annullamento con rinvio in ordine alla valutazione del legittimo impedimento;

Udito il difensore Avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. (OMISSIS) ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Brescia, in data 14-1-13, con la quale e’ stata confermata la sentenza di condanna emessa in primo grado, in ordine ai delitti di cui agli articoli 572 e 582 e 585 c.p., per aver maltrattato la convivente (OMISSIS), percuotendola e procurandole lesioni.

2. Il ricorrente deduce, con il primo motivo, violazione di legge, in relazione al rigetto, da parte della Corte d’appello, dell’istanza di rinvio dell’udienza del 14-1-2013, per legittimo impedimento del difensore, che, con fax dell’11-1-13,aveva presentato certificato medico attestante lombosciatalgia acuta,con impossibilita’ a deambulare fino al 21-1-13. Non e’ d’altronde configurabile, in capo al difensore impedito, alcun obbligo di procedere alla nomina di un sostituto o di indicare le ragioni dell’omessa nomina. E’ stato pertanto violato il diritto di difesa dell’imputato.

2.1. Con il secondo motivo, si deduce erronea applicazione dell’articolo 572 c.p., e vizio di motivazione, non essendo stata raggiunta la prova della sussistenza di un sistema di vita vessatorio imposto dal (OMISSIS) alla moglie. La stessa (OMISSIS) sottolinea le premure del marito e la gelosia dell’uomo, che, a volte, sfociava in scatti d’ira, che pero’ solo in tre episodi, nell’ambito di una convivenza durata 15 anni, hanno dato luogo a scontri fisici. Tant’e’ che la (OMISSIS) ha rimesso la querela.

2.2. Il terzo e il quinto motivo si appuntano invece sulla determinazione della pena, quantificata in misura eccessiva, senza tener conto della remissione di querela ad opera della persona offesa; e sul diniego delle attenuanti generiche, nonostante non risulti in alcun modo l’ipotizzata violazione del divieto di avvicinamento alla casa coniugale.

2.3. Con il quarto motivo, si deduce bis in idem sostanziale relativamente all’aggravante di cui all’articolo 61 c.p., n. 2, incompatibile con il concorso formale di reati contestato al (OMISSIS).

2.4. L’ultimo motivo si incentra sulla mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, contro il parere del P.G. di udienza, non essendo gravato l’imputato da condanne passate in giudicato e non esistendo motivi ostativi di alcun genere.

Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il primo motivo di ricorso e’ fondato. La Corte d’appello ha motivato il rigetto dell’istanza di rinvio, per legittimo impedimento del difensore, rilevando che l’imputato era sottoposto a misura cautelare, sia pure non detentiva; che il difensore, pur allegando il certificato medico, non aveva chiesto esplicitamente il rinvio e che, in ogni caso, non era documentata l’impossibilita’ di farsi sostituire. Il primo profilo e’ irrilevante, non costituendo la sottoposizione dell’imputato a misura cautelare, per di piu’ non detentiva, motivo ostativo alla concessione del rinvio per legittimo impedimento del difensore. Il secondo argomento e’ viziato da profili di manifesta illogicita’, non essendo dato comprendere come dalla presentazione di un certificato medico, corredato da missiva di accompagnamento in cui si rappresenti l’impossibilita’ del difensore di presenziare all’udienza per motivi di salute, possa non inferirsi la richiesta di rinvio. Il terzo argomento collide con l’inequivocabile contenuto precettivo dell’articolo 420 ter c.p.p., u.c., che esclude il rinvio ove il difensore impedito designi un sostituto, ma non pone a suo carico alcun obbligo in tal senso. Ed invero di un tale obbligo non esiste traccia nell’ordinamento positivo, che conferisce al difensore una mera facolta’ ma non gli impone alcun dovere di nominare un sostituto (Cass. Sez. 4,14-7-1994, Bigoni, Rv.199374). Tant’e’ che,qualora venga incaricato dal difensore un altro avvocato al solo scopo di depositare la certificazione medica e di chiedere il rinvio dell’udienza, non sussiste alcuna valida sostituzione processuale ed il cosiddetto sostituto assume la posizione giuridica di difensore d’ufficio (Cass. Sez. 3, n. 3072/03 del 17-12-2002, Rv. 223943). Ne consegue che il difensore non e’ tenuto a “documentare” l’impossibilita’ di farsi sostituire, a prescindere da ogni rilievo circa la problematicita’ di tale “documentazione”.

4. Sulla base delle predette considerazioni, e’ da ritenersi che illegittimamente la Corte d’appello abbia rigettato l’istanza di rinvio, con conseguente nullita’ del giudizio e della sentenza di secondo grado. Quest’ultima va dunque annullata senza rinvio, con trasmissione degli atti alla Corte d’appello di Brescia, per l’ulteriore corso. Tale epilogo decisorio, comportando un pronunciamento di natura rescindente,determina l’ultroneita’ della disamina degli ulteriori motivi di ricorso.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio e trasmette gli atti alla Corte d’appello di Brescia per l’ulteriore corso.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 26 giugno 2014, n. 27684. La necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo


Cassazione toga nera

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  26 giugno 2014, n. 27684

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 13.11.2012 ha confermato la decisione con la quale, in data 30.9.2009, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Sezione Distaccata di Aversa, aveva riconosciuto G.A. responsabile dei reati di cui agli articoli 44, lett. b), 64, 65, 71, 72, 83 e 96 d.P.R. 380/01, per la realizzazione, in zona sismica, di un manufatto in cemento armato senza il possesso dei prescritti titoli abilitativi (in (omissis) ).
Avverso tale pronuncia la predetta propone ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, Avv. Roberto Garofalo.
2. Con un primo motivo di ricorso deduce la nullità della sentenza quale conseguenza del rigetto di una istanza di rinvio per legittimo impedimento dell’imputata la quale, come da documentazione prodotta, avrebbe dovuto essere sottoposta ad una delicata visita medica presso l’ospedale civile di (…), programmata antecedentemente rispetto all’udienza fissata dalla Corte di appello.
Rileva, a tale proposito, che la motivazione del provvedimento sarebbe del tutto generica.
3. Con un secondo motivo di ricorso lamenta il vizio di motivazione in punto di affermazione di penale responsabilità essendo ella mera intestataria del terreno sul quale insiste il manufatto abusivo.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile, perché basato su motivi manifestamente infondati.
Va rilevato, con riferimento al primo motivo di ricorso, che la situazione prospettata dalla ricorrente, come risulta dalla documentazione prodotta, il cui esame non è precluso a questa Corte, stante la natura dell’eccezione formulata, che la visita medica programmata non poteva ritenersi indifferibile e che, in ogni caso, l’indifferibilità non sarebbe stata comunque riferibile alle condizioni di salute dell’imputata.
Occorre ricordare, a tale proposito, come questa Corte abbia già avuto modo di affermare che la necessità dell’imputato di sottoporsi ad un accertamento medico non costituisce legittimo ed assoluto impedimento a partecipare al processo quando detto accertamento sia certificato come indifferibile a causa delle esigenze organizzative della struttura sanitaria presso cui deve essere eseguito e non in ragione delle specifiche ed impellenti condizioni di salute dell’imputato medesimo (Sez. V n. 45659, 30 dicembre 2010).
Nella fattispecie tale attestazione di indifferibilità manca del tutto.
Dall’esame degli atti risulta, infatti, che la prescrizione per l’effettuazione degli accertamenti è datata 16 giugno 2012 (quindi circa 5 mesi prima della data dell’udienza della quale si chiedeva il differimento) e che la prescrizione degli esami da effettuare (ecocardiogramma color doppler, elettrocardiogramma e eco color doppler dei tronchi sovraortici) non reca alcuna diagnosi ed è disposta, come espressamente indicato, per “uso medico legale”.
Tale stato di cose risulta, pertanto, opportunamente valutato dalla Corte territoriale, la quale ha escluso il carattere di urgenza degli accertamenti in ragione della risalente data di prescrizione e la mancanza del requisito dell’assoluto impedimento a comparire stante l’assenza di diagnosi.
Ne consegue che le argomentazioni sviluppate nel motivo di ricorso sono del tutto prive di pregio.
5. Anche la infondatezza del secondo motivo di ricorso risulta di macroscopica evidenza.
La motivazione della sentenza impugnata non risulta, sul punto, né carente né, tanto meno, incoerente o illogica.
Affermano infatti i giudici del gravame, peraltro richiamando le analoghe considerazioni svolte dal giudice di prime cure, che la riconducibilità dell’immobile abusivo alla persona dell’imputata era stata effettuata sulla base di una DIA, finalizzata alla realizzazione di una recinzione esterna del manufatto abusivo, dalla stessa presentata dichiarandosi proprietaria esclusiva dell’immobile.
A seguito di un sopralluogo effettuato sulla base di quanto dichiarato nell’atto presentato dall’imputata, venivano rinvenute le opere di cui all’imputazione e disposto il sequestro del cantiere, in occasione del quale la medesima imputata venne nominata custode quale proprietaria e committente dei lavori.
Rileva la Corte territoriale che, a fronte di tali significativi dati probatori, nessuna allegazione di segno contrario risultava prospettata dalla difesa, con la conseguenza che la decisione impugnata doveva ritenersi meritevole di conferma.
Si tratta, ad avviso del Collegio, di argomentazioni del tutto adeguate le quali, non venendo minimamente intaccate dalle generiche censure formulate in ricorso, ove vengono quasi del tutto ignorate o contrastate con apodittiche affermazioni, superano agevolmente il vaglio di legittimità cui sono state sottoposte.
6. Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa della ricorrente (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.
L’inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento di legittimità (cfr., da ultimo, Sez. II n.28848, 8 luglio 2013).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.