legittimo impedimento

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 1 luglio 2015, n. 27787. L’assenza del difensore non può essere presuntivamente ricondotta all’esercizio del diritto di astensione essendo, da un lato, necessaria una dichiarazione espressa di adesione di astensione e, dall’altro, che non può ritenersi che l’adesione sia un effetto “automatico” della proclamazione degli organismi rappresentativi della categoria, dato che il diritto di astensione deve essere individualmente ed espressamente esercitato, donde l’assenza in coincidenza con la proclamazione dello sciopero non può essere ricondotta per via presuntiva alla adesione alla astensione in assenza di una esplicita manifestazione di volontà dell’avvocato assente


Cassazione 10

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 1 luglio 2015, n. 27787

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMMINO Matilde – Presidente

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – Consigliere

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere

Dott. RECCHIONE Sandra – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 2094/2013 CORTE APPELLO di MILANO, del 17/09/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 16/04/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. SANDRA RECCHIONE;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. STABILE Carmine che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Milano in parziale riforma della sentenza di primo grado convertiva il sequestro probatorio sulla somma di euro 770 in sequestro conservativo, confermando nel resto la sentenza di primo grado che condannava il (OMISSIS) in relazione al reato di tentata truffa alla pena di mesi due di reclusione ed euro 100 di multa.

2. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per la cassazione il difensore dell’imputato che deduceva:

2.1. nullita’ della sentenza per violazione del diritto di difesa in relazione agli articoli 178 e 179 cod. proc. pen..

Si censurava il fatto che l’udienza camerale in appello era stata celebrata malgrado uno dei difensori avesse aderito all’astensione di categoria e l’altro non fosse presente, ma andasse considerato anch’egli aderente all’astensione in considerazione del fatto che non era prevista una specifica comunicazione di adesione alla astensione.

2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione con riguardo alla determinazione della pena. Si rimarcava che il trattamento sanzionatorio avrebbe dovuto essere parametrato all’ipotesi tentata e non a quella consumata di truffa e che la motivazione sul punto era carente;

2.3. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al provvedimento di confisca. Si deduceva che non era stati valutato che l’imputato avrebbe potuto far fronte al pagamento delle spese di giustizia, il che rendeva illegittimo il sequestro conservativo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ infondato.

1.1. Con riferimento al motivo di ricorso relativo al mancato riconoscimento del legittimo impedimento del difensore che aveva dichiarato di aderire alla astensione di categoria si rileva che, per quanto di recente le sezioni unite abbiano ritenuto di valorizzare, il diritto di astensione anche ai fini della configurabilita’ del legittimo impedimento nelle udienze camerali a partecipazione non necessaria (Cass. sez. U, n. 15232 del 30/10/2014, dep 2015, Rv. 263021), nel caso di specie nessuna nullita’ conseguente alla lesione del diritto di difesa puo’ essere riconosciuta in quanto l’imputato risultava assistito da due difensori; in tal caso nessun provvedimento di sospensione o di rinvio del dibattimento deve essere necessariamente adottato dal giudice quando uno solo dei difensori addite un impedimento legittimo alla comparizione all’udienza (Cass, sez. 2, n. 100064 del 19/12/2012, dep. 2013 Rv. 254875; Cass. sez. 6, n. 5662 del 15/12/1992 dep. 1993, Rv. 194387).

1.2. Contrariamente a quanto allegato nel ricorso l’assenza del secondo difensore non puo’ infatti essere presuntivamente ricondotta all’esercizio del diritto di astensione. Il secondo difensore assente infatti non aveva dichiarato di aderire all’astensione di categoria; sul punto il collegio condivide l’orientamento secondo cui l’avvocato che, in adesione ad una manifestazione di protesta indetta dalla categoria professionale, intenda astenersi dal partecipare all’udienza ed ottenere il rinvio della stessa e’ tenuto a dichiararlo con tempestivita’ (Cass. sez. 1, n. 936 del 16/02/1998, Rv. 209900). La necessita’ di una dichiarazione espressa di adesione di astensione si ricava anche dalla apertura che la corte di cassazione ha avuto nei confronti della ammissibilita’ della trasmissione della dichiarazione di astensione a messo fax (Cass. sez. U, n. 40187 del 27/03/2014 Rv. 259928); tale forma di comunicazione e’ stata ritenuta sufficiente a rispettare le indicazioni contenute nell’articolo 3 del codice di autoregolamentazione in materia di astensione secondo cui la mancata comparizione dell’avvocato – per poter essere considerata in adesione ad una legittima astensione collettiva “e dunque considerata legittimo impedimento del difensore” – deve essere dichiarata (personalmente o tramite sostituto) all’inizio dell’udienza o dell’atto di indagine preliminare, oppure comunicata almeno due giorni prima della data stabilita “con atto scritto trasmesso o depositato nella cancelleria del giudice o nella segreteria del pubblico ministero, oltreche’ agli altri avvocati costituiti”.

Nel caso di specie, come risulta dal verbale di udienza del 17 dicembre 2013 (visionabile in quanto relativo alla valutazione di questioni che riguardano la progressione processuale), nessuna comunicazione di adesione era stata presentata.

Ne’ puo’ ritenersi che l’adesione sia un effetto “automatico” della proclamazione degli organismi rappresentativi della categoria dato che il diritto di astensione deve essere individualmente ed espressamente esercitato e che pertanto l’assenza in coincidenza con la proclamazione dello sciopero non puo’ essere ricondotta per via presuntiva alla adesione alla astensione in assenza di una esplicita manifestazione di volonta’ dell’avvocato assente.

1.2. Il motivo di ricorso che lamenta la mancata parametrazione della pena alla fattispecie tentata e’ manifestamente infondato in quanto nelle sentenze di merito la pena viene chiaramente individuata in relazione alla fattispecie contestata, ovvero la tentata truffa. I due mesi di reclusione inflitti corrispondono alla pena minima irrogabile tenuto conto della diminuzione massima applicabile sul minimo edittale del reato di truffa quando si procede in relazione alla fattispecie tentata.

1.3. Anche il motivo di ricorso relativo alla conversione del sequestro probatorio in sequestro conservativo ex articolo 262 cod. proc. pen. deve essere respinto. Tale conversione puo’ essere chiesta dal P.M. o dalla parte civile fino a quando pende il processo di cognizione – ossia sino a quando la sentenza di merito non sia passata in giudicato – ed e’ competente a disporla il giudice che procede, secondo quanto previsto dal comma secondo dell’articolo 317 cod. proc. pen. (Cass. sez. 3, n. 38710 del 11/06/2004 Rv. 230029). Il “periculum in mora” ai fini dell’adozione del sequestro conservativo puo’ essere riconosciuto, oltre che in presenza di una situazione che faccia apparire fondato un futuro depauperamento del debitore, anche a fronte di una oggettiva condizione di inadeguatezza del patrimonio del debitore rispetto all’entita’ del credito (Cass. Sez. 5, n. 7481 del 27/01/2011, Rv. 249607). Per l’adozione del sequestro conservativo e’ tuttavia sufficiente che vi sia il fondato motivo per ritenere che manchino le garanzie del credito, ossia che il patrimonio del debitore sia attualmente insufficiente per l’adempimento delle obbligazioni di cui all’articolo 316 c.p.p., commi 1 e 2, non occorrendo invece che sia simultaneamente configurabile un futuro depauperamento del debitore (Cass. sez. U, n. 51660 25/09/2014). Nel caso di specie la corte riteneva rispettati tali noti presupposti di legge e procedeva al vincolo della somma di euro 770 nella forma del sequestro conservativo. La valutazione sottesa al riconoscimento dei presupposti in questione si sottrae al riesame in sede di legittimita’ essendo di puro merito.

2. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 luglio 2015, n. 29877. ll legittimo impedimento del difensore, per integrare una causa necessaria di rinvio dell’udienza, deve implicare un’assoluta impossibilità a comparire, cosicché, quando l’impedimento allegato consista in un impegno professionale concomitante non solo presso la stessa sede giudiziaria ma anche presso una sede giudiziaria diversa, ma non lontana da quella in considerazione, alla verifica della possibile designazione di un sostituto processuale deve aggiungersi quella di una possibile variazione d’orario dell’udienza, utile a consentire la partecipazione dell’interessato ad entrambi gli adempimenti cui è chiamato


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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 13 luglio 2015, n. 29877

Ritenuto in fatto

1. S.A. e S.S. ricorrono per cassazione impugnando la sentenza emessa in data 29 ottobre 2013 dalla Corte di appello di Catania che ha parzialmente riformato la sentenza del tribunale della medesima città concedendo alle ricorrenti il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziario e confermando nel resto l’impugnata decisione.
Alle ricorrenti erano contestati i reati previsti dall’articolo 44 lettera c) d.p.r. 6 giugno 2001, numero 380 per avere, in concorso tra loro, realizzato senza la prescritta concessione edilizia una sopraelevazione realizzata sul terrazzo preesistente delle dimensioni di metri quadrati 20 circa su due piani per un’altezza media di metri 2,10 realizzando la copertura con pannelli termo coibentati a falda unica con accesso tramite due scale in cemento armato e ferro.
Unitamente al reato urbanistico venivano contestate le violazioni satelliti (articoli 61, 64 e 65 nonché articoli 93 e 94 d.p.r. 380 del 2001) nonché la violazione dell’articolo 734 codice penale per avere, in concorso tra loro, mediante la realizzazione delle suddette opere alterato le bellezze naturali di un luogo sottoposto a speciale protezione dell’autorità e il reato previsto dagli articoli 146-163, decreto legislativo numero 490 del 1999 per avere, in concorso tra loro, realizzato dette opere su beni ambientali senza la prescritta autorizzazione. In Catania in epoca precedente prossima al 23 giugno 2004.
Il tribunale aveva affermato la penale responsabilità con riferimento al reato urbanistico, a quello paesaggistico, alla violazione delle norme antisismiche e alla alterazione delle bellezze naturali (capi a, b, c, g, ed h) assolvendo le imputate perché il fatto non sussiste in relazione ai reati di cui ai capi d), e) ed f) con riferimento alle collegate contestazioni di aver realizzato opere in cemento armato.
2. Per l’annullamento dell’impugnata sentenza le ricorrenti sollevano tre motivi di gravame, qui enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione (art. 173 disp. att. cod. proc. pen.) deducendo:
1) la violazione dell’articolo 606, comma 1, lettera c), codice di procedura penale in relazione all’articolo 486 stesso codice sul rilievo che, per l’udienza del 29 ottobre 2013, l’avvocato di fiducia depositava istanza con la quale comunicava che il cancelliere dell’ufficio gip lo informava che, essendo stato nominato difensore di fiducia di altro imputato, il gip avrebbe proceduto quello stesso giorno (alle ore 11,30) ad interrogare suo assistito presso la casa circondariale di Messina perché raggiunto da ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e rapina. La Corte di appello di Catania, erroneamente ritenendo che le imputate fossero difese anche da altro difensore e che questi non aveva dedotto alcun impedimento, rigettava l’istanza, incorrendo nella denunciata nullità;
2) violazione dell’articolo 606, comma 1, lettera b), codice di procedura penale in relazione all’articolo 157 del codice penale sul rilievo che i fatti sono stati accertati in epoca precedente prossima al giugno 2004 (data che coincide infatti con il sequestro dell’opera).
Essendo trascorsi quasi dieci anni, il termine massimo stabilito dalla legge era già maturato, pertanto la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare non doversi procedere per prescrizione;
3) violazione dell’articolo 606, comma 1, lettera b), codice di procedura penale in relazione all’articolo 734 codice penale.
Sostengono come sia del tutto evidente che la violazione del vincolo storico – paesaggistico, con il relativo conseguente danno ambientale, risponde a presupposti e condizioni differenti rispetto alla pura e semplice mancanza di un provvedimento di nulla osta a costruire e ciò perché la lesione dell’interesse protetto dall’articolo 734 codice penale è indipendente dal fatto che si sia intervenuti con lavori assoggettati o meno all’esistenza di atti concessori. Ed infatti, non ogni intervento non autorizzato sarebbe sufficiente ad integrare il reato contestato con la conseguenza che, al fine dell’integrazione del reato de quo, non sarebbe sufficiente una qualsiasi alterazione naturalistica o addirittura un deturpamento del sito in questione ma è necessario che quella specifica alterazione incida sulla bellezza naturale cosicché si realizzi quantomeno una lesione o anche un semplice turbamento del godimento estetico dei visitatori o degli utenti del luogo. Sul punto, la Corte di merito avrebbe anche omesso di motivare incorrendo pertanto nel relativo vizio.
3. La parte civile ha fatto pervenire una breve comparsa conclusionale contenente la richiesta di rigetto del gravame senza alcuna considerazione di merito al riguardo e di condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese processuali sostenute nel grado.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza e perché presentato nei casi non consentiti.
2. Quanto al primo motivo, va ricordato che il concomitante impegno professionale del difensore non costituisce automaticamente un legittimo impedimento.
È risalente la tesi secondo cui la concomitanza di altri impegni professionali non costituisce un impedimento assoluto, comportando solo delle scelte da parte del difensore, che può attuarle anche avvalendosi della facoltà di designare un sostituto (Sez. 1, n. 4088 del 07/02/1994, Papotto, Rv. 197401; Sez. 5, n. 5164 del 12/03/1992, Marchese, Rv. 190074; Sez. 2, n. 9385 del 15/05/1991, Vindice, Rv. 188187).
Siffatto orientamento, attenuato per effetto di alcuni interventi in materia da parte della Corte costituzionale, è stato ridefinito dalle Sezioni unite Fogliani e, con gli affinamenti successivi, sono stati fissati i principi e i criteri selettivi per evitare i possibili “espedienti dilatori” derivando da ciò che l’impegno professionale del difensore in altro procedimento può essere assunto quale legittimo impedimento che da luogo ad assoluta impossibilità a comparire ai sensi dell’art. 486 e.p.p., comma 5, (ora art. 420 ter e.p.p., comma 5) purché il difensore prospetti l’impedimento e chieda il rinvio non appena conosciuta la contemporaneità dei diversi impegni e non si limiti a comunicare e documentare l’esistenza di un contemporaneo impegno professionale in altro processo, ma esponga le ragioni che rendono essenziale l’espletamento della sua funzione in esso per la particolare natura dell’attività a cui deve presenziare, l’assenza in detto procedimento di altro codifensore che possa validamente difendere l’imputato, l’impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’art. 102 c.p.p., sia nel processo a cui si intende partecipare sia in quello di cui si chiede il rinvio.
Il giudice di quest’ultimo processo deve valutare accuratamente, bilanciando le esigenze di difesa dell’imputato da un lato e quelle di affermazione del diritto e della giustizia dall’altro, le documentate deduzioni difensive, anche alla luce delle eventuali necessità di un rapido esaurimento della procedura trattata, per accertare che l’impedimento non sia funzionale a manovre dilatorie o non possa nuocere all’attuazione della giustizia nel caso in esame. Il provvedimento di accoglimento o di reiezione dell’istanza deve essere conseguentemente motivato secondo criteri di logicità (Sez. U, n. 4708 del 27/03/1992, Fogliani, Rv. 190828).
Su queste basi, è stato condivisibilmente affermato che il legittimo impedimento del difensore, per integrare una causa necessaria di rinvio dell’udienza, deve implicare un’assoluta impossibilità a comparire, cosicché, quando l’impedimento allegato consista in un impegno professionale concomitante non solo presso la stessa sede giudiziaria ma anche presso una sede giudiziaria diversa, ma non lontana da quella in considerazione, alla verifica della possibile designazione di un sostituto processuale deve aggiungersi quella di una possibile variazione d’orario dell’udienza, utile a consentire la partecipazione dell’interessato ad entrambi gli adempimenti cui è chiamato (Sez. 5^ n. 35469 del 04/06/2003, Daccò, Rv. 228325). Le ragioni che sottendono a tali rigorosi oneri, che fanno capo al difensore affinché comprovi l’assoluto impedimento a comparire per concorrente impegno professionale, sono state ribadite delle Sezioni unite De Marino che hanno chiarito come spetti al giudice effettuare una valutazione comparativa dei diversi impegni al fine di contemperare le esigenze della difesa e quelle della giurisdizione, accertando se sia effettivamente prevalente l’impegno privilegiato dal difensore per le ragioni rappresentate nell’istanza e da riferire alla particolare natura dell’attività cui occorre presenziare, alla mancanza o assenza di un codifensore nonché all’impossibilità di avvalersi di un sostituto a norma dell’art. 102 c.p.p., (Sez. U, n. 29529 del 25/06/2009, P.G. in proc. De Marino, Rv. 244109) tanto sul presupposto che la rilevanza dell’impegno difensivo, per assumere l’efficacia impeditiva postulata dalla norma, deve assumere i connotati, non soltanto della assolutezza, ma anche della obiettività, nel senso che la priorità della esigenza difensiva nel procedimento “pregiudicante” deve trarre alimento, non dalla soggettiva opinio del difensore, ma fondarsi su specifiche circostanze di fatto che consentano di far reputare, per così dire, erga omnes, temporalmente “cedevole” l’assistenza difensiva nel procedimento “pregiudicato”; sempreché non sussistano, ovviamente, contrarie ragioni di urgenza, che il giudice deve valutare con ponderata delibazione, nel necessario bilanciamento fra le contrapposte esigenze (v. Sez. 3, n. 37171 del 07/05/2014, Di Mauro, nonché Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, dep. 02/02/2015. Torchio, Rv. 262913).
Ne consegue che, a prescindere da ogni altra considerazione del tutto recessiva in proposito, non sussisteva alcun assoluto legittimo impedimento del difensore e la Corte territoriale non aveva quindi alcun obbligo di rinviare il processo posto che, attraverso normali accorgimenti organizzativi, il difensore avrebbe potuto agevolmente attendere ad entrambi gli impegni tenuto conto dell’ora in cui era stato fissato l’interrogatorio di garanzia e la distanza delle rispettive sedi giudiziarie.
3. Anche il secondo motivo è manifestamente infondato, oltre che formulato in violazione del principio dell’autosufficienza del ricorso, perché le ricorrenti non hanno tenuto conto dell’intervento dei numerosi eventi sospensivi della prescrizione, che sarebbe perciò maturata in data 1 aprile 2014 ossia in epoca successiva all’emanazione della sentenza di appello.
In siffatti casi, siccome con la declaratoria d’inammissibilità del ricorso impedisce la costituzione un valido rapporto giuridico processuale nella fase dell’impugnazione, il tempo trascorso tra la data di emanazione della sentenza impugnata e quella che dichiara l’inammissibilità del ricorso, è tamquam non esset ai fini del computi del tempo necessario a prescrivere perché preclude la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., essendosi già formato il giudicato stante, appunto, l’inidoneità dell’atto di gravame a determinare la regolare costituzione del rapporto processuale (Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266).
4. Manifestamente infondato è anche il terzo motivo di gravame, atteso che la Corte territoriale, con adeguata motivazione, priva di vizi logici, ha accertato che le opere hanno certamente arrecato una lesione effettiva al vincolo essendo l’immobile, sul quale era stata eseguita la sopraelevazione, ubicato nel centro storico di Catania soggetto a speciale protezione.
Sul punto, infine, il motivo di ricorso deve ritenersi anche aspecifico non avendo le ricorrenti preso alcuna posizione per contrastare criticamente le ragioni della decisione impugnata.
5. Alcuna liquidazione è dovuta alla parte civile, posto che la stessa non è comparsa.
L’assenza della parte civile nel giudizio di cassazione, pur non incidendo sulla sua costituzione, per il principio dell’immanenza della stessa, impedisce che l’imputato possa essere condannato a rimborsare le ulteriori spese di rappresentanza e difesa perché, essendo la parte civile rappresentata nel giudizio di cassazione dal difensore, il mancato intervento di questi, pur restando ferma la costituzione della parte civile, comporta che quest’ultima deve considerarsi assente ad ogni effetto di legge e pertanto l’imputato non può essere condannato alla refusione delle spese del grado, presupponendo siffatta declaratoria che la parte civile sia intervenuta nel giudizio di cassazione, situazione, nella specie, non verificatasi in quanto la presentazione di una “comparsa conclusionale” non vale a costituire regolarmente la parte civile nel giudizio di cassazione.
6. Sulla base delle precedenti considerazioni i ricorsi vanno dichiarati inammissibili e, tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 136 della Corte costituzionale e rilevato che non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, alla relativa declaratoria, segue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma, ritenuta congrua, di Euro mille alla cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna le ricorrenti al pagamento spese processuali e della somma dl Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 16 giugno 2015, n. 25262. Il corso di formazione professionale, seppure con frequenza obbligatoria, non costituisce mai un «legittimo impedimento» a comparire in udienza per il legale. La crescita professionale infatti non può essere equiparata alla necessità di assistere un altro cliente in un procedimento contestuale


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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 16 giugno 2015, n. 25262

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco – Presidente

Dott. CITTERIO Carlo – Consigliere

Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

Dott. BASSI Alessandra – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 224/2012 CORTE APPELLO di TRIESTE, del 08/05/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 01/04/2015 la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALESSANDRA BASSI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Roberto Aniello, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Udito, per la parte civile, l’Avv. (OMISSIS) ha chiesto che il ricorso sia rigettato con accoglimento delle richieste come da conclusioni scritte e nota spese;

Udito il difensore Avv. (OMISSIS) per (OMISSIS) ha chiesto, in via preliminare, il rinvio della udienza in attesa della entrata in vigore del decreto sulla lieve entita’ del fatto; in subordine, per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con pronuncia dell’8 maggio 2014, la Corte d’appello di Trieste ha confermato la sentenza del 19 settembre 2011, con la quale il Tribunale di Udine ha condannato (OMISSIS) alla pena di mesi quattro di reclusione con sospensione condizionale della pena, per il reato di falso giuramento della parte di cui all’articolo 371 c.p., (perche’, prestando giuramento decisorio deferito dalla controparte in un procedimento per una controversia di lavoro, l’imputato negava di aver rinunciato ad ogni provvigione sulle vendite ad utile zero e che tra le parti fosse intervenuto un accordo in base al quale, ove avesse praticato ai clienti degli sconti superiori al 15%, il maggior sconto avrebbe inciso per meta’ sulle provvigioni del medesimo, accordi contrattuali invece confermati da (OMISSIS), impiegata amministrativa della controparte ” (OMISSIS) s.a.s.”, commesso il (OMISSIS)).

1.1. In via preliminare, il giudice d’appello ha dato atto della insussistenza dei presupposti per disporre il rinvio dell’udienza dell’8 maggio richiesto dall’Avv. (OMISSIS) in relazione ad un precedente impegno professionale (segnatamente per la necessita’ di partecipare ad un ciclo di lezioni obbligatorie presso la Rota Romana), evidenziando, da un lato, come tale impegno non sia suscettibile di rientrare nella nozione di impedimento assoluto a partecipare all’udienza; dall’altro lato, come lo stesso Avv. (OMISSIS) avesse nominato un sostituto processuale nella persona dell’Avv. (OMISSIS), il quale, invitato ad esprimersi in ordine alla richiesta di rinvio avanzata dal collega cui si erano opposte le altre parti, si era rimesso alla decisione della Corte.

1.2. Nel merito, dopo aver richiamato la sentenza impugnata, la Corte ha ripercorso le dichiarazioni rese dai testi (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) ed ha rilevato che esse risultano attendibili, non sono smentite dalla documentazione richiamata dall’appellante (notando che, in effetti, non riguarda le specifiche circostanze oggetto del giuramento decisorio) e, dunque, confermano le ricostruzione dei fatti offerta dai testi (OMISSIS) e (OMISSIS), cosi’ che il reato deve ritenersi integrato sotto entrambi i profili oggettivo e soggettivo. Quanto alle statuizioni civili, la Corte ha evidenziato che, come si evince dalla sentenza pronunciata dal giudice del lavoro, il riconoscimento al (OMISSIS) del diritto alle provvigioni e dunque la condanna della societa’ ” (OMISSIS) s.a.s.” si fondano proprio sul falso giuramento prestato dall’imputato avente valenza probatoria; che nessuna questione puo’ porsi in ordine al quantum del risarcimento, avendo il Tribunale rimesso la valutazione giudice civile. La Corte ha dunque ritenuto congruamente determinata la pena nel minimo edittale, con riduzione massima per le circostanze attenuanti generiche e riconoscimento dei doppi benefici.

2. Avverso la sentenza ha interposto personalmente ricorso (OMISSIS), difeso di fiducia dall’Avv. (OMISSIS), e ne ha chiesto l’annullamento per i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione all’articolo 34 Cost., e articolo 156 c.p., per violazione del diritto di difesa, per avere la Corte rigettato la richiesta di rinvio presentata dal difensore – iscritto al secondo anno dello Studio Rotale -, giustificata dall’esigenza di seguire le lezioni di un corso con frequenza obbligatoria, che si tenevano lo stesso giorno a Roma presso la Rota romana, sicche’ sussistevano nella specie i presupposti del legittimo impedimento.

2.2. Difetto di motivazione, per avere la Corte richiamato a sostegno della propria decisione la sentenza di primo grado “per tutte le parti appresso non specificamente indicate”.

2.3. Violazione di legge in relazione all’articolo 192 c.p.p., e articolo 530 c.p.p., comma 1, per avere il giudice di secondo grado ritenuto provata la responsabilita’ di (OMISSIS) sebbene nessun testimone credibile abbia confermato l’esistenza di accordi scritti o verbali sulle provvigioni, e per avere assegnato nessuna rilevanza alla documentazione depositata dalla difesa a dimostrazione della inesistenza degli accordi di cui all’imputazione.

2.4. Violazione di legge in relazione all’articolo 40 c.p., e articolo 530 c.p.p., comma 1, per mancanza di prova dell’elemento soggettivo ed, in particolare, della volonta’ di (OMISSIS) di dichiarare il falso, essendo egli sinceramente convinto che nessuno accordo fosse stato concluso con la (OMISSIS) sulle provvigioni.

2.5. Violazione di legge penale in relazione all’articolo 530 c.p.p., comma 2, per avere la Corte ritenuto integrato il reato pur persistendo, all’esito del dibattimento, una situazione di dubbio in ordine alla colpevolezza dell’assistito.

2.6. Violazione di legge penale in relazione all’articolo 49 c.p., per avere il giudice d’appello trascurato che, dalla sentenza del giudice del lavoro di primo grado depositata nel processo penale, si evince che la causa di lavoro non veniva decisa sulla base del giuramento decisorio prestato dal (OMISSIS).

2.7. Violazione di legge penale in relazione all’articolo 185 c.p., per avere la Corte ritenuto sussistente un danno nei confronti della parte civile, laddove, da un lato, la fattispecie incriminatrice dell’articolo 371 c.p., in quanto reato contro il normale funzionamento della giustizia, non prevede, quantomeno in via diretta, un danno a privati; dall’altro lato, alla (OMISSIS) non e’ derivato nessun danno dal giuramento decisorio, in quanto esso non ha avuto nessuna rilevanza ai fini della decisione del contenzioso giuslavoristico.

2.8. Violazione di legge in relazione all’articolo 62 c.p., n. 4, per avere il giudice d’appello negato a (OMISSIS) l’applicazione della circostanza attenuante del danno patrimoniale di particolare tenuita’.

3. In udienza, il Procuratore generale ha chiesto che il ricorso sia rigettato.

L’Avv. (OMISSIS), per la parte civile (OMISSIS) s.a.s., ha chiesto che il ricorso sia rigettato, con accoglimento delle richieste come da conclusioni scritte e nota spese. L’Avv. (OMISSIS), per (OMISSIS), ha chiesto in via preliminare il rinvio di udienza in attesa dell’entrata in vigore della legge sulla lieve entita’ del fatto, trattandosi di situazione ravvisabile nella specie; in subordine, ha insistito per l’accoglimento dei motivi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso e’ infondato in relazione a tutte le deduzioni e va pertanto rigettato.

2. Infondato e’ il primo motivo col quale il ricorrente ha eccepito la nullita’ della sentenza per omesso rinvio dell’udienza in relazione al dedotto legittimo impedimento correlato a motivi di studio, segnatamente all’esigenza di seguire un ciclo di lezioni obbligatorie presso la Rota romana, asseritamente indispensabili per sostenere gli esami mensili a pena di esclusione dal corso.

2.1. Giova evidenziare come le Sezioni Unite di questa Corte Suprema siano di recente tornate ad occuparsi del tema del legittimo impedimento a comparire del difensore gia’ oggetto di precedenti pronunce a composizione allargata, specificando in modo ancor piu’ puntuale quali siano le condizioni in presenza delle quali il concomitante impegno professionale del patrocinante sia suscettibile di dare luogo ad assoluta impossibilita’ a comparire ai sensi dell’articolo 420 ter c.p.p., comma 5. In particolare, si e’ rilevato come siffatta situazione sia ravvisabile, con conseguente diritto al rinvio dell’udienza, qualora il difensore: a) prospetti l’impedimento non appena conosciuta la contemporaneita’ dei diversi impegni; b) indichi specificamente le ragioni che rendono essenziale l’espletamento della sua funzione nel diverso processo; c) rappresenti l’assenza in detto procedimento di altro codifensore che possa validamente difendere l’imputato; d) rappresenti l’impossibilita’ di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’articolo 102 cod. proc. pen., sia nel processo a cui intende partecipare, sia in quello di cui chiede il rinvio (Cass. Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, Torchio, Rv. 262912; Sez. U, n. 4708 del 27/3/1992, Rv. 190828; Cass. Sez. U n. 29529 del 25/6/2009, Rv. 244109). In presenza di tali condizioni, spetta al giudice compiere una valutazione comparativa dei diversi impegni al fine di contemperare le esigenze della difesa e quelle della giurisdizione, accertando se sia effettivamente prevalente l’impegno privilegiato dal difensore per le ragioni rappresentate nell’istanza e da riferire alla particolare natura dell’attivita’ cui occorre presenziare, e verificando che l’impedimento non sia funzionale a manovre dilatorie.

2.2. Va posto in risalto come detto bilanciamento dei diversi interessi in gioco non sia, tuttavia, necessario nel caso in cui il concomitante impegno professionale posto a giustificazione della richiesta di rinvio del procedimento non riguardi l’esigenza di prestare il patrocinio nell’ambito di un altro procedimento penale, come nel caso in cui il patrono debba assistere un cliente in una causa civile o – come nel caso in oggetto – debba seguire un corso di riqualificazione professionale. In tale senso si e’ gia’ pronunciata questa Corte laddove ha chiarito che l’esigenza di prestare il patrocinio in un processo civile assume rilevanza subvalente e, quindi, non e’ idonea a comportare il differimento della trattazione del processo penale, cosi’ come si evince dal dato normativo ed, in particolare, dall’articolo 420 ter c.p.p., che esclude la rilevanza di eventuali impedimenti a comparire del difensore della parte civile, e persino della stessa parte civile, e dall’articolo 23 disp. att. c.p.p., comma 1, che prevede espressamente che l’assenza delle parti private diverse dall’imputato, regolarmente citate, non determina la sospensione o il rinvio del dibattimento ne’ la nuova fissazione dell’udienza, a norma degli articoli 420 bis, 420 ter e 484 c.p.p.. Subvalenza che questo giudice della nomofilachia ha stimato non illogica ne’ contraddittoria ed anzi resa doverosa in considerazione dell’esigenza di garantire la celere trattazione dei processi, in ossequio al principio costituzionale della durata ragionevole del procedimento sancito dall’articolo 111 Cost., comma 2.

In linea con le considerazioni che precedono, ritiene il Collegio che, a maggior ragione, non possa stimarsi sussistente una situazione dante luogo a legittimo impedimento a comparire in caso di concomitante impegno del difensore dell’imputato legato, non all’esigenza di esercitare il patrocinio in un altro processo, bensi’ di seguire un corso di formazione professionale, seppure con frequenza obbligatoria. Ed invero, tale situazione, per un verso, si pone fuori dall’alveo del disposto normativo laddove il “legittimo impedimento” contemplato dall’articolo 420 ter, comma 5, e’ suscettibile di assumere valenza impeditiva assoluta soltanto allorquando si tratti di contestuale impegno professionale che imponga la presenza del difensore e che assuma, nella gia’ sopra delineata necessita’ di composizione dei contrapposti interessi in gioco, un rilievo preponderante. E proprio la necessita’ di operare un bilanciamento dei diversi valori in rilievo rende all’evidenza recessivo il diritto del legale – pur meritevole di considerazione – ad una crescita professionale, rispetto alle esigenze costituzionalmente presidiate di tutela del diritto di difesa dell’imputato e della giurisdizione nonche’ di una ragionevole durata del processo. Il diritto allo studio, che pur riceve tutela degli articoli 33 e 34 Cost., non puo’ infatti non cedere ai principi sanciti dagli articoli 24 e 111 della stessa Carta Fondamentale.

2.3. Sotto diverso aspetto, e risolutivamente, non puo’ essere sottaciuto come, nel caso di specie, l’Avv. (OMISSIS) avesse nominato un sostituito processuale a norma dell’articolo 102 c.p.p., nella persona dell’Avv. (OMISSIS) e come quest’ultimo, regolarmente presente in udienza, non si fosse in nessun modo opposto alla discussione del processo e dunque alla decisione della causa. Nessun vulnus al diritto di difesa costituzionalmente garantito si e’ dunque realizzato nel caso di specie, essendo stato l’imputato validamente difeso da un sostituto processuale nominato dallo stesso difensore fiduciario, che ad ogni buon conto non ha tempestivamente eccepito nessuna vizio dell’attivita’ processuale cui prendeva parte.

2.4. Le considerazioni sopra svolte rendono del tutto ininfluente la circostanza che il concomitante impegno professionale fosse stato tempestivamente comunicato dal patrono al decidente.

2.5. Ne’ la legittimita’ del diniego della richiesta di rinvio per legittimo impedimento puo’ essere messa in dubbio dal fatto che il giudice, presso la cui cancelleria veniva tempestivamente depositata l’istanza di rinvio (nella specie, un mese prima dell’udienza), non si pronunciasse subito sull’istanza. Ed invero, il codice di rito non prevede nessuna sanzione processuale per siffatta situazione, sebbene all’onere di tempestiva comunicazione dell’impedimento facente capo al patrocinante – secondo il “diritto vivente” formatosi in subiecta materia, alla stregua delle gia’ sopra rammentate pronunce di questa Suprema Corte a Sezioni Unite – dovrebbe corrispondere un correlativo onere del decidente di dare una tempestiva risposta all’istanza difensiva di rinvio, in un quadro di collaborazione fra i diversi soggetti processuali volto a garantire il miglior funzionamento della macchina giudiziaria e cosi’ da consentire l’eventuale pronta adozione da parte del Presidente del Tribunale, o della Sezione, delle disposizioni di carattere organizzativo ai sensi dell’articolo 465 c.p.p..

3. Privo di pregio, e’ il secondo motivo di ricorso col quale si contesta il richiamo fatto dalla Corte territoriale alla sentenza di primo grado per quanto non espressamente trattato.

3.1. Giova rammentare, per un verso, come nel nostro sistema processuale sia senza dubbio ammissibile la c.d. motivazione per relationem, seppure in presenza delle condizioni ben delineate da questo giudice nella sentenza a Sezioni Unite n. 17 del 21 giugno 2000 (rie. Primavera, Rv. 216664); per altro verso, come, ai fini del controllo di legittimita’ sul vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di appello si saldi con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo argomentativo, allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, Rv. 257595). Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorche’ i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico – giuridici della decisione, ma anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze gia’ esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (da ultimo, Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615).

La tecnica di redazione della motivazione della sentenza d’appello mediante rinvio alla pronuncia di primo grado non e’ pertanto illegittima, a condizione che il decidente dell’impugnazione non si sottragga, e dunque offra congrua risposta, alle specifiche censure mosse nel ricorso.

3.2. Ad ogni buon conto, nel caso in oggetto non si puo’ omettere di porre in rilievo come il richiamo alla sentenza di primo grado non costituisca niente piu’ che un artificio retorico, laddove il decidente di secondo grado, lungi dal limitarsi ad un mero rimando alle argomentazioni del primo giudice, ha risposto in modo puntuale ad ogni doglianza mossa nell’atto d’appello.

4. Sono infondati anche il terzo, il quarto ed il quinto motivo, con i quali il ricorrente contesta le valutazioni espresse dai giudici di merito in punto di prova e dunque la ritenuta integrazione, sotto entrambi i profili oggettivo e soggettivo, del reato in incolpazione.

La sentenza in epigrafe si appalesa esaustivamente e congruamente motivata, laddove affronta in modo analitico tutte le censure sottoposte al vaglio del Collegio d’appello, mentre i motivi di ricorso si risolvono nella prospettazione di una ricostruzione alternativa dei fatti emergenti dall’istruttoria dibattimentale, non consentita nella sede di legittimita’. Ed invero, a fronte di una plausibile ricostruzione della vicenda, come descritta in narrativa, e dei precisi riferimenti probatori operati dal giudice di merito, in questa sede, non e’ ammessa alcuna incursione nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti, dovendosi la Corte di legittimita’ limitare a ripercorrere l’iter argomentativo svolto dal giudice di merito per verificarne la completezza e la insussistenza di vizi logici ictu oculi percepibili, senza possibilita’ di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali (ex plurimis Cass. Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

5. Palesemente destituito di fondamento e’ il sesto motivo, col quale il ricorrente ha eccepito la violazione dell’articolo 49 c.p., evidenziando che nella specie sussisterebbero i presupposti del reato impossibile stante l’irrilevanza del giuramento decisorio prestato dall’assistito ai fini della decisione della causa di lavoro.

L’assunto e’ privo di base fattuale laddove, avendo riguardo alla motivazione della sentenza resa dalla Corte d’appello di Trieste, collegio del lavoro, il giuramento decisorio oggetto della contestazione e’ stato espressamente richiamato a pagina 25 a fondamento della decisione della causa.

Per altro verso, analogamente a quanto si afferma in materia di falsa testimonianza, il giuramento decisorio puo’ ritenersi irrilevante solo in quanto verta su fatti e circostanze del tutto estranei all’oggetto dell’accertamento e quindi inidonei ad arrecare un qualsiasi contributo all’accertamento dei fatti (Cass. Sez. 6, n. 34467 del 17/04/2007 Ceravolo Rv. 237840; Sez. 6 n. 29258 del 06/07/2010, Major Rv. 248610). Il delitto de quo e’, del resto, un reato di pericolo presunto (Cass. Sez. 3, n. 445 del 26/10/1979, Bianconi Rv. 143894), ai fini dell’integrazione del quale e’ dunque irrilevante che il giudice civile abbia pronunciato o meno sentenza in base al falso giuramento, dovendo il giudice penale prescindere da qualsiasi indagine sulla rilevanza e decisorieta’, nell’ambito del giudizio civile, dei fatti e delle circostanze su cui e’ stata dedotta la formula deferita alla parte (Cass. Sez. 6, n. 314 del 12/12/2007, Sorce e altro, Rv. 238400).

L’idoneita’ a condizionare il giudizio nel quale sia reso il giuramento decisorio deve, pertanto, essere apprezzata secondo un giudizio ex ante – e non ex post -, verificando se l’atto abbia o meno ad oggetto circostanze inerenti il thema probandum e se sia suscettibile o meno, secondo una valutazione prognostica, di condizionare l’esito finale del giudizio, dunque, a prescindere dal fatto che il giudicante di merito ne abbia poi tenuto conto nel decidere.

6. Risulta all’evidenza infondato anche il settimo motivo: il ricorrente confonde l’interesse giuridico sotteso al delitto previsto dall’articolo 371 cod. pen., costituito dal corretto funzionamento della giustizia civile, con la possibilita’ riconosciuta al soggetto danneggiato da un qualunque delitto, dunque anche dal reato in oggetto, di costituirsi parte civile per ottenere la riparazione del danno patrimoniale e morale da esso cagionato.

D’altra parte, come si e’ gia’ sopra notato – e come congruamente dato atto anche dalla Corte d’appello nelle pagine 6 e 7 -, la condanna della (OMISSIS) S.a.s. al pagamento nei confronti di (OMISSIS) delle somme concernenti le provvigioni e’ fondata proprio sulla valenza probatoria del falso giuramento prestato dall’imputato, sicche’ il danno in relazione al quale si e’ pronunciata la condanna costituisce diretta conseguenza dell’agire illecito de quo.

7. Inammissibile e’ l’ultimo motivo concernente la mancata applicazione della circostanza attenuante di cui all’articolo 62 c.p., n. 4, in quanto tale deduzione e’ assente nell’atto d’appello, di tal che si versa nell’ipotesi di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 3.

8. Resta solo da affrontare la richiesta avanzata dal difensore nel corso dell’odierna udienza, ai fini del rinvio della trattazione del ricorso in attesa dell’entrata in vigore della legge sulla particolare tenuita’ del fatto.

8.1. Al riguardo, giova notare, da un lato, come la necessita’ di attendere l’entrata in vigore di una legge che, in via meramente ipotetica, possa risolversi in un vantaggio per l’imputato, non e’ contemplata fra le cause di rinvio della trattazione del procedimento e come, pertanto, non siano ammissibili alterazioni del calendario d’udienza in forza di situazioni non tipizzate dal nostro codice di rito; dall’altro lato, come la materia processuale sia regolata dal principio del tempus regit actum, di tal che un procedimento puo’ essere ritualmente celebrato e deciso senza tenere conto di una legge ancora non vigente.

8.2. In ogni caso, non si puo’ omettere di rilevare come l’istanza di rinvio avanzata dal difensore di (OMISSIS) si appalesi del tutto generica, ed in quanto tale inammissibile, laddove il patrocinante non ha circostanziato le ragioni per le quali il fatto commesso dall’imputato dovrebbe ritenersi di particolare tenuita’ e tale da consentire l’applicazione della nuova legge. Esplicitazione che, nella specie, risultava tanto piu’ necessaria alla luce della particolare pregnanza del bene giuridico tutelato dall’incriminazione ex articolo 371 c.p., diretto alla salvaguardia della corretta amministrazione della giustizia in relazione ad un atto cui il codice di rito civile assegna valore di prova legale e da cui puo’ dunque dipendere – ed, in concreto, nella specie e’ dipesa – la sorte della causa.

9. Dal rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente.

Dal rigetto consegue altresi’ la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile (OMISSIS) s.a.s., che ritiene congruo liquidare in euro 3.500,00, oltre al 15% per spese generali, IVA e CPA.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonche’ alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile (OMISSIS) s.r.l., liquidate in euro 3.500,00, oltre al 15% per spese generali, IVA e CPA.

Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 30 giugno 2015, n. 27153. In tema di legittimo impedimento a comparire del difensore, e segnatamente di astensione degli avvocati dalle udienze regolate dal rito camerale, ai fini di una compiuta ricostruzione del sistema processuale della partecipazione del difensore alle udienze, dettato dal codice di procedura penale, non può prescindersi dalle disposizioni del codice di autoregolamentazione delle astensioni degli avvocati dalle udienze


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Suprema Corte di Cassazione

sezione IV

sentenza 30 giugno 2015, n. 27153

Ritenuto in fatto

  1. Con l’impugnata sentenza resa in data 19 marzo 2014 la Corte d’Appello di Cagliari ha confermato la sentenza pronunciata in data 26 luglio 2011 dal Tribunale di Oristano, appellata dagli imputati C.G. e C.R. .
    Questi erano stati tratti a giudizio e condannati, a seguito di giudizio abbreviato, alla pena ritenuta di giustizia per rispondere dei reati di furto aggravato e simulazione di reato.
  2. Avverso tale decisione ricorrono a mezzo del difensore di fiducia gli imputati deducendo violazione di legge e contraddittorietà della motivazione.

Considerato in diritto

  1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono violazione di legge in relazione al diniego opposto dalla Corte territoriale alla richiesta di rinvio formulata dal difensore degli imputati che aveva tempestivamente provveduto a comunicare la propria adesione alla astensione dalle udienze proclamata dagli ordini forensi locali. La Corte ha rigettato la richiesta, motivando in ordine alla natura camerale del giudizio d’appello. Il motivo è fondato è assorbente.
    Osserva a riguardo la Corte : numerosi arresti di questa Corte, sulla scia della pronuncia delle Sezioni Unite, n. 7551 del 08/04/1998, Cerroni, Rv. 210795, intervenuta ancor prima della novella n. 479 del 1999, hanno concordemente escluso che l’adesione del difensore all’astensione dalle udienze costituisca legittima ragione di rinvio del processo che si svolga in camera di consiglio essenzialmente sul presupposto che il legittimo impedimento del difensore, tale dovendosi qualificare la adesione alla astensione, non rileva nei procedimenti camerali, per i quali è infatti previsto che i difensori, il pubblico ministero e le altre parti interessate, siano sentiti solo se compaiono (tra le altre, Sez. 1, n. 5722 del 20/12/2012, Morano, Rv. 254807; Sez. 5, n. 36623 del 16/07/2010, Borra e altri, Rv. 248435; Sez. 6, n. 14396 del 19/02/2009, p.o. in proc. Leoni ed altri, Rv. 243263; Sez. 5, n. 16555 del 06/04/2006, Verbi, Rv. 234450; Sez. 2, n. 44357 del 11/11/2005, Vara ed altri, Rv. 233166; Sez. 1, n. 17312 del 06/04/2004, D’Anca, Rv. 228647; nel medesimo senso, ma con riferimento a ragioni di impedimento diverse, tra le altre, Sez. 5, n. 23323 del 23/03/2004, Collini ed altro, Rv. 228867; Sez. 4, n. 33283 del 12/12/2001, Adducci ed altri, Rv. 222497). Alcune tra dette pronunce hanno anche posto in evidenza, la non influenza, rispetto a tale quadro, destinato, quindi, secondo tale prospettiva, a restare immutato, della delibera del 13/12/2007 con cui la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali ha valutato idoneo, in attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, il Codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, adottato dagli organismi di categoria il 04/04/2007; in particolare hanno ritenuto inidoneo a determinare diverse conclusioni il contenuto dell’art. 3, che, affinché sia considerata come “legittimo impedimento” la mancata comparizione dell’avvocato “all’udienza o all’atto di indagine preliminare o a qualsiasi altro atto o adempimento per il quale sia prevista la sua presenza, ancorché non obbligatoria”, prevede determinate modalità di dichiarazione o comunicazione; infatti, si è detto, tale previsione “impone semplicemente al difensore, che non intenda aderire alla proclamata astensione, di darne comunicazione all’autorità procedente e agli altri difensori, e ciò all’evidente fine di consentire all’una e agli altri di organizzare in maniera ordinata la propria attività. Nulla invece essa dispone, né potrebbe disporre, circa la rilevanza che assume la pura e semplice assenza del difensore, in occasione di astensione collettiva, nei procedimenti camerali…in cui la sua presenza non è obbligatoria” (Sez. 6, n. 14396 del 19/02/2009, p.o. in proc. Leoni ed altri, Rv. 243263; v. anche Sez. 2, n. 24533 del 29/05/2009, Frediani, Rv. 244785).
    Tali principi sono rimasti, sino a tempi assai recenti, come subito oltre si dirà, e pur nel passaggio da un sistema ove l’adesione all’astensione proclamata dagli organismi dell’avvocatura non era regolamentato ad un sistema in cui, invece, per effetto dell’accennata delibera, si è provveduto ad una specifica regolamentazione anche all’interno del processo penale, incontroversi; va registrato, tuttavia, che, con specifico riferimento proprio al giudizio abbreviato svolto in grado di appello, Sez. 2, n. 13033 del 11/10/2000, Matranga, Rv. 217507, era pervenuta, a suo tempo, alla diversa conclusione della rilevanza dell’impedimento del difensore, in generale, facendo leva sulla necessità di una interpretazione esente da irragionevolezze idonee ad intaccarne la tenuta costituzionale: si era considerato infatti illogico, oltre che in contrasto con il nuovo sistema del giusto processo sancito nel novellato art. 111 Cost., ritenere l’assoluto legittimo impedimento del difensore causa di rinvio in primo grado nel giudizio abbreviato, e non ritenerlo, invece, tale in sede di appello per il solo fatto dell’applicabilità dell’art. 127 c.p.p., richiamato dall’art. 599 c.p.p., che, in relazione alla forma da osservarsi in tale procedimento, prevede, quale esclusiva causa di rinvio dell’udienza, l’impedimento dell’imputato. In definitiva, si era detto, la collocazione dell’art. 420 ter c.p.p., nel titolo del codice che disciplina l’udienza preliminare e la correlativa abrogazione dell’art. 486 c.p.p., avrebbero dovuto evidenziare la volontà del legislatore di garantire e tutelare con pari rigore e senza distinzione di sorta, sia nel procedimento camerale che nella fase dibattimentale, l’effettività del contraddittorio e del diritto di difesa dell’imputato, dovendo, dunque, addebitarsi ad una mera carenza di coordinamento il diverso tenore dell’art. 127 c.p.p.. Se si eccettua, dunque, tale ultima decisione, la cui struttura, come appena visto, è tale, però, da coinvolgere in generale l’assoluto impedimento del difensore al cui interno continua dunque, implicitamente, ad essere ricondotta anche l’adesione all’astensione dalle udienze, è solo in tempi recentissimi che la impostazione tradizionale della irrilevanza dello “sciopero” del difensore nelle udienze camerali è stata messa in discussione, (cfr. Sez. 6, Sentenza n. 18753 del 16/04/2014 Ud. (dep. 06/05/2014) Rv. 259199 Sez. 6, Sentenza n. 1826 del 24/10/2013,Rv. 258334) che hanno, in maniera articolata, analizzato, in particolare, i rapporti tra la disciplina codicistica e quella del codice di autoregolamentazione e messo in luce le contraddizioni interne alla giurisprudenza, sono giunte, infatti, a ritenere operante anche con riferimento al giudizio abbreviato di appello la adesione all’astensione dalle udienze, essenzialmente facendo leva sulle caratteristiche peculiari della astensione stessa, del resto riconosciute pressoché indistintamente dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla disciplina delle cause di sospensione della prescrizione ex art. 159 c.p. (cfr., tra le altre, Sez. 4, n. 10621 del 29/01/2013, M., Rv. 256067; Sez. 6, n. 26079 del 13/05/2010, G.G., non massimata) Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, Piacentino e altri, Rv. 247142; Sez. 6, n. 27842 del 10/06/2009, Nori, non massimata), non riducibile ad un mero legittimo impedimento partecipativo, ma equiparabile all’espressione del diritto costituzionale ex art. 18 Cost., di libertà di associazione. Successivamente, anche Sez. 1, n. 14775 del 12/03/2014, Lapresa, Rv. 259438, facendo principalmente leva sulla decisione delle Sez. U., n. 26711 del 30/05/2013, Ucciero, Rv. 255346 (su cui più oltre) ha concluso, sempre in fattispecie di giudizio abbreviato in grado d’appello, per la illegittimità del disposto rinvio pur a fronte della dichiarata astensione del difensore, anch’essa, pertanto, discostandosi dal tradizionale orientamento giurisprudenziale ricordato.
    Ciò posto, come ricordato sopra, l’orientamento maggioritario della Corte si fonda, essenzialmente, su due assunti, e segnatamente, un primo, di carattere generale, volto a valorizzare la mancata previsione, all’interno dell’art. 127 c.p.p. (e, per quanto concernente il giudizio camerale di appello, all’interno dell’art. 599 c.p.p.), del legittimo impedimento del difensore quale causa di rinvio dell’udienza e a considerare “logicamente non compatibile”, la pretesa di rinvio del processo dovuta ad impedimento (cui, come visto, viene assimilata l’adesione all’astensione) con la natura solo facoltativa della presenza, al pari delle altre parti, del Difensore, all’udienza camerale ex art. 127 c.p.p. e un secondo, peculiare alla specifica ipotesi dell’adesione all’astensione, diretto ad escludere comunque rilievo (anche, cioè, ove l’adesione non fosse rapportabile ad un mero impedimento) ai contenuti della delibera di approvazione del codice di autoregolamentazione.
    Entrambi tali postulati, tuttavia, si prestano a rilievi ed argomentazioni tali da dovere ritenere che la impostazione tradizionalmente adottata dalla Corte non sia oggi più sostenibile. Una prima, preliminare, considerazione, si impone, per la verità, su di un piano generale, con riguardo alla interpretazione che dell’art. 127 c.p.p., è stata sino ad oggi data, con la sola eccezione di Sez. 2, n. 13033 del 2000, Matranga, cit., dalla giurisprudenza. Se, infatti, il dato testuale della norma, là dove prevede, unicamente per l’imputato o per il condannato, che l’udienza possa essere rinviata a fronte di un legittimo impedimento del difensore, appare difficilmente contestabile sul piano letterale, è tutt’altro che indiscutibile che lo stesso, significhi, per converso, in maniera inequivocabile che un tale impedimento non possa valere anche per il difensore.
    Questa Corte ha infatti già affermato, sia pure in tempi non recenti, essere ben possibile ritenere che il contenuto effettivo di una disposizione di legge, accertato correttamente attraverso i mezzi consentiti dalla logica e dalla tecnica giuridica, sia più ampio di quello che appare dalle espressioni letterali che compongono la disposizione stessa, non incontrando, una tale interpretazione limitazioni nell’art. 14 disp. gen., giacché non amplia il contenuto effettivo della norma, ma impedisce che fattispecie ad essa soggette si sottraggano alla sua disciplina per un ingiustificato rispetto di manchevoli espressioni letterali (Sez. 3, n. 1041 del 29/04/1974, Baracca, Rv. 129191). Deve dunque ritenersi che una siffatta interpretazione ben possa essere ammessa anche con riguardo alle disposizioni processuali penali, tanto più ove gli effetti di essa possano dirsi ampliativi di diritti e facoltà. Ora, come già sostenuto da Sez. 2, n. 13033 del 2000, Matranga, cit. appare difficilmente compatibile, con il principio di ragionevolezza e di pari trattamento di situazioni tra loro eguali, una interpretazione che conduca a trattare diversamente, in relazione alla rilevanza o meno del legittimo impedimento del difensore, il giudizio abbreviato di primo grado (soggetto, in virtù dell’applicabilità ad esso delle disposizioni previste per l’udienza preliminare, richiamate dall’art. 441 c.p.p., alla disciplina di cui all’art. 420 ter c.p.p., comma 5), da una parte, da quello di secondo grado, dall’altra. Né, per giungere a conclusioni diverse, parrebbe appagante il riferimento al criterio, dedotto dalla tradizionale impostazione a giustificazione della interpretazione restrittiva dell’art. 127 c.p.p., della ragionevole durata del processo, non comprendendosi, ancor più con riferimento al giudizio di appello, tanto più se instaurato a seguito di processo definito in primo grado con il rito “a prova contratta”, quale dovrebbe essere l’incidenza dello stesso tale da condurre ad una legittima discriminazione tra le due situazioni. Va aggiunto inoltre proprio a fronte del fatto che entrambe le situazioni, pur regolate diversamente, appaiono attenere, quantunque in relazione a grado diverso di giudizio, al medesimo tipo di procedimento speciale caratterizzato, per di più, sempre dalla trattazione in camera di consiglio, non parrebbe neppure utilmente invocabile, a giustificazione del diverso trattamento, la discrezionalità legislativa che ben può operare si una diversa modulazione del diritto di difesa, ma a seconda, però, delle caratteristiche tipiche dei singoli procedimenti (si che una tale discrezionalità è stata non a caso appropriatamente evocata dalle Sezioni Unite a giustificazione del diverso trattamento riservato ad udienza camerale da un lato e ad udienza pubblica dall’altro: cfr. Sez. U., n. 7551 del 08/04/1998, Cerroni, cit.); ed anzi, non potrebbe non considerarsi che, su di un piano generale, è proprio nel grado di appello che la presenza del Difensore può assumere una rilevanza superiore rispetto a quella rivestita dalla presenza dello stesso imputato (cfr. Corte edu, Hermi e. Italia del 18/10/2006, p.49; Kamasinski c. Austria del 19/12/1989, p.106). 11.1. Anche l’ulteriore profilo valorizzato dalla tradizionale impostazione secondo cui il legittimo impedimento non potrebbe operare nei procedimenti in cui, come quello camerale, la presenza delle parti sarebbe facoltativa, si presta a valutazioni critiche; la natura solo facoltativa della presenza, lungi dal comportare, quale approdo cui giunge in definitiva l’indirizzo in oggetto, la neutralizzazione “tout court” degli impedimenti in cui incorra il difensore, significa unicamente, da punto di vista logico, che lo stesso può anche, ove lo Xn ritenga, non comparire senza che, una volta che egli, però, decida di intervenire, non possa non far valere le cause che un tale intervento rendano assolutamente non possibile. 12. Ciò posto, appare comunque dirimente, anche laddove non vi fosse spazio per interpretare diversamente l’art. 127 c.p.p., nel senso di ritenere non condivisibile l’opzione interpretativa della irrilevanza, nel procedimento camerale, della adesione alla astensione dalle udienze, l’insostenibilità, oggi, dell’assunto che, sino a tempi recenti, ha ricondotto la predetta adesione ad una ipotesi di legittimo impedimento, in tal modo superandosi l’ostacolo della mancata previsione di una specifica ipotesi con riferimento al difensore. Paradossalmente, anzi, è proprio la conclusione, sempre di questa Corte, formatasi sul tema della sospensione delle prescrizione, là dove si è avuto cura di precisare l’estraneità dell’adesione all’astensione rispetto alla nozione di legittimo impedimento, ad imporre che una simile soluzione debba operare anche con riguardo al rinvio dell’udienza.
    Sotto tale profilo appaiono del tutto condivisibili le cadenze argomentative che hanno da ultimo condotto Sez. 6 n. 1826/14 del 24/10/2013, cit. a discostarsi dalla tradizionale impostazione in forza della ineluttabile necessità di prendere atto della incidenza, sul sistema processuale, della regolamentazione, attuata con la deliberazione già ricordata del 13/12/2007 della Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, del diritto di astensione degli avvocati. 12.1. Il primo punto da porre in evidenza è appunto dato dall’interpretazione ormai consolidata della Corte secondo cui il limite massimo di sessanta giorni di sospensione del corso della prescrizione non può trovare applicazione nell’ipotesi di astensione del difensore, restando il termine prescrizionale sospeso per l’intero periodo di differimento; e ciò, significativamente, perché l’adesione alla predetta astensione non costituisce impedimento in senso tecnico bensì un vero e proprio “diritto al rinvio” quale diretta conseguenza dell’esercizio del diritto costituzionale di libertà di associazione del difensore: si è così sostenuto che la richiesta di rinvio dell’udienza per aderire ad una astensione collettiva “deve essere considerata una richiesta tutelata dall’ordinamento col diritto ad ottenere un differimento, ma non costituisce un impedimento in senso tecnico, visto che non discende da una assoluta impossibilità a partecipare all’attività difensiva”, chiarendosi che la richiesta di differimento dell’udienza per aderire ad una astensione collettiva si inquadra nella seconda ipotesi prevista dall’art. 159, comma 1, n. 3, c.p. (tra le tante, Sez. 4, n. 10621 del 29/01/2013, M., Rv. 256067; Sez. 6, n. 26079 del 13/05/2010, G.G., non massimata; Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, Piacentino e altri, Rv. 247142; Sez. 6, n. 27842 del 10/06/2009, Nori, non massimata; Sez. 2, 29 ottobre 2008, n. 44391, Palumbo, non massimata; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008, Arena, Rv. 240460; Sez. 5, n. 33335 del 23/04/2008, Inserra, Rv. 241387; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007, Marras e altro, Rv. 237914). Ora, come sottolineato anche dalla già citata decisione di Sez. 6, n. 1826/14 del 24/10/2013, cit., una tale qualificazione dell’adesione all’astensione non può non entrare in conflitto con la diversa interpretazione che di essa, e sia pure con riguardo alle udienze camerali, la stessa Corte ha dato, ponendo l’interprete di fronte alla necessità di sciogliere la evidente contraddizione in un senso oppure nell’altro.
    Ritiene allora questo Collegio che la opzione da privilegiare non possa essere se non quella volta, appunto, ad inquadrare l’adesione all’astensione collettiva all’interno dell’esercizio di un diritto: da un lato è lo stesso concetto dello “impedimento a comparire” a chiarire la non compatibilità con esso di una condotta (quella, appunto, di non intervenire all’udienza in forza dell’adesione allo “sciopero”) non imposta da eventi o cause esterne ma dettata dalla libera volontà di scelta della persona, e, dall’altro, non può non ritenersi significativa la riconducibilità dell’adesione in oggetto all’interno del diritto di associazione costituzionalmente tutelato dall’art. 18 affermata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 171 del 1996. È in particolare meritevole di nota, sul punto, che la Corte abbia qualificato l’astensione degli avvocati come “manifestazione incisiva della dinamica associativa volta alla tutela di questa forma di lavoro autonomo”, si da escludere che l’astensione possa “essere ricondotta a mera facoltà di rilievo costituzionale”, rientrando piuttosto nel perimetro dei diritti “di libertà dei singoli e dei gruppi che ispira l’intera prima parte della Costituzione”. È, poi, addirittura determinante che, da ultimo, a tale opzione abbiano aderito le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 26711 del 30/05/2013, Ucciero, non massimata sul punto, laddove le stesse hanno ritenuto, testualmente, l’adesione all’astensione di categoria “un diritto, e non semplicemente un legittimo impedimento partecipativo”. Ed allora, se di diritto si tratta, oltre ad essere definitivamente ultroneo, come già chiarito, qualunque riferimento alla interpretazione del contenuto dell’art. 127 c.p.p., risulta incongruo, una volta che sia assicurato dalla legge il contemperamento di tale diritto con i diritti fondamentali degli altri soggetti interessati dalla funzione giudiziaria e con altri principi costituzionali di pari valore, che lo stesso, pacificamente riconosciuto dalla stessa giurisprudenza con riferimento ai procedimenti caratterizzati dalla pubblica udienza, non possa trovare esplicazione nel procedimenti camerali, se non in forza di obiettive esigenze che diano conto motivatamente di una soluzione differenziata. Ora, non solo è difficile rinvenire, all’interno del sistema processuale penale, i riscontri della necessità di una tale soluzione differenziata, ma è addirittura possibile cogliere un preciso riferimento normativo che consente, in una direzione del tutto opposta, di assoggettare ad un medesimo trattamento l’adesione del difensore che intervenga nella pubblica udienza e l’adesione che intervenga, invece, nella udienza camerale; e tale riscontro appare dato, a ben vedere, dall’art. 3 del codice di autoregolamentazione la cui valenza è, per affermazione delle Sezioni Unite, quella di “fonte normativa secondaria” (Sez. U., n. 26711 del 30/05/2013, Ucciero, Rv. 255346). Pur occupatesi incidentalmente della problematica dell’astensione degli avvocati dalle udienze, giacché la questione di diritto loro devoluta concerneva la portata applicativa della presunzione di adeguatezza della sola custodia in carcere, di cui all’art. 275 c.p.p., comma 3, con tale decisione le Sezioni Unite, prendendo le mosse dalla già ricordata sentenza n. 171 del 1996 della Corte costituzionale, hanno ricordato che, “allo scopo di soddisfare le esigenze di bilanciamento tra le istanze contrapposte additate dalla richiamata pronuncia della Corte costituzionale, la L. n. 146 del 1990, è stata appositamente novellata ad opera della L. n. 83 del 2000, con l’introduzione dell’art. 2 bis, che ha appunto previsto, per l’astensione collettiva da parte di lavoratori autonomi, professionisti e piccoli imprenditori, l’adozione di appositi codici di autoregolamentazione destinati a realizzare il contemperamento con i diritti della persona costituzionalmente tutelati di cui all’art. 1, della stessa legge, previa verifica di idoneità da parte della apposita Commissione di garanzia”. Le Sezioni unite hanno poi richiamato l’avvenuta adozione, in base alle nuove disposizioni, del codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, adottato il 4 aprile 2007 dagli organismi di categoria e “valutato idoneo dalla Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali con deliberazione del 13 dicembre 2007, la quale ha disposto la pubblicazione del codice stesso e della citata delibera sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sul sito Internet della stessa Commissione”.
    Hanno infine ritenuto, attese tali premesse, “che il codice di che trattasi assume valore di normativa secondaria alla quale occorre conformarsi”, ed hanno fatto applicazione concreta di tale principio rigettando l’istanza di rinvio del difensore sulla base dell’art. 4, lett. a) del predetto codice, che vieta l’astensione, tra l’altro, nelle udienze “afferenti misure cautelari”. La ricostruzione operata dalle Sezioni Unite ha trovato avallo in successive sentenze delle sezioni semplici che, in osservanza del principio ivi affermato, hanno applicato, nelle proprie decisioni, specifiche disposizioni del codice di autoregolamentazione. Così, Sez. 6, n. 39871 del 12/07/2013, Notarianni, Rv. 256444, in fattispecie relativa a ricorso avverso un’ordinanza emessa dal tribunale del riesame in tema di sequestro preventivo, ha rigettato l’istanza di rinvio per astensione del difensore stabilendo che il divieto di astenersi nelle udienze “afferenti misure cautelari”, di cui al già citato dell’art. 4, lett. a), del codice di autoregolamentazione, deve ritenersi comprensivo anche dei procedimenti relativi a misure cautelari reali; Sez. 6, n. 51524 del 12/07/2013, Cartia, Rv. 256336 e Sez. 3, n. 7620 del 28701/2010, Settecase, Rv. 246197, hanno escluso la legittimità della dichiarazione di adesione nel caso, sempre contemplato dall’art. 4 del codice, di processo pendente destinato a prescriversi nei novanta giorni successivi; Sez. 6, n. 39979 del 19/09/2013 C.R., Sez. 2, n. 47145, del 17/09/2013, F.F., Sez. 2, n. 38684 del 17/09/2013 D.P.M., e Sez. 6, n. 17 del 18/09/2013, Q.S., tutte non massimate, hanno infine rigettato richieste di rinvio per adesione ad astensione formulate in udienze “afferenti misure cautelari”, sempre in osservanza del predetto art. 4, lett. a).
    Si che, in conclusione, appare corretto affermare che ai fini di una compiuta ricostruzione del sistema processuale della partecipazione del difensore alle udienze dettato dal codice di procedura penale non può più prescindersi dalle disposizioni del codice di autoregolamentazione, come avveniva in un recente passato. 13. In definitiva, il giudice, nella valutazione del corretto esercizio dell’astensione, deve necessariamente prendere anche in considerazione le disposizioni contenute in tale codice, sia valorizzando quelle che tale astensione non appaiono consentire sia valorizzando, come nella specie, quelle che tale astensione, invece, prevedono, pena, altrimenti, la chiara irrazionalità di una diversa considerazione delle due ipotesi (restando peraltro fermo spettare comunque al giudice la verifica del rispetto delle modalità formali di comunicazione della richiesta di adesione secondo quanto previsto dall’art. 3 del codice di autoregolamentazione). Ed allora, con riferimento alla fattispecie oggetto del presente processo, va evidenziato che l’art. 3, comma 1, del codice di autoregolamentazione, laddove si riferisce “all’udienza o all’atto di indagine preliminare o a qualsiasi altro atto o adempimento per il quale sia prevista la sua presenza, ancorché non obbligatoria” non opera, evidentemente, alcuna distinzione tra udienze a cui il difensore deve partecipare in via obbligatoria ovvero in via facoltativa.
    Consegue a quanto sopra che l’ordinanza (richiamata in sentenza) con cui la Corte territoriale ha disposto, pur in presenza della ritualmente dichiarata adesione del difensore di fiducia all’astensione dalle udienze, la trattazione del processo, in assenza dello stesso e di alcun altro difensore e degli imputati, non ha fatto corretta applicazione dei principi sopra esposti. Si è così determinata la nullità a regime intermedio, non sanata e ritualmente eccepita con il ricorso, della sentenza impugnata ex artt. 178 lett. c) e 180 c.p.p..
    Ne consegue l’annullamento della sentenza stessa con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Cagliari.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti alla Corte d’Appello di Cagliari per la celebrazione del giudizio di appello.

Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 29 aprile 2015, n. 18069. La necessità di accompagnare ed assistere la moglie ricoverata presso un centro oncologico è causa di legittimo impedimento a comparire in udienza per l’avvocato: l’assoluta impossibilità a comparire del difensore, infatti, non va intesa unicamente sotto il profilo materiale ma anche umano e morale.


 

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Suprema Corte di Cassazione

sezione IV

sentenza 29 aprile 2015, n. 18069

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SIRENA Pietro Antonio – Presidente

Dott. FOTI Giacomo – Consigliere

Dott. D’ISA Claudio – rel. Consigliere

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Consigliere

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) n. il (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 270/2014 della Corte d’appello di Caltanissetta del 13.03.2014;

Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

Udita all’udienza pubblica del 10 febbraio 2015 la relazione fatta dal Consigliere dott. CLAUDIO D’ISA;

Udito il Procuratore Generale nella persona del dott. Iacoviello Francesco Mauro che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata e qualificato l’appello come ricorso per cassazione rigetto dello stesso.

RITENUTO IN FATTO

(OMISSIS) ricorre per cassazione avverso la sentenza, indicata in epigrafe, della Corte d’appello di Caltanissetta che ha dichiarato inammissibile l’appello proposto avverso la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti dal GIP del Tribunale di Gela in ordine al reato di guida senza patente.

Denuncia violazione di legge per l’erronea dichiarazione di inammissibilita’ dell’appello e per la mancata trasmissione degli atti al giudice competente. Si argomenta che, una volta constatata l’inappellabilita’ della sentenza, essendo stato l’imputato condannato alla sola pena pecuniaria, la Corte d’appello avrebbe dovuto convertire l’appello in ricorso per cassazione e trasmettere gli atti alla stessa.

Con il secondo motivo si denuncia la violazione dell’articolo 178 c.p.p., lettera c), per essere stata disattesa la richiesta di rinvio del difensore di fiducia dell’imputato per impedimento assoluto, ritenuto illegittimamente non tale dal GIP.

Con il terzo motivo si’ denuncia la violazione di legge e il vizio motivazionale della sentenza di primo grado in riferimento alla mancata ammissione del teste (OMISSIS) e alla revoca di altri testi, fornendo all’uopo anche illogica e contraddittoria motivazione.

Con il quarto motivo la denunciata violazione di legge riguarda la quantificazione della pena.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso va accolto.

Fondata e’ la denunciata violazione di legge di cui al primo motivo, ha errato, infatti, la Corte d’appello a richiamare l’articolo 591 c.p.p., lettera B), e articolo 599 c.p.p., se e’ vero che la sentenza del GUP, a seguito di giudizio abbreviato, era inappellabile ai sensi dell’articolo 593 c.p.p., comma 3, in quanto afferente ad una condanna alla sola pena pecuniaria dell’ammenda, avrebbe dovuto, di conseguenza, convertire l’impugnazione in ricorso per cassazione, cosi’ come previsto dall’articolo 568 c.p.p., comma 5, senza operare alcuna valutazione sulla sua inammissibilita’ e, comunque, giammai confermare la sentenza di primo grado.

Va disposto quindi l’annullamento della sentenza impugnata senza rinvio con la conversione dell’impugnazione in ricorso per cassazione.

Quanto alla censure mosse nei confronti della sentenza di primo grado con riferimento alla eccezione di nullita’ ex articolo 178 c.p.p., lettera C), per il denegato rinvio dell’udienza in ragione del prospettato legittimo impedimento del difensore di fiducia dell’imputato, essa e’ fondata apparendo la motivazione dell’ordinanza dibattimentale incongrua. Invero, quanto al motivo addotto dal difensore (necessita’ di accompagnare ed assistere la moglie ricoverata in ospedale presso il centro oncologico di (OMISSIS), citta’ diversa da quella in cui si celebrava il processo, in relazione alla patologia specificamente indicata e documentata) a sostegno dell’impedimento non puo’ convenirsi con il GIP nel ritenere non assoluto quest’ultimo. Invero, va al riguardo osservato che l’assoluta impossibilita’ a comparire del difensore non va intesa in senso esclusivamente meccanicistico, come impedimento “materiale” a partecipare all’udienza, dovuto a un precedente e concomitante impegno professionale, ovvero ad altra causa che impedisca la fisica presenza del difensore dovuta ad ostacoli di carattere logistico o sanitario, che prescinda da qualsiasi considerazione di situazioni che possano, sotto il profilo emotivo e umano, essere ritenute anch’esse di impedimento alla partecipazione attiva all’incarico affidatogli.

Se si dovesse intendere per impossibilita’ a comparire il solo “materiale” o “fisico” ostacolo per il difensore ad essere presente in udienza, difficilmente potrebbero ipotizzarsi situazioni diverse e riconducibili ad eventi gravi sotto il profilo “umano e morale” – quale e’ senza dubbio l’accompagnamento in una struttura ospedaliera, che trovasi a notevole distanza dal luogo ove si celebra il processo, del coniuge per una grave malattia e concomitante con il giorno di udienza.

Peraltro, il motivo prospettato e’ un evento che per altri prestatori di lavoro dipendenti puo’ costituire causa per giustificare l’assenza dal lavoro e non si comprende per quale ragione il difensore, al quale e’ attribuita un prestazione di opera intellettuale costituzionalmente riconosciuta e garantita, non possa usufruire di analogo trattamento in caso di eventi che comunque impongano rispetto “umano e morale”.

In conclusione, l’assoluta impossibilita’ del difensore a comparire in udienza, la’ dove la sua presenza sia prevista dalla legge, puo’ essere anche ascrivibile a situazioni gravi, sotto il profilo umano e morale, tali da essere assimilate al diritto di altro prestatore d’opera ad essere giustificato per l’assenza dal luogo ove la prestazione deve essere eseguita.

Poi, rispetto alla prospettata impossibilita’ di essere sostituito dal collega di studio, il difensore dell’imputato ha, altresi’, allegato che il collega era impegnato in altro processo con detenuto, e, quindi, anche sul punto la motivazione dell’ordinanza di rigetto del rinvio per legittimo impedimento del difensore risulta incongrua.

Gli altri motivi rimangono assorbiti.

In ragione di tanto la sentenza del GUP va annullata con rinvio al Tribunale di Gela per nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e, convertito l’appello dell’imputato in ricorso per cassazione, annulla la sentenza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela in data 3 aprile 2013, con rinvio al medesimo Tribunale per nuovo esame.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 25 marzo 2015, n. 12703. In tema di impedimento a comparire dell’imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato


Cassazione 3

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 25 marzo 2015, n. 12703

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente

Dott. MICCOLI Grazia – rel. Consigliere

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere

Dott. LIGNOLA Ferdinando – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 478/2009 CORTE APPELLO di TORINO, del 02/10/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 24/11/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GRAZIA MICCOLI;

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dott. Umberto DE AUGUSTINIS ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilita’.

Per il ricorrente, l’avv. (OMISSIS) ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Torino ha confermato la pronunzia in primo grado emessa, all’esito del giudizio abbreviato, dal G.U.P. del Tribunale di Aosta, con la quale (OMISSIS) era stata condannata per il reato di furto aggravato in abitazione.

2. Propone ricorso l’imputata, con atto sottoscritto dal suo difensore, deducendo i seguenti due motivi.

2.1 Con il primo motivo viene dedotta la violazione di legge processuale, per essere stata rigettata dalla Corte territoriale la richiesta di differimento dell’udienza sebbene fosse stato rappresentato e documentato l’impedimento dell’imputata a comparire.

2.2 Con il secondo motivo viene dedotto il vizio di motivazione in ordine ai motivi di appello relativi alla risultanze probatorie.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ infondato e, di conseguenza, va rigettato.

1. Privo di fondamento deve ritenersi il motivo con il quale si deduce la nullita’ del giudizio e della sentenza impugnata in conseguenza della prospettata illegittimita’ del diniego del differimento dell’udienza camerale davanti alla Corte di appello, chiesto dalla ricorrente per ragioni di salute.

Va a tal proposito precisato che nel caso in esame il giudizio di appello si e’ svolto in seguito all’impugnazione di una sentenza emessa all’esito di giudizio abbreviato.

1.1. L’articolo 599 c.p.p., comma 2 dispone che, per il giudizio camerale d’appello avverso la sentenza pronunciata con il rito abbreviato, il legittimo impedimento dell’imputato comporta il rinvio dell’udienza soltanto allorche’ l’imputato stesso abbia manifestato in qualsiasi modo la volonta’ di comparire (Sez. U, n. 35399 del 24/06/2010 – dep. 01/10/2010, F., Rv. 247835).

A fronte di un contrasto giurisprudenziale in ordine all’individuazione delle modalita’ attraverso cui tale volonta’ puo’ essere legittimamente manifestata, sono intervenute le Sezioni Unite, chiarendo che nel giudizio d’appello avverso la sentenza pronunciata all’esito del rito abbreviato la richiesta di partecipazione da parte dell’imputato impedito puo’ essere tratta anche da “facta concludentia”, da cui possa desumersi la sua inequivoca manifestazione di volonta’ di comparire all’udienza camerale (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011 – dep. 07/02/2012, Casani ed altri, Rv. 251272).

In tale sentenza si e’ dato atto dell’indirizzo interpretativo secondo il quale “nel giudizio di appello contro la sentenza pronunciata all’esito del giudizio abbreviato non trova applicazione l’istituto della contumacia dell’imputato, sicche’ il legittimo impedimento dello stesso impone il rinvio dell’udienza solo se egli abbia direttamente e tempestivamente manifestato la volonta’ di comparire, non essendo sufficiente a tale fine la mera istanza di rinvio avanzata dal difensore allegante l’impedimento” (Sez. 2, n. 8040 del 09/02/2010 – dep. 01/03/2010, Fiorito, Rv. 246713).

Tuttavia, il Collegio ha ritenuto maggiormente conforme al compiuto esercizio dei diritti della difesa il diverso orientamento secondo il quale la richiesta di partecipazione da parte dell’imputato di cui all’articolo 599 c.p.p., comma 2 puo’ essere tratta anche da facta concludentia (quale la produzione, da parte del difensore, di una certificazione medica attestante l’impedimento a comparire dell’imputato con espressa istanza di rinvio) da cui possa desumersi la inequivoca manifestazione della volonta’ dell’imputato medesimo di comparire all’udienza camerale (Sez. 6, n. 1320 del 14/10/1996 – dep. 12/12/1996, Surace, Rv. 206890; Sez. 6, n. 43201 dell’11/10/2004, Viti; Sez. 6, n. 2811 del 18/12/2006, Ramelli). Quanto ai poteri valutativi del giudice rispetto alle ragioni di salute documentate in un certificato medico prodotto a sostegno della richiesta di rinvio dell’udienza, le Sezioni Unite, gia’ da tempo (Sez. U, n. 36635 del 27/09/2005 – dep. 11/10/2005, Gagliardi, Rv. 231810), hanno avuto modo di precisare che, in tema di impedimento a comparire dell’imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato. E, in ordine a tale necessaria valutazione, questa Corte ha fissato i seguenti principi. Il legittimo impedimento a comparire dell’imputato, oltre che grave e assoluto, deve presentare il carattere dell’attualita’ e cioe’ deve sussistere in relazione all’udienza per la quale egli e’ stato citato, in quanto l’impossibilita’ a presenziare alla stessa deve risultare dagli elementi addotti, come non altrimenti superabile (Sez. 5, n. 43373 del 06/10/2005 – dep. 30/11/2005, Fontana, Rv. 233079; Sez. 5, n. 3392 del 14/12/2004 – dep. 02/02/2005, Curaba, Rv. 231406);

Inoltre, il giudice di merito non ha alcun obbligo di disporre accertamenti fiscali per accertare l’impedimento dell’imputato a comparire al dibattimento, al fine di completare la insufficiente documentazione prodotta, purche’ dia ragione del suo convincimento di non assolutezza dell’impedimento con motivazione logica e corretta (Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014 – dep. 02/09/2014, F, Rv. 260814; Sez. 5, n. 3400 del 15/12/2004 – dep. 02/02/2005, Sabino, Rv. 231410; Sez. 2, n. 10731 del 22/09/1998 – dep. 13/10/1998, Bevilacqua, Rv. 211660; Sez. 4, n. 9530 del 09/10/1996 – dep. 07/11/1996, Pochetti, Rv. 206968).

Infine, e’ stata ribadita la legittimita’ del provvedimento di diniego della richiesta di rinvio per impedimento dell’imputato a comparire, in ipotesi di produzione di un certificato medico che si limiti ad attestare l’infermita’ (nella specie, faringo-tracheite) con esiti febbrili e la prognosi, senza indicare il grado della febbre, essenziale alla valutazione della fondatezza, serieta’ e gravita dell’impedimento (Sez. 6, n. 20811 del 12/05/2010 – dep. 03/06/2010, S., Rv. 247348).

Cosi’ come e’ stato ritenuto necessario che vi sia nel certificato medico anche una attestazione in ordine alla impossibilita’ assoluta di comparire (Sez. 2, n. 42595 del 27/10/2009 – dep. 09/11/2009, Errico, Rv. 255119).

1.2. Evidenziati i suddetti principi, va rilevato che nel caso in esame, all’udienza del 2 ottobre 2013, risulta presentato un certificato medico (non proveniente da struttura pubblica) riferito alla (OMISSIS), redatto il precedente 1 ottobre 2013 ed attestante che l’imputata “lamenta lombosciatalgia dx per cui le e’ impossibile uscire di casa per 5 gg s.c”.

La Corte di Appello ha rigettato l’istanza di rinvio, ritenendo che il certificato prodotto non fosse idoneo a provare l’assoluto impedimento dell’imputata a comparire perche’ contenente solo “la sintomatologia denunziata e comunque una patologia di per se stessa inidonea a giustificare la possibilita’ di comparizione”.

Tale decisione, alla stregua della consolidata giurisprudenza di questa Corte, di cui si e’ sopra dato conto, deve considerarsi assolutamente corretta, in quanto esente da vizi logici e di metodo e, comunque, implicante valutazioni di merito certamente non censurabili in questa sede.

A tal proposito e’ il caso di sottolineare che “il giudice di merito puo’ ritenere l’insussistenza dell’impedimento a comparire dell’imputato, dedotto mediante l’allegazione di certificato medico, anche indipendentemente da una verifica fiscale e facendo ricorso a nozioni di comune esperienza idonee a valutare l’impossibilita’ del soggetto portatore della prospettata patologia di essere presente in giudizio, se non a prezzo di un grave e non evitabile rischio per la propria salute. (Fattispecie in cui, la Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva escluso la sussistenza dell’impedimento a comparire dell’imputato, addotto mediante la produzione di certificato medico attestante “lombosciatalgia acuta” con necessita’ di “riposo assoluto”, non emergendo dalla documentazione l’impossibilita’ di deambulare o comunque di raggiungere l’aula di udienza trasportato da altri) (Sez. 6, n. 36636 del 03/06/2014 – dep. 02/09/2014, F, Rv. 260814).

2. Manifestamente infondato deve ritenersi l’altro motivo di ricorso.

A questa Corte non possono essere sottoposti giudizi di merito, non consentiti neppure alla luce del nuovo testo dell’articolo 606 c.p.p., lettera e); la modifica normativa di cui alla legge 20 febbraio 2006 n. 46 lascia inalterata la natura del controllo demandato alla Corte di cassazione, che puo’ essere solo di legittimita’ e non puo’ estendersi ad una valutazione di merito. Il nuovo vizio introdotto e’ quello che attiene alla motivazione, la cui mancanza, illogicita’ o contraddittorieta’ puo’ essere desunta non solo dal testo del provvedimento impugnato, ma anche da altri atti del processo specificamente indicati; e’ percio’ possibile ora valutare il cosiddetto travisamento della prova, che si realizza allorche’ si introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo oppure quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronunzia. Attraverso l’indicazione specifica di atti contenenti la prova travisata od omessa, si consente nel giudizio di cassazione di verificare la correttezza della motivazione. Piu’ approfonditamente, si e’ affermato che la specificita’ dell’articolo 606 c.p.p., lettera e), dettato in tema di ricorso per Cassazione al fine di definirne l’ammissibilita’ per ragioni connesse alla motivazione, esclude che tale norma possa essere dilatata per effetto delle regole processuali concernenti la motivazione, attraverso l’utilizzazione del vizio di violazione di legge di cui al citato articolo, lettera e). E cio’, sia perche’ la deducibilita’ per Cassazione e’ ammessa solo per la violazione di norme processuali stabilita a pena di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza, sia perche’ la puntuale indicazione di cui al punto e) ricollega ai limiti in questo indicati ogni vizio motivazionale; sicche’ il concetto di mancanza di motivazione non puo’ essere utilizzato sino a ricomprendere ogni omissione od errore che concernano l’analisi di determinati, specifici elementi probatori (Sez. 3, n. 44901 del 17/10/2012, F., Rv. 253567).

Tanto premesso, occorre rilevare che il motivo dedotto dalla ricorrente si limita a censurare proprio la sussistenza di prove a suo carico, sostenendo, in particolare, l’insufficienza degli elementi desunti dal riconoscimento effettuato dalla persona offesa.

Quanto dedotto risulta pero’ del tutto generico e le censure sono formulate in maniera tale da rendere necessarie delle valutazioni di merito, inibite a questa Corte.

I rilievi critici, peraltro, non considerano adeguatamente gli elementi evidenziati e gli argomenti spesi nella sentenza impugnata e in quella di primo grado, cui il giudice d’appello ha anche fatto specificamente rinvio.

L’assenza di un collegamento concreto con la motivazione della sentenza impugnata impedisce di ritenere rispettati i requisiti di forma e di contenuto minimo voluti per il ricorso di legittimita’, che deve rivolgersi al provvedimento e non puo’ invocare una mera rilettura dei fatti. Peraltro, l’esame del provvedimento impugnato consente di apprezzare come la motivazione del giudice d’appello sia congrua ed improntata a criteri di logicita’ e coerenza. Ne’ va trascurato nel caso in esame che la sentenza impugnata ha confermato quella di primo grado, come si e’ detto emessa all’esito di giudizio abbreviato, sicche’ vanno ribaditi i principi secondo i quali, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi a una “doppia pronuncia conforme” e cioe’ a una doppia pronuncia (in primo e in secondo grado) di eguale segno (vuoi di condanna, vuoi di assoluzione), l’eventuale vizio di travisamento puo’ essere rilevato in sede di legittimita’ solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato e’ stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado (Sez. 4, n. 4060 del 12/12/2013 – dep. 29/01/2014, Capuzzi e altro, Rv. 258438).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 25 marzo 2015, n. 12643. Il contenuto di un certificato medico attestante l’assoluto impedimento a comparire dell’imputato per ragioni di salute può essere sindacato dal giudice ed eventualmente disatteso solo con adeguata motivazione, facendo ricorso alle comuni regole di esperienza o conoscenze mediche di base, fermo restando che in caso di dubbio o perplessità deve essere disposta la visita medico-fiscale di controllo


cassazione 8

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 25 marzo 2015, n. 12643

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CITTERIO Carlo – Presidente

Dott. FIDELBO G. – rel. Consigliere

Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

Dott. PATERNO’ RADDUSA Benedet – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15 aprile 2014 emessa dalla Corte d’appello di Milano;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione del consigliere Dott. FIDELBO Giorgio;

udito il sostituto procuratore generale Dott. GERACI Vincenzo, che ha chiesto il rigetto del ricorso; udito l’avvocato (OMISSIS), che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del 29 aprile 2011 emessa dal locale Tribunale e impugnata da (OMISSIS), ha dichiarato estinto il reato di cui all’articolo 699 c.p. perche’ prescritto e ha rideterminato in mesi quattro e giorni venti di reclusione il residuo reato di resistenza a pubblico ufficiale.

2. L’avvocato (OMISSIS), nell’interesse dell’imputato, ha proposto ricorso per cassazione.

2.1. Con il primo motivo deduce la nullita’ dell’ordinanza dibattimentale del 15.4.2014 e dell’intero giudizio d’appello svoltosi in assenza dell’imputato nonostante fosse legittimamente impedito, come attestato dal certificato medico prodotto che ha accertato una gastroenterite con febbre e diarrea, patologia che la Corte territoriale, con una motivazione contraddittoria e illogica, ha escluso che potesse costituire un impedimento, senza neppure disporre visita fiscale. Secondo il ricorrente la mancata partecipazione dell’imputato al giudizio ha determinato una causa di nullita’ ex articolo 178 c.p.p., nullita’ che avrebbe travolto anche la sentenza di secondo grado.

2.2. Con il secondo motivo denuncia il vizio di motivazione, assumendo che la sentenza non ha spiegato in cosa sia consistita la condotta di resistenza e di minaccia a pubblico ufficiale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. La dedotta eccezione di nullita’ e’ fondata e assorbe il secondo motivo proposto nel ricorso.

3.1. Preliminarmente, si osserva che, in tema di impedimento a comparire dell’imputato, le Sezioni unite hanno affermato che il giudice, nel disattendere un certificato medico, deve attenersi alla natura dell’infermita’ e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l’assoluta impossibilita’ a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l’imputato (Sez. un., 27 settembre 2005, n. 36635, Gagliardi). In altri termini, seppure si riconosce il carattere discrezionale della valutazione del giudice in questa materia, tuttavia si sottolinea che deve trattarsi di una valutazione sorretta da una motivazione adeguata, logica e corretta, non essendo sufficiente che vi sia una qualsivoglia giustificazione che illustri le ragioni del giudizio negativo formulato circa la dedotta assoluta impossibilita’ a comparire, occorrendo, invece, che la motivazione inerisca puntualmente alla prodotta prova dell’impedimento e sia immune da vizi logico-giuridici. Sicche’, nel disattendere la certificazione medica, il giudice non puo’ valutare in maniera arbitraria ed illogica la natura ed il carattere dell’infermita’ in essa attestata ed il carattere impeditivo del male da cui si afferma affetto l’imputato.

Nella specie, il difensore dell’imputato, all’udienza del 15 aprile 2014, ha depositato un certificato medico rilasciato il giorno precedente dal medico di continuita’ assistenziale (c.d. “guardia medica”) della ASL di Milano, intervenuto al domicilio del (OMISSIS), attestante che il paziente era affetto da “gastroenterite con diarrea e febbre” per cui necessitava di “giorni uno di riposo assoluto e cure mediche”.

La Corte d’appello ha respinto la richiesta di rinvio sostenendo, che “in ragione della patologia attestata dal referto medico e della terapia consigliata, nonche’ della durata del riposo assoluto consigliato, non possa ritenersi un impedimento assoluto a comparire” e ha disposto procedersi oltre in assenza dell’imputato.

Si tratta di una valutazione che non appare sorretta da una motivazione logica e coerente, in quanto la Corte d’appello esclude in modo assiomatico la sussistenza dell’impedimento, senza spiegare perche’ la patologia accertata nel referto medico prodotto non costituisse un legittimo impedimento, nonostante facesse riferimento alla necessita’ di un “riposo assoluto” e omettendo di considerare che il certificato era stato redatto da un medico della “guardia medica” intervenuto nella fascia oraria serale, sicche’ l’attestazione del riposo assoluto si riferiva quantomeno alla durata di un giorno, come risulta dal protocollo in vigore presso l’ASL di Milano, allegato dal difensore dell’imputato.

In realta’, dal tenore dell’ordinanza emerge come la Corte territoriale abbia avuto dei dubbi sul carattere assoluto della patologia diagnosticata, ma allora, prima di valutarne negativamente la sussistenza, avrebbe dovuto disporre una vista fiscale di controllo per accertare l’effettiva incompatibilita’ delle condizioni di salute dell’imputato con la partecipazione all’udienza (cfr., Sez. 4 , 20 novembre 2008, n. 2832, Zenobio; inoltre v., Sez. 1 , 26 gennaio 2004, n. 3550, D’Avanzo; Sez. 3 , 18 gennaio 2002, n. 8533, Corvino).

4. La eccepita nullita’ per violazione del diritto di assistenza dell’imputato, determinatasi per l’erronea esclusione del legittimo impedimento del difensore, conduce all’annullamento, oltre che dell’ordinanza, anche della sentenza impugnata, con conseguente rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano.

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 febbraio 2015, n. 7706. E’ inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno dei difensore trasmessa via telefax, poiché l’art. 121 cod. proc. pen. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen. Pur volendo considerare specificamente il principio, secondo il quale la scelta di un mezzo tecnico non previsto dalla legge per il deposito delle istanze non rende queste ultime nulle o inesistenti ed il giudice ha l’obbligo di esaminarle, tuttavia, la conseguenza scaturente da tale scelta espone nel contempo il richiedente al rischio dell’intempestività, nell’ipotesi in cui la stessa istanza non venga portata a conoscenza del giudice, di guisa che l’omessa delibazione della richiesta di rinvio per legittimo impedimento a comparire, inoltrata dal difensore istante a mezzo fax, non comporta alcuna violazione dei diritto di difesa


cassazione 8

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 19 febbraio 2015, n. 7706

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza del 13.3.2013 il Tribunale di Sassari confermava la sentenza del Giudice di Pace di Ozieri, con la quale C. R. era stato condannato alla pena di € 400,00 di multa, previa concessione delle generiche, oltre al risarcimento dei danni cagionati alla parte civile, da liquidarsi in separata sede, per il reato di cui all’art. 594 c.p. per aver offeso l’onore di L. M..
2. Avverso tale sentenza l’imputato a mezzo del suo difensore ha proposto ricorso per cassazione, con il quale lamenta la ricorrenza dei vizi di cui all’art.606, primo comma, lett. c) ed e) c.p.p. per violazione di dell’art. 420 ter, co. 5, c.p.p., in relazione agli artt. 178 e 179 c.p.p., nonchè carenza, contraddittorietà e vizio logico della motivazione con riferimento al rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza; in particolare, il giudizio di primo grado e gli atti successivi sono nulli per violazione dei diritto di assistenza dell’imputato, in quanto, sebbene il difensore dell’imputato avesse chiesto il rinvio dell’udienza del 21 gennaio 2010, per documentato ed assoluto impedimento dovuto ad altro concomitante impegno professionale, il Giudice di Pace di Ozieri ha totalmente omesso l’esame della predetta istanza di differimento; in data 20 gennaio 2010, alle ore 19.02, il difensore, infatti, trasmetteva alla cancelleria del Giudice di Pace di Ozieri, a mezzo fax, istanza di rinvio dell’udienza, corredata dalla necessaria certificazione, ma all’udienza dei 21 gennaio 2010, fissata per l’esame dell’imputato e la discussione, il giudicante rilevava che il difensore di fiducia non aveva fatto pervenire alcuna giustificazione e, pertanto, disponeva d’ufficio la nomina di un “nuovo” difensore; con l’appello veniva chiesta la declaratoria di nullità della sentenza impugnata per il mancato esame da parte del giudice di pace della richiesta di rinvio del dibattimento per concomitanti impegni professionali ed a sostegno di quanto affermato, la difesa provvedeva a produrre l’istanza di differimento dell’udienza dei 21.01.2010 corredata dalla necessaria certificazione, nonché dalla conferma Tx, attestante l’invio della predetta istanza alla cancelleria del Giudice di Pace in data 20.01.2010 alle ore 19.02; il Tribunale di Sassari ha ritenuto infondato il predetto motivo di appello, in quanto l’attestazione del giudice in ordine al difetto di richiesta proveniente dal difensore di fiducia non può essere surrogata dalla predetta produzione, ma tale motivazione si presenta apparente non esplicando in modo compiuto e lineare le ragioni e gli elementi dai quali trae il proprio convincimento, nonché contraddittorio ed illogico, laddove ritiene, da un lato, che l’istanza per il differimento non sia mai pervenuta nonostante la prodotta certificazione, e, dall’altro, che l’utilizzo del telefax espone il richiedente al rischio di intempestività; costituisce, invece, insegnamento della S.C. quello che, anche se l’istanza che giustifica l’assenza dei difensore per legittimo impedimento viene presentata via fax il giorno stesso dell’udienza, il giudice ha l’obbligo di esaminarla specie ove, come nel caso di specie, sia pervenuta prima dell’inizio dell’udienza, ed in caso di mancato esame dell’istanza si verifica una violazione del diritto all’assistenza dell’imputato con conseguente nullità dell’ordinanza che ha disposto la prosecuzione del giudizio e di tutti gli atti successivi.

Considerato in diritto

Il ricorso va respinto.
1.Ed invero, non merita censure la valutazione effettuata dal giudice d’appello secondo cui, a fronte dell’assenza agli atti del processo dell’istanza di rinvio dell’udienza del 21.1.2010 innanzi al Giudice di Pace di Ozieri, per impedimento dei difensore dell’imputato, non appare idonea a dimostrare l’avvenuto inoltro a mezzo fax di tale istanza di differimento, la richiesta allegata in copia all’atto di appello, con distinta e separata conferma, attestante l’invio di un documento non meglio precisato.
2.Il ricorrente in questa sede si limita a ribadire, in maniera alquanto generica, che la documentazione prodotta in appello attesterebbe l’avvenuto inoltro della richiesta di rinvio (conferma Tx), senza confrontarsi, tuttavia, con quanto evidenziato a monte dal giudice d’appello circa l’assenza di elementi che colleghino l’istanza di differimento, la distinta e separata conferma e l’inoltro del documento al fax della cancelleria dei giudice. Né in questa sede il ricorrente ha prodotto la documentazione in questione a confutazione delle valutazioni compiute dal giudice d’appello.
3. Peraltro, giova richiamare i principi affermati da questa Corte, invocati anche nella sentenza impugnata, secondo cui è inammissibile l’istanza di rinvio dell’udienza per concomitante impegno dei difensore trasmessa via telefax, poiché l’art. 121 cod. proc. pen. stabilisce l’obbligo per le parti di presentare le memorie e le richieste rivolte al giudice mediante deposito in cancelleria, mentre il ricorso al telefax è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen. (v. Sez. 6, n. 28244 dei 30/01/2013; Sez. 4, n. 21602 del 23/01/2013; Sez. V 19/11/2010 n. 11787; Cass. 13 giugno 2007 n. 35339; Cass. 12 dicembre 2005 n. 6696/06;Cass. 11 ottobre 2005 n. 38968; Cass. 16 marzo 2005 n. 14574).
4. Pur volendo considerare specificamente il principio, secondo il quale la scelta di un mezzo tecnico non previsto dalla legge per il deposito delle istanze non rende queste ultime nulle o inesistenti ed il giudice ha l’obbligo di esaminarle, tuttavia, la conseguenza scaturente da tale scelta espone nel contempo il richiedente al rischio dell’intempestività, nell’ipotesi in cui la stessa istanza non venga portata a conoscenza del giudice (Sez. II, 08/07/2009, n. 37535), di guisa che l’omessa delibazione della richiesta di rinvio per legittimo impedimento a comparire, inoltrata dal difensore istante a mezzo fax, non comporta alcuna violazione dei diritto di difesa (Sez. III, 29/10/2009, n. 9162).
3. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850. Il legittimo impedimento che non permette la presenza fisica dell’arrestato all’udienza non è ostativo alla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttismo


Cassazione 4

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 30 dicembre 2014, n. 53850

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AGRO’ Antonio S. – Presidente

Dott. LEO Guglielmo – Consigliere

Dott. CITTERIO Carlo – rel. Consigliere

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI PISTOLA;

nei confronti di:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso l’ordinanza n. 2212/2013 TRIBUNALE di PISTOIA, del 17/12/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. CARLO CITTERIO;

lette le conclusioni del PG Dott. F. M. Iacoviello, per l’annullamento con rinvio.

CONSIDERATO IN FATTO

1. Con provvedimento del 17.12.2013 il Tribunale di Pistoia non ha convalidato l’arresto di (OMISSIS) (intervenuto in relazione a reati di furto e resistenza), perche’ la stessa non era stata presente all’udienza di convalida e contestuale giudizio direttissimo, in quanto ricoverata presso il locale ospedale per essere sottoposta ad intervento chirurgico.

Secondo il GIP, l’articolo 391 c.p.p., comma 3, doveva considerarsi norma relativa alla sola convalida davanti al GIP; la “presentazione” (fisica) dell’arrestata in udienza costituiva invece presupposto indefettibile e costitutivo del rapporto processuale davanti al giudice del dibattimento che, altrimenti ed a quel punto non essendo il “giudice che procede” indicato e richiesto dall’articolo 279, neppure avrebbe potuto provvedere su eventuale richiesta di applicazione di misura cautelare; da qui anche l’insussistenza di alcuna compatibilita’ che rendesse operante il rinvio consentito dall’articolo 449, comma 1. A sostegno della propria deliberazione il Tribunale richiamava le sentenze della 4 Sezione di questa Corte n. 19300/2005 e 26450/2009.

2. Ricorre il pubblico ministero, enunciando violazione dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, articolo 449 c.p.p., comma 1, e articolo 558 c.p.p., comma 4.

Osserva che l’orientamento giurisprudenziale richiamato dal Tribunale sarebbe risalente e superato da quello piu’ recente di Sez. 3 sent. 27128/2008, Sez. 5 sent. 24612/2009 e Sez.6 sent. 3410/2011, deducendo che il richiamo operato dall’articolo 449 c.p.p., comma 1, e articolo 558 c.p.p., comma 4, si estenderebbe anche all’articolo 391, comma 3, con la conseguenza che l’assenza dell’arrestato non impedirebbe il rituale espletamento della fase di convalida dell’arresto pure davanti al giudice del dibattimento.

3. Il procuratore generale in sede ha presentato conclusioni scritte per l’annullamento dell’ordinanza con rinvio, riportandosi all’insegnamento di Sez. 6 sent 3410/2011.

RAGIONI DELLA DECISIONE
4. Il ricorso pone la questione di diritto se la previsione dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, (secondo cui “il giudice procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, salvo che questi non abbia potuto o si sia rifiutato di comparire; sente in ogni caso il suo difensore”) rientri tra quelle, applicabili “in quanto compatibili”, della procedura prevista per il caso della convalida dell’arresto e giudizio direttissimo (articolo 558 c.p.p., comma 4, nella fattispecie).Il Tribunale ha risposto negativamente, richiamando due sentenze di questa Corte e, in definitiva, giudicando attivabile la procedura della presentazione diretta dell’arrestato al giudice del dibattimento (in relazione alla gia’ anticipata richiesta del procedere a giudizio direttissimo ove intervenga la convalida dell’arresto) solo quando sia possibile la concreta ed attuale presenza fisica dell’arrestato.

Il procuratore generale ha presentato conclusioni in senso contrario, richiamando altra giurisprudenza di questa stessa Corte.

La questione che pone il caso concreto e’ pertanto se il pubblico ministero possa o meno chiedere la convalida dell’arresto e il contestuale giudizio direttissimo quando l’imputato, per situazioni contingenti, non sia nelle condizioni fisiche per essere condotto in udienza, sussistendo pertanto un suo obiettivo e legittimo impedimento a comparire.

5. Secondo l’ordinanza n. 19300/2005 della Quarta sezione di questa Corte, il legittimo impedimento dell’imputato, impedendo la sua “presentazione” e il conseguente dibattimento sarebbe incompatibile con l’incardinazione del procedimento davanti al giudice e, quindi, escluderebbe la possibilita’ della cognizione del giudice del rito direttissimo, tenuto conto della necessita’ della contestazione orale dell’imputazione. Con Sez. 4 sent. 26450/2009 tale indirizzo e’ stato confermato, osservandosi che l’ipotesi del legittimo impedimento a comparire sarebbe diversa da quella della volontaria sottrazione dell’imputato, come nel caso della sua intervenuta evasione.

Hanno invece affermato che la mancata presenza dell’imputato per legittimo impedimento non costituisce evenienza preclusiva del giudizio di convalida dell’arresto e contestuale instaurazione del rito direttissimo le sentenze Sez. 3 sent. 27128/2008, Sez. 5 n. 24612/2009 e Sez. 6 n. 3410/2011.

Il principio e’ stato appunto enunciato anche nel caso della assenza volontaria (in fattispecie di evasione) da Sez. 6 sent. 17193/2007 e Sez.5 sent. 11589/2006.

6. Osserva la Corte che quando la polizia giudiziaria procede ad un arresto in flagranza, il pubblico ministero (che non abbia provveduto alla liberazione ex articolo 121 disp. att. c.p.p., ritenendo sussistente una delle situazioni considerate dall’articolo 389 c.p.p.) puo’ chiederne la convalida al GIP (ex articolo 390 c.p.p.) ovvero al giudice del dibattimento se contestualmente chiede di procedersi poi con rito direttissimo (ex articolo 558 c.p.p., o articolo 449 c.p.p.).

L’indirizzo giurisprudenziale che nega l’applicabilita’ dell’articolo 391 c.p.p., comma 3, al caso della richiesta di convalida e contestuale giudizio direttissimo pare fondarsi sostanzialmente su due ragioni: l’impossibilita’ di procedere alla contestazione orale dell’imputazione e l’incompatibilita’ strutturale del rito in assenza dell’imputato arrestato, perche’ legittimamente impedito.

Tali argomentazioni non possono essere condivise.

L’impossibilita’ di una contestazione orale dell’imputazione e’ peculiarita’ propria dell’impedimento a comparire dell’arrestato e, per se’, non spiega perche’ tal genere di contestazione potrebbe mancare davanti al GIP (e non violando in modo determinante alcuna possibilita’ di difesa) ed invece essere essenziale (sempre sotto il profilo dell’efficacia della contestazione dell’imputazione) davanti al giudice del dibattimento. In altri termini, il rapporto giudice – imputato arrestato (e non liberato ex articolo 121 disp. att. c.p.p.) e’ il medesimo, nei suoi contenuti e nelle sue implicazioni sull’espletamento del diritto di difesa in relazione alla prevalente necessita’ di verifica giurisdizionale sulla legittimita’ dell’arresto, tanto davanti al GIP quanto davanti al tribunale. Cio’ tenuto pure conto che per espressa previsione del medesimo articolo 391 c.p.p., comma 3, nel caso di assenza dell’arrestato deve comunque essere sentito il suo difensore.

Neppure puo’ affermarsi sussistere alcuna incompatibilita’ strutturale tra convalida/rito direttissimo e temporaneo impedimento dell’imputato arrestato. Il rito direttissimo, infatti, e’ per se’ compatibile anche con l’assenza dell’imputato, essendo adottabile anche nei confronti di imputato in stato di liberta’ (ex articolo 450 c.p.p., comma 2, articolo 452 c.p.p., comma 2, e articolo 451 c.p.p., comma 1: Sez. 1 , sent. 5454/1998). Ne’ la assoluta contestualita’ tra convalida e giudizio (inteso come celebrazione del processo e decisione sull’imputazione) risulta essere elemento strutturale indispensabile: basti pensare alla fisiologica possibilita’ che l’arrestato, pur presente, chieda i termini a difesa e, in esito al loro decorso, eventuali riti alternativi. Del resto, deve rilevarsi l’intrinseca debolezza della tesi, per il vero solo accennata ma significativamente indicata per negare il contrasto giurisprudenziale, esposta nella sentenza Sez. 4 n. 26450/2009, in ordine alla diversita’ delle fattispecie dell’impedimento legittimo e della volonta’ di sottrazione (nel caso di evasione), posto che sul piano sistematico vi e’ in entrambi i casi la situazione di una convalida di arresto con richiesta di rito direttissimo proposta in un contesto di urgenza – per la valutazione della legittimita’ dell’arresto – e tuttavia nella fisica assenza dell’imputato arrestato.

In realta’, sul piano sistematico appare del tutto fisiologica una situazione di procedimento per la quale, deliberata positivamente la convalida dell’arresto e preso atto della richiesta contestuale della parte pubblica di procedere con il rito direttissimo, il giudice del dibattimento, competente funzionalmente in relazione alla duplice contestuale richiesta (convalida e rito direttissimo) ed a prescindere dall’eventuale emissione di misura custodiale, prenda atto del legittimo impedimento dell’imputato e rinvii il dibattimento a momento successivo quello di superamento dell’impedimento, procedendo poi secondo le cadenze proprie del rito direttissimo (che, va ricordato, non e’ rito “accelerato” ma rito senza indagini precedenti).

6.1 Del resto, venendo ad argomento che per il vero questa Sezione giudica determinante per la soluzione del quesito, ancorche’ ma non risulti essere stato oggetto in precedenza di specifica considerazione, la ragione che parrebbe sottesa all’indicazione della tendenziale differenza qualitativa tra le diversi situazioni dell’arrestato assente per legittimo impedimento e quello tale per scelta (l’evaso) non solo finisce con l’evidenziare la debolezza dell’argomento del diritto insopprimibile ad una contestazione orale ma, e questo appare determinante, condurrebbe al ben contraddittorio esito di imporre la carcerazione dell’assente per impedimento legittimo, a fronte della possibile trattazione in stato di liberta’ dell’evaso (si pensi poi al caso in cui lo stato di evasione cessi a seguito della concreta decisione del giudizio direttissimo).

Ed invero, va evidenziata la principale diversa conseguenza pratica della scelta operata dal pubblico ministero (GIP o giudice del dibattimento) sulle modalita’ di limitazione della liberta’ personale dell’arrestato. L’articolo 386 c.p.p., comma 4, prevede che quando alla convalida deve provvedere il GIP la messa a disposizione dell’arrestato per il pubblico ministero avviene mediante la conduzione nella casa circondariale del luogo dove l’arresto e’ stato eseguito (ovvero presso altra casa circondariale o nel luogo diverso, ma nell’ambito di quelli previsti dall’articolo 284 c.p.p., se cosi’ espressamente disposto dal pubblico ministero); non vi e’ invece alcun transito per casa circondariale o luogo compatibile con arresti domiciliari se il pubblico ministero provvede ai sensi dell’articolo 558 c.p.p.. Nel caso di scelta per la richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo la norma prevede infatti espressamente che l’arrestato e’ presentato direttamente al giudice del dibattimento o, se questi non tiene udienza, entro le 48 ore successive (per l’udienza che il giudice deve fissare): anche in questo secondo caso, pero’, l’arrestato non transita per la casa circondariale (come chiaramente e specificamente disposto dalla seconda parte dell’articolo 558 c.p.p., comma 2).

Orbene, risulterebbe del tutto singolare, sul piano della ricostruzione sistematica, che a fronte del ritenuto eccezionale pregiudizio del non poter avere una tempestiva contestazione orale dell’imputazione (e nonostante il suo difensore debba essere ascoltato e possa svolgere ogni difesa) l’arrestato fosse, come conseguenza immediata della tutela apprestata per tale potenziale lesione, costretto a “passare” per la casa circondariale, appena cessata la situazione che ne ha determinato l’impedimento legittimo e dopo aver comunque “subito” un provvedimento di convalida in sua assenza (articolo 391 c.p.p., comma 3) e l’adozione di misura cautelare custodiale (articolo 391, commi 4 e 5).

6.2 Deve pertanto essere ribadito il principio di diritto secondo cui il legittimo impedimento che non permette la presenza fisica dell’arrestato all’udienza non e’ ostativo alla richiesta di convalida dell’arresto e contestuale giudizio direttissimo, ai sensi dell’articolo 558 c.p.p..

Conseguentemente l’impugnata ordinanza deve essere annullata, con rinvio al Tribunale per nuova deliberazione, che a tale principio si uniformera’ ex articolo 173 disp. att. c.p.p..

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Pistoia per nuova deliberazione

Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 novembre 2014, n. 47919. L’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire. Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario. Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 19 novembre 2014, n. 47919

Fatto e diritto

Propone ricorso per cassazione T.A. avverso la sentenza della Corte di appello di Reggio Calabria in data 29 novembre 2012 con la quale è stata confermata quella di primo grado, di condanna in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice documentale, così riqualificata la imputazione originaria di bancarotta fraudolenta documentale.
I reati, con la configurazione della aggravante ex art. 219 comma 2 n. 1 I. fall. e con la recidiva infraquinquennale e specifica, bilanciate dalle generiche prevalenti, gli sono stati addebitati quale titolare della ditta individuale omonima, essendo stato dichiarato fallito il 2 ottobre 2006.
Gli è stata irrogata la pena minima edittale, pari ad anni due di reclusione con le pene accessorie.
Deduce la nullità della udienza del 13 gennaio 2009, dinanzi al Tribunale, e di tutti gli atti successivi, comprese le sentenze di primo e secondo grado, essendo stato rifiutato dal primo giudice il ” differimento della chiamata della causa” . Questo era stato richiesto telefonicamente dal difensore, mediante una telefonata alla cancelleria, a causa di un improvviso guasto alla propria autovettura. La mancata valutazione di tale istanza era imputabile non solo al primo giudice che, nella stessa data, aveva espletato la istruttoria e pronunciato sentenza, ma anche al giudice d’appello al quale la questione era stata nuovamente dedotta.
Il ricorso è infondato , pur prossimo alla soglia della inammissibilità, e deve essere rigettato.
II giudice di merito ha dato, alla eccezione di nullità, articolata risposta che deve qui essere ribadita, oltretutto non mancandosi di notare che, agli argomenti in diritto espressi dal giudice a quo, il ricorrente non ha opposto alcuna osservazione o aggiunta, limitandosi a rinnovare la questione anche con riferimento agli effetti prodotti sul giudizio di appello. Ebbene, l’art. 420 ter cpp sancisce il diritto dell’imputato e del difensore di eccepire, ottenendo il rinvio di udienza, i soli legittimi impedimenti che diano luogo ad una assoluta impossibilità di comparire.
Ne consegue che l’improvviso guasto al mezzo di trasporto privato in tanto può integrare la situazione evocata, in quanto risulti che questo fosse il solo atto a consentire il raggiungimento dell’Ufficio giudiziario.
Nella specie, la Corte territoriale ha attestato il contrario, sostenendo il difensore avrebbe potuto ricorrere ad altri mezzi per raggiungere tempestivamente il Tribunale.
A tale attestazione il ricorrente non ha opposto situazioni di fatto diverse, sicchè non rimane che affermare la correttezza del principio di diritto già enunciato in appello.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.