demansionamento

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 25 febbraio 2015, n. 3844. Demansionamento escluso se il rallentamento dell’attività è dovuto alla nuova organizzazione Affinché possa invocarsi una dequalificazione del lavoratore, l’eventuale minore inattività deve perdurare per un periodo di tempo apprezzabile in quanto potenzialmente produttivo di quelle conseguenze negative che la legge vuole scongiurare, ovvero la mortificazione anche personale del dipendente ed il mancato esercizio delle competenze in precedenza acquisite


cassazione 9

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 25 febbraio 2015, n. 3844

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STILE Paolo – Presidente

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere

Dott. BRONZINI Giuseppe – rel. Consigliere

Dott. MANNA Antonio – Consigliere

Dott. TRIA Lucia – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2399/2009 proposto da:

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

REGIONE AUTONOMA VALLE D’AOSTA C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 572/2008 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 07/07/2008 R.G.N. 156/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/11/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilita’ o in subordine rigetto.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) chiedeva al Tribunale del lavoro di Aosta la condanna della Regione autonoma Valle d’Aosta e dell’Assessorato all’Istruzione e Cultura della detta Regione, previo accertamento dell’illegittimita’ del provvedimento dell’assessore alla Cultura del 20.7.2006 che la poneva fuori ruolo, al risarcimento del danno da dequalificazione. Lamentava di essere rimasta per lungo tempo senza incarichi e sosteneva che l’attivita’ assegnatale dopo il luglio del 2006 costituiva un demansionamento rispetto alle mansioni svolte in precedenza di dirigente scolastico. Si costituivamo i resistenti chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale di Aosta con sentenza del 20.12.2007 rigettava la domanda. La Corte di appello di Torino con sentenza del 7.6.2008 rigettava l’appello della (OMISSIS). La Corte territoriale escludeva il dedotto demansionamento posto che all’appellante non era stata confermato l’incarico precedentemente affidato in quanto scaduto ed anche alla luce di problematiche di incompatibilita’ come da ispezioni effettuate. La (OMISSIS) aveva cessato la Direzione scolastica alla naturale scadenza dell’incarico. Per il periodo successivo l’incarico affidato era concernente un servizio ispettivo di nuova istituzione compatibile con la sua qualifica dirigenziale. L’Ufficio aveva subito i normali rallentamenti dovuti alla nuova organizzazione; ma gia’ nel 2006 comunque si erano verificate riunioni con la nuova sovraintendente agli studi con una prima possibile organizzazione dell’ufficio che, dopo altre riunioni, aveva definito gli obiettivi da realizzare. Circa la dedotta sindrome ansioso-depressiva, dalla (OMISSIS) ascritta alle vicissitudini relative al dedotto demansionamento, la detta patologia era stata diagnosticata gia’ nel 2005 e quindi era attribuibile ad altre ragioni.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la (OMISSIS) con due motivi; resiste la Regione autonoma Valle d’Aosta con controricorso corredato da memoria illustrativa ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega il vizio di motivazione in relazione all’affermazione della sentenza impugnata secondo la quale non sarebbe stato dedotto un minor impegno ed una minore responsabilita’ delle nuove mansioni rispetto alla pregresse. Dalla stessa sentenza si evince invece che la (OMISSIS) ha chiesto la condanna per essere rimasta senza incarichi per lungo tempo; inoltre che il nuovo incarico costituiva un demansionamento.

Il motivo appare infondato in quanto la Corte di appello ha valutato l’allegazione della ricorrente secondo la quale sarebbe rimasta a lungo senza incarichi dopo il 20.7.2006 nel nuovo incarico affidatole ed ha positivamente escluso che si sia trattato di un demansionamento in quanto l’ufficio, cui era stata addetta, aveva subito i normali rallentamenti dovuto alla nuova organizzazione; ma gia’ nel 2006 comunque si erano verificate riunioni con la nuova sovraintendente agli studi con una prima possibile organizzazione dell’ufficio che dopo altre riunioni aveva definito gli obiettivi da realizzare. La Corte di appello ha quindi congruamente e logicamente motivato in ordine alla non significativita’ di una (relativa) riduzione dell’attivita’ in quanto di breve durata e connessa a fisiologici problemi di organizzazione dell’ufficio di nuova istituzione. Si aggiungono al motivo alcune considerazioni concernenti il nuovo incarico sviluppate in primo grado, che non e’ chiaro se e come siano state riproposte in appello, dalle quali, pero’, non consegue affatto che il nuovo incarico dovesse essere definitivo dequalificante posto che le attivita’ descritte appaiono di una certa importanza e responsabilita’ e non e’ contestato che il nuovo incarico di natura ispettiva fosse coerente con la qualifica dirigenziale (la Corte territoriale ha osservato che la legge regionale n. 19/2000 prevedeva proprio che fosse svolto da dirigenti scolastici). Pertanto non sussistono le allegate carenze motivazionali.

Con il secondo motivo si allega la violazione dell’articolo 2697 c.c. e l’omessa motivazione in quanto gravava sul datore di lavoro (e non sulla lavoratrice) l’onere di provare che non vi era stato un demansionamento e di avere offerto un’attivita’ coerente con il livello di inquadramento del dipendente.

Il motivo appare infondato in quanto la lavoratrice ha agito per ottenere il risarcimento del danno derivato da una pretesa dequalificazione. Posto che la Corte di appello ha ricostruito la legittimita’ dei due provvedimenti implicitamente impugnati e cioe’ la messa fuori ruolo della (OMISSIS) al termine del contratto come dirigente scolastico ed il successivo provvedimento con la quale le venivano affidate mansioni ispettive compatibili con il suo ruolo dirigenziale spettava alla lavoratrice quantomeno allegare che in concreto le nuovi funzioni determinassero una significativa mortificazione del bagaglio professionale pregresso o che fosse stata sottoutilizzata per un periodo significativo. La Corte di appello ha positivamente escluso questa due ipotesi mostrando come inizialmente si fossero posti inevitabili problemi di organizzazione del nuovo ufficio cui era stata addetta la (OMISSIS), la quale pero’ in breve tempo era stata pienamente coinvolta nel lavoro. Indipendentemente dall’onere della prova, sul quale non si spendono peraltro osservazioni in linea di principio, la Corte territoriale ha positivamente escluso che una dequalificazione vi sia stata in quanto ha valutato sia il nuovo incarico dal punto di vista formale sia le mansioni espletate sulla base degli elementi di prova emersi. Perche’ si possa parlare di “dequalificazione” appare ovvio che una (eventuale) minore inattivita’ debba perdurare per un periodo di tempo apprezzabile in quanto potenzialmente produttivo di quelle conseguenze negative che la legge vuole scongiurare e cioe’ la mortificazione anche personale del dipendente e il mancato esercizio delle competenze in precedenza acquisite, ipotesi che la Corte di appello, come detto, ha escluso in quanto ha accertato che un rodaggio del nuovo ufficio si era reso necessario solo nella fase strettamente iniziale. Il datore di lavoro ha pertanto provato l’esatto adempimento dell’obbligo contrattuale posto che non sono emerse inadempienze importanti ai fini del rispetto della norma di cui all’articolo 2103 c.c.. Pertanto la motivazione appare congrua e logicamente coerente e fondata su concreti elementi di prova richiamati in sentenza.

Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite del giudizio di legittimita’ – liquidate come al dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’ che si liquidano in euro 100,00 per esborsi, nonche’ in euro 4.000,00 per compensi. Oltre accessori come per legge

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 23 gennaio 2015, n. 1262. Illegittimo il licenziamento del lavoratore che effettui un servizio creato ad hoc e a stretto giro soppresso. Non solo in quanto al prestatore, se ricorrono i presupposti (come nel caso concreto), va riconosciuto anche il demansionamento


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 23 gennaio 2015, n. 1262

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere

Dott. MANNA Antonio – rel. Consigliere

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7441-2012 proposto da:

(OMISSIS), C.F. (OMISSIS) elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrente –

(OMISSIS) SPA (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS), C.F. (OMISSIS) elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta mandato in calce al ricorso per cassazione;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 461/2011 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA emessa il 14/06/2011, depositata il 05/10/2011 RG 716/10;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/11/2014 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIO MANNA;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega avvocato (OMISSIS) difensore della controricorrente e ricorrente incidentale;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 5.10.11 la Corte d’appello di Venezia – per quel che rileva nella presente sede – respingeva il gravame proposto da (OMISSIS) contro il rigetto, pronunciato dal Tribunale della stessa sede il 20.10.09, dell’impugnativa del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimatogli il 29.9.03 da (OMISSIS) S.p.A. (d’ora innanzi, piu’ semplicemente, (OMISSIS)), mentre accoglieva la domanda di risarcimento del danno da dequalificazione sofferto dal lavoratore nel periodo 1. 11.02 – 29.9.03. Confermava, invece, il rigetto della domanda di risarcimento dei danni da mobbing.

Per la cassazione della sentenza ricorre (OMISSIS) affidandosi ad un solo articolato motivo.

(OMISSIS) resiste con controricorso e a sua volta spiega ricorso incidentale basato su un solo motivo, cui resiste con controricorso (OMISSIS).

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 – Preliminarmente ex articolo 335 c.p.c. si riuniscono i ricorsi in quanto aventi ad oggetto la medesima sentenza.

2 – Con unico articolato mezzo il ricorso principale lamenta vizio di motivazione nella parte in cui l’impugnata sentenza, pur riconoscendo il demansionamento patito da (OMISSIS) (inquadrato nel 7 livello CCNL metalmeccanici), non ne ha pero’ tenuto conto ai fini dell’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni da mobbing e dell’impugnativa di licenziamento; in tal modo la Corte di merito – si sostiene in ricorso – ha trascurato che la dequalificazione professionale inferta al lavoratore e le trattenute retributive (la cui illegittimita’ era stata accertata gia’ in prime cure) di per se’ dimostravano il comportamento persecutorio posto in essere ai suoi danni da (OMISSIS) e il carattere strumentale della soppressione del posto di lavoro (responsabile del nuovo Ufficio Marketing) cui il ricorrente era stato assegnato nel luglio 2003 (vale a dire appena due mesi prima del licenziamento): infatti – prosegue il ricorso – (OMISSIS) non aveva ricevuto le necessarie dotazioni di strumenti di lavoro informatici, il che lo aveva costretto a quella sostanziale inattivita’ poi sanzionata dalla stessa Corte territoriale in termini di riconoscimento del danno da dequalificazione professionale.

3- Con unico mezzo il ricorso incidentale lamenta vizio di motivazione della gravata pronuncia nella parte in cui, pur riconoscendo che le nuove mansioni assegnate a (OMISSIS) come responsabile del nuovo Ufficio Marketing erano consone alla professionalita’ posseduta dal lavoratore, contraddittoriamente ha poi ravvisato una sostanziale riduzione quantitativa delle mansioni affidategli sol perche’ non gli era stato assegnato un computer. Deve quindi escludersi – conclude la ricorrente incidentale – che vi sia stato demansionamento alcuno.

4- Il ricorso principale e’ fondato nei sensi qui di seguito chiariti, mentre va disatteso quello incidentale perche’ risulta provato il demansionamento sofferto dal ricorrente principale, del che l’impugnata sentenza da’ atto con motivazione immune da vizi logici o giuridici.

Infatti, per costante insegnamento giurisprudenziale di questa Corte Suprema, il divieto ex articolo 2103 c.c. di variazioni in peius delle mansioni opera anche quando al lavoratore, pur nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori quanto a contenuto professionale.

Pertanto, nell’indagine circa l’esistenza o meno di un’equivalenza tra le vecchie e le nuove mansioni non basta il riferimento in astratto al livello di categoria, ma e’ necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza tecnico professionale del dipendente e siano tali da salvaguardarne il livello professionale, in una prospettiva dinamica di valorizzazione della capacita’ di arricchimento del bagaglio di conoscenze ed esperienze (cfr., ex aliis, Cass. n. 5798/13; Cass. n. 16190/07; Cass. n. 17351/05; Cass. n. 14666/04; Cass. n. 14150/02; Cass. n. 8577/99; Cass. n. 19775/97).

Cio’ e’ coerente con la statuizione di Cass. S.U. n. 25033/06, secondo cui, in sintesi, il baricentro dell’articolo 2103 c.c. e’ dato dalla protezione della professionalita’ acquisita dal prestatore di lavoro.

L’impugnata sentenza si e’ attenuta, sul punto, a tali consolidati principi giurisprudenziali, evidenziando che il ricorrente addirittura non e’ stato neppure messo in condizioni di espletare le nuove mansioni, che consistevano nella ricerca di potenziali clienti mediante navigazione in INTERNET, mansioni necessariamente da svolgersi disponendo almeno d’un computer.

La sentenza impugnata e’, ancora, immune da vizi logico-giuridici nella parte in cui ha dato atto della mancanza di prova di situazioni di mobbing (o di “costrittivita’ organizzative'”, secondo la dizione contenuta nella circolare n. 71/2003 dell’INAIL).

Tale affermazione non e’ logicamente contraddittoria rispetto al demansionamento accertato dai giudici di merito, noto essendo che potersi parlare di mobbing e’ necessaria una pluralita’ di condotte ostili, protrattesi nel tempo, tese ad emarginare il singolo lavoratore. Per l’esattezza, secondo la giurisprudenza di questa S.C. (cfr. Cass. n. 17698/14; Cass. n. 3785/09), affinche’ sia configurabile un mobbing devono ricorrere: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalita’ e/o della dignita’ del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrita’ psico-fisica e/o nella propria dignita'; d) l’elemento soggettivo, cioe’ l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.

Non bastano, dunque, un demansionamento e delle – seppur illegittime – trattenute retributi ve modeste (come tali giudicate in sede di merito).

E’, invece, fondato il ricorso principale nella parte in cui lamenta vizio di motivazione in ordine all’effettiva sussistenza del giustificato motivo oggettivo di licenziamento.

Si muova dal rilievo che, sebbene non sia sindacabile nei suoi profili di congruita’ e opportunita’ la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il dipendente licenziato, nondimeno spetta al giudice il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore, nel senso che ne risulti l’effettivita’ e la non pretestuosita’ (cfr., ex aliis, Cass. n. 7474/12; Cass. n. 24235/10; Cass. n. 21282/06; Cass. n. 21121/04).

Invece l’impugnata sentenza, lungi dall’accertare in concreto la genuinita’ della scelta aziendale, si e’ limitata a rilevarne l’insindacabilita’ nel merito, che e’ cosa ben diversa.

La Corte territoriale ha erroneamente ritenuto di doversi limitare ad una verifica meramente formale dell’avvenuta soppressione del nuovo Ufficio Marketing ed ha omesso di sottoporre al doveroso vaglio giurisdizionale la mancanza di idonei mezzi di lavoro a disposizione dell’odierno ricorrente principale, unitamente al rilievo che il nuovo ufficio era stato costituito nel luglio 2003, cioe’ appena due mesi prima di essere soppresso e che (OMISSIS) aveva patito una dequalificazione professionale gia’ a partire dal 1.11.02 (circostanze che si leggono nella sentenza impugnata): si trattava di elementi presuntivi potenzialmente sintomatici del fatto che il nuovo ufficio fosse stato creato non affinche’ funzionasse, ma solo per poterlo chiudere poco dopo avervi adibito il lavoratore.

Sul punto e’ mancato qualunque apprezzamento che confermasse od escludesse il lamentato carattere strumentale della creazione e della successiva soppressione di tale nuovo ufficio e della mancata predisposizione in esso dei relativi mezzi di lavoro.

5- In conclusione, il ricorso principale e’ da accogliersi nei sensi sopra chiariti, mentre quello incidentale va interamente rigettato. Per l’effetto, si cassa la sentenza impugnata con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione, che dovra’ accertare se, nel caso in oggetto, la creazione e la di poco successiva soppressione del nuovo Ufficio Marketing – cui era stato adibito (OMISSIS) – rispondesse ad un’effettiva e genuina esigenza aziendale oppure costituisse un’artificiosa modalita’ organizzativa finalizzata solo a collocare il dipendente in una posizione lavorativa ab origine destinata ad essere eliminata.

P.Q.M.

La Corte,

riuniti i ricorsi, rigetta quello incidentale, accoglie quello principale nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione

Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 12 gennaio 2015, n. 28. Al fine di integrare il c.d. mobbing nei confronti del dipendente, di un più complessivo disegno, da parte dell’Amministrazione, preordinato alla vessazione e alla prevaricazione, deve pur sempre essere verificata dal giudice amministrativo, anche mediante l’esercizio dei suoi poteri officiosi, in quanto la pur accertata esistenza di uno o più atti illegittimi adottati in danno di un lavoratore non consente di per sé di affermare l’esistenza di un’ipotesi di mobbing, laddove il lavoratore stesso non alleghi ulteriori e concreti elementi idonei a dimostrare l’esistenza effettiva di un univoco disegno vessatorio o escludente in suo danno


Palazzo-Spada

Consiglio di Stato

sezione III

sentenza 12 gennaio 2015, n. 28

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL CONSIGLIO DI STATO

IN SEDE GIURISDIZIONALE

SEZIONE TERZA

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 748 del 2012, proposto da:

-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’Avv. An.Ci., con domicilio eletto presso l’Avv. Gi.Ci. in -OMISSIS-, viale (…);

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in -OMISSIS-, Via (…);

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – -OMISSIS-: SEZIONE I TER n. 05773/2011, resa tra le parti, concernente risarcimento danni per mobbing

visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno;

viste le memorie difensive;

visti tutti gli atti della causa;

visto l’art. 52, commi 1 e 2, del d. lgs. 196/2003;

relatore nell’udienza pubblica del giorno 6 novembre 2014 il Cons. Massimiliano Noccelli e uditi per le parti l’Avv. Ca., su delega dell’Avv. Ci., e l’Avvocato dello Stato D’A.;

ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Il dott. -OMISSIS-, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato ora collocato in quiescenza per raggiunti limiti di età, ha adito il T.A.R. Lazio per vedere accertare il fatto illecito posto in essere dall’Amministrazione di appartenenza, il Ministero dell’Interno, a cagione di comportamenti vessatori, asseritamente qualificabili come mobbing, da lui subiti nel corso della sua lunga carriera nella Polizia di Stato e ha domandato, previa nomina di consulente tecnico medico-legale al fine di accertare il danno biologico subito, di sentir condannare il Ministero stesso al risarcimento, quanto al danno biologico, nella somma determinanda dal c.t.u.; quanto al danno da demansionamento, nella somma di Euro 300.000,00; quanto al danno professionale, in via equitativa, così come anche per il danno morale, il tutto con rivalutazione ed interessi sino all’effettivo ed integrale soddisfo.

2. Si è costituito in giudizio il Ministero resistente, chiedendo la reiezione dell’avversaria domanda, siccome infondata in fatto e in diritto, per la eccepita assenza di qualsivoglia comportamento mobbizzante da parte della Amministrazione.

3. Il T.A.R. Lazio, con sentenza n. 5773 del 30.6.2011, ha respinto il ricorso del dott. -OMISSIS-, non ritenendo la sussistenza di un complessivo disegno persecutorio, da parte dell’Amministrazione, finalizzato ad emarginarlo e a vessarlo.

4. Avverso tale sentenza ha proposto appello l’interessato, deducendone l’erroneità per aver esso escluso la sussistenza di tale disegno persecutorio senza considerare nella sua interezza il lungo percorso professionale intrapreso nella Polizia di Stato, soprattutto nel periodo trascorso presso l’Istituto per Ispettori di -OMISSIS-, ed ha chiesto pertanto la riforma di tale sentenza e il conseguente accoglimento delle domande tutte proposte in primo grado, disattese dal primo giudice.

5. Si è costituito il Ministero dell’Interno appellato, a mezzo della difesa erariale, chiedendo la reiezione dell’avversario gravame.

6. Nella pubblica udienza del 6.11.2014 il Collegio, uditi i difensori delle parti, ha trattenuto la causa in decisione.

7. L’appello, per quanto di ragione, deve essere accolto.

8. Il T.A.R. Lazio, dopo aver condotto una analisi approfondita analisi della carriera dell’odierno appellante, è pervenuto ad escludere l’esistenza di un comportamento mobbizzante, da parte dell’Amministrazione, in suo danno, sulla base di “acclarata insussistenza di una condotta datoriale di tal natura sia nella prima pare del percorso professionale del -OMISSIS- (e cioè fino a quando è stato destinato alla Questura di -OMISSIS-) che, nella seconda parte (e cioè in relazione al periodo di servizio presso la Questura di -OMISSIS-)” (pp. 23-24).

9. La correttezza di questa conclusione, quanto alla insussistenza di una condotta mobbizzante da parte dell’Amministrazione e di un disegno persecutorio nei confronti del dott. -OMISSIS-, non è inficiata dalle contrarie argomentazioni svolte dall’appellante, il quale censura le singole imprecisioni contenute nella ricostruzione del suo percorso professionale, compiute dal primo giudice, e soprattutto lamenta che il suo ricorso sia stato respinto senza neppure analizzare la seconda parte di tale percorso, quella, cioè, relativa alla sua destinazione alla Scuola di Polizia di -OMISSIS-.

10. Ritiene il Collegio di poter prescindere dalla parte iniziale della carriera del dott. -OMISSIS-, costellata da successi e riconoscimenti sino al suo arresto, avvenuto il 17.5.1989, e alla conseguente sospensione cautelare del servizio, perdurata fino al 12.7.1991, allorché il provvedimento è cessato, dopo la sentenza di non luogo a procedere per amnistia pronunciata dal Tribunale di -OMISSIS-, previa riqualificazione del fatto in omissione di atti di ufficio, ed egli è stato riammesso in servizio e trasferito d’ufficio, per la pendenza del procedimento, a -OMISSIS-, poiché è proprio ed esclusivamente sul periodo di -OMISSIS- e su quello di -OMISSIS- e, cioè, sulla seconda parte della sua carriera, nella quale la dolorosa vicenda dell’arresto costituisce un indubbio spartiacque, che si concentra il motivo di critica sviluppato dall’appellante, il quale assume che il disegno persecutorio dell’Amministrazione sia iniziato proprio in seguito alla sfortunata vicenda del suo arresto (pp. 15-20), occasionato, a suo dire, da accuse infamanti nei confronti dei suoi più stretti collaboratori, a difesa dei quali egli intervenne senza indugio, rimanendo a sua volta coinvolto nell’indagine penale per i reati di peculato continuato e di omissione di atti di ufficio.

11. Tale complessa e dolorosa vicenda è coperta dal giudicato penale e, pertanto, il Collegio prescinderà dal suo esame, essendo comunque evidente che tutta la prospettazione critica dell’appellante si basa essenzialmente, al di là della ricostruzione storica della carriera, nella sua interezza, anche prima del 1989, che si legge nell’atto di appello (pp. 2-5 del ricorso), sull’assunto di condotte mobbizzanti sviluppatesi dalla data della sua reintegrazione in servizio e dal suo trasferimento a -OMISSIS- e successivamente a -OMISSIS-.

12. Quanto al periodo -OMISSIS-, anzitutto, si deve osservare che le generiche e non meglio dettagliate osservazioni dell’appellante circa “atteggiamenti vili e pregiudizi ingiustificati”, che gli avrebbero impedito di reinserirsi nel contesto lavorativo a -OMISSIS-, o circa un “ambiente d’ufficio ristretto e provinciale quale quello -OMISSIS-”, che avrebbero“favorito il clima di sospetto e di diffidenza” (p. 12 del ricorso), non valgono certo a scalfire la correttezza del complessivo giudizio espresso sulla vicenda dal primo giudice, il quale ha condivisibilmente escluso che, in questo periodo, sia ravvisabile un disegno persecutorio da parte dell’Amministrazione a suo danno.

12.1. Le vicende relative alla sua esposizione debitoria per 30 milioni – e non, come si legge erroneamente nella sentenza, per 200 milioni – nel periodo di permanenza di -OMISSIS-, del resto, hanno condotto ad un richiamo scritto nei suoi riguardi, richiamo – come ricorda lo stesso appellante – da lui non impugnato, e ciò per non ragioni di non trascurabile gravità, dal provvedimento individuata sia nell’inserimento del suo nominativo nel Bollettino dei protesti, con conseguente notorietà locale del fatto, sia per l’indicazione, quale suo recapito, del numero civico della Questura, con lesione del prestigio e dell’immagine dell’Amministrazione.

12.2. Appare evidente che un simile episodio, indipendentemente dalle contingenze, economiche e non, che lo causarono, determinò una situazione che rese poi opportuna, se non addirittura necessaria, la destinazione del dott. -OMISSIS- ad altro ufficio, come si legge nel provvedimento adottato dal Capo della Polizia il 16.5.1995, con il quale egli, per ragioni di incompatibilità ambientale ai sensi dell’art. 55, comma quarto, del d.P.R. 335/1982, veniva trasferito all’Istituto per Sovrintendenti e di Perfezionamento per Ispettori di -OMISSIS-, laddove il provvedimento, rimasto inoppugnato, rilevava che l’esposizione debitoria del dott. -OMISSIS- aveva assunto una notorietà locale, tale da nuocere obiettivamente al prestigio dell’Amministrazione, e che il trasferimento si rendeva necessario “anche nell’interesse dello stesso funzionario, il quale non potrebbe espletare, con la necessaria serenità e tranquillità, i compiti istituzionali, per la notorietà della vicenda che lo ha coinvolto” (doc. 19 fasc. appellante).

12.3. Il trasferimento per incompatibilità ambientale, avuto riguardo alla vicenda occorsagli, non pare rivelare una finalità persecutoria e un disegno di emarginazione da parte dell’autorità amministrativa, preoccupata di tutelare, insieme con il prestigio della Polizia, anche la serenità del funzionario stesso, coinvolto, suo malgrado, in una incresciosa vicenda purtroppo assurta a livello di notorietà locale.

13. Il periodo -OMISSIS- segna certo una fase nuova, meno tempestosa, ma non per questo meno dolorosa, del percorso professionale dell’odierno appellante, il quale – a ben guardare – non lamenta, nel periodo di permanenza presso l’Istituto, l’esistenza di comportamenti persecutori o ritorsivi da parte dell’Amministrazione – emanazione di sanzioni disciplinari infondate – sul punto, comunque, si tornerà tra breve (v., infra, § 13.6) – o di provvedimenti datoriali (trasferimenti, ordini di servizio, etc.) espressivi di un disegno persecutorio e strettamente connessi al suo arrivo alla sua permanenza a -OMISSIS- – ma il mero demansionamento subito di fatto sia per la collocazione logistica inadeguata – nei locali della tipografia – che per l’assegnazione di compiti dequalificanti rispetto alla professionalità detenuta.

13.1. Ora si può condividere la censura dell’appellante nella parte in cui lamenta che il T.A.R. avrebbe erroneamente omesso di esaminare la sua situazione quando nel suo periodo di assegnazione alla scuola di -OMISSIS-, dal 1995 al 2005.

13.2. Evidentemente è questo un periodo, di decennale durata, che non può ritenersi irrilevante nella ricostruzione del percorso professionale e, nella prospettazione del medesimo interessato, del disegno persecutorio asseritamente posto in essere dall’Amministrazione.

13.3. Ma l’analisi di questo periodo (e prescindendo da quella, essa sì irrilevante, dell’ultimo triennio trascorso presso gli uffici di -OMISSIS- prima del pensionamento), pur carente nella sentenza impugnata, non conduce tuttavia a conclusioni diverse da quelle raggiunte dal primo giudice.

13.4. Non risulta infatti – né l’appellante ha dedotto – che in questo pur lungo periodo a -OMISSIS- egli abbia in qualche modo inteso lamentarsi, presso l’Amministrazione, di condotte persecutorie, di invidie o ritorsioni, da parte di chicchessia – superiori o colleghi – né constano episodi di denunce, esposti, richiami o deplorazioni relative e, comunque, causalmente riconducibili a questa fase di almeno apparente e relativa tranquillità.

13.5. Il dott. -OMISSIS-, trasferito a -OMISSIS-, non ha dedotto nemmeno l’esistenza di un clima diffidente o sordamente ostile, come sarebbe stato quello di -OMISSIS-, asseritamente contraddistinto da invidie, meschinità e ripicche, e anzi ha prodotto una serie di dichiarazioni scritte, rilasciate da colleghi dell’Istituto, che attestano la piena stima e fiducia da parte delle persone che lo hanno incontrato.

13.6. Le due deplorazioni ricevute in questo periodo – il 7.12.1995 e il 13.12.1996 – si riferiscono rispettivamente a vicende pregresse, l’una nascente dai fatti di -OMISSIS- e, in particolare, dall’esposizione debitoria in quel tempo maturatasi e di nuovo ripetutasi, con un episodio di recidiva, e l’altra nascente dagli ancor più risalenti fatti di -OMISSIS-, fatti che condussero all’arresto del dott. -OMISSIS- nel 1989, come detto, e sono stati oggetto di accertamento penale, ormai costituente cosa giudicata.

13.7. Quanto alla prima deplorazione, riferentesi, come ha correttamente ricordato il T.A.R. capitolino (p. 20 della sentenza impugnata), ad una recidiva nell’esposizione debitoria, l’annullamento della stessa è stato pronunciato dal T.A.R. con sentenza, confermata da questo Consiglio, a sua volta, con sentenza della sez. VI, 23.7.2008, n. 3617, solo perché tale comportamento doveva essere sanzionato in via disciplinare tempestivamente, e non a distanza di otto mesi dagli accertamenti, con conseguente tardività del procedimento, e comunque con il semplice richiamo e non, in violazione dell’art. 4 del d.P.R. 737/1981, con la deplorazione, mentre per la seconda, relativa alla gestione dei corpi di reato custoditi presso l’Ufficio Stranieri della Questura di -OMISSIS-, questo Consiglio, sez. VI, sempre con la medesima e già citata sentenza n. 3617 del 23.7.2008, ha giudicato sufficientemente documentata, da parte del Ministero, la negligenza nella gestione dei corpi di reato, valutando “sufficiente richiamare il fatto che dopo la verifica di alcuni ammanchi di somme di denaro e di oggetti preziosi, parte dei beni mancanti venivano consegnati dal -OMISSIS- che li custodiva (in modo certamente non rituale) in una cassetta custodita nella scrivania”, e ha ritenuto inidonea, altresì, la giustificazione addotta al riguardo dal funzionario.

13.8. Non vi è prova dunque, nemmeno in questo periodo, che l’Amministrazione abbia inteso perseguitare l’odierno appellante con provvedimenti ingiustamente afflittivi nell’ambito di una precisa strategia, iniziatasi a -OMISSIS- e poi proseguita a -OMISSIS-, tesa a colpirlo, secondo la prospettazione della condotta mobbizzante che l’appellante ha inteso offrire nel ricorso (pp. 15-20), avendo l’Amministrazione addirittura avviato con ritardo, come si è detto, il procedimento sanzionatorio, peraltro per un comportamento di recidiva già sanzionato a suo tempo con il richiamo scritto rimasto inoppugnato, procedimento poi sfociato nella deplorazione annullata da questo Consiglio in via definitiva proprio a (principale) cagione della sua tardività.

13.9. L’inesistenza di un effettivo disegno persecutorio, del resto, è comprovata dal fatto non insignificante che, negli ultimi tre anni di permanenza a -OMISSIS-, e più precisamente dal 1.8.2003, il dott. -OMISSIS- è stato anzi nominato Vice Dirigente dell’Ufficio Studi e, seppur con ritardo, ha avuto una collocazione in prossimità della stanza del Direttore della Scuola, ciò che sembra smentire, ancora una volta, l’esistenza di un irriducibile disegno persecutorio, implacabilmente coltivato dall’Amministrazione nel suo complesso, teso a vessarlo.

14. In conclusione non sono dunque emersi – né l’appellante ha convincentemente addotto – elementi indiziari tali da far ritenere, ai sensi degli art. 2727 e 2729 c.c., anche per la complessa e controversa storia personale dell’interessato, fatta sicuramente di molte luci ma anche di particolari tuttora oscuri, l’esistenza di un intento persecutorio in suo danno da parte dell’Amministrazione, al fine di integrare il c.d. mobbing, dovendosi qui ribadire che, secondo il costante orientamento di questo Consiglio, la necessaria sussistenza, nei confronti del dipendente, di un più complessivo disegno, da parte dell’Amministrazione, preordinato alla vessazione e alla prevaricazione, deve pur sempre essere verificata dal giudice amministrativo, anche mediante l’esercizio dei suoi poteri officiosi, in quanto “la pur accertata esistenza di uno o più atti illegittimi adottati in danno di un lavoratore non consente di per sé di affermare l’esistenza di un’ipotesi di mobbing, laddove il lavoratore stesso non alleghi ulteriori e concreti elementi idonei a dimostrare l’esistenza effettiva di un univoco disegno vessatorio o escludente in suo danno” (v., ex plurimis, Cons. St., sez. IV, 6.8.2013, n. 4135).

15. Alle vicissitudini conosciute dal dott. -OMISSIS- nel suo lungo e travagliato percorso professionale – trasferimento da -OMISSIS- a -OMISSIS- e da -OMISSIS- a -OMISSIS-, numerosi provvedimenti disciplinari, contrasti con colleghi e superiori – non è del resto estranea, sul piano causale, la sua stessa condotta, come ha rilevato il primo giudice, che è stata ritenuta essere, in sede di accertamento penale e al di là del suo esito, non oculata sul piano della gestione dei corpi di reato, come ha rilevato già questo Consiglio nella sentenza n. 3617/2008, sopra richiamata, e addirittura meritevole di biasimo, con il richiamo scritto rimasto inoppugnato, per quanto concerne l’esposizione debitoria a -OMISSIS- e il comportamento tenuto nell’occasione.

16. La domanda intesa ad ottenere il risarcimento del danno da mobbing, pertanto, deve essere respinta, in ciò dovendosi confermare la statuizione del primo giudice.

17. Meritevole di riforma è, invece, la sentenza impugnata laddove, errando, ha inteso respingere anche la domanda risarcitoria per il danno da dequalificazione, pure formulata al primo giudice e in questa sede nuovamente riproposta (pp. 25-26 del ricorso in appello), avendo l’appellante correttamente distinto le due forme di danno, quello da mobbing e quello da demansionamento.

17.1. Il demansionamento subito, nel periodo trascorso presso l’Istituto per Sovrintendenti e di Perfezionamento per Ispettori di -OMISSIS-, dall’odierno appellante, formalmente assegnato alla “direzione” del Centro Documentazione e Stampa, ma di fatto degradato a capo-tipografo, è manifesto e risulta in modo lampante dalle numerose dichiarazioni scritte di colleghi, prodotte agli atti, che hanno frequentato la Scuola di -OMISSIS-, e non risulta essere stato smentito efficacemente dalla difesa erariale, che si è trincerata dietro il formale inquadramento del dott. -OMISSIS-, in astratto e in apparenza corrispondente alla sua qualifica, senza nulla eccepire in ordine alle mansioni degradanti di fatto svolte all’interno della Scuola.

17.2. Vero è che la nota della Scuola di Polizia di -OMISSIS- del 10.6.2014 riferisce che il dott. -OMISSIS-, secondo quanto risulta dagli atti, non appare strutturalmente e formalmente legato al Centro Documentazione e Stampa, ma tale affermazione è smentita dalla nota dell’Istituto del 29.12.2013, a firma del Direttore -OMISSIS-(doc. 53 fasc. parte appellante), nella quale si rileva che allo stesso, dal 29.4.1996 al 31.7.2013, è stato conferito l’incarico di Dirigente del Centro Documentazione e Stampa, mentre solo a partire dal 1.8.2003 è stato nominato Vice Dirigente dell’Ufficio Studi.

17.3. Le numerose dichiarazioni scritte dei colleghi (docc. 55-78) in servizio presso l’Istituto in quegli anni dimostrano, concordemente ed inequivocabilmente, come il dott. -OMISSIS- fosse stato, nella sostanza e nonostante la sua qualifica di Vice Questore Aggiunto, mandato a “dirigere” la tipografia, collaborando manualmente nelle rilegature e nel taglio della carta con i pochi addetti al servizio, in locali malsani e fatiscenti (v., sul punto, anche doc. 55 fasc. parte appellante).

17.4. Il T.A.R. è dunque incorso in error in iudicando omettendo di risarcire il danno da demansionamento, poiché ha anzitutto trascurato che il ricorrente in prime cure avesse chiesto, in una con il risarcimento da mobbing, anche il danno da demansionamento e ha dimenticato, così ragionando, che la dequalificazione non si può configurare come mobbing, se non si riesce a dimostrare l’esistenza di un intento persecutorio da parte del datore di lavoro, ma il demansionamento, qualora provochi danni morali e professionali, dà diritto, comunque e certamente, al risarcimento indipendentemente dalla sussistenza anche del mobbing (v., ex plurimis, Cass., sez. L, 23.7.2012, n. 12770).

17.5. Devono trovare allora corretta applicazione, in presenza del ritenuto demansionamento, i principi in materia enunciati dalla Corte di Cassazione (sez. L, 19.9.2014, n. 19778) e da questo stesso Consiglio (sez. VI, 17.1.2014, n. 223), secondo cui, in tema di tema di dequalificazione, il giudice del merito può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e, ricorrendone i presupposti, anche non patrimoniale, il cui onere di allegazione incombe al lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico-giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

18. Ritiene il Collegio, facendo applicazione di tali consolidati principi al caso di specie, di dover statuire quanto segue.

18.1. Quanto al danno biologico, anzitutto, la consulenza tecnica di parte a firma del Prof. -OMISSIS-, prodotta dall’appellante sub doc. 1, pur nell’accuratezza propria della ricostruzione del quadro clinico e nella pregevolezza delle considerazioni psichiatrico-forensi svolte, ha posto in rilievo che la sindrome depressiva reattiva ricorrente, insorta nel dott. -OMISSIS-, e la conseguente ritenuta cronicizzazione della stessa in forma di disturbo somatoforme indifferenziato e sindrome da disadattamento con reazione ansioso-depressiva prolungata abbiano trovato nell’evento traumatico del maggio 1989 e, cioè, l’arresto, il “fattore primario ed esclusivo delle sintomatologie che altrimenti non si sarebbero manifestate senza quello stimolo provocatorio” (p. 19 della consulenza).

18.2. In altri termini un’attenta disamina della consulenza non sembra far emergere, alla stregua della logica del “più probabile che non”, un nesso eziologico immediata e diretta tra lo specifico fatto lesivo in questione – il demansionamento qui circoscritto sicuramente al periodo 1996-2003 – e il danno psichico lamentato, riconducibile invece, esclusivamente e più propriamente, alle complesse vicende esistenziali e lavorative che, in una spirale perversa, hanno traumatizzato la psiche del periziando a partire dall’elemento scatenante, e determinante, del 1989.

18.3. Ne segue che nessun danno biologico, nella specie del danno psichico, può essere riconosciuto all’odierno appellante quale conseguenza del demansionamento.

18.4. Altro e più complesso ragionamento, invece, deve svolgersi per il danno morale o, per usare una categoria assai dibattuta in dottrina e in giurisprudenza, “esistenziale” o, comunque e al di là di controverse categorie dogmatiche, per il danno non patrimoniale subito dal dott. -OMISSIS- in conseguenza del demansionamento.

18.5. Non vi è dubbio che la mortificazione della professionalità dell’odierno appellante, protrattasi dal 1996 al 2003, rechi un grave vulnus alla sua dignità, di uomo e di lavoratore, nei termini di un’offesa seria a diritti, come quello alla dignità personale e al lavoro, di sicuro rango e tutela costituzionale, e perciò meriti ristoro con il riconoscimento del danno non patrimoniale, pure al di fuori e al di là della lamentata lesione del diritto alla salute (c.d. danno biologico), anche essa riconducibile al più ampio genus del danno non patrimoniale, ma nel caso di specie, per le ragioni sopra dette, non riconoscibile per l’assenza di un sicuro nesso eziologico rispetto al fatto lesivo-demansionamento.

18.6. Qui può riconoscersi complessivamente in via equitativa per il vulnus recato alla dignità del lavoratore, alla luce della condotta tenuta dall’Amministrazione nel corso di diversi anni, ma anche del comportamento tenuto dallo stesso danneggiato dott. -OMISSIS- – che in tale periodo, e certamente fino alla missiva inviata dal suo legale il 2.10.2003 al Ministero (doc. 49 fasc. parte appellante), mai si è efficacemente adoperato, per parte sua, nell’attenuare il danno allo specifico fine di ottenere, tramite i diversi appositi strumenti di tutela riconosciutigli dall’ordinamento (istanze ai suoi superiori, ricorsi in via amministrativa o giurisdizionale, etc.), mansioni conformi alla sua professionalità, ma ha sempre e solo richiesto al Ministero, da quanto consta agli atti, un trasferimento a -OMISSIS- per far cessare uno “stressante e dispendioso pendolarismo” (cfr., ad esempio, l’istanza del 23.1.2002, sub doc. 44 fasc. appellante) – una somma di Euro 30.000,00, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale subito alla sua immagine e alla sua dignità, oltre rivalutazione e interessi a far data dalla presente pronuncia sino all’effettivo ed integrale soddisfo.

18.7. In ordine al danno patrimoniale da demansionamento, per il quale l’odierno appellante ha chiesto la somma di Euro 300.000,00, ritiene il Collegio di dover liquidare in via equitativa all’odierno appellante, in applicazione dei superiori principi sopra esposti, tenendo conto anche della condotta del danneggiato, e in analogia con altri precedenti (v., appunto, la già citata Cass., sez. L, sez. L, 19.9.2014, n. 19778), il 30% della retribuzione globale di fatto percepita dal dott. -OMISSIS- nel periodo nel quale egli con certezza, perché formalmente assegnatovi, risulta essere stato Dirigente del Centro Documentazione e Stampa e, cioè, dal 29.4.1996 al 31.7.2003 (doc. 53 fasc. parte appellante), avendo svolto quindi sicuramente di fatto le mansioni inadatte alla sua qualifica.

18.8. Su tale somma, trattandosi di debito di valore, sono dovuti la rivalutazione e gli interessi legali sino all’effettivo ed integrale soddisfo.

19. In conclusione, per le ragioni e nei limiti evidenziati, la sentenza impugnata deve essere in parte riformata e, per l’effetto, l’Amministrazione appellata deve essere condannata a risarcire in favore del dott. -OMISSIS-, per il solo ritenuto demansionamento, le somme utsupra indicate, oltre rivalutazione e interessi legali sino all’effettivo ed integrale soddisfo.

20. Le spese del doppio grado di giudizio, attesa la solo parziale fondatezza dell’appello e la peculiare delicatezza, umana prima ancor che professionale, della vicenda, possono essere interamente compensate tra le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie ai sensi e nei limiti di cui in motivazione e per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata, condanna il Ministero dell’Interno a risarcire in favore di -OMISSIS- le somme meglio indicate in parte motiva.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del d. lgs. 196/2003, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi di -OMISSIS-, manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione nei termini indicati.

Così deciso in -OMISSIS- nella camera di consiglio del giorno 6 novembre 2014 con l’intervento dei magistrati:

Sergio Santoro – Presidente

Bruno Rosario Polito – Consigliere

Vittorio Stelo – Consigliere

Angelica Dell’Utri – Consigliere

Massimiliano Noccelli – Consigliere, Estensore

Depositata in Segreteria il 12 gennaio 2015.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 17 dicembre 2014, n. 26592. La censura, ai sensi del disposto di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilita’, dedotta non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche con la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimita’ o dalla prevalente dottrina


cassazione 5

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 17 dicembre 2014, n. 26592

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24321-2011 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), gia’ elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta delega in atti e da ultimo domiciliato presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2877/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/04/2011 r.g.n. 1772//2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/10/2014 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega verbale (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Con sentenza depositata in data 12 aprile 2011, la Corte d’appello di Roma rigettava l’impugnazione proposta dalla (OMISSIS) s.p.a. contro la sentenza non definitiva resa dal Tribunale della stessa sede, che, in accoglimento del ricorso proposto da (OMISSIS), aveva accertato la dequalificazione professionale subita dal ricorrente dal dicembre 2003 sino alla data del licenziamento; aveva dichiarato l’illegittimita’ del licenziamento intimato al lavoratore in data 27/1/2006 dalla societa’ appellante e condannato quest’ultima a reintegrare il lavoratore del posto di lavoro, con le consequenziali pronunce risarcitorie. Aveva quindi rimesso al prosieguo del giudizio l’accertamento dell’entita’ dei danni conseguenti alla dequalificazione.

1.1. Il demansionamento attribuito alla (OMISSIS) S.p.A. era consistito nell’aver lasciato il lavoratore in uno stato di inattivita’ dal dicembre del 2003 e nel avergli successivamente (novembre 2005) assegnato mansioni inferiori al profilo professionale ricoperto (quadro di settimo livello). Il licenziamento era stato ritenuto illegittimo in quanto sproporzionato rispetto all’infrazione contestata al lavoratore, e consistita nell’aver questi prestato attivita’ lavorativa per un numero di ore del 20% circa inferiore a quelle dovute nel periodo compreso tra il 29/8/2005 ed il 13/1/2006.

1.2. La Corte territoriale, nel confermare la sentenza di primo grado, ha ritenuto provato sia il demansionamento, – non giustificato dagli assunti dalla societa’ appellante, secondo cui il lavoratore non avrebbe avuto un atteggiamento collaborativo nell’assegnazione delle mansioni e rifiutato, nei fatti, ogni incarico propostogli -, sia l’illegittimita’ del licenziamento in quanto sproporzionato rispetto all’entita’ soggettiva della condotta ascritta al lavoratore, valutata nell’intero contesto lavorativo in cui si era estrinsecata, caratterizzato da una conclamata inutilita’ per il datore di lavoro dell’apporto lavorativo del dipendente, nonche’ dalla mancanza di precedenti disciplinari e dalla limitata durata del periodo di assenza.

2. Contro la sentenza, la (OMISSIS) S.p.A. propone ricorso per cassazione fondato su tre motivi. Il (OMISSIS) resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie ex articolo 378 c.p.c..

3. Deve preliminarmente respingersi l’eccezione di inammissibilita’ del ricorso ai sensi dell’articolo 360 bis c.p.c., n. 1, – applicabile ratione temporis, in quanto la sentenza e’ stata depositata in data 12 aprile 2011, quando questa norma era vigente – che sanziona con l’inammissibilita’ i ricorsi per cassazione allorquando la sentenza impugnata abbia deciso questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimita’. Nel caso in esame, nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, contenuto nell’intestazione dei motivi, tutte le censure proposte dalla (OMISSIS) si risolvono essenzialmente nella denuncia di vizi di motivazione della sentenza impugnata per errata valutazione del materiale probatorio acquisito, sicche’ non si tende a rimettere in discussione principi ormai consolidati di questa Corte e riaffermati nelle sentenze citate del (OMISSIS), bensi’ la riconducibilita’ della fattispecie concreta a quei principi.

4. Con il primo motivo di ricorso la societa’ denuncia la violazione degli articoli 2103 e 1175 c.c., nonche’ dell’articolo 115 c.p.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Assume che i testi escussi avrebbero confermato che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, il potere direttivo datoriale di assegnazione delle mansioni era stato esercitato, con l’indicazione al lavoratore dell’attivita’ da svolgere, e che il giudice del merito non avrebbe considerato che, per il tipo di mansioni richieste, la collaborazione del lavoratore era imprescindibile. Le risultanze istruttorie avevano invece confermato che l’inattivita’ del lavoratore conseguiva non al mancato affidamento di mansioni, bensi’ al rifiuto del (OMISSIS) di svolgerle.

4. Con il secondo motivo la (OMISSIS) s.p.a. denuncia la violazione ed erronea applicazione dell’articolo 23 del CCNL 3 dicembre 2005 per il personale dipendente da imprese esercenti servizi di telecomunicazioni, nella parte in cui contiene la declaratoria del settimo livello: assume che la Corte territoriale ha erroneamente ritenuto che il livello in esame fosse caratterizzato solo dall’assegnazione della “conduzione ed il controllo di rilevanti unita’ organizzative”, poiche’ la declaratoria prevedeva anche (in alternativa) l’apporto di “contributi professionali a carattere progettuale innovativo di particolare complessita’ ed alta specializzazione”, apporto in concreto richiesto al (OMISSIS).

5. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli articoli 2118 e 2119 c.c., non avendo valutato che il mancato rispetto dell’orario di lavoro da parte del personale dell’area quadri, tra cui rientrava il lavoratore, anche in considerazione della natura dell’affidamento richiesto dalle mansioni espletate, costituiva una grave violazione degli obblighi contrattuali, non potendosi invocare da parte del lavoratore, che pur lamenti una dequalificazione professionale, l’eccezione di inadempimento.

6. I motivi, che si esaminano congiuntamente stante la loro logica connessione, sono infondati.

6.1. Va osservato che la ricorrente non trascrive integralmente le deposizioni dei testi che non sarebbero state (ben) valutate dal giudice del merito, ne’ indica dove le stesse sarebbero rinvenibili nel presente giudizio. Tale omissione si pone in aperta violazione delle regole imposte dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (su cui v., da ultimo, Cass., 6 novembre 2012, n. 19157; Cass., 23 marzo 2010, n. 6937; Cass., 12 giugno 2008, n. 15808; Cass. civ. 25 maggio 2007, n. 12239). L’indicazione “verbali di causa dattiloscritti, pag. 4… pag. 5″ e’ del tutto generica, non specificando in quale dei fascicoli (se d’ufficio o di parte) i detti verbali sarebbero contenuti e dove, quindi, sarebbero attualmente rinvenibili, non potendosi affidare al giudice di legittimita’ il compito di svolgere un’attivita’ di ricerca degli atti, in sede decisoria, senza garanzia del contraddittorio ed in violazione del principio costituzionale di ragionevole durata del processo (v. Cass., 22 febbraio 2010, n. 4201; Cass., 13 giugno 2007, n. 13845; v. pure Cass., Sez. Un. 3 novembre 2011, n. 22726).

6.2. Peraltro, il giudice del merito ha, con motivazione compiuta ed esauriente, esposto le ragioni che l’hanno indotto a ritenere che al lavoratore non siano state assegnate mansioni inerenti al suo profilo professionale, richiamando le deposizioni testimoniali assunte (testi (OMISSIS) e (OMISSIS)) e i documenti in atti, da cui e’ emerso che il (OMISSIS) non era stato preposto ad un gruppo di lavoro e che il suo inserimento nella realta’ produttiva era stato disposto in modo “graduale”, con cio’ confermandosi l’attribuzione di mansioni non pienamente aderenti al profilo professionale ricoperto.

6.3. Anche con riferimento alla gravita’ dell’infrazione contestata, il giudizio della Corte territoriale appare congruo ed adeguato, essendo stato compiuto sulla base degli elementi istruttori raccolti, da cui e’ emersa (oltre all’assenza di precedenti disciplinari), da un lato, la situazione di inattivita’ del lavoratore, dall’altro, e conseguentemente, la scarsa incidenza del periodo in cui questi ha svolto un orario inferiore di lavoro rispetto all’intero periodo lavorativo (“per alcuni mesi su cinque anni”), tali da escludere “l’incidenza della mancata presenza in azienda sull’obbligazione fondamentale, cioe’ la prestazione di lavoro”.

Il giudizio sulla sproporzione della sanzione rispetto alla condotta e’ stato dunque formulato sulla base di tutte le circostanze acquisite al processo e l’addebito e’ stato inquadrato nelle specifiche modalita’ del rapporto, tenendo conto non solo della natura del fatto contestato e del suo contenuto obiettivo ed intenzionale, ma anche di tutti gli altri elementi idonei a consentire l’adeguamento della disposizione normativa dell’articolo 2119 cod. civ. alla fattispecie concreta.

Siffatta valutazione e’ riservata al giudice di merito e, in quanto sorretta da adeguata e logica motivazione, non e’ censurabile in sede di legittimita’ (v. Cass., 21 maggio 2002, n. 7462; Cass., 18 giugno 2003, n. 9783; Cass., 11 marzo 2004, n. 5013).

7. Quanto alle denunciate violazioni di legge, il ricorrente non specifica quale affermazione contenuta in sentenza si ponga in irrimediabile contrasto con le norme o con le disposizioni contrattuali citate nell’intestazione dei motivi, e cio’ costituisce ragione di inammissibilita’ della censura, la quale, giusta il disposto di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilita’, dedotta non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche con la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimita’ o dalla prevalente dottrina (cosi’ Cass., 26 giugno 2013, n. 16038; Cass., 28 febbraio 2012, n. 3010).

8. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese del presente giudizio, nella misura liquidata in dispositivo, da distrarsi in favore del procuratore del controricorrente, avvocato (OMISSIS).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in euro 100,00 per esborsi e euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre agli oneri accessori come per legge, da distrarsi in favore dell’avvocato (OMISSIS), anticipatario.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 4 settembre 2014, n. 18673. In tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale che asseritamente ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo


Cassazione toga rossa

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 4 settembre 2014, n. 18673

 
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere

Dott. MANNA Antonio – Consigliere

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26323-2012 proposto da:

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo STUDIO LEGALE (OMISSIS) & ASSOCIATI S.R.L., rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI RIMINI;

– intimato –

Nonche’ da:

COMUNE DI RIMINI P.I. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente Incidentale –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo STUDIO LEGALE (OMISSIS) & ASSOCIATI S.R.L., rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 973/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 16/05/2012 R.G.N. 729/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/05/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, accoglimento dell’incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Bologna, confermando la sentenza del Tribunale di Rimini, accoglieva il capo della domanda di (OMISSIS), collocato a riposo in data 1 dicembre 2000, proposta nei confronti del Comune di Rimini – di cui era stato dipendente con la qualifica, prima, di Comandante della Polizia municipale e, poi, di dirigente – di retrodatazione al 29 settembre 2000 della cessazione di efficacia della sospensione cautelare disposta Legge n. 3 del 1957, ex articolo 91 per decorso del termine quinquennale.

Rigettava, pero’, la predetta Corte, e sempre confermando la sentenza del Tribunale, il capo della domanda relativo alla declaratoria del diritto del (OMISSIS), a decorrere dal 29 settembre 2000, ad essere ricollocato nel posto di Comandante della Polizia municipale con condanna di controparte al risarcimento dei danni.

A fondamento del decisum la Corte territoriale, per quanto attiene la decorrenza della cessazione della sospensione cautelare, poneva il rilievo secondo il quale il termine quinquennale massimo previsto dalla Legge n. 19 del 1990, articolo 9, comma 2 era riferibile non solo alla sospensione facoltativa ma anche a quella obbligatoria, sicche’ dovendosi cumulare i vari periodi di sospensione il (OMISSIS) aveva diritto ad essere riammesso in servizio alla data dal 29 settembre 2000 – e non a quella, come ritenuto dal Comune, del 29 novembre 2000 – fino al collocamento a riposo avvenuto in data 1 dicembre 2000.

Relativamente al reclamato diritto del (OMISSIS) ad occupare, dopo la riammissione in servizio, il posto di Comandante della Polizia municipale, la Corte del merito riteneva, per un verso non censurato il dictum del Tribunale secondo il quale tale diritto non sussisteva in considerazione della temporaneita’ e fiduciarieta’ dell’incarico dirigenziale,e dall’altro che tale statuizione trovava conferma nella giurisprudenza di legittimita’ che aveva escluso la configurabilita’ di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie d’incarico dirigenziale. Ne’, aggiungeva la predetta Corte,poteva rilevare la dedotta peculiarita’ dell’incarico reclamato poiche’ l’allegazione, come gia’ ritenuto dal Tribunale, risultava tardiva e la relativa declaratoria non era stata censurata. D’altro canto, osservava la Corte del merito, il (OMISSIS) non avrebbe potuto comunque svolgere con pienezza le funzioni nell’ambito della Polizia municipale stante la perdurante sospensione da parte del Prefetto dalla funzione di Pubblica sicurezza che non poteva considerasi venuta meno per effetto della sola cessazione di efficacia della sospensione cautelare del servizio. La Corte di appello, poi, in ordine all’asserito demansionamento a far tempo dal 29 settembre 2000, sottolineava che essendo stato il (OMISSIS) collocato a riposo il 1 dicembre dello stesso anno la sua difesa era unicamente apprezzabile in considerazione del solo interesse al risarcimento del danno che non risultava allegato e provato.

Ne’, riteneva la Corte territoriale, in considerazione del breve lasso di tempo del prospettato demansionamento sussistevano i presupposti, nemmeno allegati, del c.d. mobbing.

Avverso questa sentenza il (OMISSIS) ricorre in cassazione sulla base di sette motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Rimini che propone impugnazione – incidentale assistita da un’unica censura, cui si oppone, con controricorso, il ricorrente principale.

MOTIVI DELLA DECISIONE
I ricorsi vanno preliminarmente riuniti riguardando la impugnazione della stessa sentenza.Con il primo motivo del ricorso principale, il (OMISSIS), deducendo nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., sostiene che la Corte del merito, quanto al demansionamento, ha erroneamente ritenuto che non fosse stata richiesta la reintegra.

Il motivo e’ infondato.

Invero la Corte del merito considerato che il (OMISSIS) era stato collocato a riposo il 1 dicembre del 2000 ritiene che l’interesse giuridicamente apprezzabile dell’allora appellante – ossia del (OMISSIS) – e’ limitato al risarcimento del danno connesso al prospettato demansionamento.

Non vi e’, quindi, violazione dell’articolo 112 c.p.c. in quanto l’assunto della Corte del merito non si basa sulla interpretazione della domanda, ma trova fondamento nell’apprezzamento dell’attualita’ e dell’ambito dell’interesse ad agire e sotto tale aspetto non vi e’ specifica censura.

Con la seconda critica il ricorrente principale, denunciando violazione dell’articolo 112 c.p.c. e vizio di motivazione, prospetta che la Corte territoriale non ha valutato che era stata chiesta l’affermazione del suo diritto a svolgere le funzioni di Comandante della Polizia municipale.

La critica e’ infondata.

Infatti la Corte del merito fonda il suo dictum sul rilievo che non era stata censurata la sentenza del Tribunale in punto d’insussistenza “di un diritto soggettivo non solo all’attribuzione, ma anche al mantenimento di un incarico dirigenziale essendo la nuova disciplina privatistica fondata sui principi della temporaneita’ e della fiduciarieta’ degli incarichi dirigenziali”.

Ne’ il ricorrente principale indica in quale punto dell’appello e’ stata specificamente censurata siffatta statuizione.

Con la terza censura il ricorrente principale, allegando violazione dell’articolo 112 c.p.c. e vizio di motivazione, prospetta che la Corte del merito ha del tutto obliterato il tema della comparazione delle funzioni appiattendosi sulla sentenza di primo grado che quella comparazione aveva rifiutato inammissibilmente.

La censura non coglie nel segno poiche’, una volta rilevato dalla Corte del merito il passaggio in giudicato – per difetto di specifica censura -della statuizione della sentenza di primo grado circa l’insussistenza del diritto soggettivo al mantenimento dell’incarico dirigenziale, il tema della comparazione non poteva che rimanere assorbito.

Con il quarto motivo il (OMISSIS) denuncia vizio di motivazione nella parte in cui esclude totalmente, riportandosi ad una giurisprudenza non conferente con la fattispecie scrutinata, che sia configurabile un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie di incarico dirigenziale.

Con la quinta censura il (OMISSIS), deducendo violazione del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 52, articolo 13 CCNL Dirigenza Enti Locali, Legge n. 29 del 1993, articolo 19, articolo 1, comma 4, del Regolamento comunale, articoli 3 e 8 del Regolamento del Corpo della polizia municipale, Legge quadro n. 65 del 1986, articoli 4, 5, 7 e 9 e del “Regolamento della Polizia Municipale nonche’ vizio di motivazione, assume che, contrariamente a quanto affermato dal giudice di appello, dal sistema non si puo’ trarre l’esclusione in ogni caso del diritto a conservare determinate tipologie dirigenziali, anzi si desume l’opposto principio.

Con la sesta critica, il (OMISSIS) allegando violazione della Legge Quadro n. 65 del 1986, articolo 5 e vizio di motivazione, sostiene che erroneamente la Corte del merito non considera correlabili la sospensione cautelare e la sospensione dalle funzioni di Pubblica sicurezza nel senso che venendo meno la prima viene meno anche la seconda.

L’esame di tali motivi, che vanno trattati unitariamente per la loro stretta connessione logico-giuridica, va ritenuto assorbito.

Nella specie, invero, la sentenza impugnata risulta ancorata, sul punto in esame, a diverse distinte rationes decidendi, autonome l’una dalla altra, e ciascuna, da sola, sufficiente a sorreggerne il dictum: in particolare: a) all’affermazione della mancata censura alla sentenza del Tribunale in punto d’insussistenza del diritto al mantenimento di un determinato incarico dirigenziale; b) al rilievo che tale statuizione trova conferma nella giurisprudenza di legittimita’ la quale ha escluso la configurabilita’ di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie d’incarico dirigenziale; c) alla tardivita’ e, quindi, inammissibilita’, gia’ asserita dal Tribunale e non censurata in appello, delle allegazioni concernenti la – peculiarita’ dell’incarico reclamato; d) alla considerazione che la perdurante sospensione, da parte del Prefetto, dalla funzione di Pubblica sicurezza impedisce di svolgere con pienezza le funzioni nell’ambito della Polizia municipale.

Ebbene e’ ius reception, nella giurisprudenza di questa Corte, il principio per il quale l’impugnazione di una decisione basata su una motivazione strutturata in una pluralita’ di ordini di ragioni, convergenti o alternativi, autonomi l’uno dallo altro, e ciascuno, di per se’ solo, idoneo a supportare il relativo dictum, per poter essere ravvisata meritevole di ingresso, deve risultare articolata in uno spettro di censure tale da investire, e da investire utilmente, tutti gli ordini di ragioni cennati, posto che la mancata critica di uno di questi o la relativa attitudine a resistere agli appunti mossigli comporterebbero che la decisione dovrebbe essere tenuta ferma sulla base del profilo della sua ratio non, o mal, censurato e priverebbero l’impugnazione dell’idoneita’ al raggiungimento del suo obiettivo funzionale, rappresentato dalla rimozione della pronuncia contestata (cfr., in merito, ex multis, Cass. 26 marzo 2001 n. 4349, Cass. 27 marzo 2001 n 4424 e da ultimo Cass. 20 novembre 2009 n. 24540).

Conseguentemente se una delle ragioni poste a base della sentenza impugnata resiste alle critiche mosse dal ricorrente e’ del tutto ultroneo l’esame della resistenza delle censure mosse alle altre autonome rationes decidendi.

Nella specie, resistendo la sentenza impugnata in punto di mancata censura alla statuizione del Tribunale circa l’insussistenza di un diritto al mantenimento dell’incarico reclamato, e’ del tutto ultroneo il vaglio delle censure afferenti le altre autonome ragioni poste a base della decisione, non senza considerare che non risulta, in alcun modo censurata, l’affermazione della Corte del merito circa la non impugnazione del capo della sentenza di primo grado relativo alla tardivita’ della allegazione afferente la “peculiarita'” dell’incarico di Comandante della Polizia municipale.

Con il settimo motivo il (OMISSIS), assumendo violazione degli articoli 112, 113, 115 e 117 c.p.c., articoli 2697, 2727 e 2729 c.c. e vizio di motivazione,critica la sentenza impugnata, sia per non aver ritenuto che il danno alla professionalita’ acquisita e’ risarcibile in se’, sia per non aver considerato che tutti gli altri danni reclamati erano stati allegati.

La critica non e’ avallabile.

E’,infatti, giurisprudenza consolidata di questa Corte che in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non puo’ prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio – dall’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile), che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalita’ nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicche’ non e’ sufficiente dimostrare la mera potenzialita’ lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex articolo 2697 c.c. del danno e del nesso di causalita’ con l’inadempimento datoriale (per tutte Cfr. Cass. 21 marzo 2012 n. 4479 e Cass. 19 dicembre 2008 n. 29832 nonche’ Cass. S.U. 11 novembre 2008 n. 26972).

La Corte di Appello si e’ attenuta a siffatta regula iuris in quanto ha affermato che in relazione al limitato periodo di demansionamento non risulta nemmeno allegato, se non genericamente, il lamentato danno.

Ne’ il mero richiamo alla potenzialita’ lesiva del comportamento datoriale, senza alcuna specifica deduzione circa gli elementi fattuali del concretizzarsi di tale danno, come ritenuto, con motivazione congrua, nella sentenza impugnata, puo’ costituire idonea allegazione ai fini di cui trattasi.

D’altro canto anche per quanto riguarda il danno patrimoniale questo risulta allegato sulla base del richiamo ad indennita’ specifiche (quella di posizione), ma senza indicazione di elementi fattuali di riscontro.

Del resto, e vale la pena di osservarlo, rimanendo intangibile la sentenza di primo grado in punto d’insussistenza di un diritto soggettivo al mantenimento dell’incarico di Comandante di Polizia municipale, non e’ configurabile un demansionamento ovvero un mobbing – questo fondato esclusivamente sul demansionamento secondo la prospettazione del ricorrente principale – e conseguentemente un danno risarcibile.

Con il ricorso incidentale il Comune di Rimini, denunciando violazione della Legge n. 19 del 1990, articolo 9 critica la sentenza impugnata in punto di ritenuta assimilazione ai fini del decorso del termini di cinque anni della sospensione facoltativa e di quella obbligatoria.

Il ricorso e’ fondato.

Questa Corte, infatti, ha gia’ sancito, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 447 del 1995, che in tema di sospensione cautelare del lavoratore dal servizio per illeciti disciplinari costituenti reato, la scadenza del termine di cinque anni dall’inizio del periodo di sospensione obbligatoria di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, articolo 91 comporta la cessazione di efficacia del provvedimento di sospensione cautelare, mentre non comporta anche l’automatica riammissione in servizio del dipendente, posto che non esclude, ne’ preclude, l’adozione del distinto provvedimento di sospensione cautelare facoltativa previsto dall’articolo 92 del richiamato decreto, alle condizioni e nel rispetto del procedimento da detta norma prefigurati, essendo dovere dell’Amministrazione apprezzare (e quindi differenziare) la maggiore o minore gravita’ degli addebiti e se essi siano tali da influire negativamente sui presupposti di dignita’ e capacita’ del dipendente, richiesti per la prosecuzione del rapporto di impiego (Cass. 13 ottobre 2010 n. 21159).

Tanto perche’ la predetta sentenza n. 447 del 1995 della Corte Costituzionale nel dichiarare non fondata, con riferimento all’articolo 3 Cost., comma 1, (principio di ragionevolezza), articolo 4 Cost., articolo 97 Cost., comma 1, (principio di buon andamento dell’amministrazione), la questione di legittimita’ costituzionale della Legge 7 febbraio 1990, n. 19, articolo 9, comma 2, secondo e terzo periodo, nella parte in cui prevede a carico della P.A. l’obbligo indiscriminato di riammettere nel posto di lavoro il dipendente – gia’ sospeso dal servizio per essere stato sottoposto a procedimento penale e successivamente condannato, ancorche’ con sentenza non definitiva – alla scadenza del termine di cinque anni dall’inizio del periodo di sospensione, ha chiarito che il predetto termine – riferito alla sospensione cautelare del dipendente medesimo, sottoposto a procedimento penale per reato di particolare gravita’, prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, articolo 91, comma 1, prima parte, – e’ congruo. LA stessa sentenza ha anche precisato che con riferimento all’articolo 97 Cost., comma 1 la disposizione censurata – nello statuire la cessazione di efficacia, alla scadenza del quinquennio, del predetto provvedimento di sospensione cautelare – non comporta l’automatica riammissione in servizio del dipendente, posto che non esclude, ne’ preclude, l’adozione del distinto provvedimento di sospensione cautelare facoltativa previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 3 del 1957, articolo 92 alle condizioni e nel rispetto del procedimento da detta norma prefigurati, essendo dovere dell’Amministrazione apprezzare (e quindi differenziare) la maggiore o minore gravita’ degli addebiti e se essi siano tali da influire negativamente sui presupposti di dignita’ e capacita’ del dipendente, richiesti per la prosecuzione del rapporto di impiego.

Cio’ comporta che, non puo’ cumularsi, ai fini del termine di cinque anni

previsto dalla Legge 7 febbraio 1990, n. 19, articolo 9, comma 2 il tempo della sospensione obbligatoria con quella facoltativa essendo tale termine riferibile, alla stregua dell’interpretazione fornita nella citata sentenza della Corte Costituzionale, alla sola sospensione obbligatoria “ancorata, a differenza di quella facoltativa, al solo dato formale.

In accoglimento del ricorso incidentale, pertanto, la sentenza impugnata va in parte qua cassata.

Di conseguenza non essendo necessari altri accertamenti di fatto decidendosi nel merito, l’originaria domanda del (OMISSIS) va rigettata anche in relazione alla sostenuta assimilazione, ai fini del decorso del termine di cinque anni, della sospensione facoltativa e di quella obbligatoria.

Tenuto conto del diverso orientamento espresso dai giudici del merito, della complessita’ della materia trattata, stimasi compensare tra le parti le spese dell’intero processo.

P.Q.M.

La Corte riuniti i ricorsi rigetta il ricorso principale e accoglie il ricorso incidentale, cassa in relazione al ricorso incidentale accolto la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta l’originaria domanda di (OMISSIS). Compensa tra le parti le spese dell’intero processo.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 9 settembre 2014, n. 18965. Scatta il risarcimento del danno per il dipendente demansionato. E la quantificazione può essere correttamente operata in via equitativa dal giudice di merito parametrandola sui giorni di effettiva compressione della professionalità


CASSAZIONE

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 9 settembre 2014, n. 18965

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15150-2008 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., (gia’ (OMISSIS) S.P.A.), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3812/2007 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 31/07/2007 R.G.N. 5847/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/06/2014 dal Consigliere Dott. NOBILE VITTORIO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca che ha concluso per l’improcedibilita’, inammissibilita’, in subordine rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Giudice del lavoro del Tribunale di Napoli del 21-3-2001 (OMISSIS), quadro presso il (OMISSIS), gia’ preposta prima all’ufficio 8 e poi all’ufficio 10, assumeva: che il 15-10-1999 era stata assegnata all’ufficio 7 senza specifiche mansioni; che il 14-1-2000 le era stata affidata la preposizione dell’ufficio 1 Segreteria del Servizio senza ricevere le consegne dal precedente titolare ne’ gli strumenti normativi necessari; che dagli inizi del 1999 la Direzione aveva adottato nei suoi confronti soprusi e angherie; che dal 18-9-2000, trasferita all’ufficio 6, aveva trascorso la sua giornata quasi del tutto inattiva perche’ non le era stato affidato alcun incarico; che tali comportamenti erano stati particolarmente gravi in quanto iniziati in un periodo per lei difficile per gravissimi motivi familiari (essendo stato il coniuge colpito da una grave malattia che lo aveva portato alla morte nel dicembre 1999). Tanto premesso la ricorrente chiese il risarcimento dei danni subiti per effetto delle continue vessazioni (mobbing) di cui era stata destinataria, da quantificarsi anche in via equitativa; chiese, poi, che accertata la sua dequalificazione, le fossero assegnate mansioni adeguate alla sua professionalita’, con condanna della societa’ al risarcimento danni, da quantificarsi anche in via equitativa.

La s.p.a. (OMISSIS) contestava quanto sostenuto dalla (OMISSIS) e concludeva per il rigetto della domanda.

Il giudice adito, con sentenza depositata il 7-10-2003, dichiarava la nullita’ della domanda riguardante il mobbing ed accoglieva la richiesta risarcitoria per danni alla professionalita’ per esservi stata dequalificazione nel periodo 18-9-2000/21-3-200; quantificava equitativamente il risarcimento nella misura della meta’ delle retribuzioni ricevute per le giornate di effettiva attivita’ con riferimento al predetto periodo, oltre accessori.

Con ricorso dell’8-7-2004 la (OMISSIS) impugnava parzialmente la decisione di primo grado, con riferimento soltanto all’accertamento della dequalificazione, in quanto i testi escussi avevano reso dichiarazioni non interpretate correttamente dal primo giudice. Evidenziava, poi, che quest’ultimo si era spinto ultra petita in quanto aveva disposto il risarcimento del danno con riferimento alla perdita di professionalita’, mentre la (OMISSIS) aveva chiesto il risarcimento per danni subiti sul piano biologico. Precisava comunque che non era stato provato alcun danno, considerato in re ipsa dal giudice, e concludeva, pertanto, per la parziale riforma della sentenza di primo grado con rigetto della domanda riguardante la asserita dequalificazione e condanna dell’appellata alla restituzione della somma di euro 4.760,11 corrisposta in dipendenza della esecuzione della sentenza di primo grado.

La (OMISSIS) si costituiva resistendo al gravame di controparte e proponendo appello incidentale, chiedendo che la quantificazione del risarcimento fosse estesa anche ai giorni di assenza dal lavoro nel periodo riconosciuto dal primo giudice e che fosse accolta anche la domanda di risarcimento da mobbing essendo stato dedotto ogni elemento utile ai fini della sua individuazione.

La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza depositata il 31-7-2007, rigettava entrambi gli appelli.

In sintesi la Corte territoriale, in base alle risultanze della prova testimoniale, riteneva accertato il demansionamento con il trasferimento all’ufficio 6 Vigilanza, allorquando la (OMISSIS) si trovo’ gerarchicamente sottoposta al quadro (OMISSIS), svolgendo attivita’ del tutto secondarie e marginali. Nel contempo la Corte confermava la determinazione equitativa del risarcimento del danno, evidenziando che il primo giudice non era incorso in alcuna ultrapetizione, avendo la attrice fin dall’inizio chiesto il risarcimento dei danni per essere stata “adibita a mansioni dequalificate rispetto al grado rivestito e ed alla professionalita’ raggiunta”.

La Corte di merito riteneva, poi, corretta la quantificazione operata dal primo giudice sulla base delle giornate lavorative effettive e, seppure considerava valida la domanda di risarcimento per mobbing, la rigettava nel merito, non essendo stati neppure allegati reiterati e specifici comportamenti datoriali vessatori e aggressivi a suo danno, come tali “mobbizzanti”.

Per la cassazione di tale sentenza la (OMISSIS) s.p.a. ha proposto ricorso con cinque motivi.

La (OMISSIS) ha resistito con controricorso.

La s.p.a. (OMISSIS) ha depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione dell’articolo 2103 c.c. e degli articoli 1362 e ss. sull’interpretazione del CCNL di categoria 11-7-1999 e dell’accordo 7-5-1997, la ricorrente si duole che la Corte territoriale “si e’ lasciata suggestionare dalla considerazione che la (OMISSIS) dal 18-9-2000 era stata assegnata all’ufficio Vigilanza, dove non aveva conservato la posizione di preposta” e deduce che le mansioni di preposizione non sono le uniche attribuite ai quadri e neppure quelle maggiormente qualificanti” e che la Corte di merito avrebbe dovuto accertare la equivalenza o meno delle nuove mansioni rispetto a quelle precedenti.

Il motivo in parte e’ inammissibile e in parte e’ infondato.

In primo luogo non viene indicata specificamente la collocazione tra gli atti processuali del CCNL e dell’accordo aziendale richiamati (v. Cass. S.U. 3-11-2011 n. 22726), dei quali vengono, peraltro, riportati soltanto alcuni stralci del tutto inidonei ai fini dell’osservanza del principio di autosufficienza, in relazione al vizio di interpretazione dei detti atti denunciato.

La censura si incentra, poi, nella denuncia di insufficiente e contraddittoria motivazione al riguardo e circa il necessario accertamento della equivalenza o meno delle nuove mansioni rispetto alle precedenti.

Tale censura e’ infondata in quanto la Corte di merito, dopo aver attentamente analizzato le risultanze della prova testimoniale ha accertato che la (OMISSIS), allorquando venne spostata all’ufficio 6 “ha perso la preposizione che aveva avuto in precedenza” ed “e’ stata addetta a tenere un registro statistico delle rapine, mansione che, oltre ad essere di minima rilevanza, la teneva occupata solo per poco tempo”. Successivamente la (OMISSIS) “all’inizio del 2001 fu spostata all’ufficio budget ed addetta a digitare dati al computer, per poi giungere all’ufficio Segreteria ove si occupo’ dello smistamento della Posta.

Tanto rilevato la Corte territoriale ha affermato che “le mansioni affidate alla appellata dal settembre 2000, dunque, non sono piu’ state quelle di preposto con altri dipendenti a lei sottoposti ma, oltre ad essere di poca rilevanza, escludevano anche la posizione di preposto che, sebbene non siano le uniche affidate ai quadri, sono certo quelle maggiormente qualificanti, rappresentative e gratificanti; anzi, ella fu sottoposta gerarchicamente ad un altro quadro e lasciata sostanzialmente inattiva, visto che le attivita’ affidatele la tenevano occupata poco tempo nell’ambito della giornata lavorativa”.

Tale accertamento di fatto risulta congruamente motivato e resiste alla censura della societa’ ricorrente, che, peraltro, in effetti, neppure indica specificamente quali siano state le mansioni qualificanti (anche se non di preposizione), svolte dalla lavoratrice, che sarebbero state trascurate dalla Corte di merito.

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la mancata considerazione del fatto che la (OMISSIS) aveva rifiutato di ricevere il foglio contenente il carico di lavoro che le era stato affidato”, cosi’ manifestando “un sostanziale rifiuto di eseguire le mansioni maggiormente qualificanti che le erano state assegnate”, e che nel periodo in questione la lavoratrice era rimasta spesso assente per malattia e cause varie.

Anche tale motivo e’ in parte inammissibile e in parte infondato.

In primo luogo la ricorrente afferma di aver censurato sul punto con l’atto di appello la pronuncia di primo grado, ma non riporta specificamente il contenuto di tale atto nella parte de qua, in ossequio al principio di autosufficienza.

La ricorrente, poi, neppure indica alcuna risultanza istruttoria dalla quale sarebbe emersa la circostanza di fatto invocata, per cui deve ritenersi che la stessa in definitiva sia rimasta una mera asserzione.

Infine della circostanza che “il demansionamento si e’ perpetrato per meno di sei mesi durante i quali la presenza al lavoro della appellata non e’ stata certo costante” la Corte di merito ha gia’ tenuto ampiamente conto.

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta ultrapetizione deducendo che i giudici di merito hanno riconosciuto un risarcimento del danno alla professionalita’, pur avendo il ricorso introduttivo ad oggetto soltanto il danno alla salute.

Tale motivo e’ infondato giacche’, come ha rilevato la Corte d’Appello, la (OMISSIS) con il ricorso introduttivo aveva chiesto il risarcimento dei danni per essere stata “adibita a mansioni dequalificate rispetto al grado rivestito ed alla professionalita’ raggiunta”, di guisa che non vi e’ stata alcuna ultrapetizione. Del resto si tratta chiaramente di una componente del danno (complessivo) lamentato con la domanda.

Infine con il quarto motivo la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata avrebbe “taciuto del tutto sui parametri in base ai quali ha operato la liquidazione equitativa”.

Anche tale motivo e’ infondato.

Come e’ stato chiarito da questa Corte “qualora proceda alla liquidazione del danno in via equitativa, il giudice di merito, affinche’ la sua decisione non presenti i connotati della arbitrarieta’, deve indicare i criteri seguiti per determinare l’entita’ del risarcimento, risultando il suo potere discrezionale sottratto a qualsiasi sindacato in sede di legittimita’ solo allorche’ si dia conto che sono stati considerati i dati di fatto acquisiti al processo come fattori costitutivi dell’ammontare dei danni liquidati” (v. fra le altre Cass. 4-4-2013 n. 8213).

Nel caso in esame la Corte d’Appello, nel respingere l’appello incidentale della (OMISSIS) e nel confermare la pronuncia di primo grado, circa la quantificazione del risarcimento del danno nel 50%, delle retribuzioni giornaliere spettanti per ogni giorno di effettivo servizio, ha affermato che, “considerato anche che il demansionamento si e’ perpetrato per meno di sei mesi” (vedi sopra), “appare rispondente ad equita’ ritenere che il suo bagaglio professionale sia stato compromesso solo durante le poche giornate in cui ella si e’ dedicata alle nuove mansioni che, peraltro, non richiedevano alcun impegno e non la occupavano per tutte le ore di lavoro”.

Tale motivazione risulta senz’altro conforme al principio sopra richiamato (essendo evidenziati il criterio e i fatti rilevanti) e resiste alla censura della ricorrente.

Il ricorso va pertanto respinto e la ricorrente, in ragione della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese in favore della (OMISSIS).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare alla (OMISSIS) le spese liquidate in euro 100,00 per esborsi e euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali e accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 4 settembre 2014, n. 18675. La cessione di ramo d’azienda, prevista dall’art. 2112 del c.c., può essere invocata soltanto quanto preesista una autonomia funzionale ed organizzativa dell’area ceduta. E non certo nelle ipotesi in cui venga creato un contenitore ad hoc per trasferirvi le risorse umane considerate in eccesso


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 4 settembre 2014, n. 18675

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere

Dott. BRONZINI Giuseppe – rel. Consigliere

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 684-2013 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1010/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 25/01/2012 r.g.n. 13/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/05/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;

uditi gli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) ed altri 4 lavoratori adivano il Tribunale di Bologna per accertare la insussistenza della cessione di ramo d’azienda ex articolo 2112 c.c. da parte di (OMISSIS) in favore della confronti della (OMISSIS) in quanto carente la preesistenza dell’autonomia funzionale ed organizzativa del preteso ramo ceduto rispetto al momento traslativo. I lavoratori deducevano anche l’avvenuta dequalificazione e chiedevano il relativo risarcimento. Resisteva la (OMISSIS) contestando la fondatezza della tesi di controparte; eccepiva anche la carenza di interesse. SI costituiva la (OMISSIS) sostenendo l’Infondatezza della domanda.

Il Tribunale di Bologna con sentenza 959/2005 rilevava la carenza di interesse. La Corte di appello di Bologna con sentenza del 12.5.21001 accoglieva l’appello dei lavoratori. La Corte territoriale osservava che non poteva essere dichiarato il difetto di interesse se non altro perche’ i lavoratori avevano dedotto persine un demansionamento. Anche per la domanda di nullita’ dell’atto di cessione sussisteva un palese interesse al ripristino del rapporto con la cedente. Circa quest’ultima domanda la Corte osservava che i lavoratori per le attivita’ che avevano da sempre svolto per (OMISSIS) non appartenevano comunque al preteso ramo poi ceduto ad (OMISSIS). I lavoratori avevano contestato di essere mai stati addetti al cali center ma nessuna prova contraria era stata offerta dalla (OMISSIS). Anche l’allegazione per cui i lavoratori appartenessero al c.d. settore Gisp centrale di (OMISSIS) che poi era confluito nell'(OMISSIS) (ramo che la (OMISSIS) asserisce aver ceduto) non era stata suffragata da alcun elemento di prova con riferimento ai compiti affidati agli appellati. I testi escussi non avevano confermato in modo specifico tale circostanza e comunque i ricorrenti avevano dedotto di aver svolto presso il Gisp mansioni non riconducibili a quei settori che poi erano stati interessati alla cessione del ramo. Si era parlato della confluenza di alcuni settori come il (OMISSIS) e l’ex (OMISSIS) nell'(OMISSIS), ma non era mai stato neppure allegato che i lavoratori appartenessero a tali settori. Comunque anche nel settore GISP i lavoratori non avevano mai dato informazioni al clienti, ma come detto, avevano svolto diverse mansioni. Non si era in sostanza dimostrato che le specifiche operazioni svolte presso il GISP centrale di (OMISSIS) fossero state accorpate nel (OMISSIS), cioe’ nel preteso ramo d’azienda che sarebbe stato poi ceduto al (OMISSIS) Non si era peraltro richiesto da parte della (OMISSIS) la conclusione dell’istruttoria gia’ ammessa e solo in parte espletata. Pertanto la cessione del ramo d’azienda era da ritenersi illegittima con le conseguenze di cui in sentenza. Circa la domanda relativa al preteso demansionamento la Corte osservava che la domanda era generica e che non erano stati forniti elementi di sorta per qualificare tale preteso danno.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la (OMISSIS) con due motivi corredati da memoria illustrativa ex articolo 378 c.p.c.; resistono i lavoratori con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’articolo 100 c.p.c. e degli articoli 1406, 2094 e 2112 c.c. Non sussisteva interesse dei lavoratori far dichiarare la nullita’ dell’atto di cessione e comunque la sussistenza del rapporto di lavoro con la (OMISSIS).

Il motivo e’ infondato. Come affermato da questa Corte in controversie analoghe (cass. n. 9949/2014)” il lavoratore, nell’ipotesi in cui non sia configurabile un trasferimento di ramo d’azienda, ha un interesse giuridicamente apprezzabile alla declaratoria di inefficacia di tale trasferimento e della cessione del contratto di lavoro, in assenza di consenso, tenuto conto del pregiudizio che puo’ derivargli dalla sostituzione del precedente datore di lavoro con un altro eventualmente meno solvibile e non in grado di assicurargli le stesse garanzie in tema di stabilita’ e continuita’ del rapporto di lavoro. Ne’ questo interesse e’ escluso dalla solidarieta’ del cedente e del cessionario stabilita’ dall’articolo 2112 cpv cod. civ., la quale ha per oggetto solo i crediti che il lavoratore aveva ai tempo del trasferimento e non anche quelli futuri.

Con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’articolo 155 c.p.c. e degli articoli 2112 e 2967 c.c.; nonche’ l’Insufficiente motivazione circa la mancata appartenenza dei lavoratori al preteso ramo ceduto.

Il motivo appare infondato. Questa Corte ha piu’ volte affermato che per ramo d’azienda, ai sensi dell’articolo 2112 cod. civ. (sia nel testo anteriore, sia in quello modificato, in applicazione della Direttiva CE n. 50/98, dal Decreto Legislativo 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame), come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entita’ economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identita’. Il che presuppone una preesistente realta’ produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione dei trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volonta’ dell’imprenditore e non dall’inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo di azienda gia’ costituito (v. Cass. G aprile 2006, n. 8017; Cass. 1 febbraio 2008 n. 2489 nonche’, in controversie pressoche’ analoghe alla presente, sempre relative a cessione di rami d’azienda da (OMISSIS) S.p.A. a (OMISSIS) S.p.A., Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711; Cass. 2 settembre 2013 n. 20095; Cass. 3 ottobre 2013 n. 22627; Cass. 4 ottobre 2013 n. 22742, cass. n. 9949/2014). Ne discende che si applica la disciplina dettata dall’articolo 2112 c.c., anche in caso di cessione di parte dello specifico settore aziendale, purche’ si tratti di un Insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attivita’ di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture gia’ esistenti al momento del trasferimento, e dunque non solo teorica o potenziale La recente sentenza della Corte di giustizia UE 6 marzo 2014 n. O-458/12 conferma quanto detto. Da essa risulta infatti che: a) non si ha trasferimento di ramo d’azienda qualora il ramo non preesista alla cessione (dispositivo, n. 1; considerato n. 321; b) in tal caso spetta all’ordinamento nazionale di garantire il lavoratore (dispositivo, n. 1; considerato n. 39).

In presenza dei presupposti sopra indicati, si considerano fare parte del ramo d’azienda anche i dipendenti che prestano la loro attivita’ per la produzione di beni e servizi del ramo, e quindi anche i loro rapporti vengono trasferiti dal cedente ai cessionario, ai sensi dell’articolo 2112 c.c. senza necessita’ di un loro consenso, resta fermo, tuttavia, che il lavoratore puo’ far valere in giudizio la non configurabilita’ del trasferimento di un ramo d’azienda nell’ipotesi in cui manchino i presupposti previsti dalla legge e, quindi, l’inefficacia della cessione del contratto di lavoro in assenza del suo consenso, tenuto conto del pregiudizio che puo’ derivargli da una cessione operata ad un soggetto non solvibile e che comunque non gli assicuri la continuita’ del rapporto.

Ora alla luce di tali considerazioni di diritto non vi e’ alcun dubbio che gravava sulla (OMISSIS) l’obbligo di dimostrare che i lavoratori ricorrenti in primo grado appartenessero al ramo ceduto gia’ precedentemente al momento del trasferimento del preteso ramo d’azienda, posto che la citata giurisprudenza richiede che l’autonomia funzionale ed organizzativa preesista, rispetto al momento della cessione e che quindi tutti gli elementi che definiscono tale autonomia, compreso anche l’essenziale componente del “capitale umano” impegnato nel ramo, siano gia’ sussistenti al momento in cui il ramo in questione e’ stato ceduto. Ora la Corte territoriale, in esito ad una complessa istruttoria, ha escluso che i lavoratori ricorrenti in primo grado, avessero in qualche modo lavorato in quei settori che – secondo la (OMISSIS) – sarebbero poi stati accorpati nel preteso ramo ceduto. La Corte territoriale indica chiaramente le ragioni di tale convincimento posto che sono state ritenute insufficienti le dichiarazioni testimoniali che dovevano confermare la tesi della societa’ appellante; stante la loro genericita’. La Corte ha poi sottolineato che i ricorrenti avevano dedotto-contestando le affermazioni delle (OMISSIS) che presso la Gisp di (OMISSIS) avevano svolto specifici compiti che non erano riconducibili ai settori poi coinvolti dalla cessione e che non era stata offerta alcuna prova in senso contrario. La motivazione appare pertanto congrua e logicamente coerente, mentre le censure sono di merito, inammissibili in questa sede in quanto dirette ad una “rivalutazione del fatto” e non sono rispettose del principio di autosufficienza del ricorso in cassazione in quanto si riportano le dichiarazioni rese da due testi ma solo per stralcio senza pero’ riportare l’insieme delle testimonianze e senza peraltro neppure adeguatamente contestare quanto affermato in sentenza circa la genericita’ di tali dichiarazioni. Secondo parte ricorrente l’intero reparto Gisp di (OMISSIS) sarebbe stato trasferito, ma la Corte di appello sul punto ha osservato che non emergevano elementi per ritenere che le attivita’ specificamente svolte dai lavoratori presso il Gisp fossero stati coinvolti nell’atto di trasferimento. Circa le ulteriori doglianze le stesse appaiono ininfluenti; anche a dare per ammesso che con l’atto di cessione possano essere trattenute in capo alla cedente alcuni funzioni o alcuni lavoratori, qui si sta discutendo di un’altra situazione e cioe’ della cessione del contratto di lavoro di soggetti che non appartenevano in realta’ al ramo ceduto.

Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite, da distrarsi – liquidate come al dispositivo – seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’ che si liquidano in euro 100,00 per spese, nonche’ in euro 4000,00 per compensi oltre accessori, da distrarsi in favore dell’avv.to (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 22 maggio 2014, n. 11395. La disposizione dell’art. 2103 c.c. sulla disciplina delle mansioni e sul divieto di declassamento va interpretata alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello del lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che, nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti, tra l’altro, interventi di ristrutturazione aziendale, l’adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte senza modifica del livello retributivo, non si pone in contrasto con il dettato del codice civile


 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

sentenza 22 maggio 2014, n. 11395

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STILE Paolo – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 50, presso lo studio dell’Avv. COSSU BRUNO, che lo rappresenta e difende, unitamente e disgiuntamente, con l’Avv. CARTA ATTILIO del foro di Trento per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI BASELGA DI PINE’, in persona del Sindaco pro tempore A. S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Cassiodoro 19, presso lo studio dell’avv.to Calò Maurizio che lo rappresenta e difende all’avv. Totino Carlo, unitamente e disgiuntamente, come da procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 29/08 della Corte di Appello di Trento del 21.08.2008/18.09.2008 (R.G. n. 16 anno 2008);

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 1.04.2014 dal Cons. Dott. DE RENZIS ALESSANDRO;

udito l’Avv. COSSU BRUNO per il ricorrente;

udito l’Avv. MAURIZIO CALO’ per il controricorrente;

sentito il P.M., in persona del Sost. Proc. Gen. Dott. Celeste Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Trento con sentenza n. 29 del 21.01.2008, decidendo sul ricorso proposto da B.S. nei confronti del COMUNE di BASELGA DI PINE’, così provvedeva:

– rigettava le domande del ricorrente con riferimento al periodo gennaio-febbraio 2004, non essendo stato provato il demansionamento;

– accertava che per effetto della riorganizzazione degli uffici comunali, disposta con Delib. n. 11 del 2004, il ricorrente si era visto assegnare, in violazione della tutela prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 1, mansioni (come responsabile dell’Ufficio speciale gestione strutture) non equivalenti a quelle di assunzione (capo ufficio tecnico-urbanistico);

– condannava il Comune convenuto a reintegrare il ricorrente nelle mansioni equivalenti, secondo la classificazione professionale vigente, a quelle di assunzione e a risarcirgli danni subiti per il demansionamento nella misura di Euro 23.500,00, oltre accessori, con esclusione del danno biolo-gico e morale.

2. La Corte di Appello di Trento, investita con gravame del Comune anzidetto, con sentenza n. 29 del 2008 ha riformato la decisione di primo grado, rigettando il ricorso originario del B.

La Corte ha escluso nel caso di specie l’esistenza di un demansionamento del B., in quanto, a fronte della comprovata inefficienza degli uffici comunali, era stato compiuto lo sforzo di affidare ad un esperto uno studio approfondito della situazione e, all’esito di tale indagine, erano stati adottati dall’ente locale i rimedi apparsi opportuni, con la conseguente creazione di una Area Tecnica e di un Ufficio specializzato in materia di gestione dei beni comunali.

Era avvenuta, dunque, una nuova ripartizione di materie e di compiti e si era giudicato opportuno affidare alcune materie specifiche alla competenza esclusiva del B., materie che, seppure non coprivano tutto il raggio del preesistente Ufficio Tecnico, erano tuttavia di grande rilevanza (come la realizzazione dello Stadio del ghiaccio e la prospettiva di nuovi lavori relativi alla copertura) e, in ogni caso, rientranti nelle originarie mansioni attribuite in origine allo stesso B.

Per contro, ha aggiunto la Corte territoriale, le ulteriori competenze del preesistente Ufficio Tecnico erano state fatte rientrare nell’ambito dell’Area Tecnica, cui era stato preposto un soggetto particolarmente qualificato.

3. Contro la sentenza di appello ricorre per cassazione il B. affidandosi a tre motivi, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Resiste il Comune di Baselga di Pinè.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo del ricorso viene dedotta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, con riferimento all’art. 41 Cost.

Al riguardo viene contestato al giudice di appello di avere posto in modo non corretto a fondamento della propria decisione la richiamata norma costituzionale, facendo rientrare nel suo ambito il potere discrezionale del datore di lavoro di modificare anche in peius l’inquadramento delle mansioni di un lavoratore e non considerando che la dequalificazione incontra un limite nell’art. 2013 c.c., che tutela i diritti dei lavoratori di pari livello costituzionale (si fa riferimento a Cass. n. 4370 del 2005).

Il motivo è infondato.

L’impostazione della Corte territoriale è conforme alla giurisprudenza di questa Corte (cfr Cass, n. 8596 del 5 aprile 2007; Cass. n. 5285 del 2007), secondo la quale la disposizione dell’art. 2103 c.c. sulla disciplina delle mansioni e sul divieto di declassamento va interpretata alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello di lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che, nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti, tra le altre, ristrutturazioni aziendali, l’adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte, restando immutato il livello retribuivo, non si pone in contrasto con il dettato del Codice Civile.

Nel caso di specie la Corte territoriale ha dato conto, in modo adeguato e coerente, dell’indeffettibilità ed improcrastinabilità della riorganizzazione degli uffici del Comune di Baselga di Pinè, evidenziando, come già detto, che all’esito di indagine affidata ad esperto, erano stati adottati dall’ente locale i rimedi apparsi opportuni per fronteggiare le manchevolezze riscontrate nell’Ufficio Tecnico, di cui era responsabile il B., con la conseguente creazione di una Area Tecnica e di un Ufficio specializzato in materia di gestione dei beni comunali. In tal modo si erano concretizzate le comprovate esigenze tecnico-produttive che legittimavano lo ius variandi (cfr Cass. SU. n. 8740 del 4 aprile 2008 in fattispecie analoga di modifica di organico comunale con privazione del dipendente del posto di capo del settore tecnico in conseguenza della creazione ex novo di un posto di tecnico laureato).

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo, riguardante il giudizio di equivalenza espresso dalla Corte di Appello tra le mansioni di assunzione e quelle rimaste al ricorrente a seguito della ristrutturazione dell’attività dell’ufficio tecnico (Delib. Giunta n. 11 dell’11 febbraio 2004 e decreto sindacale n. 1 del 7 luglio 2004).

In particolare il B. lamenta la mancata effettuazione di raffronto – sotto il profilo qualitativo e quantitativo – tra le mansioni, originariamente attribuitegli all’atto dell’assunzione, e quelle risultanti dalla riorganizzazione degli uffici comunali.

Sul punto la Corte territoriale, con motivazione immune da vizio logico/formali e corretta sotto il profilo giuridico, ha in modo sufficiente spiegato, come già detto, le ragioni, che, nel caso concreto, portavano ad escludere l’esistenza da un demansionamento.

La Corte in particolare ha osservato che la diversa ripartizione delle materie e dei compiti correlata alla nascita di una Area Tecnica aveva comportato l’affidamento al B. della responsabilità di un nuovo comparto (Progetto speciale gestione strutture), che, seppure non copriva tutto il raggio di azione delle competenze dell’originario Ufficio Tecnico, risultava di grande rilevanza, come ad esempio la gestione dello stadio del ghiaccio, rientrante, comunque, nelle mansioni in relazione alle quali il ricorrente era stato inizialmente assunto.

3. Con il terzo motivo del ricorso viene denunciato vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, con riguardo alla collocazione gerarchica del lavoratore prima e dopo la riorganizzazione dell’ufficio tecnico. Il B. rivolge in particolare la propria contestazione contro la sentenza impugnata, laddove afferma che egli avrebbe addirittura perso la subordinazione rispetto al segretario comunale, come ammesso nello stesso ricorso introduttivo, e dopo la riorganizzazione degli uffici comunali avrebbe conservato parte delle mansioni per cui era stato assunto, svolgendole in maniera autonoma e indipendente. Al contrario, rileva il B., egli si è trovato collocato (privato del proprio ufficio e dei collaboratori) alle dipendenze del nuovo responsabile dell’Area Tecnica (dott.ssa L.T.).

Il motivo, che può essere letto anche in relazione alle precedenti censure, è anche esso infondato, avendo la Corte territoriale spiegato come, a seguito della riorganizzazione degli uffici comunali, il B. si trovò a svolgere parte delle mansioni in posizione di autonomia ed indipendenza, riferendo direttamente al Sindaco e quindi, diversamente dal passato, sottraendosi al controllo gerarchico del Segretario comunale.

Così ricostruita la nuova posizione del B., non trova spazio la doglianza circa l’affidamento del ruolo apicale dell’Area Tecnica ad altra dipendente (la L.), in quanto costei godeva di referenze maggiori o, comunque, era stata ritenuta più adatta al nuovo ruolo.

4. In conclusione il ricorso è destituito di fondamento e va rigettato.

Ricorrono giustificate ragioni, attesa la natura e la particolarità della controversia, per compensare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 1° aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2014.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 aprile 2014, n. 7818. La prova del danno da demansionamento è esclusa che in sia “in re ipsa”, dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova.


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 3 aprile 2014, n. 7818 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 22/6/2010 la Corte d’Appello di Firenze ha condannato il Ministero della Difesa a pagare a F.A. , dipendente del Ministero con inquadramento nella VI q.f., Euro 25.000.00 a titolo di risarcimento del danno per l’illegittima dequalificazione subita dalla lavoratrice a seguito del passaggio dalla sezione contratti alla sezione matricola e poi da quest’ultima alla sezione servitù militari svolgendo mansioni poco più che esecutive.
La Corte ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità aveva ribadito la necessità che del danno fosse data la prova e che fosse indicato con specifiche deduzioni; che tuttavia occorreva tenere conto dell’esistenza di beni tutelabili e protetti ex art. 41 Cost. e art. 2087 cc rispetto ai quali la verificazione di un danno non era elemento costitutivo poiché l’ordinamento tutelava in sé alcuni valori fondamentali della persona, quali la dignità del lavoro, la libertà di espressione, la libertà di associazione e che in tali casi il danno si identificava con la lesione medesima, come era avvenuto nel caso in esame.
La Corte territoriale ha poi quantificato in Euro 10.000.00 il danno biologico; inoltre, valutata la particolare gravità della dequalificazione e della sua notevole durata e tenuto conto del pregiudizio esistenziale e della lesione della dignità del lavoratore, ha determinato il danno nel suo complesso in Euro 25.000,00.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione il Ministero della Difesa formulando tre motivi Si costituisce la F. con controricorso con ricorso incidentale.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 112 cpc, e dell’art. 345, 1 comma, cpc.
Rileva che il Tribunale aveva escluso la risarcibilità del danno esistenziale non essendovi stata alcuna a negazione specialmente nelle conclusioni nelle quali la ricorrente aveva chiesto solo il danno a titolo di danno biologico e morale; che il danno esistenziale era stato legato nel ricorso solo al mobbing e che nelle conclusioni non era stato richiesto il danno esistenziale. Rileva che. pertanto, la Corte d’Appello aveva violato il principio della corrispondenza del chiesto e pronunciato.
Con il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 2697 cc nel combinato disposto degli artt. 1218,1223 e 2087 cc.
Censura la sentenza nella parte in cui ha proceduto alla liquidazione del danno esistenziale ritenendolo sussistente ex se ogniqualvolta sia lesa l’integrità psico-fisica del lavoratore senza che il danneggiato debba dedurre o provare le ricadute della lesione nella vita di relazione.
Con il terzo motivo denuncia motivazione insufficiente in ordine alla condanna dell’amministrazione al risarcimento del danno esistenziale e contraddittoria in quanto, dopo avere richiamato la giurisprudenza di questa Corte circa la necessità che del danno sia data prova e che non vi siano duplicazioni delle voci di danno aveva poi condannato l’amministrazione al risarcimento del danno esistenziale cumulandolo al danno biologico.
I motivi, stante la loro stretta connessione, vanno esaminati congiuntamente.
Le censure formulate dal Ministero circa la mancanza di una domanda di liquidazione del danno esistenziale devono essere respinte considerato che nel ricorso introduttivo la F. , dopo aver lamentato la crisi ansioso depressiva che l’aveva colpita a seguito del demansionamento e della condotta mobizzante di cui era stata vittima, e dopo aver esposto che detta situazione può dar luogo, oltre al danno biologico, al danno esistenziale,alla vita di relazione ed a danno morale, aveva chiesto l’integrale risarcimento dei danni. Pur dovendosi rilevare la genericità ed imprecisione della domanda dal tenore complessivo della stessa si evince una domanda di risarcimento integrale anche dei danni non patrimoniale tra i quali devono essere compresi il danno morale ed esistenziale.
Il secondo ed il terzo motivo di censura devono invece essere accolti.
La Corte territoriale ha precisato, in definitiva, che il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia e onnicomprensiva nella cui liquidazione il giudice deve tener conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di diverse categorie autonomamente valutabili per pregiudizi identici.
La Corte d’appello ha, poi, affermato che “non sfugge al collegio che la giurisprudenza di legittimità – compresa quella da ultimo formatasi con l’intervento delle Sezioni Unite del 2008 – ha ribadito la necessità che del danno sia data la prova e che esso sia indicato con specifiche deduzioni; che in definitiva non vi sarebbe ingresso alla struttura del danno – evento, ma solo a quella del danno-conseguenza”. Fatta tale precisazione la Corte d’appello ha, tuttavia, affermato che “tali categoria sistematiche…..non tengono conto dell’esistenza di beni tutelabili e protetti ex art. 41 Cost. e 2087 cc (quali quelli afferenti la sfera della personalità morale del lavoratore) rispetto ai quali la verificazione di un danno conseguenza non è elemento costitutivo, poiché l’ordinamento tutela in se alcuni valori fondamentali della persona quali la dignità del lavoro, la libertà di espressione, la libertà di associazione, ecc…… il danneggiato non deve dedurre ed offrire alcuna prova delle concrete ricadute della lesione nella vita di relazione presumendosi che una certa diminuzione di capacità comporti una limitazione alla vita personale e sociale”.
Le affermazioni della Corte territoriale non possono essere accolte.
Esse contrastano con i principi affermati da questa Corte che lo stesso giudice di merito ha richiamato ritenendo, però, di non doverne fare applicazione nel caso in esame. Pur dovendosi rilevare che per quanto attiene alla prova del danno, le SS.UU del 2008 (n. 26972), richiamate dalla stessa Corte territoriale, hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, deve, tuttavia, escludersi che il danno,sia “in re ipsa” (nello stesso senso Cass. SU n. 6572 del 24 marzo 2006),dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova.
Il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio. La Corte territoriale non si è attenuta a detti principi.
Con il ricorso incidentale la F. denuncia vizio di motivazione per non avere la Corte esaminato il motivo d’appello con cui lamentava l’erroneità del calcolo delle somme dovute a titolo di risarcimento del danno biologico nonché quello con cui lamentava il mancato rimborso delle spese sostenute per la consulenza tecnica di parte.
È denunciata, come vizio di motivazione, l’omessa pronuncia, da parte del giudice d’appello, su alcuni dei motivi di gravame.
Deve rilevarsi, a riguardo, che costituisce giurisprudenza consolidata di questa Corte il principio secondo cui l’omessa pronuncia su alcuni dei motivi d’appello, risolvendosi nella violazione della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, integra un difetto di attività del giudice di secondo grado, che deve essere fatto valere dal ricorrente non con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale ex art. 360 n. 3 cpc o del vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 cpc, in quanto siffatte censure presuppongono che il giudice di merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente non corretto ovvero senza giustificare (o non giustificando adeguatamente) la decisione al riguardo resa, ma attraverso la specifica deduzione del relativo “error in procedendo” – ovverosia della violazione dell’art. 112 cpc, in relazione all’art. 360 n. 4 cpc – la quale soltanto consente alla parte di chiedere e al giudice di legittimità – in tal caso anche giudice del fatto processuale – di effettuare l’esame altrimenti precluso, degli atti del giudizio di merito e, così, anche dell’atto di appello. La mancata deduzione del vizio nei termini indicati. evidenziando il difetto di identificazione del preteso errore del giudice del merito e impedendo il riscontro ex actis dell’assunta omissione, rende, pertanto, inammissibile il motivo. (cfr Cass. n. 28716/2011, n. 1755/2006, n. 1196/2007)
In conclusione, pertanto, la sentenza deve essere cassata in relazione ai motivi accolti ed il giudizio rimesso alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, che procederà ad un nuovo esame della domanda di liquidazione del risarcimento del danno non patrimoniale.

P.Q.M.

la Corte, riunisce i ricorsi, accoglie il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale, rigetta il primo ed il ricorso incidentale;
cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 gennaio 2014, n. 796. Il diritto a percepire una retribuzione commisurata alle mansioni effettivamente svolte in ragione dei principi di rilievo costituzionale e di diritto comune non è dunque condizionato all’esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l’assegnazione. Le uniche ipotesi in cui può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore dovrebbero essere circoscritte ai casi in cui l’espletamento di mansioni superiori sia avvenuto all’insaputa o contro la volontà dell’ente (invito o proibente domino) oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

 sentenza 16 gennaio 2014, n. 796 

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale di Larino, C.A. , dipendente della ASL n. X Basso Molise con qualifica di “infermiere generico”, esponeva di avere lavorato presso l’U.O. dell’Ambulatorio di Cardiologia svolgendo dal marzo 2002 al gennaio 2006, epoca del suo pensionamento, attività riconducibili al profilo di “infermiere professionale”. In ragione di ciò, agiva per ottenere la condanna della ASL a corrisponderle le differenze tra il trattamento economico percepito e quello spettante per lo svolgimento delle mansioni superiori, a norma del d.lgs. 165/2001, art. 52.
In primo grado la domanda veniva respinta, in quanto il Tribunale aderiva alla prospettazione della ASL secondo cui la lavoratrice non aveva dimostrato l’esistenza di un provvedimento di assegnazione alle mansioni del superiore profilo professionale e ciò costituiva una ragione assorbente per escludere il diritto alle differenze economiche rivendicate.
A seguito di gravame interposto dalla lavoratrice, la Corte di appello di Campobasso, accertato che l’appellante aveva effettivamente svolto in modo ordinario e continuativo attività propria della qualifica di infermiere professionale, accoglieva la domanda, ritenendo irrilevante la mancanza di un formale atto di assegnazione.
Tale sentenza è ora impugnata dalla Asl n. X Basso Molise in liquidazione, che propone ricorso affidato a quattro motivi. Resiste C.A. con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

Con i primi due motivi si denuncia violazione e falsa applicazione del d.lgs. 3 febbraio 1993 n. 29, art. 56; del d.lgs. n. 387 del 1998, art. 15; del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52, nonché dei CCNL 1998/2001, art. 28, e CCNL 2002/2005, art. 36, nonché vizio di motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.) per avere i giudici di appello erroneamente interpretato ed applicato alla fattispecie i principi enunciati nella sentenza n. 25837 del 2007 delle Sezioni Unite. Questa aveva riguardato l’esercizio di mansioni superiori conferite con atto illegittimo, ma non l’ipotesi di svolgimento di fatto di mansioni radicalmente prive di un provvedimento di conferimento; la pretesa di assimilare le due ipotesi non ha fondamento normativo, atteso che il d.lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma quinto, nel disporre che “….è nulla l’assegnazione del lavoratore a mansioni proprie di una qualifica superiore, ma al lavoratore è corrisposta la differenza di trattamento economico con la qualifica superiore”, pone una imprescindibile relazione tra il diritto al trattamento economico per l’esercizio di mansioni superiori e l’attribuzione di queste mediante un provvedimento di “assegnazione”.
Con il terzo e il quarto motivo si censura la sentenza per violazione e falsa applicazione del d.p.r. 14 marzo 1974 n. 225, art. 6; del d.m. 14 settembre 1994, n. 379; del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 6; della legge 10 agosto 2000, n. 251 del c.c.n.l. 7 aprile 1999, art. 18, comma quinto, nonché per vizio di motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.), per avere la Corte territoriale omesso di considerare che, ai sensi dell’art. 6 del d.p.r. 14 marzo 1974, n. 225, l’infermiere professionale – a differenza di quello generico – svolge la prestazione lavorativa con autonomia professionale e che, ai sensi del d.m. 14 settembre 1994, n. 379, tale figura professionale deve essere in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, tutti requisiti dei quali la C. era priva. La Corte di appello aveva pure trascurato di considerare che l’istruttoria testimoniale non aveva fornito alcuna prova in merito al livello di autonomia e di responsabilità con cui l’attuale intimata svolse le mansioni nel periodo interessato dal giudizio; di conseguenza, non poteva dirsi integrato il presupposto cui è condizionato il riconoscimento del trattamento economico proprio del superiore livello professionale.
I primi due motivi, che possono esaminarsi congiuntamente poiché il denunciato vizio di motivazione investe in effetti solo una questione di diritto – quella della illegittima equiparazione tra mansioni svolte in forza di un provvedimento di conferimento e mansioni svolte in via di fatto -, sono destituiti di fondamento.
Il D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, art. 56, ora D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52, pur nelle varie formulazioni susseguitesi nel tempo, recependo una costante norma del pubblico impiego, esclude che dallo svolgimento delle mansioni superiori possa conseguire l’automatica attribuzione della qualifica superiore. Quanto invece al divieto di corresponsione della retribuzione corrispondente alle mansioni superiori, previsto dall’indicato art. 56, comma 6 nella sua originaria formulazione (D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29), trattasi di disposizione soppressa dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15, con efficacia retroattiva, atteso che la modifica del comma sesto ultimo periodo, disposta dalla nuova norma, è una disposizione di carattere transitorio, non essendo formulata in termini atemporali, come avviene per le norme ordinarie, ma con riferimento alla data ultima di applicazione della norma stessa e quindi in modo idoneo a incidere sulla regolamentazione applicabile all’intero periodo transitorio; la portata retroattiva della disposizione risulta peraltro conforme alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha ritenuto l’applicabilità anche nel pubblico impiego dell’art. 36 Cost., nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato, nonché alla conseguente intenzione del legislatore di rimuovere con la disposizione correttiva una norma in contrasto con i principi costituzionali (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 91/2004, 18286/2006; 9130/2007; da ultimo, Cass. n. 12193 del 2011). Nell’interpretazione fornita dalle Sezioni Unite della Corte con la sentenza n. 25837 del 2007, la suddetta norma va intesa nel senso che l’impiegato cui sono state assegnate, al di fuori dei casi consentiti, mansioni superiori ha diritto, in conformità alla giurisprudenza della Corte costituzionale (tra le altre, sentenze n. 908 del 1988; n. 57 del 1989; n. 236 del 1992; n. 296 del 1990), ad una retribuzione proporzionata e sufficiente ai sensi dell’art. 36 Cost.; tale norma deve trovare integrale applicazione – senza sbarramenti temporali di alcun genere pure nel pubblico impiego privatizzato, sempre che le mansioni superiori assegnate siano state svolte, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, nella loro pienezza, e sempre che, in relazione all’attività spiegata, siano stati esercitati i poteri ed assunte le responsabilità correlate a dette superiori mansioni (v. pure Cass. n. 23741 del 17 settembre 2008 e molte altre successive; tra le più recenti, Cass. n. 4382 del 23 febbraio 2010).
Né la portata applicativa del principio è da intendere come limitata e circoscritta al solo caso in cui le mansioni superiori vengano svolte in esecuzione di un provvedimento di assegnazione, ancorché nullo; le Sezioni Unite (cfr. Cass. n. 27887 del 2009, che richiama Cass., Sez. Un., 11 dicembre 2007 n. 25837 cit.), sulla base dei principi espressi dalla Corte Costituzionale, hanno rilevato come l’obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato prescinda dalla eventuale irregolarità dell’atto o dall’assegnazione o meno dell’impiegato a mansioni superiori e come il mantenere, da parte della pubblica amministrazione, l’impiegato a mansioni superiori, oltre i limiti prefissati per legge, determini una mera illegalità, che però non priva il lavoro prestato della tutela collegata al rapporto – ai sensi dell’art. 2126 c.c. e, tramite detta disposizione, dell’art. 36 Cost. – perché non può ravvisarsi nella violazione della mera legalità quella illiceità che si riscontra, invece, nel contrasto “con norme fondamentali e generali e con i principi basilari pubblicistici dell’ordinamento”, e che, alla stregua della citata norma codicistica, porta alla negazione di ogni tutela del lavoratore (Corte Cost. 19 giugno 1990 n. 296 attinente ad una fattispecie riguardante il trattamento economico del personale del servizio sanitario nazionale in ipotesi di affidamento di mansioni superiori in violazione del disposto del D.P.R. n. 761 del 1979, art. 29, comma 2). La Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato l’applicabilità anche al pubblico impiego dell’art. 36 Cost. nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato, non ostando a tale riconoscimento, a norma dell’art. 2126 c.c., l’eventuale illegittimità del provvedimento di assegnazione del dipendente a mansioni superiori rispetto a quelle della qualifica di appartenenza (cfr. Corte Cost. sent n. 57/1989, n. 296/1990, n. 236/1992, n. 101/1995, n. 115/2003, n. 229/2003). Neppure il principio dell’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni mediante pubblico concorso è incompatibile con il diritto dell’impiegato, assegnato a mansioni superiori alla sua qualifica, di percepire il trattamento economico della qualifica corrispondente, giusta il principio di equa retribuzione sancito dall’art. 36 Cost. (Corte Cost. 27 maggio 1992 n. 236).
Neppure vale a contrastare tale principio la possibilità di abusi conseguenti al riconoscimento del diritto ad un’equa retribuzione ex art. 36 Cost. al lavoratore cui vengano assegnate mansioni superiori al di fuori delle procedure prescritte per l’accesso agli impieghi ed alle qualifiche pubbliche, perché “il cattivo uso di assegnazione di mansioni superiori impegna la responsabilità disciplinare e patrimoniale (e sinanche penale qualora si finisse per configurare un abuso di ufficio per recare ad altri vantaggio) del dirigente preposto alle gestione dell’organizzazione del lavoro, ma non vale di certo sul piano giuridico a giustificare in alcun modo la lesione di un diritto di cui in precedenza si è evidenziata la rilevanza costituzionale” (in tal senso, S.U., sent. n. 25837 del 2007, cit.).
Il diritto a percepire una retribuzione commisurata alle mansioni effettivamente svolte in ragione dei principi di rilievo costituzionale e di diritto comune non è dunque condizionato all’esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l’assegnazione. Le uniche ipotesi in cui può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore dovrebbero essere circoscritte ai casi in cui l’espletamento di mansioni superiori sia avvenuto all’insaputa o contro la volontà dell’ente (invito o proibente domino) oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente (cfr. Cass. n. 27887 del 2009).
In proposito, la Corte costituzionale ha osservato (n. 101 del 1995) che il potere attribuito al dirigente preposto all’organizzazione del lavoro di trasferire temporaneamente un dipendente a mansioni superiori per esigenze straordinarie di servizio è un mezzo indispensabile per assicurare il buon andamento dell’amministrazione; la spettanza al lavoratore del trattamento retributivo corrispondente alle funzioni di fatto espletate è un precetto dell’art. 36 Cost., la cui applicabilità all’impiego pubblico non può essere messa in discussione (cfr. sentenza n. 236 del 1992). L’astratta possibilità di abuso di tale potere e delle sue conseguenze economiche, nella forma di protrazioni illegittime dell’assegnazione a funzioni superiori, non è evidentemente un argomento che possa giustificare una restrizione dell’applicabilità del principio costituzionale di equivalenza della retribuzione al lavoro effettivamente prestato. Se fosse dimostrato che nel caso concreto l’assegnazione del dipendente a mansioni superiori è avvenuta con abuso d’ufficio e con la “connivenza” del dipendente, lo stesso art. 2126 cod. civ. imporrebbe al giudice di respingere la pretesa di quest’ultimo.
È stato così superato il rilievo, del giudice remittente, secondo cui questi limiti non basterebbero ad evitare che l’art. 2126 cod. civ., per il tramite dell’art. 2129, diventi nel pubblico impiego fonte di abusi e di favoritismi nella forma di avanzamenti di carriera di fatto, prestandosi “ad essere strumentalizzato quale grimaldello per stabilire e/o indurre connivenze tra chi ha il potere di mantenere l’assegnazione di fatto del dipendente a mansioni superiori, con tutti i conseguenti vantaggi economici, e quest’ultimo”. Il Giudice delle leggi, nel respingere tale rilievo di incostituzionalità dell’art. 2129 cod. civ., nella parte in cui prevede l’applicabilità dell’art. 2126 nel settore del pubblico impiego, ha fornito una chiara indicazione interpretativa, mettendo in rilievo come l’art. 2126 cod. civ., insieme con l’art. 2103 cod. civ., costituisca “un’applicazione ante litteram del principio, sancito dall’art. 36 Cost., che attribuisce al lavoratore il diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato, indipendentemente dalla validità del contratto di assunzione o, rispettivamente, del provvedimento di assegnazione a mansioni superiori a quelle di assunzione, esclusi i casi di nullità per illiceità dell’oggetto o della causa” (sent. n. 101 del 1995, cit.).
In altra pronuncia, vertente in un caso si assegnazione di fatto di un sanitario alle mansioni superiori in mancanza di un provvedimento formale di incarico, della Corte costituzionale (sent. n. 57 del 1989) ha escluso che la mancanza della condizione formale potesse ostacolare l’accoglimento della domanda, osservando che l’adibizione temporanea a mansioni superiori per esigenze di servizio non da diritto a variazioni di trattamento economico (cioè rientra nei doveri di ufficio del sanitario) “solo entro il limite temporale massimo ivi indicato (….), onde il suo prolungamento oltre tale limite produce al datore di lavoro un arricchimento ingiustificato, che alla stregua dell’art. 36 della Costituzione, direttamente applicabile, determina l’obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente nella misura corrispondente alla qualità del lavoro effettivamente prestato”, e che non può escludersi l’accoglimento della domanda per difetto di un provvedimento formale di assegnazione interinale alle mansioni inerenti al posto vacante, in quanto “la mancanza di questa condizione formale è supplita dal principio della prestazione di fatto di cui all’art. 2126 cod. civ., applicabile anche ai rapporti di pubblico impiego”. La prestazione ulteriore di lavoro in tali mansioni produce al datore un arricchimento senza causa, che alla stregua dell’art. 36, primo comma, Cost., direttamente applicabile, comporta l’obbligazione di adeguare il trattamento economico del dipendente alla natura del lavoro effettivamente prestato (Corte cost. ord. n. 908 del 1988).
Nel caso di specie, non ricorre alcuno dei presupposti che – alla stregua dei principi sopra esposti e qui pienamente condivisi e ribaditi – avrebbe potuto giustificare l’esclusione del diritto dell’attuale intimata alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato – e del correlativo obbligo dell’Amministrazione di integrare il trattamento economico della dipendente nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato -, non risultando nemmeno prospettato da parte convenuta in primo grado che l’espletamento di mansioni superiori avvenne all’insaputa o contro la volontà dell’Azienda (invito o proibente domino), né risultando allegata altra specifica causa di esclusione, nel senso sopra chiarito.
Il terzo e il quarto motivo sono inammissibili.
Nella sentenza impugnata non risultano in alcun modo trattate le questioni, oggetto del terzo motivo di ricorso, vertenti sul possesso di requisiti per l’esercizio dell’attività di infermiere professionale. Qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. 12 luglio 2005 n. 14599 e n. 14590; n.25546 del 30 novembre 2006; n. 4391 del 26 febbraio 2007; n. 20518 del 28 luglio 2008; n. 5070 del 3 marzo 2009). La ASL ricorrente non ha indicato come le questioni sarebbero state introdotte in giudizio.
Quanto poi all’ulteriore censura riguardante le modalità di svolgimento delle mansioni superiori e la denunciata carente motivazione circa l’asserito difetto di prova in ordine all’effettiva assunzione, da parte della C. , del livello di responsabilità e del grado di autonomia corrispondenti al profilo di infermiere professionale, è sufficiente osservare che la sentenza impugnata, nel respingere l’appello incidentale proposto dall’Azienda Sanitaria Locale, ha richiamato le deposizioni testimoniali da cui era emersa la prova dell’esercizio “in modo ordinario e continuativo” delle superiori mansioni di infermiera professionale; a fronte di ciò l’Azienda ricorrente si è limitata ad affermare apoditticamente che tali testimonianze nulla avrebbero dimostrato in merito ai requisiti costitutivi del diritto azionato.
Va ricordato che il ricorso per cassazione – in ragione del principio di cosiddetta “autosufficienza” – deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito. Pertanto, il controllo della congruità e logicità della motivazione, al fine del sindacato di legittimità su un apprezzamento di fatto del giudice di merito, postula la specificazione da parte del ricorrente – se necessario, attraverso la trascrizione integrale nel ricorso – della risultanza che egli assume decisiva e non valutata o insufficientemente valutata dal giudice, perché solo tale specificazione consente al giudice di legittimità – cui è precluso, salva la denuncia di “error in procedendo”, l’esame diretto dei fatti di causa – di deliberare la decisività della risultanza non valutata, con la conseguenza che deve ritenersi inidoneo allo scopo il ricorso con cui, nel denunciare l’omessa valutazione da parte del giudice di merito di una circostanza decisiva, ci si limiti a rinviare alla prospettazione fatta negli atti di causa (cfr. Cass. n. 6679 del 2006, n. 27197 del 2006, n. 15910 del 2005).
Il ricorso va dunque respinto.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sulla base del d.m. n. 140 del 2012 e delle tabelle ad esso allegate, che si applica alle controversie pendenti alla data della sua approvazione, vanno liquidate in Euro 4.000,00 per compensi professionali e in Euro 100,00 per esborsi, oltre I.V.A. e C.P.A..

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi e in Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.