demansionamento

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 4 settembre 2014, n. 18673. In tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale che asseritamente ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo


Cassazione toga rossa

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 4 settembre 2014, n. 18673

 
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere

Dott. MANNA Antonio – Consigliere

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26323-2012 proposto da:

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo STUDIO LEGALE (OMISSIS) & ASSOCIATI S.R.L., rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

COMUNE DI RIMINI;

- intimato -

Nonche’ da:

COMUNE DI RIMINI P.I. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;

- controricorrente e ricorrente Incidentale -

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo STUDIO LEGALE (OMISSIS) & ASSOCIATI S.R.L., rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

- controricorrente al ricorso incidentale -

avverso la sentenza n. 973/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 16/05/2012 R.G.N. 729/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/05/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, accoglimento dell’incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Bologna, confermando la sentenza del Tribunale di Rimini, accoglieva il capo della domanda di (OMISSIS), collocato a riposo in data 1 dicembre 2000, proposta nei confronti del Comune di Rimini – di cui era stato dipendente con la qualifica, prima, di Comandante della Polizia municipale e, poi, di dirigente – di retrodatazione al 29 settembre 2000 della cessazione di efficacia della sospensione cautelare disposta Legge n. 3 del 1957, ex articolo 91 per decorso del termine quinquennale.

Rigettava, pero’, la predetta Corte, e sempre confermando la sentenza del Tribunale, il capo della domanda relativo alla declaratoria del diritto del (OMISSIS), a decorrere dal 29 settembre 2000, ad essere ricollocato nel posto di Comandante della Polizia municipale con condanna di controparte al risarcimento dei danni.

A fondamento del decisum la Corte territoriale, per quanto attiene la decorrenza della cessazione della sospensione cautelare, poneva il rilievo secondo il quale il termine quinquennale massimo previsto dalla Legge n. 19 del 1990, articolo 9, comma 2 era riferibile non solo alla sospensione facoltativa ma anche a quella obbligatoria, sicche’ dovendosi cumulare i vari periodi di sospensione il (OMISSIS) aveva diritto ad essere riammesso in servizio alla data dal 29 settembre 2000 – e non a quella, come ritenuto dal Comune, del 29 novembre 2000 – fino al collocamento a riposo avvenuto in data 1 dicembre 2000.

Relativamente al reclamato diritto del (OMISSIS) ad occupare, dopo la riammissione in servizio, il posto di Comandante della Polizia municipale, la Corte del merito riteneva, per un verso non censurato il dictum del Tribunale secondo il quale tale diritto non sussisteva in considerazione della temporaneita’ e fiduciarieta’ dell’incarico dirigenziale,e dall’altro che tale statuizione trovava conferma nella giurisprudenza di legittimita’ che aveva escluso la configurabilita’ di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie d’incarico dirigenziale. Ne’, aggiungeva la predetta Corte,poteva rilevare la dedotta peculiarita’ dell’incarico reclamato poiche’ l’allegazione, come gia’ ritenuto dal Tribunale, risultava tardiva e la relativa declaratoria non era stata censurata. D’altro canto, osservava la Corte del merito, il (OMISSIS) non avrebbe potuto comunque svolgere con pienezza le funzioni nell’ambito della Polizia municipale stante la perdurante sospensione da parte del Prefetto dalla funzione di Pubblica sicurezza che non poteva considerasi venuta meno per effetto della sola cessazione di efficacia della sospensione cautelare del servizio. La Corte di appello, poi, in ordine all’asserito demansionamento a far tempo dal 29 settembre 2000, sottolineava che essendo stato il (OMISSIS) collocato a riposo il 1 dicembre dello stesso anno la sua difesa era unicamente apprezzabile in considerazione del solo interesse al risarcimento del danno che non risultava allegato e provato.

Ne’, riteneva la Corte territoriale, in considerazione del breve lasso di tempo del prospettato demansionamento sussistevano i presupposti, nemmeno allegati, del c.d. mobbing.

Avverso questa sentenza il (OMISSIS) ricorre in cassazione sulla base di sette motivi.

Resiste con controricorso il Comune di Rimini che propone impugnazione – incidentale assistita da un’unica censura, cui si oppone, con controricorso, il ricorrente principale.

MOTIVI DELLA DECISIONE
I ricorsi vanno preliminarmente riuniti riguardando la impugnazione della stessa sentenza.Con il primo motivo del ricorso principale, il (OMISSIS), deducendo nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., sostiene che la Corte del merito, quanto al demansionamento, ha erroneamente ritenuto che non fosse stata richiesta la reintegra.

Il motivo e’ infondato.

Invero la Corte del merito considerato che il (OMISSIS) era stato collocato a riposo il 1 dicembre del 2000 ritiene che l’interesse giuridicamente apprezzabile dell’allora appellante – ossia del (OMISSIS) – e’ limitato al risarcimento del danno connesso al prospettato demansionamento.

Non vi e’, quindi, violazione dell’articolo 112 c.p.c. in quanto l’assunto della Corte del merito non si basa sulla interpretazione della domanda, ma trova fondamento nell’apprezzamento dell’attualita’ e dell’ambito dell’interesse ad agire e sotto tale aspetto non vi e’ specifica censura.

Con la seconda critica il ricorrente principale, denunciando violazione dell’articolo 112 c.p.c. e vizio di motivazione, prospetta che la Corte territoriale non ha valutato che era stata chiesta l’affermazione del suo diritto a svolgere le funzioni di Comandante della Polizia municipale.

La critica e’ infondata.

Infatti la Corte del merito fonda il suo dictum sul rilievo che non era stata censurata la sentenza del Tribunale in punto d’insussistenza “di un diritto soggettivo non solo all’attribuzione, ma anche al mantenimento di un incarico dirigenziale essendo la nuova disciplina privatistica fondata sui principi della temporaneita’ e della fiduciarieta’ degli incarichi dirigenziali”.

Ne’ il ricorrente principale indica in quale punto dell’appello e’ stata specificamente censurata siffatta statuizione.

Con la terza censura il ricorrente principale, allegando violazione dell’articolo 112 c.p.c. e vizio di motivazione, prospetta che la Corte del merito ha del tutto obliterato il tema della comparazione delle funzioni appiattendosi sulla sentenza di primo grado che quella comparazione aveva rifiutato inammissibilmente.

La censura non coglie nel segno poiche’, una volta rilevato dalla Corte del merito il passaggio in giudicato – per difetto di specifica censura -della statuizione della sentenza di primo grado circa l’insussistenza del diritto soggettivo al mantenimento dell’incarico dirigenziale, il tema della comparazione non poteva che rimanere assorbito.

Con il quarto motivo il (OMISSIS) denuncia vizio di motivazione nella parte in cui esclude totalmente, riportandosi ad una giurisprudenza non conferente con la fattispecie scrutinata, che sia configurabile un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie di incarico dirigenziale.

Con la quinta censura il (OMISSIS), deducendo violazione del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, articolo 52, articolo 13 CCNL Dirigenza Enti Locali, Legge n. 29 del 1993, articolo 19, articolo 1, comma 4, del Regolamento comunale, articoli 3 e 8 del Regolamento del Corpo della polizia municipale, Legge quadro n. 65 del 1986, articoli 4, 5, 7 e 9 e del “Regolamento della Polizia Municipale nonche’ vizio di motivazione, assume che, contrariamente a quanto affermato dal giudice di appello, dal sistema non si puo’ trarre l’esclusione in ogni caso del diritto a conservare determinate tipologie dirigenziali, anzi si desume l’opposto principio.

Con la sesta critica, il (OMISSIS) allegando violazione della Legge Quadro n. 65 del 1986, articolo 5 e vizio di motivazione, sostiene che erroneamente la Corte del merito non considera correlabili la sospensione cautelare e la sospensione dalle funzioni di Pubblica sicurezza nel senso che venendo meno la prima viene meno anche la seconda.

L’esame di tali motivi, che vanno trattati unitariamente per la loro stretta connessione logico-giuridica, va ritenuto assorbito.

Nella specie, invero, la sentenza impugnata risulta ancorata, sul punto in esame, a diverse distinte rationes decidendi, autonome l’una dalla altra, e ciascuna, da sola, sufficiente a sorreggerne il dictum: in particolare: a) all’affermazione della mancata censura alla sentenza del Tribunale in punto d’insussistenza del diritto al mantenimento di un determinato incarico dirigenziale; b) al rilievo che tale statuizione trova conferma nella giurisprudenza di legittimita’ la quale ha escluso la configurabilita’ di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie d’incarico dirigenziale; c) alla tardivita’ e, quindi, inammissibilita’, gia’ asserita dal Tribunale e non censurata in appello, delle allegazioni concernenti la – peculiarita’ dell’incarico reclamato; d) alla considerazione che la perdurante sospensione, da parte del Prefetto, dalla funzione di Pubblica sicurezza impedisce di svolgere con pienezza le funzioni nell’ambito della Polizia municipale.

Ebbene e’ ius reception, nella giurisprudenza di questa Corte, il principio per il quale l’impugnazione di una decisione basata su una motivazione strutturata in una pluralita’ di ordini di ragioni, convergenti o alternativi, autonomi l’uno dallo altro, e ciascuno, di per se’ solo, idoneo a supportare il relativo dictum, per poter essere ravvisata meritevole di ingresso, deve risultare articolata in uno spettro di censure tale da investire, e da investire utilmente, tutti gli ordini di ragioni cennati, posto che la mancata critica di uno di questi o la relativa attitudine a resistere agli appunti mossigli comporterebbero che la decisione dovrebbe essere tenuta ferma sulla base del profilo della sua ratio non, o mal, censurato e priverebbero l’impugnazione dell’idoneita’ al raggiungimento del suo obiettivo funzionale, rappresentato dalla rimozione della pronuncia contestata (cfr., in merito, ex multis, Cass. 26 marzo 2001 n. 4349, Cass. 27 marzo 2001 n 4424 e da ultimo Cass. 20 novembre 2009 n. 24540).

Conseguentemente se una delle ragioni poste a base della sentenza impugnata resiste alle critiche mosse dal ricorrente e’ del tutto ultroneo l’esame della resistenza delle censure mosse alle altre autonome rationes decidendi.

Nella specie, resistendo la sentenza impugnata in punto di mancata censura alla statuizione del Tribunale circa l’insussistenza di un diritto al mantenimento dell’incarico reclamato, e’ del tutto ultroneo il vaglio delle censure afferenti le altre autonome ragioni poste a base della decisione, non senza considerare che non risulta, in alcun modo censurata, l’affermazione della Corte del merito circa la non impugnazione del capo della sentenza di primo grado relativo alla tardivita’ della allegazione afferente la “peculiarita’” dell’incarico di Comandante della Polizia municipale.

Con il settimo motivo il (OMISSIS), assumendo violazione degli articoli 112, 113, 115 e 117 c.p.c., articoli 2697, 2727 e 2729 c.c. e vizio di motivazione,critica la sentenza impugnata, sia per non aver ritenuto che il danno alla professionalita’ acquisita e’ risarcibile in se’, sia per non aver considerato che tutti gli altri danni reclamati erano stati allegati.

La critica non e’ avallabile.

E’,infatti, giurisprudenza consolidata di questa Corte che in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non puo’ prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio – dall’esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile), che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalita’ nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicche’ non e’ sufficiente dimostrare la mera potenzialita’ lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex articolo 2697 c.c. del danno e del nesso di causalita’ con l’inadempimento datoriale (per tutte Cfr. Cass. 21 marzo 2012 n. 4479 e Cass. 19 dicembre 2008 n. 29832 nonche’ Cass. S.U. 11 novembre 2008 n. 26972).

La Corte di Appello si e’ attenuta a siffatta regula iuris in quanto ha affermato che in relazione al limitato periodo di demansionamento non risulta nemmeno allegato, se non genericamente, il lamentato danno.

Ne’ il mero richiamo alla potenzialita’ lesiva del comportamento datoriale, senza alcuna specifica deduzione circa gli elementi fattuali del concretizzarsi di tale danno, come ritenuto, con motivazione congrua, nella sentenza impugnata, puo’ costituire idonea allegazione ai fini di cui trattasi.

D’altro canto anche per quanto riguarda il danno patrimoniale questo risulta allegato sulla base del richiamo ad indennita’ specifiche (quella di posizione), ma senza indicazione di elementi fattuali di riscontro.

Del resto, e vale la pena di osservarlo, rimanendo intangibile la sentenza di primo grado in punto d’insussistenza di un diritto soggettivo al mantenimento dell’incarico di Comandante di Polizia municipale, non e’ configurabile un demansionamento ovvero un mobbing – questo fondato esclusivamente sul demansionamento secondo la prospettazione del ricorrente principale – e conseguentemente un danno risarcibile.

Con il ricorso incidentale il Comune di Rimini, denunciando violazione della Legge n. 19 del 1990, articolo 9 critica la sentenza impugnata in punto di ritenuta assimilazione ai fini del decorso del termini di cinque anni della sospensione facoltativa e di quella obbligatoria.

Il ricorso e’ fondato.

Questa Corte, infatti, ha gia’ sancito, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 447 del 1995, che in tema di sospensione cautelare del lavoratore dal servizio per illeciti disciplinari costituenti reato, la scadenza del termine di cinque anni dall’inizio del periodo di sospensione obbligatoria di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, articolo 91 comporta la cessazione di efficacia del provvedimento di sospensione cautelare, mentre non comporta anche l’automatica riammissione in servizio del dipendente, posto che non esclude, ne’ preclude, l’adozione del distinto provvedimento di sospensione cautelare facoltativa previsto dall’articolo 92 del richiamato decreto, alle condizioni e nel rispetto del procedimento da detta norma prefigurati, essendo dovere dell’Amministrazione apprezzare (e quindi differenziare) la maggiore o minore gravita’ degli addebiti e se essi siano tali da influire negativamente sui presupposti di dignita’ e capacita’ del dipendente, richiesti per la prosecuzione del rapporto di impiego (Cass. 13 ottobre 2010 n. 21159).

Tanto perche’ la predetta sentenza n. 447 del 1995 della Corte Costituzionale nel dichiarare non fondata, con riferimento all’articolo 3 Cost., comma 1, (principio di ragionevolezza), articolo 4 Cost., articolo 97 Cost., comma 1, (principio di buon andamento dell’amministrazione), la questione di legittimita’ costituzionale della Legge 7 febbraio 1990, n. 19, articolo 9, comma 2, secondo e terzo periodo, nella parte in cui prevede a carico della P.A. l’obbligo indiscriminato di riammettere nel posto di lavoro il dipendente – gia’ sospeso dal servizio per essere stato sottoposto a procedimento penale e successivamente condannato, ancorche’ con sentenza non definitiva – alla scadenza del termine di cinque anni dall’inizio del periodo di sospensione, ha chiarito che il predetto termine – riferito alla sospensione cautelare del dipendente medesimo, sottoposto a procedimento penale per reato di particolare gravita’, prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, articolo 91, comma 1, prima parte, – e’ congruo. LA stessa sentenza ha anche precisato che con riferimento all’articolo 97 Cost., comma 1 la disposizione censurata – nello statuire la cessazione di efficacia, alla scadenza del quinquennio, del predetto provvedimento di sospensione cautelare – non comporta l’automatica riammissione in servizio del dipendente, posto che non esclude, ne’ preclude, l’adozione del distinto provvedimento di sospensione cautelare facoltativa previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 3 del 1957, articolo 92 alle condizioni e nel rispetto del procedimento da detta norma prefigurati, essendo dovere dell’Amministrazione apprezzare (e quindi differenziare) la maggiore o minore gravita’ degli addebiti e se essi siano tali da influire negativamente sui presupposti di dignita’ e capacita’ del dipendente, richiesti per la prosecuzione del rapporto di impiego.

Cio’ comporta che, non puo’ cumularsi, ai fini del termine di cinque anni

previsto dalla Legge 7 febbraio 1990, n. 19, articolo 9, comma 2 il tempo della sospensione obbligatoria con quella facoltativa essendo tale termine riferibile, alla stregua dell’interpretazione fornita nella citata sentenza della Corte Costituzionale, alla sola sospensione obbligatoria “ancorata, a differenza di quella facoltativa, al solo dato formale.

In accoglimento del ricorso incidentale, pertanto, la sentenza impugnata va in parte qua cassata.

Di conseguenza non essendo necessari altri accertamenti di fatto decidendosi nel merito, l’originaria domanda del (OMISSIS) va rigettata anche in relazione alla sostenuta assimilazione, ai fini del decorso del termine di cinque anni, della sospensione facoltativa e di quella obbligatoria.

Tenuto conto del diverso orientamento espresso dai giudici del merito, della complessita’ della materia trattata, stimasi compensare tra le parti le spese dell’intero processo.

P.Q.M.

La Corte riuniti i ricorsi rigetta il ricorso principale e accoglie il ricorso incidentale, cassa in relazione al ricorso incidentale accolto la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta l’originaria domanda di (OMISSIS). Compensa tra le parti le spese dell’intero processo.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 9 settembre 2014, n. 18965. Scatta il risarcimento del danno per il dipendente demansionato. E la quantificazione può essere correttamente operata in via equitativa dal giudice di merito parametrandola sui giorni di effettiva compressione della professionalità


CASSAZIONE

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 9 settembre 2014, n. 18965

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere

Dott. NOBILE Vittorio – rel. Consigliere

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15150-2008 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., (gia’ (OMISSIS) S.P.A.), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 3812/2007 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 31/07/2007 R.G.N. 5847/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/06/2014 dal Consigliere Dott. NOBILE VITTORIO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca che ha concluso per l’improcedibilita’, inammissibilita’, in subordine rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Giudice del lavoro del Tribunale di Napoli del 21-3-2001 (OMISSIS), quadro presso il (OMISSIS), gia’ preposta prima all’ufficio 8 e poi all’ufficio 10, assumeva: che il 15-10-1999 era stata assegnata all’ufficio 7 senza specifiche mansioni; che il 14-1-2000 le era stata affidata la preposizione dell’ufficio 1 Segreteria del Servizio senza ricevere le consegne dal precedente titolare ne’ gli strumenti normativi necessari; che dagli inizi del 1999 la Direzione aveva adottato nei suoi confronti soprusi e angherie; che dal 18-9-2000, trasferita all’ufficio 6, aveva trascorso la sua giornata quasi del tutto inattiva perche’ non le era stato affidato alcun incarico; che tali comportamenti erano stati particolarmente gravi in quanto iniziati in un periodo per lei difficile per gravissimi motivi familiari (essendo stato il coniuge colpito da una grave malattia che lo aveva portato alla morte nel dicembre 1999). Tanto premesso la ricorrente chiese il risarcimento dei danni subiti per effetto delle continue vessazioni (mobbing) di cui era stata destinataria, da quantificarsi anche in via equitativa; chiese, poi, che accertata la sua dequalificazione, le fossero assegnate mansioni adeguate alla sua professionalita’, con condanna della societa’ al risarcimento danni, da quantificarsi anche in via equitativa.

La s.p.a. (OMISSIS) contestava quanto sostenuto dalla (OMISSIS) e concludeva per il rigetto della domanda.

Il giudice adito, con sentenza depositata il 7-10-2003, dichiarava la nullita’ della domanda riguardante il mobbing ed accoglieva la richiesta risarcitoria per danni alla professionalita’ per esservi stata dequalificazione nel periodo 18-9-2000/21-3-200; quantificava equitativamente il risarcimento nella misura della meta’ delle retribuzioni ricevute per le giornate di effettiva attivita’ con riferimento al predetto periodo, oltre accessori.

Con ricorso dell’8-7-2004 la (OMISSIS) impugnava parzialmente la decisione di primo grado, con riferimento soltanto all’accertamento della dequalificazione, in quanto i testi escussi avevano reso dichiarazioni non interpretate correttamente dal primo giudice. Evidenziava, poi, che quest’ultimo si era spinto ultra petita in quanto aveva disposto il risarcimento del danno con riferimento alla perdita di professionalita’, mentre la (OMISSIS) aveva chiesto il risarcimento per danni subiti sul piano biologico. Precisava comunque che non era stato provato alcun danno, considerato in re ipsa dal giudice, e concludeva, pertanto, per la parziale riforma della sentenza di primo grado con rigetto della domanda riguardante la asserita dequalificazione e condanna dell’appellata alla restituzione della somma di euro 4.760,11 corrisposta in dipendenza della esecuzione della sentenza di primo grado.

La (OMISSIS) si costituiva resistendo al gravame di controparte e proponendo appello incidentale, chiedendo che la quantificazione del risarcimento fosse estesa anche ai giorni di assenza dal lavoro nel periodo riconosciuto dal primo giudice e che fosse accolta anche la domanda di risarcimento da mobbing essendo stato dedotto ogni elemento utile ai fini della sua individuazione.

La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza depositata il 31-7-2007, rigettava entrambi gli appelli.

In sintesi la Corte territoriale, in base alle risultanze della prova testimoniale, riteneva accertato il demansionamento con il trasferimento all’ufficio 6 Vigilanza, allorquando la (OMISSIS) si trovo’ gerarchicamente sottoposta al quadro (OMISSIS), svolgendo attivita’ del tutto secondarie e marginali. Nel contempo la Corte confermava la determinazione equitativa del risarcimento del danno, evidenziando che il primo giudice non era incorso in alcuna ultrapetizione, avendo la attrice fin dall’inizio chiesto il risarcimento dei danni per essere stata “adibita a mansioni dequalificate rispetto al grado rivestito e ed alla professionalita’ raggiunta”.

La Corte di merito riteneva, poi, corretta la quantificazione operata dal primo giudice sulla base delle giornate lavorative effettive e, seppure considerava valida la domanda di risarcimento per mobbing, la rigettava nel merito, non essendo stati neppure allegati reiterati e specifici comportamenti datoriali vessatori e aggressivi a suo danno, come tali “mobbizzanti”.

Per la cassazione di tale sentenza la (OMISSIS) s.p.a. ha proposto ricorso con cinque motivi.

La (OMISSIS) ha resistito con controricorso.

La s.p.a. (OMISSIS) ha depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione dell’articolo 2103 c.c. e degli articoli 1362 e ss. sull’interpretazione del CCNL di categoria 11-7-1999 e dell’accordo 7-5-1997, la ricorrente si duole che la Corte territoriale “si e’ lasciata suggestionare dalla considerazione che la (OMISSIS) dal 18-9-2000 era stata assegnata all’ufficio Vigilanza, dove non aveva conservato la posizione di preposta” e deduce che le mansioni di preposizione non sono le uniche attribuite ai quadri e neppure quelle maggiormente qualificanti” e che la Corte di merito avrebbe dovuto accertare la equivalenza o meno delle nuove mansioni rispetto a quelle precedenti.

Il motivo in parte e’ inammissibile e in parte e’ infondato.

In primo luogo non viene indicata specificamente la collocazione tra gli atti processuali del CCNL e dell’accordo aziendale richiamati (v. Cass. S.U. 3-11-2011 n. 22726), dei quali vengono, peraltro, riportati soltanto alcuni stralci del tutto inidonei ai fini dell’osservanza del principio di autosufficienza, in relazione al vizio di interpretazione dei detti atti denunciato.

La censura si incentra, poi, nella denuncia di insufficiente e contraddittoria motivazione al riguardo e circa il necessario accertamento della equivalenza o meno delle nuove mansioni rispetto alle precedenti.

Tale censura e’ infondata in quanto la Corte di merito, dopo aver attentamente analizzato le risultanze della prova testimoniale ha accertato che la (OMISSIS), allorquando venne spostata all’ufficio 6 “ha perso la preposizione che aveva avuto in precedenza” ed “e’ stata addetta a tenere un registro statistico delle rapine, mansione che, oltre ad essere di minima rilevanza, la teneva occupata solo per poco tempo”. Successivamente la (OMISSIS) “all’inizio del 2001 fu spostata all’ufficio budget ed addetta a digitare dati al computer, per poi giungere all’ufficio Segreteria ove si occupo’ dello smistamento della Posta.

Tanto rilevato la Corte territoriale ha affermato che “le mansioni affidate alla appellata dal settembre 2000, dunque, non sono piu’ state quelle di preposto con altri dipendenti a lei sottoposti ma, oltre ad essere di poca rilevanza, escludevano anche la posizione di preposto che, sebbene non siano le uniche affidate ai quadri, sono certo quelle maggiormente qualificanti, rappresentative e gratificanti; anzi, ella fu sottoposta gerarchicamente ad un altro quadro e lasciata sostanzialmente inattiva, visto che le attivita’ affidatele la tenevano occupata poco tempo nell’ambito della giornata lavorativa”.

Tale accertamento di fatto risulta congruamente motivato e resiste alla censura della societa’ ricorrente, che, peraltro, in effetti, neppure indica specificamente quali siano state le mansioni qualificanti (anche se non di preposizione), svolte dalla lavoratrice, che sarebbero state trascurate dalla Corte di merito.

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la mancata considerazione del fatto che la (OMISSIS) aveva rifiutato di ricevere il foglio contenente il carico di lavoro che le era stato affidato”, cosi’ manifestando “un sostanziale rifiuto di eseguire le mansioni maggiormente qualificanti che le erano state assegnate”, e che nel periodo in questione la lavoratrice era rimasta spesso assente per malattia e cause varie.

Anche tale motivo e’ in parte inammissibile e in parte infondato.

In primo luogo la ricorrente afferma di aver censurato sul punto con l’atto di appello la pronuncia di primo grado, ma non riporta specificamente il contenuto di tale atto nella parte de qua, in ossequio al principio di autosufficienza.

La ricorrente, poi, neppure indica alcuna risultanza istruttoria dalla quale sarebbe emersa la circostanza di fatto invocata, per cui deve ritenersi che la stessa in definitiva sia rimasta una mera asserzione.

Infine della circostanza che “il demansionamento si e’ perpetrato per meno di sei mesi durante i quali la presenza al lavoro della appellata non e’ stata certo costante” la Corte di merito ha gia’ tenuto ampiamente conto.

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta ultrapetizione deducendo che i giudici di merito hanno riconosciuto un risarcimento del danno alla professionalita’, pur avendo il ricorso introduttivo ad oggetto soltanto il danno alla salute.

Tale motivo e’ infondato giacche’, come ha rilevato la Corte d’Appello, la (OMISSIS) con il ricorso introduttivo aveva chiesto il risarcimento dei danni per essere stata “adibita a mansioni dequalificate rispetto al grado rivestito ed alla professionalita’ raggiunta”, di guisa che non vi e’ stata alcuna ultrapetizione. Del resto si tratta chiaramente di una componente del danno (complessivo) lamentato con la domanda.

Infine con il quarto motivo la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata avrebbe “taciuto del tutto sui parametri in base ai quali ha operato la liquidazione equitativa”.

Anche tale motivo e’ infondato.

Come e’ stato chiarito da questa Corte “qualora proceda alla liquidazione del danno in via equitativa, il giudice di merito, affinche’ la sua decisione non presenti i connotati della arbitrarieta’, deve indicare i criteri seguiti per determinare l’entita’ del risarcimento, risultando il suo potere discrezionale sottratto a qualsiasi sindacato in sede di legittimita’ solo allorche’ si dia conto che sono stati considerati i dati di fatto acquisiti al processo come fattori costitutivi dell’ammontare dei danni liquidati” (v. fra le altre Cass. 4-4-2013 n. 8213).

Nel caso in esame la Corte d’Appello, nel respingere l’appello incidentale della (OMISSIS) e nel confermare la pronuncia di primo grado, circa la quantificazione del risarcimento del danno nel 50%, delle retribuzioni giornaliere spettanti per ogni giorno di effettivo servizio, ha affermato che, “considerato anche che il demansionamento si e’ perpetrato per meno di sei mesi” (vedi sopra), “appare rispondente ad equita’ ritenere che il suo bagaglio professionale sia stato compromesso solo durante le poche giornate in cui ella si e’ dedicata alle nuove mansioni che, peraltro, non richiedevano alcun impegno e non la occupavano per tutte le ore di lavoro”.

Tale motivazione risulta senz’altro conforme al principio sopra richiamato (essendo evidenziati il criterio e i fatti rilevanti) e resiste alla censura della ricorrente.

Il ricorso va pertanto respinto e la ricorrente, in ragione della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese in favore della (OMISSIS).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare alla (OMISSIS) le spese liquidate in euro 100,00 per esborsi e euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali e accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 4 settembre 2014, n. 18675. La cessione di ramo d’azienda, prevista dall’art. 2112 del c.c., può essere invocata soltanto quanto preesista una autonomia funzionale ed organizzativa dell’area ceduta. E non certo nelle ipotesi in cui venga creato un contenitore ad hoc per trasferirvi le risorse umane considerate in eccesso


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 4 settembre 2014, n. 18675

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere

Dott. BRONZINI Giuseppe – rel. Consigliere

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere

Dott. GHINOY Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 684-2013 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), (OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

- controricorrenti -

avverso la sentenza n. 1010/2011 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 25/01/2012 r.g.n. 13/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/05/2014 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE BRONZINI;

uditi gli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) ed altri 4 lavoratori adivano il Tribunale di Bologna per accertare la insussistenza della cessione di ramo d’azienda ex articolo 2112 c.c. da parte di (OMISSIS) in favore della confronti della (OMISSIS) in quanto carente la preesistenza dell’autonomia funzionale ed organizzativa del preteso ramo ceduto rispetto al momento traslativo. I lavoratori deducevano anche l’avvenuta dequalificazione e chiedevano il relativo risarcimento. Resisteva la (OMISSIS) contestando la fondatezza della tesi di controparte; eccepiva anche la carenza di interesse. SI costituiva la (OMISSIS) sostenendo l’Infondatezza della domanda.

Il Tribunale di Bologna con sentenza 959/2005 rilevava la carenza di interesse. La Corte di appello di Bologna con sentenza del 12.5.21001 accoglieva l’appello dei lavoratori. La Corte territoriale osservava che non poteva essere dichiarato il difetto di interesse se non altro perche’ i lavoratori avevano dedotto persine un demansionamento. Anche per la domanda di nullita’ dell’atto di cessione sussisteva un palese interesse al ripristino del rapporto con la cedente. Circa quest’ultima domanda la Corte osservava che i lavoratori per le attivita’ che avevano da sempre svolto per (OMISSIS) non appartenevano comunque al preteso ramo poi ceduto ad (OMISSIS). I lavoratori avevano contestato di essere mai stati addetti al cali center ma nessuna prova contraria era stata offerta dalla (OMISSIS). Anche l’allegazione per cui i lavoratori appartenessero al c.d. settore Gisp centrale di (OMISSIS) che poi era confluito nell’(OMISSIS) (ramo che la (OMISSIS) asserisce aver ceduto) non era stata suffragata da alcun elemento di prova con riferimento ai compiti affidati agli appellati. I testi escussi non avevano confermato in modo specifico tale circostanza e comunque i ricorrenti avevano dedotto di aver svolto presso il Gisp mansioni non riconducibili a quei settori che poi erano stati interessati alla cessione del ramo. Si era parlato della confluenza di alcuni settori come il (OMISSIS) e l’ex (OMISSIS) nell’(OMISSIS), ma non era mai stato neppure allegato che i lavoratori appartenessero a tali settori. Comunque anche nel settore GISP i lavoratori non avevano mai dato informazioni al clienti, ma come detto, avevano svolto diverse mansioni. Non si era in sostanza dimostrato che le specifiche operazioni svolte presso il GISP centrale di (OMISSIS) fossero state accorpate nel (OMISSIS), cioe’ nel preteso ramo d’azienda che sarebbe stato poi ceduto al (OMISSIS) Non si era peraltro richiesto da parte della (OMISSIS) la conclusione dell’istruttoria gia’ ammessa e solo in parte espletata. Pertanto la cessione del ramo d’azienda era da ritenersi illegittima con le conseguenze di cui in sentenza. Circa la domanda relativa al preteso demansionamento la Corte osservava che la domanda era generica e che non erano stati forniti elementi di sorta per qualificare tale preteso danno.

Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la (OMISSIS) con due motivi corredati da memoria illustrativa ex articolo 378 c.p.c.; resistono i lavoratori con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’articolo 100 c.p.c. e degli articoli 1406, 2094 e 2112 c.c. Non sussisteva interesse dei lavoratori far dichiarare la nullita’ dell’atto di cessione e comunque la sussistenza del rapporto di lavoro con la (OMISSIS).

Il motivo e’ infondato. Come affermato da questa Corte in controversie analoghe (cass. n. 9949/2014)” il lavoratore, nell’ipotesi in cui non sia configurabile un trasferimento di ramo d’azienda, ha un interesse giuridicamente apprezzabile alla declaratoria di inefficacia di tale trasferimento e della cessione del contratto di lavoro, in assenza di consenso, tenuto conto del pregiudizio che puo’ derivargli dalla sostituzione del precedente datore di lavoro con un altro eventualmente meno solvibile e non in grado di assicurargli le stesse garanzie in tema di stabilita’ e continuita’ del rapporto di lavoro. Ne’ questo interesse e’ escluso dalla solidarieta’ del cedente e del cessionario stabilita’ dall’articolo 2112 cpv cod. civ., la quale ha per oggetto solo i crediti che il lavoratore aveva ai tempo del trasferimento e non anche quelli futuri.

Con il secondo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’articolo 155 c.p.c. e degli articoli 2112 e 2967 c.c.; nonche’ l’Insufficiente motivazione circa la mancata appartenenza dei lavoratori al preteso ramo ceduto.

Il motivo appare infondato. Questa Corte ha piu’ volte affermato che per ramo d’azienda, ai sensi dell’articolo 2112 cod. civ. (sia nel testo anteriore, sia in quello modificato, in applicazione della Direttiva CE n. 50/98, dal Decreto Legislativo 2 febbraio 2001, n. 18, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame), come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entita’ economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identita’. Il che presuppone una preesistente realta’ produttiva autonoma e funzionalmente esistente, e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione dei trasferimento, o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volonta’ dell’imprenditore e non dall’inerenza dei rapporti di lavoro ad un ramo di azienda gia’ costituito (v. Cass. G aprile 2006, n. 8017; Cass. 1 febbraio 2008 n. 2489 nonche’, in controversie pressoche’ analoghe alla presente, sempre relative a cessione di rami d’azienda da (OMISSIS) S.p.A. a (OMISSIS) S.p.A., Cass. 4 dicembre 2012 n. 21711; Cass. 2 settembre 2013 n. 20095; Cass. 3 ottobre 2013 n. 22627; Cass. 4 ottobre 2013 n. 22742, cass. n. 9949/2014). Ne discende che si applica la disciplina dettata dall’articolo 2112 c.c., anche in caso di cessione di parte dello specifico settore aziendale, purche’ si tratti di un Insieme organicamente finalizzato ex ante all’esercizio dell’attivita’ di impresa, con autonomia funzionale di beni e strutture gia’ esistenti al momento del trasferimento, e dunque non solo teorica o potenziale La recente sentenza della Corte di giustizia UE 6 marzo 2014 n. O-458/12 conferma quanto detto. Da essa risulta infatti che: a) non si ha trasferimento di ramo d’azienda qualora il ramo non preesista alla cessione (dispositivo, n. 1; considerato n. 321; b) in tal caso spetta all’ordinamento nazionale di garantire il lavoratore (dispositivo, n. 1; considerato n. 39).

In presenza dei presupposti sopra indicati, si considerano fare parte del ramo d’azienda anche i dipendenti che prestano la loro attivita’ per la produzione di beni e servizi del ramo, e quindi anche i loro rapporti vengono trasferiti dal cedente ai cessionario, ai sensi dell’articolo 2112 c.c. senza necessita’ di un loro consenso, resta fermo, tuttavia, che il lavoratore puo’ far valere in giudizio la non configurabilita’ del trasferimento di un ramo d’azienda nell’ipotesi in cui manchino i presupposti previsti dalla legge e, quindi, l’inefficacia della cessione del contratto di lavoro in assenza del suo consenso, tenuto conto del pregiudizio che puo’ derivargli da una cessione operata ad un soggetto non solvibile e che comunque non gli assicuri la continuita’ del rapporto.

Ora alla luce di tali considerazioni di diritto non vi e’ alcun dubbio che gravava sulla (OMISSIS) l’obbligo di dimostrare che i lavoratori ricorrenti in primo grado appartenessero al ramo ceduto gia’ precedentemente al momento del trasferimento del preteso ramo d’azienda, posto che la citata giurisprudenza richiede che l’autonomia funzionale ed organizzativa preesista, rispetto al momento della cessione e che quindi tutti gli elementi che definiscono tale autonomia, compreso anche l’essenziale componente del “capitale umano” impegnato nel ramo, siano gia’ sussistenti al momento in cui il ramo in questione e’ stato ceduto. Ora la Corte territoriale, in esito ad una complessa istruttoria, ha escluso che i lavoratori ricorrenti in primo grado, avessero in qualche modo lavorato in quei settori che – secondo la (OMISSIS) – sarebbero poi stati accorpati nel preteso ramo ceduto. La Corte territoriale indica chiaramente le ragioni di tale convincimento posto che sono state ritenute insufficienti le dichiarazioni testimoniali che dovevano confermare la tesi della societa’ appellante; stante la loro genericita’. La Corte ha poi sottolineato che i ricorrenti avevano dedotto-contestando le affermazioni delle (OMISSIS) che presso la Gisp di (OMISSIS) avevano svolto specifici compiti che non erano riconducibili ai settori poi coinvolti dalla cessione e che non era stata offerta alcuna prova in senso contrario. La motivazione appare pertanto congrua e logicamente coerente, mentre le censure sono di merito, inammissibili in questa sede in quanto dirette ad una “rivalutazione del fatto” e non sono rispettose del principio di autosufficienza del ricorso in cassazione in quanto si riportano le dichiarazioni rese da due testi ma solo per stralcio senza pero’ riportare l’insieme delle testimonianze e senza peraltro neppure adeguatamente contestare quanto affermato in sentenza circa la genericita’ di tali dichiarazioni. Secondo parte ricorrente l’intero reparto Gisp di (OMISSIS) sarebbe stato trasferito, ma la Corte di appello sul punto ha osservato che non emergevano elementi per ritenere che le attivita’ specificamente svolte dai lavoratori presso il Gisp fossero stati coinvolti nell’atto di trasferimento. Circa le ulteriori doglianze le stesse appaiono ininfluenti; anche a dare per ammesso che con l’atto di cessione possano essere trattenute in capo alla cedente alcuni funzioni o alcuni lavoratori, qui si sta discutendo di un’altra situazione e cioe’ della cessione del contratto di lavoro di soggetti che non appartenevano in realta’ al ramo ceduto.

Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite, da distrarsi – liquidate come al dispositivo – seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’ che si liquidano in euro 100,00 per spese, nonche’ in euro 4000,00 per compensi oltre accessori, da distrarsi in favore dell’avv.to (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 22 maggio 2014, n. 11395. La disposizione dell’art. 2103 c.c. sulla disciplina delle mansioni e sul divieto di declassamento va interpretata alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello del lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che, nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti, tra l’altro, interventi di ristrutturazione aziendale, l’adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte senza modifica del livello retributivo, non si pone in contrasto con il dettato del codice civile


 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

sentenza 22 maggio 2014, n. 11395

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STILE Paolo – Presidente -

Dott. DE RENZIS Alessandro – rel. Consigliere -

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere -

Dott. LORITO Matilde – Consigliere -

Dott. GHINOY Paola – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 50, presso lo studio dell’Avv. COSSU BRUNO, che lo rappresenta e difende, unitamente e disgiuntamente, con l’Avv. CARTA ATTILIO del foro di Trento per procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

COMUNE DI BASELGA DI PINE’, in persona del Sindaco pro tempore A. S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Cassiodoro 19, presso lo studio dell’avv.to Calò Maurizio che lo rappresenta e difende all’avv. Totino Carlo, unitamente e disgiuntamente, come da procura a margine del controricorso;

- controricorrente -

per la cassazione della sentenza n. 29/08 della Corte di Appello di Trento del 21.08.2008/18.09.2008 (R.G. n. 16 anno 2008);

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 1.04.2014 dal Cons. Dott. DE RENZIS ALESSANDRO;

udito l’Avv. COSSU BRUNO per il ricorrente;

udito l’Avv. MAURIZIO CALO’ per il controricorrente;

sentito il P.M., in persona del Sost. Proc. Gen. Dott. Celeste Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Trento con sentenza n. 29 del 21.01.2008, decidendo sul ricorso proposto da B.S. nei confronti del COMUNE di BASELGA DI PINE’, così provvedeva:

- rigettava le domande del ricorrente con riferimento al periodo gennaio-febbraio 2004, non essendo stato provato il demansionamento;

- accertava che per effetto della riorganizzazione degli uffici comunali, disposta con Delib. n. 11 del 2004, il ricorrente si era visto assegnare, in violazione della tutela prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma 1, mansioni (come responsabile dell’Ufficio speciale gestione strutture) non equivalenti a quelle di assunzione (capo ufficio tecnico-urbanistico);

- condannava il Comune convenuto a reintegrare il ricorrente nelle mansioni equivalenti, secondo la classificazione professionale vigente, a quelle di assunzione e a risarcirgli danni subiti per il demansionamento nella misura di Euro 23.500,00, oltre accessori, con esclusione del danno biolo-gico e morale.

2. La Corte di Appello di Trento, investita con gravame del Comune anzidetto, con sentenza n. 29 del 2008 ha riformato la decisione di primo grado, rigettando il ricorso originario del B.

La Corte ha escluso nel caso di specie l’esistenza di un demansionamento del B., in quanto, a fronte della comprovata inefficienza degli uffici comunali, era stato compiuto lo sforzo di affidare ad un esperto uno studio approfondito della situazione e, all’esito di tale indagine, erano stati adottati dall’ente locale i rimedi apparsi opportuni, con la conseguente creazione di una Area Tecnica e di un Ufficio specializzato in materia di gestione dei beni comunali.

Era avvenuta, dunque, una nuova ripartizione di materie e di compiti e si era giudicato opportuno affidare alcune materie specifiche alla competenza esclusiva del B., materie che, seppure non coprivano tutto il raggio del preesistente Ufficio Tecnico, erano tuttavia di grande rilevanza (come la realizzazione dello Stadio del ghiaccio e la prospettiva di nuovi lavori relativi alla copertura) e, in ogni caso, rientranti nelle originarie mansioni attribuite in origine allo stesso B.

Per contro, ha aggiunto la Corte territoriale, le ulteriori competenze del preesistente Ufficio Tecnico erano state fatte rientrare nell’ambito dell’Area Tecnica, cui era stato preposto un soggetto particolarmente qualificato.

3. Contro la sentenza di appello ricorre per cassazione il B. affidandosi a tre motivi, illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Resiste il Comune di Baselga di Pinè.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo del ricorso viene dedotta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52, con riferimento all’art. 41 Cost.

Al riguardo viene contestato al giudice di appello di avere posto in modo non corretto a fondamento della propria decisione la richiamata norma costituzionale, facendo rientrare nel suo ambito il potere discrezionale del datore di lavoro di modificare anche in peius l’inquadramento delle mansioni di un lavoratore e non considerando che la dequalificazione incontra un limite nell’art. 2013 c.c., che tutela i diritti dei lavoratori di pari livello costituzionale (si fa riferimento a Cass. n. 4370 del 2005).

Il motivo è infondato.

L’impostazione della Corte territoriale è conforme alla giurisprudenza di questa Corte (cfr Cass, n. 8596 del 5 aprile 2007; Cass. n. 5285 del 2007), secondo la quale la disposizione dell’art. 2103 c.c. sulla disciplina delle mansioni e sul divieto di declassamento va interpretata alla stregua del bilanciamento del diritto del datore di lavoro a perseguire un’organizzazione aziendale produttiva ed efficiente e quello di lavoratore al mantenimento del posto, con la conseguenza che, nei casi di sopravvenute e legittime scelte imprenditoriali, comportanti, tra le altre, ristrutturazioni aziendali, l’adibizione del lavoratore a mansioni diverse, ed anche inferiori, a quelle precedentemente svolte, restando immutato il livello retribuivo, non si pone in contrasto con il dettato del Codice Civile.

Nel caso di specie la Corte territoriale ha dato conto, in modo adeguato e coerente, dell’indeffettibilità ed improcrastinabilità della riorganizzazione degli uffici del Comune di Baselga di Pinè, evidenziando, come già detto, che all’esito di indagine affidata ad esperto, erano stati adottati dall’ente locale i rimedi apparsi opportuni per fronteggiare le manchevolezze riscontrate nell’Ufficio Tecnico, di cui era responsabile il B., con la conseguente creazione di una Area Tecnica e di un Ufficio specializzato in materia di gestione dei beni comunali. In tal modo si erano concretizzate le comprovate esigenze tecnico-produttive che legittimavano lo ius variandi (cfr Cass. SU. n. 8740 del 4 aprile 2008 in fattispecie analoga di modifica di organico comunale con privazione del dipendente del posto di capo del settore tecnico in conseguenza della creazione ex novo di un posto di tecnico laureato).

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo, riguardante il giudizio di equivalenza espresso dalla Corte di Appello tra le mansioni di assunzione e quelle rimaste al ricorrente a seguito della ristrutturazione dell’attività dell’ufficio tecnico (Delib. Giunta n. 11 dell’11 febbraio 2004 e decreto sindacale n. 1 del 7 luglio 2004).

In particolare il B. lamenta la mancata effettuazione di raffronto – sotto il profilo qualitativo e quantitativo – tra le mansioni, originariamente attribuitegli all’atto dell’assunzione, e quelle risultanti dalla riorganizzazione degli uffici comunali.

Sul punto la Corte territoriale, con motivazione immune da vizio logico/formali e corretta sotto il profilo giuridico, ha in modo sufficiente spiegato, come già detto, le ragioni, che, nel caso concreto, portavano ad escludere l’esistenza da un demansionamento.

La Corte in particolare ha osservato che la diversa ripartizione delle materie e dei compiti correlata alla nascita di una Area Tecnica aveva comportato l’affidamento al B. della responsabilità di un nuovo comparto (Progetto speciale gestione strutture), che, seppure non copriva tutto il raggio di azione delle competenze dell’originario Ufficio Tecnico, risultava di grande rilevanza, come ad esempio la gestione dello stadio del ghiaccio, rientrante, comunque, nelle mansioni in relazione alle quali il ricorrente era stato inizialmente assunto.

3. Con il terzo motivo del ricorso viene denunciato vizio di motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, con riguardo alla collocazione gerarchica del lavoratore prima e dopo la riorganizzazione dell’ufficio tecnico. Il B. rivolge in particolare la propria contestazione contro la sentenza impugnata, laddove afferma che egli avrebbe addirittura perso la subordinazione rispetto al segretario comunale, come ammesso nello stesso ricorso introduttivo, e dopo la riorganizzazione degli uffici comunali avrebbe conservato parte delle mansioni per cui era stato assunto, svolgendole in maniera autonoma e indipendente. Al contrario, rileva il B., egli si è trovato collocato (privato del proprio ufficio e dei collaboratori) alle dipendenze del nuovo responsabile dell’Area Tecnica (dott.ssa L.T.).

Il motivo, che può essere letto anche in relazione alle precedenti censure, è anche esso infondato, avendo la Corte territoriale spiegato come, a seguito della riorganizzazione degli uffici comunali, il B. si trovò a svolgere parte delle mansioni in posizione di autonomia ed indipendenza, riferendo direttamente al Sindaco e quindi, diversamente dal passato, sottraendosi al controllo gerarchico del Segretario comunale.

Così ricostruita la nuova posizione del B., non trova spazio la doglianza circa l’affidamento del ruolo apicale dell’Area Tecnica ad altra dipendente (la L.), in quanto costei godeva di referenze maggiori o, comunque, era stata ritenuta più adatta al nuovo ruolo.

4. In conclusione il ricorso è destituito di fondamento e va rigettato.

Ricorrono giustificate ragioni, attesa la natura e la particolarità della controversia, per compensare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 1° aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 22 maggio 2014.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 3 aprile 2014, n. 7818. La prova del danno da demansionamento è esclusa che in sia “in re ipsa”, dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova.


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 3 aprile 2014, n. 7818 

Svolgimento del processo

Con sentenza del 22/6/2010 la Corte d’Appello di Firenze ha condannato il Ministero della Difesa a pagare a F.A. , dipendente del Ministero con inquadramento nella VI q.f., Euro 25.000.00 a titolo di risarcimento del danno per l’illegittima dequalificazione subita dalla lavoratrice a seguito del passaggio dalla sezione contratti alla sezione matricola e poi da quest’ultima alla sezione servitù militari svolgendo mansioni poco più che esecutive.
La Corte ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità aveva ribadito la necessità che del danno fosse data la prova e che fosse indicato con specifiche deduzioni; che tuttavia occorreva tenere conto dell’esistenza di beni tutelabili e protetti ex art. 41 Cost. e art. 2087 cc rispetto ai quali la verificazione di un danno non era elemento costitutivo poiché l’ordinamento tutelava in sé alcuni valori fondamentali della persona, quali la dignità del lavoro, la libertà di espressione, la libertà di associazione e che in tali casi il danno si identificava con la lesione medesima, come era avvenuto nel caso in esame.
La Corte territoriale ha poi quantificato in Euro 10.000.00 il danno biologico; inoltre, valutata la particolare gravità della dequalificazione e della sua notevole durata e tenuto conto del pregiudizio esistenziale e della lesione della dignità del lavoratore, ha determinato il danno nel suo complesso in Euro 25.000,00.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione il Ministero della Difesa formulando tre motivi Si costituisce la F. con controricorso con ricorso incidentale.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 112 cpc, e dell’art. 345, 1 comma, cpc.
Rileva che il Tribunale aveva escluso la risarcibilità del danno esistenziale non essendovi stata alcuna a negazione specialmente nelle conclusioni nelle quali la ricorrente aveva chiesto solo il danno a titolo di danno biologico e morale; che il danno esistenziale era stato legato nel ricorso solo al mobbing e che nelle conclusioni non era stato richiesto il danno esistenziale. Rileva che. pertanto, la Corte d’Appello aveva violato il principio della corrispondenza del chiesto e pronunciato.
Con il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 2697 cc nel combinato disposto degli artt. 1218,1223 e 2087 cc.
Censura la sentenza nella parte in cui ha proceduto alla liquidazione del danno esistenziale ritenendolo sussistente ex se ogniqualvolta sia lesa l’integrità psico-fisica del lavoratore senza che il danneggiato debba dedurre o provare le ricadute della lesione nella vita di relazione.
Con il terzo motivo denuncia motivazione insufficiente in ordine alla condanna dell’amministrazione al risarcimento del danno esistenziale e contraddittoria in quanto, dopo avere richiamato la giurisprudenza di questa Corte circa la necessità che del danno sia data prova e che non vi siano duplicazioni delle voci di danno aveva poi condannato l’amministrazione al risarcimento del danno esistenziale cumulandolo al danno biologico.
I motivi, stante la loro stretta connessione, vanno esaminati congiuntamente.
Le censure formulate dal Ministero circa la mancanza di una domanda di liquidazione del danno esistenziale devono essere respinte considerato che nel ricorso introduttivo la F. , dopo aver lamentato la crisi ansioso depressiva che l’aveva colpita a seguito del demansionamento e della condotta mobizzante di cui era stata vittima, e dopo aver esposto che detta situazione può dar luogo, oltre al danno biologico, al danno esistenziale,alla vita di relazione ed a danno morale, aveva chiesto l’integrale risarcimento dei danni. Pur dovendosi rilevare la genericità ed imprecisione della domanda dal tenore complessivo della stessa si evince una domanda di risarcimento integrale anche dei danni non patrimoniale tra i quali devono essere compresi il danno morale ed esistenziale.
Il secondo ed il terzo motivo di censura devono invece essere accolti.
La Corte territoriale ha precisato, in definitiva, che il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia e onnicomprensiva nella cui liquidazione il giudice deve tener conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di diverse categorie autonomamente valutabili per pregiudizi identici.
La Corte d’appello ha, poi, affermato che “non sfugge al collegio che la giurisprudenza di legittimità – compresa quella da ultimo formatasi con l’intervento delle Sezioni Unite del 2008 – ha ribadito la necessità che del danno sia data la prova e che esso sia indicato con specifiche deduzioni; che in definitiva non vi sarebbe ingresso alla struttura del danno – evento, ma solo a quella del danno-conseguenza”. Fatta tale precisazione la Corte d’appello ha, tuttavia, affermato che “tali categoria sistematiche…..non tengono conto dell’esistenza di beni tutelabili e protetti ex art. 41 Cost. e 2087 cc (quali quelli afferenti la sfera della personalità morale del lavoratore) rispetto ai quali la verificazione di un danno conseguenza non è elemento costitutivo, poiché l’ordinamento tutela in se alcuni valori fondamentali della persona quali la dignità del lavoro, la libertà di espressione, la libertà di associazione, ecc…… il danneggiato non deve dedurre ed offrire alcuna prova delle concrete ricadute della lesione nella vita di relazione presumendosi che una certa diminuzione di capacità comporti una limitazione alla vita personale e sociale”.
Le affermazioni della Corte territoriale non possono essere accolte.
Esse contrastano con i principi affermati da questa Corte che lo stesso giudice di merito ha richiamato ritenendo, però, di non doverne fare applicazione nel caso in esame. Pur dovendosi rilevare che per quanto attiene alla prova del danno, le SS.UU del 2008 (n. 26972), richiamate dalla stessa Corte territoriale, hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, deve, tuttavia, escludersi che il danno,sia “in re ipsa” (nello stesso senso Cass. SU n. 6572 del 24 marzo 2006),dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova.
Il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio. La Corte territoriale non si è attenuta a detti principi.
Con il ricorso incidentale la F. denuncia vizio di motivazione per non avere la Corte esaminato il motivo d’appello con cui lamentava l’erroneità del calcolo delle somme dovute a titolo di risarcimento del danno biologico nonché quello con cui lamentava il mancato rimborso delle spese sostenute per la consulenza tecnica di parte.
È denunciata, come vizio di motivazione, l’omessa pronuncia, da parte del giudice d’appello, su alcuni dei motivi di gravame.
Deve rilevarsi, a riguardo, che costituisce giurisprudenza consolidata di questa Corte il principio secondo cui l’omessa pronuncia su alcuni dei motivi d’appello, risolvendosi nella violazione della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, integra un difetto di attività del giudice di secondo grado, che deve essere fatto valere dal ricorrente non con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale ex art. 360 n. 3 cpc o del vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 cpc, in quanto siffatte censure presuppongono che il giudice di merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente non corretto ovvero senza giustificare (o non giustificando adeguatamente) la decisione al riguardo resa, ma attraverso la specifica deduzione del relativo “error in procedendo” – ovverosia della violazione dell’art. 112 cpc, in relazione all’art. 360 n. 4 cpc – la quale soltanto consente alla parte di chiedere e al giudice di legittimità – in tal caso anche giudice del fatto processuale – di effettuare l’esame altrimenti precluso, degli atti del giudizio di merito e, così, anche dell’atto di appello. La mancata deduzione del vizio nei termini indicati. evidenziando il difetto di identificazione del preteso errore del giudice del merito e impedendo il riscontro ex actis dell’assunta omissione, rende, pertanto, inammissibile il motivo. (cfr Cass. n. 28716/2011, n. 1755/2006, n. 1196/2007)
In conclusione, pertanto, la sentenza deve essere cassata in relazione ai motivi accolti ed il giudizio rimesso alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio, che procederà ad un nuovo esame della domanda di liquidazione del risarcimento del danno non patrimoniale.

P.Q.M.

la Corte, riunisce i ricorsi, accoglie il secondo ed il terzo motivo del ricorso principale, rigetta il primo ed il ricorso incidentale;
cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese del presente giudizio alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 gennaio 2014, n. 796. Il diritto a percepire una retribuzione commisurata alle mansioni effettivamente svolte in ragione dei principi di rilievo costituzionale e di diritto comune non è dunque condizionato all’esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l’assegnazione. Le uniche ipotesi in cui può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore dovrebbero essere circoscritte ai casi in cui l’espletamento di mansioni superiori sia avvenuto all’insaputa o contro la volontà dell’ente (invito o proibente domino) oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

 sentenza 16 gennaio 2014, n. 796 

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale di Larino, C.A. , dipendente della ASL n. X Basso Molise con qualifica di “infermiere generico”, esponeva di avere lavorato presso l’U.O. dell’Ambulatorio di Cardiologia svolgendo dal marzo 2002 al gennaio 2006, epoca del suo pensionamento, attività riconducibili al profilo di “infermiere professionale”. In ragione di ciò, agiva per ottenere la condanna della ASL a corrisponderle le differenze tra il trattamento economico percepito e quello spettante per lo svolgimento delle mansioni superiori, a norma del d.lgs. 165/2001, art. 52.
In primo grado la domanda veniva respinta, in quanto il Tribunale aderiva alla prospettazione della ASL secondo cui la lavoratrice non aveva dimostrato l’esistenza di un provvedimento di assegnazione alle mansioni del superiore profilo professionale e ciò costituiva una ragione assorbente per escludere il diritto alle differenze economiche rivendicate.
A seguito di gravame interposto dalla lavoratrice, la Corte di appello di Campobasso, accertato che l’appellante aveva effettivamente svolto in modo ordinario e continuativo attività propria della qualifica di infermiere professionale, accoglieva la domanda, ritenendo irrilevante la mancanza di un formale atto di assegnazione.
Tale sentenza è ora impugnata dalla Asl n. X Basso Molise in liquidazione, che propone ricorso affidato a quattro motivi. Resiste C.A. con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

Con i primi due motivi si denuncia violazione e falsa applicazione del d.lgs. 3 febbraio 1993 n. 29, art. 56; del d.lgs. n. 387 del 1998, art. 15; del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52, nonché dei CCNL 1998/2001, art. 28, e CCNL 2002/2005, art. 36, nonché vizio di motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.) per avere i giudici di appello erroneamente interpretato ed applicato alla fattispecie i principi enunciati nella sentenza n. 25837 del 2007 delle Sezioni Unite. Questa aveva riguardato l’esercizio di mansioni superiori conferite con atto illegittimo, ma non l’ipotesi di svolgimento di fatto di mansioni radicalmente prive di un provvedimento di conferimento; la pretesa di assimilare le due ipotesi non ha fondamento normativo, atteso che il d.lgs. n. 165 del 2001, art. 52, comma quinto, nel disporre che “….è nulla l’assegnazione del lavoratore a mansioni proprie di una qualifica superiore, ma al lavoratore è corrisposta la differenza di trattamento economico con la qualifica superiore”, pone una imprescindibile relazione tra il diritto al trattamento economico per l’esercizio di mansioni superiori e l’attribuzione di queste mediante un provvedimento di “assegnazione”.
Con il terzo e il quarto motivo si censura la sentenza per violazione e falsa applicazione del d.p.r. 14 marzo 1974 n. 225, art. 6; del d.m. 14 settembre 1994, n. 379; del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, art. 6; della legge 10 agosto 2000, n. 251 del c.c.n.l. 7 aprile 1999, art. 18, comma quinto, nonché per vizio di motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ.), per avere la Corte territoriale omesso di considerare che, ai sensi dell’art. 6 del d.p.r. 14 marzo 1974, n. 225, l’infermiere professionale – a differenza di quello generico – svolge la prestazione lavorativa con autonomia professionale e che, ai sensi del d.m. 14 settembre 1994, n. 379, tale figura professionale deve essere in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, tutti requisiti dei quali la C. era priva. La Corte di appello aveva pure trascurato di considerare che l’istruttoria testimoniale non aveva fornito alcuna prova in merito al livello di autonomia e di responsabilità con cui l’attuale intimata svolse le mansioni nel periodo interessato dal giudizio; di conseguenza, non poteva dirsi integrato il presupposto cui è condizionato il riconoscimento del trattamento economico proprio del superiore livello professionale.
I primi due motivi, che possono esaminarsi congiuntamente poiché il denunciato vizio di motivazione investe in effetti solo una questione di diritto – quella della illegittima equiparazione tra mansioni svolte in forza di un provvedimento di conferimento e mansioni svolte in via di fatto -, sono destituiti di fondamento.
Il D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, art. 56, ora D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 52, pur nelle varie formulazioni susseguitesi nel tempo, recependo una costante norma del pubblico impiego, esclude che dallo svolgimento delle mansioni superiori possa conseguire l’automatica attribuzione della qualifica superiore. Quanto invece al divieto di corresponsione della retribuzione corrispondente alle mansioni superiori, previsto dall’indicato art. 56, comma 6 nella sua originaria formulazione (D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29), trattasi di disposizione soppressa dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15, con efficacia retroattiva, atteso che la modifica del comma sesto ultimo periodo, disposta dalla nuova norma, è una disposizione di carattere transitorio, non essendo formulata in termini atemporali, come avviene per le norme ordinarie, ma con riferimento alla data ultima di applicazione della norma stessa e quindi in modo idoneo a incidere sulla regolamentazione applicabile all’intero periodo transitorio; la portata retroattiva della disposizione risulta peraltro conforme alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che ha ritenuto l’applicabilità anche nel pubblico impiego dell’art. 36 Cost., nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato, nonché alla conseguente intenzione del legislatore di rimuovere con la disposizione correttiva una norma in contrasto con i principi costituzionali (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 91/2004, 18286/2006; 9130/2007; da ultimo, Cass. n. 12193 del 2011). Nell’interpretazione fornita dalle Sezioni Unite della Corte con la sentenza n. 25837 del 2007, la suddetta norma va intesa nel senso che l’impiegato cui sono state assegnate, al di fuori dei casi consentiti, mansioni superiori ha diritto, in conformità alla giurisprudenza della Corte costituzionale (tra le altre, sentenze n. 908 del 1988; n. 57 del 1989; n. 236 del 1992; n. 296 del 1990), ad una retribuzione proporzionata e sufficiente ai sensi dell’art. 36 Cost.; tale norma deve trovare integrale applicazione – senza sbarramenti temporali di alcun genere pure nel pubblico impiego privatizzato, sempre che le mansioni superiori assegnate siano state svolte, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, nella loro pienezza, e sempre che, in relazione all’attività spiegata, siano stati esercitati i poteri ed assunte le responsabilità correlate a dette superiori mansioni (v. pure Cass. n. 23741 del 17 settembre 2008 e molte altre successive; tra le più recenti, Cass. n. 4382 del 23 febbraio 2010).
Né la portata applicativa del principio è da intendere come limitata e circoscritta al solo caso in cui le mansioni superiori vengano svolte in esecuzione di un provvedimento di assegnazione, ancorché nullo; le Sezioni Unite (cfr. Cass. n. 27887 del 2009, che richiama Cass., Sez. Un., 11 dicembre 2007 n. 25837 cit.), sulla base dei principi espressi dalla Corte Costituzionale, hanno rilevato come l’obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato prescinda dalla eventuale irregolarità dell’atto o dall’assegnazione o meno dell’impiegato a mansioni superiori e come il mantenere, da parte della pubblica amministrazione, l’impiegato a mansioni superiori, oltre i limiti prefissati per legge, determini una mera illegalità, che però non priva il lavoro prestato della tutela collegata al rapporto – ai sensi dell’art. 2126 c.c. e, tramite detta disposizione, dell’art. 36 Cost. – perché non può ravvisarsi nella violazione della mera legalità quella illiceità che si riscontra, invece, nel contrasto “con norme fondamentali e generali e con i principi basilari pubblicistici dell’ordinamento”, e che, alla stregua della citata norma codicistica, porta alla negazione di ogni tutela del lavoratore (Corte Cost. 19 giugno 1990 n. 296 attinente ad una fattispecie riguardante il trattamento economico del personale del servizio sanitario nazionale in ipotesi di affidamento di mansioni superiori in violazione del disposto del D.P.R. n. 761 del 1979, art. 29, comma 2). La Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato l’applicabilità anche al pubblico impiego dell’art. 36 Cost. nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato, non ostando a tale riconoscimento, a norma dell’art. 2126 c.c., l’eventuale illegittimità del provvedimento di assegnazione del dipendente a mansioni superiori rispetto a quelle della qualifica di appartenenza (cfr. Corte Cost. sent n. 57/1989, n. 296/1990, n. 236/1992, n. 101/1995, n. 115/2003, n. 229/2003). Neppure il principio dell’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni mediante pubblico concorso è incompatibile con il diritto dell’impiegato, assegnato a mansioni superiori alla sua qualifica, di percepire il trattamento economico della qualifica corrispondente, giusta il principio di equa retribuzione sancito dall’art. 36 Cost. (Corte Cost. 27 maggio 1992 n. 236).
Neppure vale a contrastare tale principio la possibilità di abusi conseguenti al riconoscimento del diritto ad un’equa retribuzione ex art. 36 Cost. al lavoratore cui vengano assegnate mansioni superiori al di fuori delle procedure prescritte per l’accesso agli impieghi ed alle qualifiche pubbliche, perché “il cattivo uso di assegnazione di mansioni superiori impegna la responsabilità disciplinare e patrimoniale (e sinanche penale qualora si finisse per configurare un abuso di ufficio per recare ad altri vantaggio) del dirigente preposto alle gestione dell’organizzazione del lavoro, ma non vale di certo sul piano giuridico a giustificare in alcun modo la lesione di un diritto di cui in precedenza si è evidenziata la rilevanza costituzionale” (in tal senso, S.U., sent. n. 25837 del 2007, cit.).
Il diritto a percepire una retribuzione commisurata alle mansioni effettivamente svolte in ragione dei principi di rilievo costituzionale e di diritto comune non è dunque condizionato all’esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l’assegnazione. Le uniche ipotesi in cui può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore dovrebbero essere circoscritte ai casi in cui l’espletamento di mansioni superiori sia avvenuto all’insaputa o contro la volontà dell’ente (invito o proibente domino) oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente (cfr. Cass. n. 27887 del 2009).
In proposito, la Corte costituzionale ha osservato (n. 101 del 1995) che il potere attribuito al dirigente preposto all’organizzazione del lavoro di trasferire temporaneamente un dipendente a mansioni superiori per esigenze straordinarie di servizio è un mezzo indispensabile per assicurare il buon andamento dell’amministrazione; la spettanza al lavoratore del trattamento retributivo corrispondente alle funzioni di fatto espletate è un precetto dell’art. 36 Cost., la cui applicabilità all’impiego pubblico non può essere messa in discussione (cfr. sentenza n. 236 del 1992). L’astratta possibilità di abuso di tale potere e delle sue conseguenze economiche, nella forma di protrazioni illegittime dell’assegnazione a funzioni superiori, non è evidentemente un argomento che possa giustificare una restrizione dell’applicabilità del principio costituzionale di equivalenza della retribuzione al lavoro effettivamente prestato. Se fosse dimostrato che nel caso concreto l’assegnazione del dipendente a mansioni superiori è avvenuta con abuso d’ufficio e con la “connivenza” del dipendente, lo stesso art. 2126 cod. civ. imporrebbe al giudice di respingere la pretesa di quest’ultimo.
È stato così superato il rilievo, del giudice remittente, secondo cui questi limiti non basterebbero ad evitare che l’art. 2126 cod. civ., per il tramite dell’art. 2129, diventi nel pubblico impiego fonte di abusi e di favoritismi nella forma di avanzamenti di carriera di fatto, prestandosi “ad essere strumentalizzato quale grimaldello per stabilire e/o indurre connivenze tra chi ha il potere di mantenere l’assegnazione di fatto del dipendente a mansioni superiori, con tutti i conseguenti vantaggi economici, e quest’ultimo”. Il Giudice delle leggi, nel respingere tale rilievo di incostituzionalità dell’art. 2129 cod. civ., nella parte in cui prevede l’applicabilità dell’art. 2126 nel settore del pubblico impiego, ha fornito una chiara indicazione interpretativa, mettendo in rilievo come l’art. 2126 cod. civ., insieme con l’art. 2103 cod. civ., costituisca “un’applicazione ante litteram del principio, sancito dall’art. 36 Cost., che attribuisce al lavoratore il diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato, indipendentemente dalla validità del contratto di assunzione o, rispettivamente, del provvedimento di assegnazione a mansioni superiori a quelle di assunzione, esclusi i casi di nullità per illiceità dell’oggetto o della causa” (sent. n. 101 del 1995, cit.).
In altra pronuncia, vertente in un caso si assegnazione di fatto di un sanitario alle mansioni superiori in mancanza di un provvedimento formale di incarico, della Corte costituzionale (sent. n. 57 del 1989) ha escluso che la mancanza della condizione formale potesse ostacolare l’accoglimento della domanda, osservando che l’adibizione temporanea a mansioni superiori per esigenze di servizio non da diritto a variazioni di trattamento economico (cioè rientra nei doveri di ufficio del sanitario) “solo entro il limite temporale massimo ivi indicato (….), onde il suo prolungamento oltre tale limite produce al datore di lavoro un arricchimento ingiustificato, che alla stregua dell’art. 36 della Costituzione, direttamente applicabile, determina l’obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente nella misura corrispondente alla qualità del lavoro effettivamente prestato”, e che non può escludersi l’accoglimento della domanda per difetto di un provvedimento formale di assegnazione interinale alle mansioni inerenti al posto vacante, in quanto “la mancanza di questa condizione formale è supplita dal principio della prestazione di fatto di cui all’art. 2126 cod. civ., applicabile anche ai rapporti di pubblico impiego”. La prestazione ulteriore di lavoro in tali mansioni produce al datore un arricchimento senza causa, che alla stregua dell’art. 36, primo comma, Cost., direttamente applicabile, comporta l’obbligazione di adeguare il trattamento economico del dipendente alla natura del lavoro effettivamente prestato (Corte cost. ord. n. 908 del 1988).
Nel caso di specie, non ricorre alcuno dei presupposti che – alla stregua dei principi sopra esposti e qui pienamente condivisi e ribaditi – avrebbe potuto giustificare l’esclusione del diritto dell’attuale intimata alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato – e del correlativo obbligo dell’Amministrazione di integrare il trattamento economico della dipendente nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato -, non risultando nemmeno prospettato da parte convenuta in primo grado che l’espletamento di mansioni superiori avvenne all’insaputa o contro la volontà dell’Azienda (invito o proibente domino), né risultando allegata altra specifica causa di esclusione, nel senso sopra chiarito.
Il terzo e il quarto motivo sono inammissibili.
Nella sentenza impugnata non risultano in alcun modo trattate le questioni, oggetto del terzo motivo di ricorso, vertenti sul possesso di requisiti per l’esercizio dell’attività di infermiere professionale. Qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. 12 luglio 2005 n. 14599 e n. 14590; n.25546 del 30 novembre 2006; n. 4391 del 26 febbraio 2007; n. 20518 del 28 luglio 2008; n. 5070 del 3 marzo 2009). La ASL ricorrente non ha indicato come le questioni sarebbero state introdotte in giudizio.
Quanto poi all’ulteriore censura riguardante le modalità di svolgimento delle mansioni superiori e la denunciata carente motivazione circa l’asserito difetto di prova in ordine all’effettiva assunzione, da parte della C. , del livello di responsabilità e del grado di autonomia corrispondenti al profilo di infermiere professionale, è sufficiente osservare che la sentenza impugnata, nel respingere l’appello incidentale proposto dall’Azienda Sanitaria Locale, ha richiamato le deposizioni testimoniali da cui era emersa la prova dell’esercizio “in modo ordinario e continuativo” delle superiori mansioni di infermiera professionale; a fronte di ciò l’Azienda ricorrente si è limitata ad affermare apoditticamente che tali testimonianze nulla avrebbero dimostrato in merito ai requisiti costitutivi del diritto azionato.
Va ricordato che il ricorso per cassazione – in ragione del principio di cosiddetta “autosufficienza” – deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito. Pertanto, il controllo della congruità e logicità della motivazione, al fine del sindacato di legittimità su un apprezzamento di fatto del giudice di merito, postula la specificazione da parte del ricorrente – se necessario, attraverso la trascrizione integrale nel ricorso – della risultanza che egli assume decisiva e non valutata o insufficientemente valutata dal giudice, perché solo tale specificazione consente al giudice di legittimità – cui è precluso, salva la denuncia di “error in procedendo”, l’esame diretto dei fatti di causa – di deliberare la decisività della risultanza non valutata, con la conseguenza che deve ritenersi inidoneo allo scopo il ricorso con cui, nel denunciare l’omessa valutazione da parte del giudice di merito di una circostanza decisiva, ci si limiti a rinviare alla prospettazione fatta negli atti di causa (cfr. Cass. n. 6679 del 2006, n. 27197 del 2006, n. 15910 del 2005).
Il ricorso va dunque respinto.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sulla base del d.m. n. 140 del 2012 e delle tabelle ad esso allegate, che si applica alle controversie pendenti alla data della sua approvazione, vanno liquidate in Euro 4.000,00 per compensi professionali e in Euro 100,00 per esborsi, oltre I.V.A. e C.P.A..

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi e in Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 27 novembre 2013, n. 26516. Non vi è demansionamento se dipende da fattori non riconducibili alla volontà datoriale


Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza 27 novembre 2013, n. 26516

Svolgimento del processo

Con sentenza dell’8/2 – 18/2/08 la Corte d’appello di Reggio Calabria ha rigettato l’impugnazione proposta da A.F. avverso la sentenza del giudice del lavoro del Tribunale di Locri che gli aveva respinto la domanda diretta alla condanna della ASL n. X di Locri al risarcimento dei danni professionali e patrimoniali conseguenti al lamentato demansionamento consistito nell’allontanamento, da parte dell’azienda, dalla divisione di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Siderno, in cui aveva operato fino al 1997, e nella sua successiva nomina a dirigente del Dipartimento per la prevenzione e l’età evolutiva, ove di fatto veniva lasciato inoperoso.
La Corte territoriale ha spiegato il rigetto del gravame nei seguenti termini: – L’azienda sanitaria non aveva fatto altro che attuare la delibera n. 9348 del 30/12/96 della Giunta regionale calabrese nel momento in cui, anche in ossequio al disposto di cui all’art. 1, comma 1, della legge 23-12-96 n. 662 sulla soglia minima del tasso di occupazione, aveva soppresso la divisione esistente presso l’ospedale di Siderno per aggregare nella struttura di Locri le due specialità omologhe di ostetricia e ginecologia, operanti in precedenza in distinti ospedali distanti tra loro solo tre chilometri; a decorrere dal 10/9/97 era stato affidato al ricorrente, in qualità di perdente il posto di primario di unità organica soppressa, l’incarico a tempo pieno di dirigente dell’istituito dipartimento per la prevenzione e l’età evolutiva al fine di evitare di attribuirgli qualche altro incarico che avrebbe potuto comportare un suo demansionamento, non essendo possibile impiegarlo in altre divisioni già coperte e richiedenti una diversa professionalità, né tanto meno assegnargli compiti in sottordine; l’istituzione di un modulo di chirurgia vaginale presso il suddetto dipartimento di nuova istituzione, così come richiesta dal ricorrente, avrebbe rappresentato una inutile superfetazione, mentre il fatto che nel dicembre del 2000 si fosse reso vacante il posto di primario presso la divisione di ostetricia e ginecologia dello stesso ospedale di (…) non legittimava il ricorrente ad essere automaticamente chiamato a ricoprire quell’incarico, data la necessità di provvedervi con un bando di concorso, come di fatto avvenuto, o con la procedura di cui all’art. 15 del d.lgs. n. 502/1992.
In definitiva, secondo la Corte di merito, l’inadempimento aziendale lamentato dal lavoratore derivava da causa non imputabile alla parte datoriale, posto che il mancato espletamento dell’attività chirurgica nel settore ostetrico e ginecologico era dovuto all’inevitabile concorso dei suddetti fattori non dipesi dalla volontà della parte obbligata.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso A.F. , il quale affida l’impugnazione a cinque motivi di censura.
Resiste con controricorso l’Azienda Sanitaria Locale n. X di Locri che deposita memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1. Col primo motivo il ricorrente denunzia il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 2103 e 2108 cod. civ., del d.lgs. 20/12/1992 n. 502, relativo al riordino della disciplina sanitaria, nonché dell’art. 27, n. 4, del C.C.N.L. 1998/2001 per la dirigenza medica. Ritiene il ricorrente che in ipotesi di accertato demansionamento, come quello da lui lamentato, non è legittimo escludere, come ha invece fatto la Corte territoriale, la sussistenza di una responsabilità risarcitoria in capo alla parte datoriale in assoluta mancanza di prova che l’inadempimento derivi da causa a quest’ultima non imputabile. Aggiunge il ricorrente che in caso di riorganizzazione dell’ASL ai sensi dell’art. 15 del d.lgs n. 502/1992, in cui è previsto che debbano trovare collocazione tutte le professionalità esistenti, non è legittimamente ipotizzarle un licenziamento per un sanitario dirigente di 2^ livello perdente posto, dal momento che agli ex dirigenti di tale livello sono riservate le strutture complesse, secondo quanto stabilito anche dall’art. 27, n. 4, del ceni della dirigenza medica, e per la stessa ragione non è sostenibile quanto ritenuto dai giudici d’appello in ordine al fatto che in una siffatta ipotesi non poteva esservi altra alternativa alla contestata soluzione adottata.
Il motivo è infondato.
Invero, il quesito di diritto, nel quale sono compendiate le ragioni di doglianza attraverso le quali è stato sviluppato il primo motivo di censura, è formulato in maniera tale da presupporre con certezza un inadempimento dell’azienda sanitaria nell’osservanza degli obblighi datoriali di rispetto della professionalità acquisita del dipendente, mentre i giudici d’appello hanno spiegato chiaramente, con adeguata motivazione immune da rilievi di natura logico-giuridica, che il conferimento al ricorrente di un incarico dirigenziale diverso ed appositamente costituito era dipeso esclusivamente da fattori non riconducibili alla volontà della parte datoriale.
Si è, infatti, posto in rilievo che l’azienda sanitaria aveva dato corso alla delibera n. 9348 del 30/12/96 della Giunta regionale calabrese nel momento in cui, anche in ossequio al disposto di cui all’art. 1, comma 1, della legge 23-12-96 n. 662 sulla soglia minima del tasso di occupazione, aveva dovuto sopprimere la divisione esistente presso l’ospedale di Siderno per aggregare nella struttura di Locri le due specialità omologhe di ostetricia e ginecologia, operanti in precedenza in distinti ospedali distanti tra loro solo tre chilometri, con la conseguenza che l’incarico conferito al ricorrente di dirigere il dipartimento per la prevenzione e l’età evolutiva, in luogo della soppressa unità organica dal medesimo diretta in precedenza, era atto a garantirgli il mantenimento del livello dirigenziale, non essendo possibile il suo reimpiego in altre divisioni già coperte e richiedenti una diversa professionalità.
Il ricorrente avrebbe dovuto, pertanto, confutare tale ricostruzione giuridica dell’inadempimento non imputabile alla parte obbligata, così come affermato nei suddetti termini dalla Corte di merito, e non limitarsi semplicemente a contrapporre al suddetto convincimento giudiziale la propria tesi incentrata sul presupposto non dimostrato di un colpevole inadempimento della controparte.
2. Col secondo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione degli artt. 15 e 17 del d.lgs. n. 517/1999 e dell’art. 97 della Costituzione, il ricorrente, dopo aver premesso che quanto argomentato in sentenza è in contrasto con le risultanze istruttorie e con la prova documentale dalle quali era emersa la completa inefficienza della ASL di Locri, adduce che a seguito della riorganizzazione delle aziende sanitarie l’organizzazione dipartimentale, a sua volta articolata in strutture complesse, rappresentava il modello ordinario di gestione operativa di tutte le attività delle aziende stesse e che le predette strutture erano riservate ai dirigenti del precedente 2^ livello, per cui le funzioni che questi ultimi avrebbero dovuto esercitare non avrebbero potuto essere sminuite, non essendo legittima a tal riguardo una diversa scelta discrezionale dell’ente datore di lavoro.
Il motivo è infondato.
Invero, nel porre in evidenza le caratteristiche della struttura ordinamentale dell’azienda sanitaria con particolare riferimento alla posizione dirigenziale che lo riguardava, il ricorrente introduce valutazioni di tipo tecnico-amministrativo che non rilevano ai fini della decisione, congruamente motivata ed immune da rilievi di carattere logico-giuridico, sull’accertata insussistenza di una causa di inadempimento imputabile alla parte datoriale nell’operazione di assegnazione al medesimo appellante di un diverso incarico dirigenziale non corrispondente, per contenuto di mansioni, a quello precedentemente ricoperto.
3. Col terzo motivo, formulato per vizio della motivazione, si adduce che erroneamente la Corte d’appello aveva ritenuto che le richieste avanzate dal ricorrente in via amministrativa non fossero da accogliere e che in maniera altrettanto erronea aveva escluso che il demansionamento e la privazione delle funzioni del ricorrente potessero essere dipese da causa imputabile all’Azienda sanitaria locale.
Il motivo è inammissibile.
Anzitutto, non può sfuggire che attraverso la presente censura il ricorrente esegue una rivisitazione del merito istruttorio, non consentita nella sede di legittimità, che riguarda la decisione dell’azienda sanitaria di non accogliere determinate istanze da lui avanzate in sede amministrativa, accertamento di merito, questo, già eseguito in maniera adeguata dalla Corte territoriale che ha escluso che tali iniziative potessero aver rilievo ai fini dell’imputabilità della causa dell’inadempimento alla parte datoriale.
Manca, in ogni caso, un momento di sintesi omologo del quesito di diritto. Non va, infatti, dimenticato che le Sezioni unite di questa Corte (Cass. Sez. Un. n. 20603 dell’1/10/2007) hanno già avuto modo di statuire che “in tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, poiché secondo l’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, la relativa censura deve contenere, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità”.
4. Col quarto motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione dell’art. 15-ter, commi 2 e 3, del d.lgs. n. 502/1992, il ricorrente sostiene l’erroneità dell’affermazione, contenuta nell’impugnata sentenza, per la quale egli si sarebbe dovuto sottoporre a concorso per poter occupare l’incarico di Primario nella divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Locri, attesa la vacanza del posto. Aggiunge il ricorrente che, in ogni caso, il conferimento dell’incarico per l’occupazione del posto resosi vacante avrebbe potuto essere disposto in suo favore in via provvisoria, essendo egli in possesso dei titoli per ricoprirlo.
Il motivo è infondato in quanto inconferente ai fini della validità della “ratio decidendi” che sorregge l’impugnata sentenza.
Invero, la Corte ha spiegato che l’assegnazione del posto di primario resosi vacante tre anni dopo richiedeva, quanto meno, il ricorso alla procedura di cui all’art. 15 del d.lgs. n. 502/1992, cioè la stessa procedura ora indicata dal ricorrente, aggiungendo, però, che. in ogni caso, l’assegnazione non poteva avvenire in maniera automatica, come infondatamente preteso dal dipendente, e che di fatto il posto era stato ricoperto tramite apposito concorso al quale A.F. non aveva, comunque, partecipato.
Né può sottacersi che nel corso di quei tre anni il ricorrente aveva di fatto mostrato acquiescenza all’assegnazione conferitagli, manifestando, in tal modo, una mancanza di interesse immediato al conseguimento dell’incarico da lui gradito, così come emerge dalla parte della motivazione dell’impugnata sentenza in cui si pone in rilievo che l’appellante non aveva affatto contestato le ragioni organizzative dettate dall’esigenza dell’azienda sanitaria di dare attuazione alla programmazione imposta dalla Regione in ordine alla soppressione del dipartimento in precedenza diretto dal medesimo A. .
5. Col quinto motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione dell’art. 97 della Costituzione, il ricorrente contesta che la sua assegnazione ad un posto inoperoso rispondesse ai principi di efficienza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.
Il motivo è infondato.
Invero, la ragione sulla quale è basata la decisione è rappresentata dalla constatazione che l’incarico conferito all’appellante di dirigente del diverso dipartimento per la prevenzione e l’età evolutiva rappresentava in quel determinato periodo l’unico modo per evitare di assegnare il dipendente ad incarichi in sottordine, stante l’impossibilità di adibirlo ad altri incarichi dirigenziali già ricoperti e che presupponevano una specifica professionalità diversa da quella posseduta dal ricorrente, il tutto nel quadro di una situazione venutasi a creare per cause assolutamente indipendenti dalla volontà datoriale che aveva dovuto attuare il programma di riorganizzazione dell’azienda previsto dalla delibera n. 9348 del 30/12/1996 della Giunta Regionale, per cui non è ravvisarle alcuna violazione del suddetto precetto costituzionale.
Pertanto, il ricorso va rigettato.
Le spese di lite del presente giudizio seguono la soccombenza del ricorrente e vanno liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio nella misura di Euro 3500,00 per compensi professionali e di Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 11 ottobre 2013, n. 23171. In tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo


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Suprema Corte di Cassazione

sezione lavoro

sentenza  11 ottobre 2013, n. 23171

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 997/2008 del 5 settembre 2008, la Corte di appello di Salerno, in sede di rinvio disposto da questa Corte con sentenza n. 20170 del 26 settembre 2007, decidendo sull’appello proposto da G.L..C. avverso la sentenza del Tribunale di Benevento n. 161/2006, accoglieva solo parzialmente la domanda del C. nei confronti del Comune di Cerreto Sannita e dichiarava il suo diritto ad essere adibito a mansioni equivalenti a quelle espletate in epoca anteriore alla delibera di G.M. n. 199/2000 con la quale il medesimo (Comandante di Polizia Municipale e responsabile dell’ex IV settore) era stato trasferito all’Area 3 tecnoprogettuale e dei LL.PP.. Riteneva, in particolare, la Corte territoriale che oggetto del giudizio di rinvio fosse solo l’accertamento in fatto dell’equivalenza delle mansioni di Comandante della Polizia Municipale e di responsabile dell’ex IV settore con quelle di Istruttore dell’Area Tecnica Progettuale e dei Lavori Pubblici sulla base delle disposizioni contenute nel Regolamento per l’Ordinamento degli Uffici e dei servizi del Comune di Cerreto Sannita e, quindi, in parziale riforma della decisione di primo grado del Tribunale di Benevento, valutava come sicuramente più pregnanti e di valenza maggiore i compiti svolti dal C. prima della delibera n. 199/2000 (che dichiarava illegittima) rispetto a quelli svolti dopo, negando ogni equivalenza di mansioni in termini di responsabilità pur a parità di livello di inquadramento (C) e di qualifica funzionale (VI) e ritenendo sostanzialmente illegittimo il regolamento del Comune con il quale le suddette differenti mansioni erano state collocate nell’ambito dei medesimi livello e qualifica. Pur escludendo, poi, che fosse coperta da giudicato la domanda del C. relativa al risarcimento del danno (essendo stata tale domanda riproposta in sede del precedente ricorso per cassazione e presupponendo la stessa l’accertamento dell’equivalenza delle mansioni devoluto al giudice del rinvio), ne rilevava l’infondatezza per mancanza di prova del preteso danno, considerando, a tal fine, insufficiente la sola illegittimità del modulo organizzativo adottato dall’amministrazione.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso C.G.L. affidato a tre motivi.
Resiste con controricorso il Comune di Cerreto Sannita e formula, altresì, ricorso incidentale affidato a due motivi.
Il Comune resistente ha presentato brevi osservazioni scritte sulle conclusioni del Procuratore Generale ai sensi dell’art. 379 cod. proc. civ..

Motivi della decisione

1. I ricorsi hinc et inde proposti avverso la stessa sentenza sono stati riuniti ex art. 335 cod. proc. civ..
2. Con il primo motivo il ricorrente principale denuncia: “Violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 1223, 2059 e 2087 cod. civ. nonché dell’art. 115 cod. proc. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversa (art. 360 n. 3 e n. 5 cod. proc. civ.). Si duole della pronuncia di rigetto della domanda di risarcimento del danno evidenziando, quanto al danno biologico, di aver documentato di aver subito una lesione psico-fisica in conseguenza del provvedimento di trasferimento adottato dal Comune e richiama la diagnosi di “disturbo dell’adattamento compatibile con una situazione occupazionale anamnesticamente avversativa” della Clinica del Lavoro “L. Devoto” di XXXXXX, Servizio di Medicina Preventiva dei Lavoratori e, quanto al danno esistenziale, di aver documentalmente dimostrato, anche a mezzo della produzione di articoli di stampa che si erano occupati della vicenda che lo aveva visto protagonista, che sussistevano tutti gli elementi sintomatici idonei ai fini della prova presuntiva del richiesto danno esistenziale.
3. Con il secondo motivo il ricorrente principale denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 37, co. 1, lett. b) del c.c.n.l. del 6 luglio 1995 (ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ.) degli artt. 2043, 1218, 1223, 2059 e 2087 cod. civ. (ai sensi dell’art. 360 n. 3 e n. 5 cod. proc. civ.)”. Censura la sentenza della Corte territoriale nella parte in cui ha ritenuto di non poter condividere la decisione di prime cure con la quale era stato riconosciuto il danno nella misura corrispondente alla mancata percezione dell’indennità di vigilanza tenuto conto che quest’ultima è sempre intimamente connessa all’effettivo svolgimento della specifica mansione cui è ancorata. Rileva che l’indennità prevista dall’art. 37 lett. b) secondo periodo del c.c.n.l. del 6/7/1995, a differenza di quella di cui al primo periodo della medesima norma non richiede lo svolgimento effettivo delle funzioni essendo corrisposta al personale di appartenenza all’area di vigilanza anche in caso di malattia ovvero comando presso altre amministrazioni.
4. Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia: “Violazione degli artt. 91 e 92 cod. proc. civ. nonché difetto assoluto di motivazione (ai sensi dell’art. 360 n. 3 cod. proc. civ.)”. Si duole del fatto che i giudici di appello hanno compensato nella misura di 2/3 in danno del C. le spese di tutti i gradi e le fasi.
5. Con il primo motivo di ricorso incidentale il Comune di Cerreto Sannita denuncia: “‘Violazione e falsa applicazione degli artt. 383, 384 e 394 (violazione del principio di intangibilità del decisum statuito dalla Corte di Cassazione per il rinvio nel merito – insufficiente motivazione su un punto decisivo per il giudizio – eccezione di giudicato sul rigetto della domanda di risarcimento dei danni pronunciata dalla Corte di appello di Napoli e non gravata dal C. dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione”. Si duole del fatto che la Corte territoriale ha errato nel ritenere che sulla domanda di risarcimento del danno del C. non si fosse formato il giudicato e pronunciandosi su tale domanda è andata oltre i limiti del giudizio di merito così come delineati da questa Corte in sede di rinvio.
6. Con il secondo motivo di ricorso incidentale il Comune denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 cod. civ. e dell’art. 52 d.lgs. n. 165/2001 nonché dell’art. 19 del d.lgs. n. 165/2001; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”. Si duole della ritenuta non equivalenza delle mansioni svolte dal ricorrente prima e dopo il provvedimento impugnato nonostante la previsione, per entrambe, della stessa qualifica funzionale, dello stesso inquadramento nella categoria C e dei medesimi requisiti di accesso. Si duole, altresì, dell’omessa valutazione del fatto che, al momento dell’emanazione del provvedimento impugnato il C. non fosse destinatario di alcun incarico dirigenziale.
7. Ragioni di ordine logico impongono il prioritario esame del ricorso incidentale.
8. 11 primo motivo di ricorso incidentale nei termini in cui è prospettato è infondato.
La Corte di appello di Napoli in sede di decisione del 5/12/2005 non si era pronunciata sulle richieste risarcitorie del C. avendo ritenuto che nessun demansionamento questi avesse subito per effetto del provvedimento di “trasferimento” disposto dal Comune di Cerreto Sannita. L’onere di impugnazione del C. dinanzi alla Corte di legittimità concerneva, dunque, solamente i punti della decisione che lo avevano visto soccombente e che erano stati considerati assorbenti dalla Corte territoriale.
Come da questa Corte già affermato, la mancata riproposizione nel ricorso per cassazione delle argomentazioni esposte nell’atto di appello in relazione a motivi dichiarati assorbiti dal giudice di secondo grado non determina la definitività delle statuizioni del giudice di primo grado, in quanto sono inammissibili in sede di legittimità censure che non siano dirette contro la sentenza di appello, ma riguardino questioni sulle quali questa non si è pronunciata ritenendole assorbite, atteso che le stesse, in caso di accoglimento del ricorso per cassazione, possono essere nuovamente riproposte al giudice di rinvio (si richiama, sul punto, Cass. 1 giugno 2012, n. 8817, id. 12 settembre 2011, n. 18677).
Nella fattispecie in esame, in sede di giudizio di rinvio, è stata, dunque, rimessa da questa Corte in discussione, con la decisione rescindente, la valutazione della sussistenza del demansionamento lamentato sotto diversi profili (compresi quelli attinenti alla maggiore responsabilità insita nei compiti di comandante dei vigili ed alla perdita di professionalità conseguente al disposto mutamento di mansioni) a mezzo del sollecitato raffronto delle mansioni svolte dal C. prima del trasferimento e di quelle di nuova destinazione.
Impregiudicata è, quindi, rimasta la questione, logicamente conseguente, dell’eventuale danno derivato al C. dal lamentato demansionamento, valutazione necessariamente riservata all’esito (positivo) dell’accertamento richiesto da questa Corte.
Nessun giudicato si era, dunque, formato in dipendenza della proposizione dinanzi alla Corte di legittimità delle sole questioni afferenti il demansionamento (anche se, per quanto più avanti si dirà, uno sbarramento alle pretese del C. si era già verificato in sede di appello dinanzi alla Corte napoletana).
9. Egualmente infondato è il secondo motivo di ricorso incidentale.
Si osserva, infatti, che, nella specie la Corte di merito ha espresso il proprio giudizio nella fase rescissoria sulla base di quanto devolutole da questa Corte in sede rescindente.
Le doglianze che il ricorrente incidentale ore pone sostanzialmente postulano che, trattandosi di pubblico impiego contrattualizzato, non vi sia nel provvedimento con il quale è stato esercitato lo ius variandi alcuna violazione di un diritto soggettivo del lavoratore laddove, come nella specie, tale esercizio risulti conforme alle previsioni di cui all’art. 52 del d.lgs. n. 165/2001 (nel testo anteriore alla novella recata dall’art. 62, comma 1 del d.lgs. n. 150 del 2009). In sostanza, ad avviso del Comune di Cerreto Sannita, ove il lavoratore agisca per il riconoscimento del diritto all’assegnazione di mansioni equivalenti alle ultime esercitate, resta esclusa la suddetta violazione qualora le nuove mansioni rientrino nella medesima area professionale prevista dal contratto collettivo, restando la materia disciplinata compiutamente dal citato art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001, che assegna rilievo solo al criterio dell’equivalenza formale in riferimento alla classificazione prevista in astratto dai contratti collettivi, indipendentemente dalla professionalità in concreto acquisita, senza che possa aversi riguardo alla norma generale di cui all’art. 2103 cod. civ. e senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente della mansione.
Tali doglianze, però, in quanto attinenti ad una valutazione necessariamente pregiudiziale rispetto all’accertamento devoluto al giudice del rinvio, sono inammissibili in questa sede, risultando superate dal precedente decisum di questa Corte.
Nello specifico, in sede di sentenza n. 20170/2007, questa Corte ha già affrontato la questione dei rapporti tra l’art. 52 del d.lgs. n. 165/2001 e l’art. 2103 cod. civ. e, senza ritenere evidentemente risolutiva l’equivalenza formale degli inquadramenti, come, peraltro, integrata dalle disposizioni del Regolamento riguardanti le mansioni originarie del C. e quelle di nuova destinazione, nell’accogliere l’ottavo, nono e decimo motivo di ricorso, ha devoluto alla Corte di appello di Salerno l’indagine circa l’asserita sottrazione di competenze sulla base del raffronto delle mansioni come risultanti dal Regolamento Organico degli Uffici e dei Servizi e sul presupposto che i compiti svolti dal C. prima e dopo il trasferimento corrispondessero a quanto previsto dal Regolamento medesimo.
Tale indagine è stata svolta dal giudice di merito appunto operando il suddetto raffronto e considerando quale dato di partenza (pacifico) che sia per il Comandante della Polizia Municipale e responsabile ex IV Settore sia per l’Istruttore amministrativo III Settore Lavori Pubblici fosse previsto, alla stregua del contenuto delle due figure, come definito dal Regolamento comunale, il medesimo inquadramento, categoria C) e la medesima qualifica funzionale – VI q.f. -.
Quanto al richiamo che il Comune ricorrente fa all’art. 19 del d.lgs. n. 165/2001 deve innanzitutto rilevarsi una carenza della relativa censura sotto il profilo dell’autosufficienza, non evincendosi se effettivamente la questione di cui si denuncia l’omesso esame fosse stata prospettata al giudice del rinvio ed in quali termini (non è stata, infatti, riprodotta, in parte qua, la comparsa di costituzione del Comune dinanzi alla Corte di appello di Salerno).
In ogni caso, tale questione, in ragione del fatto che la Corte territoriale ha operato il richiesto raffronto proprio premettendo che si trattava di mansioni per le quali era previsto il medesimo inquadramento, risulta in concreto irrilevante.
Per il resto si osserva che l’esito dell’operazione di comparazione, illustrata dalla Corte salernitana con logicità e compiutezza di argomentazioni, non è sindacabile in questa sede di legittimità.
Al riguardo il Comune ricorrente incidentale si limita a censurare la motivazione sotto il profilo dell’erroneità del ritenuto esercizio illegittimo dello ius variandi pur a parità di inquadramento nel medesimo livello professionale (questione, come detto, inammissibile in questa sede) senza alcun rilievo in ordine al ragionamento decisorio ed all’opzione che ha condotto il giudice del merito alla soluzione della quaestio farti devolutale nei termini sopra prospettati.
Del tutto insufficiente a tal fine è, infatti, riferire che l’esplicitato ragionamento sarebbe stato influenzato dall’erroneo presupposto secondo cui, pur a parità di inquadramento, potesse trattarsi di mansioni non equivalenti, con la conseguenza che doveva risultare non rilevante che, diversamente dal Comandante di Polizia Municipale, l’Istruttore dell’Area tecnico-progettuale fosse vincolato alle direttive impartite dal Responsabile dell’Area, trattandosi di un elemento di differenziazione attinente al “contenuto materiale” delle mansioni e non incidente sulla complessiva equivalenza delle stesse.
In realtà la valutazione della Corte di appello è stata decisamente più articolata laddove sono state esaminate nel dettaglio le mansioni e le funzioni delle due categorie interessate per giungere alla conclusione che il Comandante della Polizia Municipale e responsabile dell’ex IV Settore fosse deputato a svolgere compiti (di polizia locale, redazione rapporti giudiziaria, predisposizione atti nel settore commerciale, urbanistico ed edilizio ecc.) “sicuramene più pregnanti e di valenza maggiore rispetto a quelli assegnati all’Istruttore dell’Area amministrativa”.
10. Il primo motivo di ricorso principale non è fondato per le ragioni di seguito illustrate.
Osserva il Collegio che, come affermato dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte (v. Cass. S.U. 24 marzo 2006, n. 6572), “in tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all’esistenza di una lesione dell’integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale – da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno – va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) – il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico – si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove”. Tale principio è stato in sostanza confermato anche nel quadro generale della accezione unitaria del danno non patrimoniale successivamente tracciata dalle stesse Sezioni Unite (v. Cass. S.U. 11 novembre 2008, n. 26972). Nel contempo (v. Cass. 19 dicembre 2008, n. 29832), è stato anche affermato che “la risarcibilità del danno morale, a norma dell’art. 2059 cod. civ., non è soggetta al limite derivante dalla riserva di legge e non richiede che il fatto illecito integri in concreto un reato, essendo sufficiente che vi sia stata una lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, atteso che la previsione costituzionale dell’interesse relativo ne esige in ogni caso la protezione”. Nello stesso quadro tracciato dalle Sezioni Unite, più di recente è stato altresì precisato che, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, “‘non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento ma anche di fornire la prova ex art. 2697 cod. civ. del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con l’inadempimento datoriale” (v. Cass. 17 settembre 2010, n. 19785) e che “‘in caso di accertato demansionamento professionale, la risarcibilità del danno all’immagine derivato al lavoratore a cagione del comportamento del datore di lavoro presuppone che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, e che il danno non sia futile, vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi” (v. Cass. 4 marzo 201 l,n. 5237).
Orbene, nella fattispecie, la Corte di merito, dopo aver accertato la sussistenza di un demansionamento, si è limitata a trarre le conseguenze derivanti dalla operata dequalificazione solo rispetto al lamentato danno patrimoniale, limitandosi, quanto ai denunciati danno biologico ed esistenziale, semplicemente ad un generico inciso (“a fronte della mancanza di prove del dedotto da demansionamento”) e ad un riferimento (nella parte narrativa della sentenza) all’ottenimento da parte del C. di una condanna al relativo risarcimento in un diverso giudizio.
Tuttavia vanno, al riguardo, svolte le seguenti considerazioni.
Quanto al danno biologico il ricorrente principale, in ossequio al principio di autosufficienza, ha riportato nel ricorso per cassazione il contenuto, nella parte essenziale, della documentazione clinica rilasciata dalla Clinica del Lavoro “L. Devoto” di XXXXXX – Servizio di Medicina dei lavoratori da cui si evince che, all’esito degli accertamenti, era stata formulata la seguente diagnosi: “Disturbo dell’adattamento compatibile con situazione occupazionale anamnesticamente avversativa”. Peraltro, riguardo a tale produzione documentale, il Comune di Cerreto Sannita, lungi dal contestare la ritualità della produzione in giudizio della stessa ovvero dell’introduzione, sin dal ricorso di primo grado, della relativa questione si è limitato ad opporre che si trattava di documentazione insufficiente a provare il lamentato danno biologico e ad evidenziare che il C. non aveva avanzato alcuna richiesta istruttoria sul punto né, in particolare, chiesto che fosse disposta una consulenza tecnica d’ufficio.
Va, però, rilevato che il Tribunale di Benevento, nella decisione n. 161/2002 (oggetto di gravame dinanzi alla Corte di appello di Napoli), non si era specificamente pronunciato sul preteso danno biologico, limitandosi a riconoscere in favore del C. il risarcimento per il danno patrimoniale derivato dalla illegittima assegnazione dello stesso all’Area tecnico progettuale, danno equitativamente quantificato in £. 500.000 mensili dalla data della delibera alla reintegrazione nelle precedenti mansioni.
Pur se la questione del danno biologico era stata, dunque, come assume il C. ritualmente e tempestivamente proposta, la stessa era rimasta inevitabilmente travolta dalla mancanza di appello (in via principale ovvero incidentale) del dipendente.
Si rileva significativamente dalla sentenza della Corte di appello di Napoli n. 555/2005, oggetto del giudizio rescindente di cui alla decisione di questa Corte n. 20170/2007, che il C. in quella sede si era limitato a chiedere il rigetto dell’impugnazione proposta dal Comune di Cerreto Sannita (senza, dunque, dolersi della mancata pronuncia sul pur prospettato danno biologico).
Non vi dubbio, allora, che su tale domanda si sia formato il giudicato (e ciò già prima della decisione di questa Corte n. 20170/2007).
Analoghe considerazioni possono esser svolte con riguardo al danno esistenziale (certamente ulteriore rispetto al danno patrimoniale riconosciuto dal Tribunale di Benevento) dovendosi vieppiù evidenziare che, contrariamente a quanto avvenuto rispetto al danno biologico, neppure si evince che la domanda relativa a tale danno sia stata ritualmente avanzata dinanzi al giudice di primo grado.
Perché possa ritenersi che una determinata questione sia stata sottoposta al contraddittorio con l’altra parte non è sufficiente il richiamo ad una produzione documentale ma è necessario che in ordine a quest’ultima siano svolte specifiche deduzioni.
Sul punto il ricorrente si limita a riferire di aver riportato fedelmente dinanzi al Tribunale di Benevento la “lunga cronistoria” che lo aveva visto protagonista assumendo che da questa si potesse ricavare l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale. Nulla, però, dice in ordine alla circostanza che di tale interesse sia stata effettivamente denunciata la lesione con chiara allegazione in ordine alla natura ed alle caratteristiche del pregiudizio medesimo e che sia stata avanzata tempestivamente specifica richiesta risarcitoria.
Pur a fronte, dunque, di una insufficiente motivazione da parte della Corte territoriale, in rapporto alle questioni prospettate (solo) in grado di appello, non si riscontrano nelle censure del ricorrente i necessari presupposti della ancora possibile controvertibilità e della decisività.
11. Il secondo motivo di ricorso principale è fondato.
La Corte territoriale ha escluso la sussistenza di un danno patrimoniale risarcibile considerando che, ai fini di tale danno, non potesse essere presa in esame l’indennità di vigilanza essendo quest’ultima sempre intimamente connessa all’effettivo svolgimento della specifica mansione.
Invero va rilevato che, in termini generali, una valutazione dell’ammontare del risarcimento del danno patrimoniale derivato da un inadempimento datoriale non può essere condotta sul presupposto di una stretta corrispettività (prestazione/spettanze) assumendo rilevanza la qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa al solo fine dell’individuazione del parametro da assumere quale base di calcolo.
Non poteva, dunque, essere ostativa ad una inclusione in tale base dell’indennità prevista per il personale dell’Area di vigilanza dall’art. 37 del c.c.n.l. del 6/7/1995 la circostanza che si trattasse di una indennità tipica di tale settore e che il C. fosse stato reintegrato non nelle mansioni di provenienza bensì in altre a queste equivalenti.
Va, peraltro, operato un distinguo tra l’indennità prevista dall’art. 37 del c.c.n.l. del 6/6/1995 nella prima parte della lettera b), spettante a tutto il personale dell’Area di vigilanza, ivi compresi i custodi delle carceri mandamentali, in possesso dei requisiti e per l’esercizio delle funzioni di cui all’art. 5 della legge 7 marzo 1986, n. 65 (L. 1.570.000 annue lorde ripartite per 12 mesi) e l’indennità prevista dalla medesima lett. b), seconda parte, spettante al personale dell’area di vigilanza non svolgente le funzioni di cui all’art. 5 della citata legge n. 65 del 1986 (L. 930.000 per 12 mesi).
Nel valutare, nella specie, l’ammontare del risarcimento patrimoniale spettante al C. non può non considerarsi che questi, dal 9/9/2000 al 4/8/2004, come risultante dalla sentenza impugnata, è stato in aspettativa sindacale con la conseguenza che se fino al 9/9/2000, il danno da illegittimo trasferimento va quantificato tenendo conto dell’indennità prevista in caso di effettivo esercizio delle funzioni di cui all’art. 5 della legge 7 marzo 1986 n. 65 (esercizio precluso al C. in conseguenza dell’illegittimo trasferimento, irrilevante essendo la disposta reintegra in mansioni solo equivalenti e non nelle medesime mansioni), per il periodo successivo a tale data il danno va quantificato tenendo solo conto dell’indennità minore, spettante a prescindere dall’esercizio effettivo delle funzioni di cui al citato art. 5 e per il solo fatto di appartenere all’Area di vigilanza (fermo restando, nel complesso, il limite costituito dalla pronuncia del Tribunale di Benevento, appellata solo dal Comune e, in punto di risarcimento, non anche dal C. ).
12. Così accolto il secondo motivo di ricorso principale (rigettato il primo ed assorbito il terzo) e respinti quelli oggetto di ricorso incidentale, la impugnata sentenza va, dunque, cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione, la quale provvederà sulla domanda risarcitoria del danno da demansionamento applicando i principi e le indicazioni di cui sopra e statuirà anche sulle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi; accoglie per quanto di ragione il ricorso principale cassa la impugnata sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Salerno in diversa composizione. Rigetta il ricorso incidentale.

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 7 ottobre 2013 n. 22789. Nessun demansionamento (né mobbing) per il chirurgo che opera meno perché assegnato al pronto soccorso.


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Testo integrale

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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 7 ottobre 2013 n. 22789[1]

 

Le modalità di assegnazione in cura dei pazienti debbono rispettare criteri oggettivi di competenza, oltre che di equa distribuzione del lavoro, e risulterebbe peraltro in contrasto coi principi fondamentali dell’ordinamento, tra cui in primis il diritto alla salute dei cittadini, se sulle oggettive competenze e capacità dovesse prevalere il criterio di equa ripartizione del lavoro tra i chirurghi.

Del resto la decisione della Corte di merito si è congruamente basata sull’ampia documentazione ivi richiamata (verbali operatori degli anni 2000-2003) e sulle deposizioni testimoniali, da cui è emerso in primo luogo che il numero di interventi mensili, nel reparto dove pacificamente lavorava la ricorrente, era esiguo (circa tre interventi al mese pro capite) e che molti colleghi della ricorrente risultavano avere eseguito lo stesso numero di interventi, e taluni anche di meno.

 

 

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 18 settembre 2013 n. 21356. Non può ritenersi che il demansionamento sia legittimato dalla volontà di impedire il licenziamento in quanto mansioni dequalificanti devono essere comunque accettate (e prima ancora proposte, il che non sembra neppure essere stato dedotto) dal lavoratore


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Il testo integrale

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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 18 settembre 2013 n. 21356[1]

Non può ritenersi che il demansionamento sia legittimato dalla volontà di impedire il licenziamento in quanto mansioni dequalificanti devono essere comunque accettate (e prima ancora proposte, il che non sembra neppure essere stato dedotto) dal lavoratore