Corte di Cassazione, sezione I, sentenza del 27 gennaio 2014, n. 1650. Il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di esecutorietà ex articolo 647 del cpc non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale, né può più acquisire tale valore con un successivo decreto di esecutorietà per mancata opposizione, poiché, intervenuto il fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive l’articolo 52 della legge fallimentare, deve essere accertato nel concorso dei creditori, secondo le regole stabilite dagli articoli 92 e seguenti della legge fallimentare, in sede di accertamento del passivo


fallimento

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza del 27 gennaio 2014, n. 1650

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 14510-2012 proposto da:
BANCA S.C.P.A. (C.F. (OMISSIS)), in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;
- ricorrente -
contro
FALLIMENTO S. S.R.L. (p.i. (OMISSIS)), in persona del Curatore dott. M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CERESIO 85, presso l’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso;
- controricorrente -
avverso il decreto del TRIBUNALE di TREVISO, depositato il 30/05/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/11/2013 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato (OMISSIS)che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo
La Banca soc. coop. a r.l. ha ottenuto decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo in data 8 ottobre 2007 avverso la S. s.r.l., in seguito al quale ha iscritto ipoteca legale e iniziato l’esecuzione forzata.
Dichiarato il fallimento della debitrice il 10 giugno 2011, la banca ha proposto domanda di ammissione allo stato passivo del credito di Euro 641.391,38 con privilegio ipotecario, depositando il suddetto provvedimento monitorio, non opposto dalla debitrice.
Al decreto ingiuntivo peraltro solo il 19 agosto 2011, dopo la sentenza di fallimento, è stato apposto dal giudice il visto di definitività per non proposta opposizione.
Il giudice delegato ha escluso l’importo di Euro 609.336,28, in quanto fondato su decreto ingiuntivo non opponibile al fallimento perchè privo del visto di definitività ex art. 647 c.p.c. emesso prima della sentenza dichiarativa, escludendo altresì alcune spese per la somma di Euro 20.935,86 e riconoscendole per Euro 11.659,24 ex art. 2770 c.c..
Il Tribunale di Treviso, adito ai sensi dell’art. 98 legge fall., con il decreto del 30 maggio 2012 ha respinto l’opposizione, anche con riguardo alla domanda subordinata di ammissione del credito in via chirografaria.
Disattesa l’istanza di rimessione degli atti alla Corte costituzionale ed alla Corte di giustizia UE, il tribunale ha richiamato la giurisprudenza costante di legittimità, secondo cui il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale solo a seguito della dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c. e, dunque, resta inopponibile alla massa dei creditori concorsuali se non dichiarato esecutivo, con il decreto di cui alla citata norma, prima della sentenza di fallimento, maturando altrimenti la preclusione di cui all’art. 45 legge fall.; ha escluso, di conseguenza, le spese relative al decreto ingiuntivo non opponibile.
Ha respinto la domanda subordinata della banca di ammissione del credito in via chirografaria, non ritenendo a tal fine idonea l’attestazione ex art. 50 t.u.b. ed un saldaconto contenente il mero dato contabile inerente il saldo dei rapporti di conto corrente, senza alcun riferimento all’andamento dei rapporti dare-avere ed alle somme che compongono il credito vantato.
La Banca soc. coop. a r.l. ha chiesto, sulla base di cinque motivi, la cassazione del decreto e l’ammissione in via privilegiata ipotecaria anche del credito di Euro 609.336,28, ai sensi dell’art. 384 c.p.c.; in subordine, la rimessione alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato FUE, della questione di conformità agli art. 20 e 47 della Carta degli artt. 2704 e 2907 c.c., art. 647 c.p.c., artt. 45 e 98 legge fall., con riguardo al principio della parità di trattamento e al diritto ad un ricorso effettivo, laddove escludono sia possibile accertare che il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo è divenuto definitivo sebbene non apposta, prima del fallimento, l’attestazione ex art. 647 c.p.c..
Si è costituito il Fallimento S. s.r.l., instando per l’inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, in quanto vertente su questioni di diritto decise dal giudice del merito in piena conformità alla consolidata giurisprudenza di legittimità, senza l’allegazione di elementi idonei a mutarne l’orientamento, e per il rigetto dello stesso.
Nel giugno 2013, la ricorrente ha presentato istanza di rimessione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 c.p.c. della questione di massima di particolare importanza, relativa alla interpretazione dell’art. 647 c.p.c. in relazione al fallimento del debitore; ha rilevato, altresì, il contrasto fra le pronunce delle sezioni semplici che affermano come anche il decreto ingiuntivo sia passibile di giudicato sostanziale (n. 11360 del 2010, n. 18791 del 2009) ed il giudicato delle sentenze è rilevabile d’ufficio (n. 6326 del 2010, n. 26689 del 2009) con l’orientamento dalla banca criticato.
Le parti hanno depositato le memorie.
Motivi della decisione
1. – Contro la sentenza resa dal tribunale è proponibile il ricorso diretto per cassazione, essendo stato dichiarato il fallimento il 10 giugno 2011, successivamente quindi alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006 il 16 luglio 2006 (Cass., sez. 1, 27 dicembre 2011, n. 28885).
2. – Con il PRIMO MOTIVO, la ricorrente deduce l’omessa pronuncia su punto decisivo della controversia e la motivazione solo apparente, ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per non avere il tribunale valutato se l’art. 647 c.p.c. possa venire interpretato in modo conforme al diritto costituzionale e comunitario.
Con il SECONDO MOTIVO, deducendo la violazione degli artt. 3 e 24 Cost., artt. 45 e 96 della legge fall., art. 647 c.p.c. e art. 2909 c.c., essa lamenta che il tribunale abbia errato nell’aderire alla tesi della inopponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato definitivo prima della sentenza di fallimento, pur quando il decreto di esecutività esista, ma sia stato emesso dopo la sentenza dichiarativa, proponendo la ricorrente argomenti affinchè questa Corte di legittimità muti il proprio orientamento ed aderisca, invece, all’opinione secondo cui l’accertamento della mancata opposizione possa avvenire anche dopo la sentenza dichiarativa di fallimento, purchè prima di essa sia decorso il termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo. Il contrasto della prima tesi, sinora accolta anche in Cassazione, con l’art. 3 Cost. risiederebbe nella irragionevolezza di una presunta tutela della massa creditoria non da un atto fraudolento, ma da un provvedimento giudiziario, sia pure intervenuto dopo la sentenza di fallimento;
nonchè nella disparità di trattamento rispetto ai crediti assistiti da sentenza non passata in giudicato, pronunziata prima della dichiarazione di fallimento, che sono ammessi con riserva ai sensi dell’art. 96, comma 2, n. 3, legge fall., con ulteriore pregiudizio del diritto di difesa ex art. 24 Cost. dei creditori muniti, invece, solo del titolo monitorio. La tesi si porrebbe in contrasto anche con l’art. 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che sancisce il principio di uguaglianza davanti alla legge, e con l’art. 47 di essa, che sancisce il diritto ad un ricorso effettivo, il quale ricomprende quello di poter provare i fatti (nella specie, il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo) a sostegno della domanda.
Con il TERZO MOTIVO, deduce l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto il giudice del merito si sarebbe limitato ad affermare che l’estratto ex art. 50 t.u.b. e il saldo conto non fossero idonei a provare il credito, senza rispondere alla censura, rivolta al provvedimento del g.d., di avere escluso parte delle spese della fase monitoria ed esecutiva senza motivazione.
Con il QUARTO MOTIVO, deducendo la violazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente lamenta che il tribunale abbia omesso di esaminare tutti i documenti allegati a prova del credito nel fascicolo dell’opposizione allo stato passivo.
Con il QUINTO MOTIVO, deduce il vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “anche in relazione all’art. 1832 c.c.”, per avere il decreto impugnato reputato inidonei gli estratti relativi ad un conto corrente chiuso da anni, invece ormai inoppugnabili.
3. – Il primo motivo è inammissibile.
La questione di legittimità costituzionale di una norma, in quanto strumentale rispetto alla domanda che implichi l’applicazione della norma medesima, non può invero formare oggetto di un’autonoma istanza, rispetto alla quale, in difetto di esame, sia configurabile un vizio di omessa pronuncia; mentre la questione stessa, ancorchè non esaminata dal giudice inferiore, resta deducibile e rilevabile nei successivi stati e gradi del giudizio che sia validamente instaurato, ove rilevante ai fini della decisione (Cass. 11 dicembre 2006, n. 26319; ord., 16 luglio 2005, n. 15092; 18 febbraio 1999, n. 1358; v. pure 22 luglio 2010, n. 17224).
Lo stesso è a dirsi con riguardo alla richiesta di rimessione degli atti alla Corte di Lussemburgo, dal momento che, come parimenti ritenuto (Cass. 10 marzo 2010, n. 5842), la richiesta di rinvio su questione pregiudiziale di interpretazione del diritto comunitario, in applicazione dell’art. 267, già 234, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, non è configurabile come autonoma domanda, rispetto alla quale, nel caso di omessa specifica pronuncia, possa farsi questione del rispetto del principio di cui all’art. 112 c.p.c., ponendo tale richiesta una questione di diritto preliminare alla decisione sulla domanda di merito proposta dalla parte.
Neppure l’allegata carente o tautologica motivazione, pertanto, in ordine al mancato rilievo dell’esigenza di una rimessione pregiudiziale è sufficiente ad integrare il vizio denunciato.
4.1. – Il secondo motivo, che involge il nucleo della pronuncia richiesta alla Corte di legittimità, insta per il mutamento dell’orientamento, costantemente affermato dalla stessa, circa l’inopponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato definitivo prima della sentenza di fallimento: esso propone la questione se, emesso e non opposto decreto ingiuntivo nei confronti di soggetto poi fallito, il titolo sia opponibile al fallimento – secondo il principio affermato sinora da questa Corte della nomofilachia – soltanto ove dichiarato esecutivo ex art. 647 c.p.c. in data anteriore alla sentenza dichiarativa del fallimento.
In punto di fatto, il decreto ingiuntivo, che la banca pone a fondamento del proprio credito, secondo le allegazioni di parte è munito del decreto di esecutorietà, che fu pronunciato dal giudice del Tribunale il 19 agosto 2011, quindi dopo il fallimento, dichiarato il 10 giugno 2011.
La ricorrente sollecita, pertanto, una rilettura di tale orientamento, argomentando in senso contrario con riguardo all’insussistenza di un’effettiva distinzione tra giudicato in senso formale ed in senso sostanziale; al valore di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo non opposto, come tale rilevabile anche d’ufficio e dimostrabile con ogni mezzo; all’estensibilità del disposto dell’art. 96, comma 2, n. 3, legge fall., che ammette al passivo con riserva il credito in forza di sentenza non passata in giudicato; all’inapplicabilità dell’art. 2704 c.c. e art. 45 legge fall., che non riguardano il fatto storico dell’accertamento della definitività del decreto ingiuntivo; all’irragionevolezza e disparità di trattamento, ai sensi dell’art. 3 Cost., dell’opposta tesi, in quanto la massa va protetta dagli atti fraudolenti mentre, nel caso di specie, l’attestazione del tribunale esiste, sebbene successiva al fallimento, con ingiustificata differenziazione rispetto al credito accertato con sentenza e possibilità, quindi, di una lettura costituzionalmente orientata del sistema normativo richiamato.
Il motivo non può essere accolto.
4.2. – Questa Corte di legittimità afferma in modo costante ed in termini generali che il decreto ingiuntivo, non dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 647 c.p.c., non ha efficacia di giudicato formale e sostanziale ed è inopponibile alla procedura fallimentare, determinando la sopravvenuta dichiarazione di fallimento del debitore l’inopponibilità alla massa dei creditori concorsuali del decreto ingiuntivo in precedenza emesso, se, all’epoca del fallimento, non sia intervenuta ancora la dichiarazione di esecutorietà di cui alla norma menzionata. Pertanto, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori, previa riproposizione della domanda di ammissione al passivo fallimentare, con i conseguenti oneri probatori.
Ciò si è affermato, allorchè il debitore in bonis aveva già proposto opposizione ex art. 645 c.p.c. (Cass. 12 febbraio 2013, n. 3401; 3 gennaio 2013, n. 38; 13 febbraio 2012, n. 2032; ord. 23 dicembre 2011, n. 28553; 5 novembre 2010, n. 22549; 13 agosto 2008, n. 21565; 20 marzo 2006, n. 6098, caso di l.c.a.; 1 aprile 2005, n. 6918; 23 marzo 2004, n. 5727; 23 luglio 1998, n. 7221; 22 settembre 1997, n. 9346; 25 marzo 1995, n. 3580; 1 dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno 1988, n. 3885). Lo stesso si è affermato, allorchè mancava il decreto di esecutività ex art. 647 c.p.c., pur non essendo stato il decreto ingiuntivo opposto (17 luglio 2012, n. 12205; Cass., 13 marzo 2009, n. 6198; Cass. 26 marzo 2004, n. 6085) o mancando anche l’attestazione di cancelleria (Cass., 11 ottobre 2013, n. 23202).
4.3. – L’art. 324 c.p.c., prevede la “cosa giudicata formale”, stabilendo che “S’intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta nè a regolamento di competenza, nè ad appello, nè a ricorso per cassazione, nè a revocazione per i motivi di cui all’art. 395, nn. 4 e 5″.
A “prova del passaggio in giudicato della sentenza”, poi, l’art. 124 att. c.p.c. contempla il “certificato di passaggio in giudicato della sentenza”, col quale il cancelliere certifica, in calce alla copia contenente la relazione di notificazione, che non è stato proposto, nei termini di legge, appello, ricorso per cassazione o istanza di revocazione ordinaria per i motivi di cui all’art. 395 codice, nn. 4) e 5); il cancelliere certifica in calce alla copia della sentenza, parimenti, che non è stata proposta alcuna delle dette impugnazioni nel termine lungo di sei mesi ex art. 327 c.p.c..
Alla stregua, pertanto, di tale sistema, la parte che invoca il giudicato esterno deve fornirne la prova, mediante produzione di copia della sentenza corredata dalla certificazione del suo passaggio in cosa giudicata (Cass., 29 agosto 2013, n. 19883; 8 maggio 2009, n. 10623; 9 luglio 2004, n. 12770), meccanismo risponde a ragioni di certezza del diritto.
Per le sentenze, dunque, dall’esistenza della cosa giudicata formale, di cui all’art. 324 c.p.c., discende, senza soluzione di continuità, la cosa giudicata sostanziale.
4.4. – Per un superato, risalente orientamento, in base alla lettera dell’art. 2909 c.c. l’autorità del giudicato potrebbe derivare solamente dalla sentenza, mentre il decreto ingiuntivo non opposto potrebbe dar luogo solo al fenomeno di “preclusione pro iudicato” che impedisce all’ingiunto di opporsi all’esecuzione forzata e di esercitare la condictio indebiti.
A tale concezione si oppose, con assai maggior seguito, quella secondo cui il decreto divenuto definitivo va assimilato in pieno alla sentenza passata in giudicato, non essendo decisivo il dato letterale, atteso che anche altri provvedimenti sono identici nella sostanza alla sentenza, mentre nemmeno possono in contrario trarsi argomenti dalla sommarietà del procedimento e dall’assenza del contraddittorio, in quanto pure nel decreto ingiuntivo vi è l’accertamento operato dal giudice e ben può l’interessato con l’opposizione instaurare un ordinario giudizio contenzioso.
Infatti, la disciplina legislativa del procedimento d’ingiunzione tutela l’ingiunto, cui assicura, sia pure in modo differito, le garanzie quoad iustitiam di un pieno contraddittorio, prima che il provvedimento diventi definitivo, onde la dottrina individua il fondamento dell’attitudine al giudicato nell’equivalenza tra cognizione piena e libera rinuncia alla stessa. Si perviene, così, all’affermazione di una sola ed unica natura di giudicato sostanziale, coincidente con quella sancita dall’art. 2909 c.c..
L’orientamento ormai costante reputa, dunque, che il giudicato sostanziale (cui si riferisce l’”autorità del giudicato”) da decreto ingiuntivo attenga all’oggetto e ai soggetti del rapporto giuridico, che non può essere posto in discussione in un altro successivo giudizio, con ogni conseguenza (Cass., 11 maggio 2010, n. 11360, che richiama Cass., 24 marzo 2006, n. 6628; 28 agosto 2009, n. 18791; 6 settembre 2007, n. 18725; 24 luglio 2007, n. 16319; 19 luglio 2006, n. 16540; 20 aprile 1996, n. 3757).
4.5. – Nell’ambito del procedimento monitorio, il codice di rito contempla la dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c..
La rubrica dell’art. parla di “esecutorietà” del decreto, che in ambito processualcivilistico è equivalente a quello di “esecutività”: i termini, infatti, sono usati, in giurisprudenza, come sinonimi (e plurimis, Cass. 30 maggio 2007, n. 12731).
Come ritenuto da questa Corte (Cass., ord. 3 settembre 2009, n. 19119), nel procedimento ex art. 647 c.p.c. il giudice ha il compito di verificare se non sia possibile che, per la nullità della notifica del decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta conoscenza; il decreto “ha la funzione di dichiarare che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate le condizioni perchè esso sia divenuto non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, sì da poter fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del credito”.
Si tratta di un procedimento alquanto privo di formalità (l’istanza può essere anche verbale), che implica il controllo della notificazione del decreto, del decorso del termine e della mancata opposizione o costituzione nei termini.
Dato questo contenuto, il decreto di esecutorietà si distingue dalla mera attestazione di cancelleria, cui non può certamente reputarsi equivalente, sia sotto il profilo dell’organo emanante, sia sotto quello del contenuto del controllo, limitato il primo al fatto storico della mancata opposizione decorso il termine perentorio ed il secondo esteso all’accertamento della regolarità della notificazione (art. 643 c.p.c.). E tale distinzione è sottesa all’ordinanza della Corte costituzionale 28 dicembre 1990, n. 572, che dichiarò inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 647 c.p.c., in riferimento all’art. 97 Cost., nella parte in cui richiede l’adozione di un provvedimento giudiziale che dichiari l’esecutività del decreto ingiuntivo, in luogo che accontentarsi il legislatore dell’attestazione di cancelleria.
4.6. – Orbene, il punto è stabilire a quale condizione sia subordinato il dispiegarsi degli effetti “sostanziali” del giudicato monitorio, ossia quando possa dirsi compiuto il giudicato “formale”.
In alcune delle pronunce ricordate si è talvolta, nel decidere che il decreto ingiuntivo è opponibile soltanto quando il decreto di esecutorietà è stato emesso prima della dichiarazione di fallimento, argomentato distinguendo tra “giudicato formale, interno, endoprocessuale”, che si formerebbe al momento della scadenza dei termini per proporre opposizione, e giudicato sostanziale, che si formerebbe soltanto al momento della apposizione del decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. (Cass. n. 6085 del 2004, richiamata dalla n. 6198 del 2009); nonchè nel senso che è “solo con la dichiarazione di esecutività che il giudice verifica se non sia possibile che, per la nullità della notificazione del decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta conoscenza, e dichiara che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate le condizioni perchè esso sia divenuto non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, si da poter fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del credito” (Cass. n. 12205 del 2012).
La Corte intende dare continuità all’orientamento sinora affermato, il quale esclude l’opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non opposto ma privo del provvedimento di esecutorietà di cui all’art. 647 c.p.c., con qualche precisazione.
La diversificazione sul piano temporale tra giudicato formale e giudicato sostanziale non può essere accolta (esula, ovviamente, dal tema il caso delle decisioni in rito suscettibili di giudicato formale, ma non di giudicato sostanziale).
La distinzione tra i due concetti si basa sulla disciplina dettata, da una parte, dall’art. 324 c.p.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata formale”) e, dall’altra, dall’art. 2909 c.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata”).
Come è evidente, e come è riconosciuto da autorevole dottrina e dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte (Cass., 3 luglio 1987, n. 5840; 2 marzo 1988, n. 2217), non esiste alcuna contrapposizione fra cosa giudicata formale e cosa giudicata sostanziale, posto che i due concetti sono relativi a due aspetti del medesimo fenomeno.
L’art. 2909 stabilisce, infatti, gli effetti sul piano sostanziale del giudicato, presupponendo che altrove si stabilisca quando si forma il giudicato. La decisione giurisdizionale non più impugnabile con i rimedi ordinari previsti dall’art. 324 c.p.c. determina, d’altro canto, gli effetti sul piano delle certezze giuridiche, che, ai sensi dell’art. 2909 c.c., vengono definiti giudicato sostanziale.
Affermata la coincidenza temporale del giudicato formale e di quello sostanziale, si deve stabilire se il giudicato si formi al momento del decorso dei termini per proporre opposizione al decreto ingiuntivo quando questa non sia stata proposta, ovvero al momento in cui il giudice, dopo averne controllato la notificazione, dichiari esecutivo il decreto ingiuntivo.
La seconda soluzione si impone per due connesse ragioni.
In primo luogo, al momento dello scadere dei termini per l’impugnazione non vi è stato alcun controllo giurisdizionale sulla notificazione e sulla sua idoneità a provocare un contraddittorio eventuale e posticipato sulla domanda proposta con il decreto ingiuntivo. Tale controllo, invece, rappresenta un momento irrinunciabile a garanzia del diritto di difesa dell’intimato ed ha natura analoga all’imprescindibile controllo che nel giudizio a cognizione ordinaria il giudice deve necessariamente effettuare prima di dichiarare la contumacia del convenuto (artt. 164, 183 e 291 c.p.c.). Senza tale controllo sarebbe “fuori sistema” parlare di giudicato anche solo formale e vi è spazio, come si preciserà più avanti, solo per un giudicato interno, i cui presupposti, però, sono oggetto di verifica da parte del giudice nell’ambito del processo.
In secondo luogo, l’art. 647 c.p.c. prevede che, nel caso in cui non sia stata fatta opposizione nel termine, “il giudice deve ordinare che sia rinnovata la notificazione, quando risulta o appare probabile che l’intimato non abbia avuto conoscenza del decreto”. L’eventuale rinnovazione della notificazione consente perciò all’ingiunto di proporre, nei termini decorrenti dalla nuova notificazione, opposizione che va qualificata come ordinaria, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., e non già tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c.; il che conferma che alla scadenza dei termini per proporre opposizione non si forma la cosa giudicata formale e che questa si forma solo dopo il controllo del giudice sulla notificazione.
Coerentemente, l’art. 656 c.p.c. prevede che non il decreto non opposto, ma “il decreto d’ingiunzione, divenuto esecutivo a norma dell’art. 647, può impugnarsi per revocazione nei casi indicati nell’art. 395, nn. 1, 2, 5 e 6″; sono esperibili, perciò, come emerge chiaramente dal confronto con l’art. 324 c.p.c., mezzi straordinari previsti per l’impugnazione contro i provvedimenti passati in cosa giudicata, ai quali mezzi si aggiunge, per espressa previsione dello stesso art. 656, la revocazione per contrasto con precedente giudicato (art. 395, n. 5) nonchè, per l’espressa previsione dell’art. 650 c.p.c., l’opposizione tardiva (sul fatto che l’efficacia di giudicato del decreto ingiuntivo non opposto e munito di esecutorietà ex art. 647 non viene meno di per sè a seguito dell’opposizione tardivamente proposta, cfr. Cass., sez. un., 16 novembre 1998, n. 11549 e Cass. 6 ottobre 2005, n. 19429).
E’ il caso di rilevare, sul piano sistematico, che la mancata definizione del procedimento d’ingiunzione con il decreto ex art. 647 c.p.c. non rende ovviamente irrilevante il fatto che il decreto ingiuntivo non sia stato opposto nei termini. Qualora, infatti, l’intimato dovesse proporre opposizione, e non ricorressero i presupposti per una opposizione tardiva, il giudizio di opposizione, che si configura come uno sviluppo della fase monitoria, dovrebbe chiudersi, previa ancora una volta l’imprescindibile verifica della regolarità della notificazione del decreto ingiuntivo, con il rilievo d’ufficio del giudicato interno, formatosi nell’ambito dell’unitario procedimento in corso (Cass. 6 giugno 2006, n. 13252;
Cass. 26 marzo 1991, n. 3258; Cass. 3 aprile 1990, n. 2707). Il giudicato formale e sostanziale, tuttavia, si formerebbe solo con la sentenza che dichiara l’inammissibilità della opposizione, come è reso evidente dal fatto che ove il giudice dell’opposizione erroneamente non rilevasse il giudicato interno ed accogliesse l’opposizione, la sentenza, se non impugnata, sarebbe idonea a passare in cosa giudicata (Cass. 20 settembre 1971, n. 2627).
In conclusione, la funzione devoluta al giudice dall’art. 647 c.p.c. è molto diversa da quella della verifica affidata al cancelliere dall’art. 124 disp. att. c.p.c. sulla mancata proposizione di una impugnazione ordinaria nei termini di legge e dall’art. 153 disp. att. c.p.c. sulla verifica che “la sentenza o il provvedimento del giudice è formalmente perfetto”. Se ne differenzia, infatti, per il compimento di una attività giurisdizionale avente ad oggetto la verifica del contraddittorio, che, come già detto, nel processo a cognizione ordinaria ha luogo come primo atto del giudice e nel processo d’ingiunzione, ove non sia stata proposta opposizione, ha luogo come ultimo atto del giudice. La conoscenza del decreto da parte dell’ingiunto non rappresenta perciò una condicio juris che può essere accertata al di fuori del processo d’ingiunzione, eventualmente anche dal giudice delegato in sede di accertamento del passivo, ma costituisce l’oggetto di una verifica giurisdizionale che si pone all’interno del procedimento di ingiunzione e che conclude l’attività in esso riservata al giudice in caso di mancata opposizione.
Ne consegue che il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale, nè può più acquisire tale valore con un successivo decreto di esecutorietà per mancata opposizione, poichè, intervenuto il fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive l’art. 52 L. fall., deve essere accertato nel concorso dei creditori, secondo le regole stabilite dagli artt. 92 ss. L. fall., in sede di accertamento del passivo.
4.7. – Discende, da quanto esposto, l’infondatezza manifesta della questione di legittimità costituzionale e comunitaria dalla ricorrente proposta (cfr. Cass. 12 febbraio 2013, n. 3401; 5 novembre 2010, n. 22549; 22 settembre 1997, n. 9346).
5. – I rimanenti motivi, dal terzo al quinto, denunciando il vizio di violazione di legge, di error in procedendo e di motivazione, riguardano sotto vari aspetti la prova del credito vantato. Essi sono infondati.
Quanto al terzo motivo, la non ammissione di parte delle spese richieste è stata motivata dal tribunale con la natura di esborsi “conseguenti ad un DI non opponibile al fallimento”, onde la pronuncia sul punto è stata emessa, ed il vizio denunciato di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, non sussiste; nè la motivazione appare omessa o censurabile, posto che ricalca proprio il principio secondo cui, nel momento in cui non è opponibile al fallimento il decreto ingiuntivo, neppure le relative spese possono essere ammesse, avendo questa Corte già affermato che, ove sia mancato il decreto ex art. 647 c.p.c. prima del fallimento, resta inopponibile anche l’ipoteca giudiziale eventualmente iscritta in base al decreto provvisoriamente esecutivo ed il creditore non può ottenere l’ammissione al passivo per il credito costituito dalle spese sopportate per il giudizio monitorio e per l’iscrizione dell’ipoteca (Cass., 1 aprile 2005, n. 6918; 23 luglio 1998, n. 7221; 25 marzo 1995, n. 3580; 1 dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno 1988, n. 3885; v. pure Cass. 5 novembre 2010, n. 22549).
6. – La censura di omesso esame dei documenti prodotti, di cui al quarto motivo, risulta affatto generica e non autosufficiente, riferendosi a tutta la documentazione dalla banca depositata in sede di giudizio di opposizione; ma, in tal modo, essa, oltre che in contrasto con il requisito dell’autosufficienza (art. 366 c.p.c.), finisce per esigere un nuovo sindacato di merito sull’efficacia probatoria dei documenti versati in giudizio, inammissibile in sede di legittimità.
Lamenta, invero, la banca che il tribunale avrebbe errato ad esaminare i documenti, avendo visionato non il “doc. 8 del fascicolo di parte opponente”, di cui al procedimento ex art. 98 l. fall., ma unicamente il documento, di pari numero, del fascicolo del ricorso monitorio. L’assunto, tuttavia, risulta smentito dalle stesse allegazioni della odierna ricorrente, la quale non afferma mai, nel ricorso, che il documento 8 del giudizio ex art. 98 l. fall., contenesse gli estratti conto, ma soltanto che, sotto tale numerazione, erano riportati i documenti “uso studio allegati all’istanza”, e precisamente “la copia del decreto ingiuntivo” e “le fatture delle spese esecutive” (p. 40 del ricorso per cassazione).
Dal suo canto, il decreto impugnato riferisce che l’istituto di credito ha prodotto soltanto “l’attestazione ex art. 50 TUB e un saldo conto nel quale viene riportato il mero dato contabile inerente il saldo dei rapporti di conto corrente”, che non permette di “ricostruire … nè l’andamento dei rapporti di dare avere nè l’esatto ammontare degli importi”.
In sostanza, il giudice del merito ha accertato che il documento – su cui la ricorrente fonda il credito, una volta non ammesso il provvedimento monitorio – consiste in un certificato contabile interno, che indica il dato complessivo ma non la sua evoluzione: ma di una critica a tale accertamento in fatto nel ricorso non vi è traccia. Pertanto, in realtà la ricorrente finisce così con il censurare che il tribunale non abbia fatto uso del potere di ritenere integrata la prova presuntiva sulla base dei diversi elementi indiziari offerti (decreto ingiuntivo, estratto ex art. 50 t.u.b., fatture): ma si tratta di potere discrezionale riservato al giudice del merito ed in questa sede insindacabile, esulando dall’ambito del giudizio di legittimità, oltre che conforme al costante orientamento il quale esclude il valore di prova del credito del saldaconto, se non indiziaria (Cass. 3 maggio 2011, n. 9695; 18 maggio 2006, n. 11749).
7. – Anche la censura, relativa al quinto motivo, di non avere il tribunale reputato idonei gli “estratti conto” è infondata: sia perchè di tali documenti, intesi come gli estratti inviati al cliente ex art. 1832 c.c., non vi è parola nel decreto impugnato, onde la ricorrente aveva l’onere di dedurre l’avvenuta proposizione della questione e di indicare dove ciò sarebbe avvenuto; sia perchè la costante giurisprudenza di questa Corte ne esclude l’efficacia probatoria nel fallimento (Cass. 26 gennaio 2006, n. 1543; Cass. 9 maggio 2001, n. 6465), affermando che l’istituto di credito, il quale prospetti una sua ragione di credito verso il fallito derivante da un rapporto obbligatorio regolato in conto corrente e ne chieda l’ammissione allo stato passivo, ha l’onere, nel giudizio di opposizione allo stato passivo, di dare piena prova del suo credito, assolvendo al relativo onere secondo il disposto della norma generale dell’art. 2697 c.c. attraverso la documentazione relativa allo svolgimento del conto, senza poter pretendere di opporre al curatore, stante la sua posizione di terzo, gli effetti che, ex art. 1832 c.c., derivano, ma soltanto tra le parti del contratto, dall’approvazione anche tacita del conto da parte del correntista, poi fallito, e dalla di lui decadenza dalle impugnazioni.
Nè il vizio di motivazione, adombrato nel quinto motivo (sebbene con improprio riferimento anche alla violazione dell’art. 1832 c.c.), può consistere nel censurare l’apprezzamento dei fatti operato dal giudice del merito.
8. – Le spese seguono la soccombenza dei ricorrenti e si liquidano come nel dispositivo, ai sensi del D.M. 12 luglio 2012, n. 140.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite, nella misura di Euro 16.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori, come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 novembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2014

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 19 marzo 2014, n. 6337. Qualora nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo vengano introdotti con l’opposizione fatti estintivi, modificativi od impeditivi dell’esistenza del credito di cui al decreto verificatisi dopo la sua pronuncia e prima della scadenza del termine per l’opposizione oppure qualora nel corso del giudizio di opposizione vengano introdotti fatti di quella natura verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione, nell’ipotesi in cui il debitore non abbia formulato domanda di accertamento della verificazione dei detti fatti (nella quale su di essa vi dovrà essere pronuncia), la pronuncia di inammissibilità dell’opposizione per ragioni di rito, come la tardività o il difetto di procura (nel regime anteriore alla l. n. 69 del 2009), una volta passata in cosa giudicata, non preclude la possibilità di dedurre quei fatti o con azione di accertamento negativo o, se sia minacciata o iniziata l’esecuzione sulla base del decreto, rispettivamente con l’opposizione al precetto e con l’opposizione all’esecuzione


 

cassazione

Suprema CORTE DI CASSAZIONE

sezione III

SENTENZA 19 marzo 2014, n. 6337

 

Motivi della decisione

p.1. Con il primo motivo di ricorso si deduce ‘violazione di legge – art. 653 c.p.c. art. 2909 c.c.’.

Vi si sostiene: che, una volta proposta opposizione al decreto ingiuntivo dell’8 novembre 1995, notificato il 16 novembre 1995, il Comune ricorrente, dopo uno storno da parte della creditrice della fattura posta a base del decreto e l’emissione di due nuove fatture, aveva eseguito il pagamento in due soluzioni nel giugno 1996, emettendo i relativi mandati di pagamento; che la creditrice non aveva, però, abbandonato il giudizio ed anzi, senza far constare al giudice dell’opposizione il pagamento ed in una situazione in cui il difensore del Comune aveva rinunciato al suo ministero difensionale, in data 21 gennaio 1999 aveva anzi chiesto ed ottenuto la concessione della provvisoria esecutività, sulla base della quale aveva poi precettato il pagamento della somma ingiunta nel decreto; che successivamente l’opposizione al decreto era stata dichiarata inammissibile per difetto del jus postulandi del difensore comunale e la controparte aveva dato corso all’esecuzione sulla base della concessione della provvisoria esecutività.

Sulla base di questo svolgimento della vicenda il ricorrente argomenta, quindi, che, poiché la pronuncia di rigetto dell’opposizione non si sostituisce come titolo esecutivo al decreto, giusta l’art. 653 c.p.c. e, nella specie, l’opposizione era stata dichiarata inammissibile, il decreto stesso sarebbe stato da considerarsi come non opposto e, dunque, il giudicato si sarebbe formato alla data della sua pronuncia o al più al momento in cui era scaduto il termine per la proposizione dell’opposizione, onde i pagamenti effettuati, in quanto avvenuti dopo quel momento non si sarebbero potuti considerare da esso coperti, al contrario di quanto hanno ritenuto sia il primo che il secondo giudice, e si sarebbero potuti dedurre con l’opposizione all’esecuzione. Ciò non diversamente da quanto sarebbe accaduto se essi fossero stati eseguiti dopo la definitività del decreto per mancanza di opposizione.

Viceversa, la sentenza impugnata, pur avendo riconosciuto la verificazione dei detti pagamenti ha rifiutato di dare loro rilievo reputando di applicare il principio per cui con l’opposizione all’esecuzione non possono farsi valere i fatti anteriori alla formazione del titolo, così sostanzialmente identificando la formazione del titolo posto a base dell’esecuzione con il momento della pronuncia dichiarativa dell’inammissibilità dell’opposizione.

p.2. Il motivo è fondato, anche se sulla base di un percorso in iure, che la Corte può compiere nell’ambito del suo potere di individuare l’esatto diritto applicabile in relazione alla questione proposta dal motivo.

In proposito viene in rilievo il seguente principio di diritto: “In ragione della funzione del giudizio di legittimità di garantire l’osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, nonché per omologia con quanto prevede la norma di cui al secondo comma dell’art. 384 cod. proc. civ. (là dove consente la salvezza dell’assetto di interessi, per come regolato dalla sentenza di merito, allorquando la soluzione della questione di diritto data dalla sentenza impugnata sia errata e, tuttavia, esista una diversa ragione giuridica, che, senza richiedere accertamenti di fatto, sia idonea a giustificare la soluzione della controversia sancita dal dispositivo della sentenza in relazione alla questione sollevata dal motivo di ricorso), deve ritenersi che, nell’esercizio del potere di qualificazione in diritto dei fatti, la Corte di cassazione può ritenere fondata la questione, sollevata dal ricorso, per una ragione giuridica diversa da quella specificamente indicata dalla parte e individuata d’ufficio, con il solo limite che tale individuazione deve avvenire sulla base dei fatti per come accertati nelle fasi di merito ed esposti nel ricorso per cassazione e nella stessa sentenza impugnata, senza cioè che sia necessario l’esperimento di ulteriori indagini di fatto, fermo restando, peraltro, che l’esercizio del potere di qualificazione non deve inoltre confliggere con il principio del monopolio della parte nell’esercizio della domanda e delle eccezioni in senso stretto, con la conseguenza che resta escluso che la Corte possa rilevare l’efficacia giuridica di un fatto se ciò comporta la modifica della domanda per come definita nelle fasi di merito o l’integrazione di una eccezione in senso stretto”. (Cass. n. 19132 del 2005; n. 6935 del 2007; n. 20328 del 2006; n. 24183 del 2006; n. 4994 del 2008; n. 10841 del 2011).

p.2.1. Va premesso innanzitutto che, quando un’opposizione a decreto ingiuntivo viene dichiarata inammissibile la formazione della cosa giudicata in senso formale e, quindi, l’effetto preclusivo della possibilità di mettere ulteriormente in discussione la situazione giuridica riconosciuta dal decreto ingiuntivo, si verifica allorquando la relativa sentenza passa in cosa giudicata, non è cioè più impugnabile con i mezzi ordinali.

Problema distinto è, invece, ricostruire l’oggetto di tale effetto preclusivo particolarmente riguardo ai suoi riferimenti temporali, cioè rispetto alle vicende del credito riconosciuto nel decreto ingiuntivo che diventano irretrattabili. Cioè, in definitiva, individuare l’ambito temporale con riguardo al quale il modo di essere della situazione creditoria risulta accertato.

p.2.2. Una prima risposta a tale problema potrebbe essere data facendo coincidere tale momento temporale con quello della formazione della cosa giudicata formale.

Una simile risposta potrebbe apparire giustificata per la ragione che, essendo stata la situazione creditoria dedotta nel giudizio di opposizione, tutte le vicende che l’hanno riguardata dovevano esservi dedotte e, dunque, l’esito dell’opposizione, pur nel senso della sua inammissibilità e, quindi, di una pronuncia di rito, definirebbe la vicenda con riguardo ad esse e, dunque, tanto se siano state, quanto se non siano state dedotte, purché esse si collochino prima della formazione del giudicato formale. Con la conseguenza che per tutte non sarebbe più possibile prospettarle nuovamente per mettere in discussione la situazione creditoria.

Nessuna rilevanza avrebbe la circostanza che l’accertamento espresso nella pronuncia che definisce l’opposizione sia in realtà una pronuncia di rito, qual è quella che ha dichiarato inammissibile l’opposizione, come, ad esempio, per la sua tardività oppure, come accaduto nella specie, per essersi ravvisata una ragione di sua nullità per difetto di procura alle liti e, quindi, la conseguenza della inammissibilità in via derivata.

p.2.2. Una seconda risposta, viceversa, potrebbe darsi invece valorizzando, agli effetti della individuazione dell’oggetto del giudicato sostanziale sulla situazione giuridica sotto il profilo temporale e, quindi, del modo di essere in cui essa risulti accertata per effetto dell’inammissibilità dell’opposizione, la natura in rito della pronuncia di inammissibilità dell’opposizione.

Cioè rilevando che essa si limita ad attestare che l’esercizio del potere di contestare l’accertamento sommario contenuto nel decreto ingiuntivo, che, necessariamente era riferito al momento della pronuncia da parte del giudice del decreto, non è avvenuto nell’unico modo consentito dall’ordinamento.

Ne seguirebbe che l’oggetto del giudicato sostanziale sotto il profilo temporale dovrebbe essere limitato al momento della pronuncia del decreto, con la conseguente possibilità che, nonostante il passaggio in cosa giudicata formale della declaratoria di inammissibilità dell’opposizione, resterebbero deducibili da parte del debitore i fatti estintivi, modificativi od impeditivi del modo di essere dei fatti costitutivi della situazione creditoria, che si fossero eventualmente verificati dopo la pronuncia del decreto ingiuntivo. Salvo individuare la sede in ci la deduzione possa avvenire.

p.2.3. Si tratta di individuare quale sia la soluzione corretta, se la prima o la seconda.

In termini meramente descrittivi, è certamente vero in primo luogo che la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione, definendo l’opposizione stessa per una ragione di rito che accerta che come rimedio essa non è stata ritualmente esperita, comporta che il giudice dell’opposizione accerti che non è stato messo in discussione l’accertamento del credito avvenuto inaudita parte con il decreto, in quanto il mezzo di impugnazione con cui lo si poteva fare è stato proposto in modo inammissibile.

È anche certamente vero che detta declaratoria si risolve nella preclusione dell’esame delle ragioni poste a fondamento dell’opposizione, fra le quali, evidentemente, vi possono essere sia i fatti che esistevano già al momento della pronuncia del decreto stesso (e che la mancanza del contraddittorio ha impedito fossero fatti constare al giudice richiesto di pronunciare il decreto), sia i fatti sopravvenuti dopo di essa e fino alla scadenza del termine per l’opposizione.

Questione diversa è, però, se detta preclusione impedisca per gli uni e per gli altri la possibilità di ottenerne l’esame in altra sede, eventualmente facendoli valere con l’opposizione all’esecuzione iniziata sulla base del decreto.

p.2.4. Ora, non è certamente dubitabile che, risolvendosi la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione nella sanzione del mancato esercizio del potere riconosciuto dall’ordinamento di reagire contro il decreto e nella conseguenza della formazione della cosa giudicata sul decreto, poiché l’oggetto del giudizio espresso nel decreto è il riconoscimento dell’esistenza della ragione creditoria al momento della pronuncia del decreto stesso, risulterà impedito dalla cosa giudicata la possibilità di porre in discussione altrove e, quindi, anche con l’opposizione all’esecuzione introdotta sulla base del decreto, l’esistenza della ragione creditoria sulla base di fatti che, esistendo già al momento della pronuncia del decreto ingiuntivo, dovevano necessariamente essere dedotti con il mezzo di impugnazione prescritto, cioè con l’opposizione.

p.2.5. Rispetto ai fatti estintivi, impeditivi o modificativi della situazione creditoria riconosciuta nel decreto ingiuntivo che si siano verificati dopo la sua pronuncia e nelle more del decorso del termine per la proposizione dell’opposizione, è indubbio che quest’ultima, quando viene proposta, dando luogo, pur congiuntamente all’attivazione di un giudizio impugnatorio del decreto (che concerne l’accertamento da esso effettuato al momento della pronuncia), allo svolgimento sulla situazione creditoria fatta valere con il ricorso monitorio di un ordinario processo di cognizione piena con il ripristino delle regole processuali ordinarie (Cass. sez. un. n. 7448 del 1993, nonché dottrina pressoché unanime), costituisce una sede nella quale detti fatti possono ed anzi debbono certamente farsi valere, eventualmente in aggiunta a fatti estintivi, modificativi od impeditivi della fattispecie costitutiva del credito prospettati come esistenti al momento della sua pronuncia e che, dunque, ove fondati, evidenziano l’illegittimità del decreto già al momento della sua emissione.

Viceversa, poiché l’opposizione serve innanzitutto per impugnare il decreto come pronuncia che accerta l’esistenza del credito e contestare l’esistenza del credito in quanto in essa consacrata e, dunque, al momento in cui il decreto è stato pronunciato, non si può ritenere che, ove il debitore ingiunto si trovi nella condizione di non avere ragioni di contestazione del credito con riferimento al momento in cui il decreto è stato emesso, ma ne abbia solo con riferimento a fatti estintivi, modificativi od impeditivi sopravvenuti, l’opposizione sia il mezzo necessario per farli valere se il creditore non concordi sulla loro verificazione.

Per esemplificare: se il debitore, una volta notificatogli il decreto od anche prima della sua notificazione abbia pagato, non è sostenibile che debba proporre l’opposizione al decreto per ottenere che il relativo fatto estintivo sia accertato e deducibile contro l’accertamento contenuto nel decreto.

La ragione è che la deduzione di tale fatto non integra una contestazione del decreto e, dunque, non giustifica l’opposizione come mezzo previsto per la sua impugnazione, ma suppone che il decreto fosse stato giustamente emesso al momento in cui è stato pronunciato.

Ne segue che il debitore non sarà onerato dell’opposizione ove abbia da far valere solo detti fatti, atteso che costringerlo a proporla non solo significherebbe imporgli un onere di proposizione dell’opposizione senza che vi abbia interesse, allorquando il creditore non contesti in alcun modo che la situazione sia stata definita nelle more della pendenza del termine per l’opposizione.

p.2.6. Bisogna invece domandarsi come il debitore, in presenza della verificazione di fatti estintivi, modificativi od impeditivi successivi alla pronuncia del decreto possa e debba reagire, qualora il creditore sollevi contestazioni e lo faccia durante la pendenza del termine per l’opposizione. La stessa domanda va fatta quanto la contestazione viene svolta dopo la scadenza del termine.

Occorre al riguardo distinguere.

p.2.7. Se le contestazioni si sono verificate – caso per la verità difficile, data la ristrettezza del termine per la proposizione dell’opposizione – nelle more della pendenza di tale termine, certamente il potere del debitore di contestare la pretesa del creditore può estrinsecarsi nella proposizione dell’opposizione al decreto, nella quale si potranno dedurre i fatti de quibus. Questa possibilità di utilizzare l’opposizione per dedurre fatti che si sono verificati dopo la sua pronuncia e, dunque, che non hanno carattere impugnatorio di esso, rappresenta una conseguenza necessaria dell’ambito riconosciuto all’opposizione, cioè della sua natura di giudizio nel quale si controverte non solo sulla legittimità della pronuncia del decreto al momento in cui è stata adottato, ma anche sul modo di essere della situazione giuridica successivamente.

Il punto è se l’opposizione sia in tal caso un mezzo necessario.

La risposta dev’essere negativa, perché l’opposizione è costruita dal legislatore anzitutto come mezzo che dev’essere esperito necessariamente dal debitore per contestare l’accertamento sommario consacrato nel decreto e, dunque, è il profilo impugnatorio che rende necessitata la forma dell’agire del debitore in contestazione della situazione creditoria.

Se tale profilo non ricorre l’opposizione diviene solo il mezzo – non necessario – per provocare la cognizione piena, come un normale giudizio di accertamento negativo dell’esistenza o del modo di essere del credito, sulla base dei fatti sopravvenuti dopo la pronuncia del decreto.

Si deve, quindi, ritenere che il debitore:

a) possa, ma non debba utilizzare l’opposizione per dedurre fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la pronuncia del decreto e nelle more della pendenza del termine per la sua proposizione, qualora essi siano contestati prima della sua scadenza;

b) in alternativa, ove il termine sia scaduto, possa agire con azione di accertamento negativo dell’esistenza del credito deducendo i fatti sopravvenuti de quibus e ciò senza che il creditore possa opporgli il giudicato nascente dalla mancata proposizione dell’opposizione, perché esso impedisce di dedurre i fatti esistenti al momento della pronuncia del decreto, in quanto essi sono incompatibili con l’accertamento in esso contenuto, ormai divenuto irretrattabile;

c) ove il creditore, scaduto il termine per l’opposizione al decreto, manifesti la sua pretesa o minacciando l’esecuzione con il precetto o iniziandola (essendosi fatto dichiarare esecutivo il decreto per mancata opposizione ai sensi dell’art. 647 c.p.c.), il mezzo di reazione del debitore per far valere i fatti successivi alla pronuncia del decreto potrà essere rispettivamente l’opposizione al precetto e l’opposizione all’esecuzione e ciò senza che si possa sostenere che, essendo l’esecuzione minacciata o iniziata in forza di titolo esecutivo giudiziale, contro di essa non possano dedursi come motivi di opposizione ragioni che si sarebbero potute dedurre con l’opposizione: la ragione è che quelle ragioni non si dovevano dedurre con l’opposizione, perché con essa si dovevano dedurre necessariamente ed in defettibilmente solo le ragioni di contestazione del credito consacrato nel decreto esistenti al momento della sua pronuncia.

p.2.8. Si deve per analoghe ragioni reputare che, ove le contestazioni da parte del creditore dei fatti estintivi, modificativi od impeditivi della situazione creditoria accertata nel decreto, verificatisi durante la pendenza del termine per l’opposizione, si siano, poi, avute dopo la scadenza di detto termine, a maggior ragione il debitore potrà reagire contro di esse agendo in azione di accertamento negativo oppure, se il creditore minacci l’esecuzione o la inizi, avendo ottenuto declaratoria di esecutività del decreto ex art. 647 c.p.c., proponendo rispettivamente opposizione al precetto o all’esecuzione e, parimenti, senza che l’efficacia di giudicato del decreto possa precludere di allegare i fatti de quibus: ciò, sempre per la ragione che essi non sono accertati dal decreto e nemmeno vi era interesse a dedurli, cosa peraltro solo facoltativa, con l’opposizione al decreto, giacché le contestazioni del creditore nemmeno si erano verificate.

p.2.9. Va considerata a questo punto l’ipotesi in cui i fatti estintivi, modificativi od impeditivi della situazione creditoria consacrata nel decreto si siano verificati dopo la scadenza del termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo e senza che essa sia stata proposta. Anche in questo caso, ove il creditore ne contesti l’efficacia ed azioni il decreto valgono le stesse soluzioni appena indicate. Il debitore potrà agire in accertamento negativo, oppure con le opposizioni esecutive senza che il giudicato formatosi sul decreto possa essere d’ostacolo alla deducibilità di quei fatti.

p.3. L’ipotesi di cui al paragrafo 2.8. va a questo punto esaminata con riferimento al caso in cui l’opposizione sia stata proposta dal debitore, evidentemente per far valere ragioni di contestazione esistenti al momento della pronuncia del decreto o (facoltativamente, come s’è visto, per queste) verificatesi dopo e prima della scadenza del termine per l’opposizione.

Occorre in tal caso considerare che nel caso in cui un’opposizione al decreto ingiuntivo sia stata proposta, il modo e la sede nella quale possono ed anzi debbono farsi valere fatti estintivi, modificativi, o impeditivi del diritto riconosciuto dal decreto ingiuntivo, che si siano verificati dopo la scadenza del termine di proposizione dell’opposizione, diventa necessariamente il giudizio di opposizione.

La proposizione dell’opposizione, infatti, determina l’apertura di un giudizio di cognizione piena sulla pretesa consacrata nel decreto. Poiché in un giudizio su una situazione giuridica i fatti sopravvenuti possono essere dedotti e tra l’altro senza incorrere in preclusioni, i fatti sopravvenuti pendente l’opposizione, riguardando la situazione giuridica creditoria oggetto del giudizio di opposizione ed essendo essa oggetto del detto giudizio non solo siccome consacrata al momento della pronuncia del decreto, ma anche nel suo successivo divenire, compreso quello verificatosi durante il giudizio, si deve ritenere che il giudizio di opposizione, almeno finché pende con la possibilità di allegare i fatti sopravvenuti sia l’unico modo con il quale essi possono farsi valere.

Ciò, è nient’altro che un portato della circostanza che la proposizione dell’opposizione ha determinato una contestazione in giudizio della pretesa consacrata nel titolo e del fatto che, quando una situazione giuridica sostanziale diventa oggetto di discussione in giudizio, la discussione fra le parti la riguarda non solo per quanto attiene ai fatti giuridici ad essa relativi che ne segnavano il modo di essere al momento dell’introduzione del giudizio, ma anche per quel che riguarda quelli che si verifichino con riferimento ad essa nel corso del giudizio. La ragione è che la situazione giuridica è oggetto del giudizio, dell’azione in giudizio, non già siccome cristallizzata al momento dell’inizio dell’azione, ma anche nel suo divenire in corso di esso.

p.3.1. Ne segue che, in pendenza dell’opposizione al decreto, i fatti sopravvenuti alla sua proposizione non possono che farsi valere se non nell’ambito del giudizio di opposizione, restando escluso che il debitore li possa dedurre con altro mezzo e, quindi, con una diversa azione di accertamento negativo o con l’opposizione al precetto o con l’opposizione all’esecuzione. Se si ritenesse altrimenti si consentirebbe al debitore di esercitare lo stesso potere di agire in accertamento negativo due volte, con situazione di litispendenza fra l’opposizione al decreto e l’eventuale azione di accertamento negativo e di continenza rispetto alle opposizioni esecutive (dato che esse hanno anche come petitum l’illegittimità dell’esecuzione minacciata o iniziata). D’altro canto se i fatti si verifichino durante la pendenza dell’opposizione in primo grado, la tutela che con le opposizioni esecutive si potrebbe ottenere in punto di sospensione dell’esecutività del titolo o dell’esecuzione, la si può ottenere ai sensi dell’art. 649 c.p.c.. Il rimedio dell’opposizione all’esecuzione sarà esercitato ove, nonostante la sospensione ex art. 649 c.p.c., il creditore minacci, inizi o prosegua l’esecuzione.

Va considerato che, nel caso l’opposizione sia stata rimessa in decisione oppure penda il termine per l’impugnazione della sentenza che l’ha decisa o l’opposizione si trovi in sede di impugnazione e la sopravvenienza dei fatti si verifichi dopo tali momenti, si può, invece, ammettere che di fronte alla minaccia dell’esecuzione o all’inizio dell’esecuzione sulla base del decreto, il rimedio esperibile siano le opposizioni esecutive al fine di ottenere la sospensione dell’esecutività o dell’esecuzione, dato che i rimedi degli artt. 283 e 373 non sono utilizzabili. E semmai i giudizi oppositivi andranno, poi, sospesi ai sensi dell’art. 337, secondo comma, c.p.c. quanto alla fase a cognizione piena, dato che il diritto di procedere all’esecuzione dipende dall’accertamento che si avrà nel giudizio di opposizione.

p.4. A questo punto ci si deve interrogare sul valore degli esiti del giudizio di opposizione al decreto rispetto ai fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione.

L’interrogativo riguarda sia il caso in cui essi siano stati introdotti, sia il caso in cui il debitore abbia omesso di introdurli.

Fermo che, se l’opposizione viene accolta, la situazione è regolata dall’art. 653 c.p.c. e l’ipotesi qui non interessa, occorre domandarsi cosa accada nel caso di rigetto dell’opposizione.

Se l’opposizione viene rigettata con una pronuncia sul merito, cioè che accerti l’esistenza del credito, è palese che l’esistenza del medesimo non potrà essere contestata facendo valere i fatti de quibus altrove (e, quindi, anche con le opposizioni esecutive), tanto se dedotti, quanto se non dedotti nel giudizio di opposizione, perché nel primo caso evidentemente il loro rilievo è stato valutato o, se si è omesso di valutarlo, occorreva reagire, se impugnabile, contro la pronuncia di rigetto, dolendosi dell’omessa pronuncia, mentre nel secondo caso, tenuto contro che i fatti dovevano necessariamente essere allegati nel giudizio di opposizione, il giudicato di rigetto, una volta formatosi, copre il dedotto ed il deducibile (mentre in sede di impugnazione, ove la sentenza venga impugnata, i fatti che non si erano introdotti non possono più dedursi, per l’operare delle preclusioni).

p.4.1. Se l’opposizione viene invece definita con una pronuncia di rito e, dunque, avendo l’opposizione un profilo impugnatorio, con una pronuncia di inammissibilità dell’opposizione, può presentarsi il caso in cui i fatti sopravvenuti dopo la pronuncia del decreto siano stati non solo dedotti ma anche posti a base di una domanda di accertamento positivo della loro incidenza sul credito, a prescindere dalla ritualità dell’opposizione, in ipotesi contestata dal creditore o dal giudice ufficio.

In tal caso la situazione sarà risolta perché il giudice dell’opposizione che dichiari inammissibile l’opposizione dovrà provvedere su detta domanda, con la conseguenza che avrà luogo una pronuncia di accertamento positivo o negativo dell’esistenza del credito in forza di essi.

p.4.2. Di norma, tuttavia, il debitore opponente si limita ad introdurre i fatti sopravvenuti alla pronuncia del decreto come fatti rilevanti per la decisione sull’opposizione, cioè senza proporre domanda di accertamento del modo di essere della situazione creditoria per il caso di inammissibilità dell’opposizione.

In tal caso il giudice che rilevi l’inammissibilità dell’opposizione si limita a pronunciare su di essa.

Così, se l’opposizione è stata proposta tardivamente oppure (nel regime dell’art. 182 c.p.c. ante riforma della l. n. 69 del 2009) con procura nulla, come nella specie, la pronuncia si limiterà a dichiarare inammissibile l’opposizione, senza esaminare l’esistenza dei fatti estintivi, modificativi od impeditivi sopravvenuti alla pronuncia.

Ebbene, poiché la pronuncia ha natura di rito e si limita a dichiarare che il mezzo di reazione contro il decreto, cioè contro la pronuncia di accertamento del credito effettuata dal giudice che lo emise, non è stato esperito in modo rituale, ciò che diviene incontestabile è l’accertamento del modo di essere della situazione creditoria consacrato nel decreto e, dunque, che il credito era esistente a quel momento.

Il giudicato riguarda, cioè, oltre che la ragione di rito, la situazione di merito, ma in ragione di quanto emergente dalla statuizione di rito.

Poiché la statuizione di inammissibilità dell’opposizione implica che non è stato esercitato ritualmente il potere di impugnare il decreto, l’effetto che consegue è che non potrà essere posto in discussione ciò che dispone il decreto e, dunque, avendo esso accertato la situazione creditoria come esistente al momento della sua pronuncia, l’esistenza del credito a tale momento.

Il giudicato emergente dal decreto non potrà riguardare, pertanto, i fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la sua pronuncia, perché, ancorché essi fossero stati dedotti nel giudizio di opposizione e fossero stati oggetto di accecamento, non sono stati accertati né negativamente né positivamente, essendovi stata pronuncia di rito.

Se si ritenesse altrimenti si attribuirebbe alla pronuncia di rito un’efficacia preclusiva meramente sanzionatoria di un errore in rito che non riguardava l’azione in giudizio riguardo ai fatti sopravvenuti e si avallerebbe un’idea dell’efficacia della pronuncia in rito diversa da quella che regola le pronunce di rito sull’azione esercitata per le vie normali, dove non si dubita che se il processo viene definito con una pronuncia di rito che accerti che fin dall’inizio è stato male introdotto sotto il profilo della legge processuale, il giudicato sulla situazione giuridica sostanziale è insussistente.

Ne segue che la deducibilità dei detti fatti non è coperta dal giudicato derivante dalla pronuncia di inammissibilità dell’opposizione al decreto, che preclude al debitore solo di dedurre fatti estintivi, modificativi od impediti esistenti al momento della pronuncia del decreto.

Ne segue ancora che il debitore, a parte la prospettiva di agire in accertamento negativo per ottenere che sia accertata l’estinzione, la modificazione o il venire meno per fatto impeditivo del credito successivamente alla pronuncia del decreto, ove il creditore, conseguita la declaratoria di esecutività ex novo o in forza di una esecutività concessa già nella pendenza dell’opposizione, una volta dichiarata inammissibile l’opposizione e passata in giudicato la relativa decisione, minacci l’esecuzione o la inizi sulla base del decreto ed invocando la declaratoria della sua inammissibilità, il debitore deve ritenersi legittimato a far valere i fatti estintivi, modificativi od impeditivi successivi alla pronuncia del decreto con i rimedi dell’opposizione al precetto e dell’opposizione all’esecuzione. Ciò, in quanto detti fatti non sono in alcun modo coperti dalla combinazione del titolo esecutivo giudiziale rappresentata dal decreto e dalla pronuncia di inammissibilità dell’opposizione.

p.4.3. Se si ritenesse altrimenti si precluderebbe al debitore di dedurre tali fatti non già perché coperti dall’accertamento emergente da tale combinazione, che, come s’è veduto riguarda il credito come era stato accertato al momento della pronuncia del decreto e l’inammissibilità dell’opposizione, bensì come ingiustificata sanzione discendente dall’inammissibilità dell’opposizione.

In definitiva verrebbe ad essere sanzionata l’omessa proposizione della domanda di accertamento del loro verificarsi e l’essere stati essi dedotti solo come eccezioni per resistere alla pretesa creditoria di cui al decreto, ancorché non esaminata nel merito.

Il che sarebbe del tutto ingiustificato, specie qualora l’irritualità dell’opposizione (per tardività o per difetto di procura) fosse incontestabile.

p.5. Il principio di diritto che in base alle complessive considerazioni svolte allora si deve affermare è il seguente: “qualora nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo vengano introdotti con l’opposizione fatti estintivi, modificativi od impeditivi dell’esistenza del credito di cui al decreto verificatisi dopo la sua pronuncia e prima della scadenza del termine per l’opposizione oppure qualora nel corso del giudizio di opposizione vengano introdotti fatti di quella natura verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione, nell’ipotesi in cui il debitore non abbia formulato domanda di accertamento della verificazione dei detti fatti (nella quale su di essa vi dovrà essere pronuncia), la pronuncia di inammissibilità dell’opposizione per ragioni di rito, come la tardività o il difetto di procura (nel regime anteriore alla l. n. 69 del 2009), una volta passata in cosa giudicata, non preclude la possibilità di dedurre quei fatti o con azione di accertamento negativo o, se sia minacciata o iniziata l’esecuzione sulla base del decreto, rispettivamente con l’opposizione al precetto e con l’opposizione all’esecuzione”.

La stessa conseguenza, rileva il Collegio, si verifica se, nella descritta situazione, il giudizio di opposizione viene dichiarato estinto, perché l’effetto estintivo riguarda l’opposizione al decreto in quanto ha accertato il credito al momento della sua pronuncia e, per quanto attiene alla prospettazione dei fatti concernenti al situazione giuridica nel corso del processo, esso non estingue il potere di azione.

p.6. Le svolte considerazioni evidenziano a questo punto che il primo motivo dev’essere accolto, in quanto l’inammissibilità dell’opposizione al decreto ingiuntivo determinava il formarsi della cosa giudicata solo sull’esistenza del credito al momento della sua pronuncia e non al momento del passaggio in giudicato della sentenza declaratoria di inammissibilità dell’opposizione.

Conseguentemente il fatto estintivo del credito verificatosi nel giudizio di opposizione, che vi era stato introdotto, bene poteva essere dedotto con l’opposizione all’esecuzione ed avrebbe dovuto e potuto considerarsi dai giudici di merito.

D’altro canto parte resistente non ha in alcun modo contestato nel suo controricorso l’affermazione della sentenza, ammesso che non dovesse comunque proporre ricorso incidentale.

Né ha resistito l’altro soggetto già coinvolto nell’originaria associazione temporanea di imprese.

L’accoglimento del motivo a questo punto evidenzia l’esistenza di una situazione nella quale è possibile decidere nel merito con l’accoglimento dell’opposizione, atteso che nella sentenza impugnata si trova affermato – quale ragione per compensare le spese – che effettivamente il pagamento in corso di giudizio di opposizione era avvenuto e che ad esso non si poteva dare rilievo solo per la (inesistente, come s’è veduto) preclusione del giudicato.

Pronunciando nel merito dell’appello, in accoglimento di esso, dev’essere dunque accolta l’opposizione all’esecuzione e dichiarato inesistente il diritto di procedere all’esecuzione.

p.7. Il secondo motivo a questo punto resta assorbito.

p.8. L’oggettiva incertezza delle questioni esaminate induce a compensare le spese di tutto il giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata. Pronunciando nel merito accoglie l’opposizione e dichiara inesistente il diritto di procedere all’esecuzione. Compensa le spese dell’intero giudizio.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 22 ottobre 2013, n. 23923. Opposizione a decreto ingiuntivo. L’omessa produzione della copia notificata del decreto ingiuntivo non è causa di improcedibilità dell’opposizione


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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 22 ottobre 2013, n. 23923

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 01.11.1993, il Tribunale di Velletri dichiarava inammissibile l’opposizione proposta da A..M. avverso il decreto ingiuntivo di pagamento della somma di L. 7.259.000 emesso ad istanza della s.a.s. C.E.D. ’90 a titolo di corrispettivo di servizi di contabilità. Il Tribunale dava atto della mancata produzione del decreto opposto, rilevando il difetto di prova, incombente al M. , in ordine alla tempestività dell’opposizione.
La decisione – gravata da impugnazione del M. , il quale depositava copia notificata del decreto opposto – era riformata dalla Corte di appello di Roma, la quale, dato atto della tempestività dell’opposizione, con sentenza in data 24.07.2007, previa qualificazione del contratto inter partes come di opera intellettuale, dichiarava prescritto il credito della C.E.D.’9O s.a.s.; revocava il decreto opposto; condannava l’appellata al pagamento delle spese dell’intero giudizio.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la s.a.s. C.E.D. ’90 svolgendo sei motivi.
Nessuna attività difensiva è stata svolta da parte intimata.

Motivi della decisione

1. La Corte di appello, in ordine alla pregiudiziale questione dell’ammissibilità dell’opposizione, ha osservato che nel corso del giudizio di primo grado non era stata posta in dubbio la veridicità dell’allegazione dell’opponente circa l’intervenuta notificazione del decreto in data 18.11.1999,
per cui l’eccezione prospettata dall’opposta solo nella memoria di replica “avrebbe dovuto indurre il Tribunale ad un approfondimento sul punto”; ha quindi, evidenziato che “in ogni caso” la tempestività dell’opposizione era stata documentata in sede di gravame con la produzione (da ritenersi ammissibile) della copia notificata del decreto opposto.
Nel merito l’opposizione è stata ritenuta fondata sulla base delle seguenti considerazioni: a) dalla prova testimoniale era emerso che, oltre a servizi di contabilità elettronica, la C.E.D. ’90 prestava al M. anche consulenza fiscale per il tramite del rag. De Angelis e quindi anche attività di commercialista; b) in sostanza la prestazione svolta “esulava” dal mero inserimento di dati contabili nell’elaboratore elettronico, avendo riguardato nel tempo anche l’assistenza prestata dal “commercialista di fiducia del M. e parimenti contabilizzata dalla C.E.D. unico soggetto che emetteva fatture”; c) dalla ricostruzione della vicenda negoziale e dalla conseguente qualificazione del rapporto come prestazione d’opera professionale, derivava la fondatezza dell’eccezione di prescrizione ex art.2957 cod. civ. in quanto il termine decorreva, non già dalla cessazione del rapporto, ma dal compimento delle singole prestazioni e quindi dall’emissione di ogni singola fattura.
2. Il ricorso, avuto riguardo alla data della pronuncia della sentenza impugnata (successiva al 2 marzo 2006 e antecedente al 4 luglio 2009), è soggetto alla disciplina di cui agli artt. 360 cod. proc. civ. e segg. come risultanti per effetto del cit. d.Lgs. n. 40 del 2006; si applica, in particolare, l’art. 366 bis cod. proc. civ., stante l’univoca volontà del legislatore di assicurarne ultra-attività (ex multis, cfr. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1194), atteso che la norma resta applicabile in virtù dell’art. 27, comma 2 del cit. d. Lgs ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, cioè dal 2 marzo 2006, senza che rilevi la sua abrogazione, a far tempo dal 4 luglio 2009, ad opera della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), in forza della disciplina transitoria dell’art. 58 di quest’ultima.
2.1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 184, 641 e 345 cod. proc. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.), nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.), per avere la Corte territoriale ritenuto ammissibile in appello la produzione della copia notificata del decreto. A chiusura del motivo parte ricorrente chiede che, nella fattispecie, venga affermato il principio secondo cui “nelle cause che si svolgono nella vigenza del cosiddetto nuovo rito la produzione della copia notificata del decreto, ai fini della prova della tempestività dell’opposizione, è inibita in sede di gravame ricadendo questo tra i documenti che la parte poteva e doveva esibire al primo giudice con conseguente impossibilità di produrli in altro grado del giudizio”.
2.1.1. Innanzitutto il motivo – pur prospettato sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale – non contiene “la chiara indicazione” (c.d. quesito di fatto) richiesta dalla seconda parte dell’art. 366 bis cod. proc. civ. in relazione al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ., la quale deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, da cui risulti non solo “il fatto controverso” in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ma anche – se non soprattutto – “la decisività” del vizio, e cioè le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (cfr. Sez. Unite, 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. ord., 18 luglio 2007, n.16002; Cass. ord. 7 aprile 2008, n. 8897). Invero le Sezioni Unite – pur ritenendo ammissibile, in via di principio, il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d’impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto – hanno precisato che a tali effetti occorre che il motivo si concluda con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto (Cass. civ., Sez. Unite, 31 marzo 2009, n. 7770).
Più in generale si rileva che il vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. può attenere solo alla ricostruzione e valutazione del fatto storico, mentre l’interpretazione e applicazione di norme giuridiche, qual è contestata nella specie, può essere apprezzata sotto il profilo dell’error in iudicando o in procedendo e può portare o alla Cassazione della sentenza, se la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ha dato luogo ad un dispositivo contrario alla legge, ovvero alla integrazione o correzione, a norma dell’art. 384 co.2 cod. proc. civ..
2.1.2. Per altro verso la questione di diritto proposta -pur riecheggiando non recenti pronunce di questa Corte che riconducono la produzione in appello della copia notificata del decreto opposto alla previsione dell’art. 345 co. 2 (oggi comma 3) cod. proc. civ. (cfr. Cass. 5 luglio 2002, n.9810) e nel rito del lavoro all’art. 436 cod. proc. civ. (cfr. Cass. 6 febbraio 2002, n. 1585) sul presupposto della riferibilità della norma anche ai documenti processuali – prescinde dalla specificità del caso concreto. Il quesito di diritto, si risolve, infatti, nell’astratta enunciazione di una regula iuris, omettendo di confrontarsi con la ratio decidendi, laddove si evidenzia che “la prova della tempestività dell’opposizione” si evinceva dalla “non contestazione” sulla data della notificazione del decreto indicata da parte opponente e, nel contempo, si censura la mancata sollecitazione del contraddittorio prima del rilievo officioso, in tal modo implicitamente, ma inequivocamente ravvisandosi anche giustificate ragioni di rimessione in termini.
2.1.3. D’altra parte questa Corte, nel rilevare l’ammissibilità del deposito della copia notificata del decreto opposto successivamente alla costituzione dell’appellante ed anche in sede di appello, è costante nel ritenere che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la produzione di tale atto non è richiesta a pena di improcedibilità dell’opposizione, non essendo applicabile a questa, che non è mezzo di impugnazione, la disciplina propria di tali mezzi; onde la sua mancanza rileva quale condizione di ammissibilità – e cioè quale mezzo necessario ai fini del riscontro della tempestività dell’opposizione medesima soltanto se la prova della tempestività non sia evincibile dai documenti prodotti dalla controparte o comunque acquisiti al processo (Cass. n. 9810 del 2002 cit.; Cass. 15 luglio 2009, n. 16540) o desunta da altri sicuri elementi, tra i quali anche le ammissioni contenute nella comparsa di costituzione e risposta o nella comparsa conclusionale dell’opposto in ordine alla data della notifica (cfr. Cass. 26 giugno 2008, n. 17495).
In definitiva il motivo va rigettato.
2.2. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2956 cod. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.), nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.) per non avere la Corte di appello considerato la complessità del rapporto di dare e avere tra le parti. A chiusura del motivo parte ricorrente chiede che la Corte di cassazione affermi i seguenti principi: “l’inapplicabilità dell’istituto della prescrizione invocato dalla controparte alle ipotesi in cui tra le parti vi siano molteplici rapporti di dare avere”, nonché di dichiarare che la “prescrizione presuntiva invocata non può trovare applicazione in caso di prestazioni caratterizzate da un rapporto di durata che continuando nel tempo si sottrae ai presupposti di tale istituto”.
2.2.1. Per i profili di inammissibilità della censura motivazionale si rinvia a quanto già osservato sub 2.1.1. con riguardo al precedente motivo.
Il motivo è, comunque, inammissibile per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. anche in relazione alla congiunta denuncia di violazione di legge. Invero il duplice principio che si chiede a questa Corte di enunciare, sopra testualmente riportato, muove da condizionanti premesse quali l’esistenza di rapporti di “dare e avere” tra le parti, nonché di un unico “rapporto di durata” – che non emergono o sono addirittura smentite dalla decisione impugnata, atteso che i giudici a quibus hanno espressamente evidenziato che “si è trattato di singole prestazioni, ciascuna completa ed autonoma e non unite in un complesso inscindibile, tanto che ogni singola fattura si riferisce ad un periodo circoscritto e reca un proprio importo distinto da ogni altro” (donde l’applicabilità della regola di cui all’art. 2957 cod. civ. con decorrenza dalle singole fatture).
Si rammenta che il quesito di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., rappresentando la congiunzione fra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, non può esaurirsi nella mera enunciazione di una regola astratta, ma deve presentare uno specifico collegamento con la fattispecie concreta, nel senso che deve raccordare la prima alla seconda ed alla decisione impugnata, di cui deve indicare la discrasia con riferimento alle specifiche premesse di fatto, essendo evidente che una medesima affermazione può essere esatta in relazione a determinati presupposti ed errata rispetto ad altri.
Nel caso di specie i principi di diritto che si chiede a questa Corte di enunciare non sono idonei a risolvere la fattispecie concreta, perché postulano una ricostruzione della vicenda contrattuale in termini opposti a quelli ritenuti dal giudice del merito, attraverso la valutazione delle risultanze processuali, operata nella decisione impugnata con motivazione adeguata e, comunque, non attinta da ammissibile denuncia ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ..
2.3. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 279 e 340 cod. proc. civ., formazione del giudicato “interno”, contrarietà a precedente giudicato (art. 360 n.4 cod. proc. civ.), vizio di motivazione, omesso esame dell’eccezione di giudicato ai sensi dell’art. 360 n.5 cod. proc. civ., per non avere la Corte di appello rilevato il giudicato interno rappresentato dall’ordinanza (in tesi avente natura di sentenza) con la quale il Tribunale di Velletri aveva dato ingresso all’istruttoria, previo rigetto dell’eccezione preliminare di prescrizione presuntiva), intendendosi “sottoporre all’attenzione di questa Suprema Corte la decisione dell’avvenuto formarsi del giudicato in primo grado sulla eccepita prescrizione del credito”.
2.3.1. Il motivo – prima ancora che inammissibile per la carenza dei quesiti di diritto in ordine alle plurime violazioni di legge enunciate, nonché per l’omessa esposizione della “chiara indicazione” richiesta in relazione alla congiunta denuncia motivazionale – si rivela manifestamente infondato. Invero l’ordinanza che parte ricorrente sottopone “all’attenzione” di questa Corte – proprio perché dichiaratamente emessa ai fini dell’ammissione della prova, prescindendo dal “qualificare giuridicamente il rapporto intercorso tra le parti” – deve ritenersi esclusivamente funzionale all’ingresso dell’istruttoria ed è, pertanto, priva di quei requisiti di definitività e decisorietà, che postulano l’attitudine al giudicato.
2.4. Con il quarto motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2222, 2230, 2956 e 2697 cod. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su “questione decisiva della controversia” (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.). A chiusura del motivo parte ricorrente rileva che questa Corte “in ragione delle questioni sollevate dovrà pronunciare… sulla qualificazione del rapporto intercorso tra le parti chiarendo i principi in forza dei quali il contratto per cui è causa deve essere qualificato come contratto d’opera e non come prestazione professionale con il conseguenze di legge in ordine alla domanda di pagamento delle somme avanzata dalla ricorrente”.
2.4.1. Il motivo è inammissibile.
Innanzitutto manca il c.d. quesito di fatto, in relazione al dedotto vizio di cui all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., peraltro neppure prospettabile in relazione ad una “questione”, postulando la norma l’enunciazione di un fatto vero e proprio – non una “questione” o un “punto” della sentenza – e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 cod. civ., od anche un fatto secondario, purché controverso e decisivo.
Inoltre la proposizione conclusiva è inidonea a veicolare la censura sotto il profilo della violazione di legge, in relazione al comb. disp. dell’art. 360 n. 3 e 366 bis cod. proc. civ., dal momento che si sostanzia in una generica istanza di decisione sull’esistenza del vizio denunciato, demandando a questa Corte di procedere alla qualificazione del rapporto. In tale modo parte ricorrente si è sottratta all’onere imposto dal cit. art. 366 bis c.p.c. di sottoporre alla Corte una propria finale, conclusiva, valutazione della dedotta violazione della legge processuale o sostanziale, sulla cui correttezza sollecitare “il si o il no” di questo Giudice di legittimità.
2.5. Con il quinto motivo di ricorso si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su “questione qualificante” della controversia (art. 360 n.5 cod. proc. civ.).
2.5.1. Senza ripetere argomentazioni già svolte con riguardo alle precedenti censure motivazionali, è sufficiente osservare che manca il “quesito di fatto” richiesto a pena di inammissibilità del motivo e che neppure è chiaro quale sia la “questione qualificante” della controversia.
Il motivo è, dunque, inammissibile.
2.6. Con il sesto motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 92 cod. proc. civ., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione (art. 360 n.5 cod. proc. civ.), per avere la Corte di appello iniquamente gravato l’opposta del pagamento delle spese di entrambi i gradi, sebbene l’inammissibilità dell’opposizione derivasse da colpa esclusiva dell’appellante.
2.6.1. Il motivo – a tacere dell’inosservanza dell’art. 366 bis cod. proc. civ. – è evidentemente subordinato all’accoglimento del primo motivo e non può che seguirne la sorte.
In conclusione il ricorso va rigettato.
Nulla deve disporsi in ordine alle spese del giudizio di legittimità non avendo parte intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 23 settembre 2013 n. 21675. Ai sensi del disposto della legge 794/1942 (applicabile nella specie ratione temporis), l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dall’avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile deve essere proposto con atto di citazione, di talché, se l’opponente abbia introdotto il relativo giudizio con ricorso, la sanatoria del relativo vizio procedurale deve ritenersi ammissibile a condizione che il ricorso venga notificato nel termine indicato nel decreto, analogamente a come si sarebbe dovuto procedere con la citazione


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Il testo integrale[1]

 

Ai sensi del disposto della legge 794/1942 (applicabile nella specie ratione temporis), l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dall’avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile deve essere proposto con atto di citazione, di talché, se l’opponente abbia introdotto il relativo giudizio con ricorso, la sanatoria del relativo vizio procedurale deve ritenersi ammissibile a condizione che il ricorso venga notificato nel termine indicato nel decreto, analogamente a come si sarebbe dovuto procedere con la citazione.

Il principio di diritto così esposto va poi coniugato (in adesione con quanto correttamente ritenuto da Cass. 1283/1999) con quello, più generale, secondo il quale l’adozione della forma del ricorso in luogo di quella della citazione non determina, peraltro, la nullità (ovvero la inammissibilità) del procedimento di opposizione quando, con la regolare instaurazione del contraddittorio, conseguente alla costituzione della controparte in assenza di eccezione alcuna, sia stato comunque raggiunto lo scopo dell’atto, in virtù del principio di conversione degli atti processuali nulli di cui all’art. 156 c.p.c.


Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 11 settembre 2013, n. 20843. Al fine di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo in tema di contratti con prestazioni corrispettive, l’istante non è tenuto a fornire la duplice completa dimostrazione, quella cioè dell’esistenza dell’obbligazione di cui si invoca il soddisfacimento e quella dello avvenuto adempimento dell’obbligazione propria, cui l’esigibilità della prima sia subordinata, essendo sufficiente la dimostrazione limitata al primo dei suaccennati effetti, cui si accompagni l’offerta di elementi indiziari in ordine al secondo


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Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  11 settembre 2013, n. 20843

Svolgimento del processo

1. Su ricorso della Technik spa il Giudice di Pace di Monza in data 30/12/03 emetteva il decreto ingiuntivo n. 07/04 con il quale ingiungeva al signor S..G. di pagare alla Technik la somma di Euro 841,97, oltre interessi e spese, come da fattura e documentazione allegata. La somma era dovuta per il pagamento delle serrande di intercettazione a tenuta e taratura, necessarie per l’utilizzo di un macchinario per l’asciugatura industriale delle verdure fresche, che il signor G. aveva ordinato alla Technik s.p.a.. Il signor G. si era rifiutato di ritirare la mercé, adducendo che le serrande non corrispondevano agli standard di qualità.
2. Il signor G. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo, domandando al Giudice di Pace di Monza la revoca del decreto ingiuntivo e la risoluzione del contratto sottoscritto con la Technik s.p.a., per essere il bene privo dei requisiti essenziali per l’uso cui era destinato o comunque affetto da vizi. Il G. rilevava che il decreto ingiuntivo era stato emesso senza il rispetto delle condizioni probatorie stabilite dagli art. 633 e ss. c.p.c. e che, in particolare, la venditrice non aveva provato lo “spossessamento” del bene venduto, né comunque di averlo messo a disposizione nella forme previste dall’art. 1209 c.c., e per questo chiedeva la risoluzione del contratto. Il Giudice di Pace, con sentenza n. 679/05 confermava il decreto ingiuntivo e condannava il signor G. al pagamento in favore della Technick delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 1.303,00, oltre a quelle del decreto ingiuntivo.
3. Il signor G. proponeva appello avverso la sentenza emessa dal Giudice di Pace di Monza, chiedendo dichiararsi la nullità, l’inefficacia e comunque disporsi la revoca del decreto ingiuntivo. Insisteva nella domanda di risoluzione del contratto, per fatto e per colpa della Technik S.p.A., e ne chiedeva la condanna alla restituzione della somma corrisposta in adempimento del decreto ingiuntivo opposto e della sentenza impugnata.
Il Tribunale di Monza, con sentenza del 28 settembre 2006 rigettava l’appello proposto. Per il giudice di seconda istanza sussistevano i presupposti di cui all’art. 633 c.p.c., essendo stati depositati l’ordine di acquisto, la fattura e il documento di trasporto; la Technik S.p.A. aveva dimostrato il suo credito e non aveva alcun obbligo di consegna della mercé presso il domicilio dell’acquirente, che era stato avvisato invano più volte di provvedere al ritiro. Quanto ai vizi e difetti denunciati, la certificazione rilasciata da parte dell’istituto collaudi e ricerche M. Masini S.r.l., era sufficiente ad attestare la conformità delle serrande fornite ai requisiti indicati nella normativa vigente (DIN 1946/4).
4. Ricorre per cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Monza il signor G. , che articola quattro motivi di ricorso, di cui due subordinati. Resiste con controricorso la Technik s.p.a..

Motivi di ricorso

1. Il ricorso è infondato e va rigettato, per quanto di seguito si chiarisce.
2. Col primo motivo di ricorso si deduce la “nullità e/o inefficacia del decreto ingiuntivo per inesistenza di idonea prova scritta: nullità della sentenza o del procedimento (ex art. 360 n. 4 c.p.c.)”.
Il decreto ingiuntivo opposto era stato concesso in mancanza degli elementi richiesti dall’art. 2697 c.c. e dall’art. 633 c.p.c. quanto alla prova scritta del diritto fatto valere, non avendo la venditrice provato la consegna (o lo spossessamento) del bene venduto, né esibito le scritture contabili ex art. 633 c.p.c..
Il Tribunale di Monza aveva erroneamente ritenuto che “nel caso concreto l’appellata ha fornito prova scritta della propria controprestazione esibendo l’ordine di acquisto, la fattura e il relativo documento di trasporto”, non avendo tenendo conto che il documento di trasporto prodotto in fase monitoria non era sottoscritto, in quanto la consegna del bene oggetto della compravendita non era mai avvenuta.
A norma dell’art. 366 bis c.p.c. viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di beni mobili, in assenna della prova della consegna o dello spossessamento, la copia dell’ordine e della fattura sono documenti idonei e sufficienti ad integrare la prova scritta richiesta al creditore per l’emissione di un decreto ingiuntivo secondo gli artt. 633 c.p.c. e ss.”.
2.1 Il motivo è infondato e il quesito proposto è ai limiti della ammissibilità, perché si fonda su una circostanza (mancato “spossamento” che, come si vedrà, non risulta pertinente). Occorre in concreto stabilire quale prova scritta è sufficiente ai fini della concessione del decreto ingiuntivo. Al riguardo, questo Collegio condivide il seguente principio di diritto: “al fine di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo in tema di contratti con prestazioni corrispettive, l’istante non è tenuto a fornire la duplice completa dimostrazione, quella cioè dell’esistenza dell’obbligazione di cui si invoca il soddisfacimento e quella dello avvenuto adempimento dell’obbligazione propria, cui l’esigibilità della prima sia subordinata, essendo sufficiente la dimostrazione limitata al primo dei suaccennati effetti, cui si accompagni l’offerta di elementi indiziari in ordine al secondo”. (Cass. n. 330 del 1971, Rv. 349840). Correttamente, quindi, il giudice di merito ha ritenuto sufficiente la prova sulla base della presenza di vari e distinti elementi costituiti appunto dall’ordine, dalla fattura e dal documento di trasporto. Erano stati offerti, quindi, dalla venditrice elementi presuntivi sufficienti ai soli fini della concessione del decreto ingiuntivo, restando poi le questioni relative all’adempimento-inadempimento reciproci riservate, come è stato, alla fase di opposizione.
3 Col secondo motivo viene dedotto “l’omesso spossessamelo e la mora del creditore nella compravendita di cose mobili: violazione o falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
La Technik s.p.a. non aveva mai consegnato il bene oggetto di compravendita, né se ne era spossessata con le forme previste dalla legge, così rendendosi inadempiente ex art. 1476 c.c. che, tra le obbligazioni principali a carico del creditore, prevede quella di consegnare la cosa al compratore. Il bene compravenduto doveva essere consegnato presso il magazzino della stessa venditrice Technik, ma il rifiuto al ritiro della mercé non esonerava comunque il venditore dal provvedere alla consegna per poter far valere il suo diritto. La Technik avrebbe dovuto procedere secondo le forme della mora credendi, intimando al Sig. G. di ricevere la mercé mediante atto a lui notificato nelle forme prescritte per gli atti di citazione, non essendo a tale fine sufficiente spedire un fax. L’omessa consegna del bene, costituendo inadempimento dell’obbligazione del venditore, non gli consente di pretenderne il prezzo.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se nell’ipotesi di rifiuto del creditore / compratore di ricevere la cosa mobile oggetto di compravendita, quando la consegna è prevista presso il domicilio del venditore, il venditore che agisce per il pagamento del prezzo possa ritenere di avere adempiuto alla obbligazione di consegna del bene di cui all’art. 1476 c.c. senza l’osservanza delle forme della mora credendi di cui all’art. 1209, 2 comma c.c.”.
3.1 Ilo motivo è infondato. Non è applicabile al caso in questione la norma invocata (1209 cod. civ.) che disciplina il diverso caso della mora del creditore nel solo caso in cui l’adempimento è previsto presso il domicilio di quest’ultimo. Nel caso in questione invece, non è contestato che la consegna doveva avvenire presso il venditore, che ha provato di aver messo a disposizione il bene per il ritiro e null’altro doveva fare.
4. Col terzo motivo si deduce “l’omessa offerta di adempiere in giudico: violazione o falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 n. 3 c.p.c.)”. Neppure in giudizio la società venditrice ha mai messo a disposizione il bene oggetto di causa, né si era offerta di adempiere. Cosicché l’eventuale successiva offerta di adempiere doveva ritenersi tardiva, poiché il G. , nell’atto di opposizione al decreto ingiuntivo, aveva chiesto la risoluzione del contratto, allegando l’inadempimento della venditrice e specificando in maniera molto analitica i vizi riscontrati sulla cosa. La posizione processuale della Technik spa era, quindi, assimilabile a quella di attrice opponente, che chiede l’adempimento di un contratto di compravendita e il pagamento del prezzo pattuito. Gravava, quindi, sulla venditrice provare di aver adempiuto alla sua obbligazione relativa alla consegna (o offerta nelle forme di legge) del bene.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di bene mobile, il venditore possa pretendere in giudizio il pagamento del prezzo pattuito senza avere adempiuto alla obbligazione di consegna del bene di cui all’art. 1476 c.c. e senza avere comunque offerto il proprio adempimento”.
4.1 Il motivo è inammissibile e comunque infondato. A parte la contraddizione esistente nelle prospettazioni, la questione oggi proposta sembra nuova, posto che di essa il giudice dell’appello nulla riferisce al riguardo. Vi è inoltre carenza di specificità nella censura. In ogni caso, il motivo è infondato o irrilevante, posto che, respinta la domanda di risoluzione del contratto di vendita per presunto inadempimento della venditrice, residuano gli effetti del contratto, quanto al pagamento del prezzo e alla consegna della cosa.
5. Il ricorrente, in subordine rispetto all’accoglimento dei precedenti motivi, formula ulteriori censure inerenti ” l’onere della prova in ordine alla idoneità del bene al normale uso cui è destinato ex art. 1476 e 1490 c.c.”, indicati come 4.a) e 4b).
Quanto alla censura 4.a) che reca “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c. n. 3″, osserva il ricorrente che la Technik avrebbe dovuto provare di aver adempiuto all’obbligo di garantire l’immunità da vizi del bene compravenduto. Gravava, cioè, sulla venditrice “l’onere della prova in ordine alla idoneità del bene alla funzione cui era destinato e comunque alla insussistenza di vizi”, posto che la venditrice “avrebbe dovuto dimostrare non solo il fatto costitutivo del proprio diritto, ma anche quello estintivo (l’adempimento)” (ossia l’adempimento all’obbligo di garanzia ex art. 1476 e 1490 c.c.).
La sentenza del Tribunale di Monza ha invece omesso qualunque considerazione sul problema dell’onere della prova.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di bene mobile, l’onere della prova della idoneità del bene alla normale funzione cui è destinato ex art. 1476, n. 3 c.c. e art. 1490 c.c. gravi (ex art. 2697 c.c. e 1453 c.c.) sul venditore che conviene in giudico l’acquirente per il pagamento del pretto il quale ha chiesto la risoluzione del contratto allegando la inidoneità del bene e/o i suoi vizi”.
Quanto alla censura indicata come 4.b) essa reca: “L’assolvimento dell’onere della prova: omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione a un fatto controverso e decisivo per il giudico (ex art. 360 n. 5 c.p.c.)”.
Il fatto controverso è indicato nell’idoneità delle serrande vendute al G. a impedire il trafilamento dell’aria. Il documento prodotto a prova dell’idoneità non è un certificato di collaudo, ma è un “rapporto di prova” effettuato ben quattro anni prima non sul bene concretamente oggetto di compravendita, ma su un suo “presunto archetipo”.
Sicché quel documento non consente di escludere a priori che lo specifico prodotto venduto al G. sia viziato e inidoneo.
Risulta, quindi, errato il ragionamento del Tribunale di Monza allorché afferma che “per quello che concerne i vizi e i difetti attribuiti alle serrande prodotte, si conferma ancora la decisione del Giudice di Pace, in quanto la certificazione rilasciata da parte dell’istituto collaudi e ricerche M Masini srl attesta che gli apparecchi prodotti dalla Technik spaper la diffusione dell’aria erano dotati di caratteristiche conformi ai requisiti indicati nella normativa DIN 1964/4. Da tutto ciò ne consegue che la Technik spa ha tenuto fede agli impegni assunti fornendo la merce”.
Essendo inidoneo il documento in questione la venditrice non aveva fornito la prova del suo adempimento.
Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se può ritenersi provata la idoneità – all’uso cui è destinato – dello specifico bene venduto – ovvero l’assenza di vizi – inforca di un documento che semplicemente attesta la conformità a un dato standard di un bene campione, distinto da quello oggetto del contratto e avente caratteristiche e dimensioni diverse da quelle del bene venduto, in presenta di espresse doglianze che contestano proprio la conformità a quegli standard del bene concretamente oggetto del contratto”.
5.2 Entrambi i motivi-censure sono infondati. Non è contestato l’acquisto del bene in questione, evidentemente identificato quale modello di una produzione seriale, rispetto al quale il compratore ha dedotto generici vizi, senza neanche aver ritirato e nemmeno provato l’apparecchiatura in questione.
Sotto tale profilo le questioni proposte con riguardo all’onere delle prova circa i difetti di funzionalità e l’idoneità in astratto della cosa venduta risultano ininfluenti per mancanza anche di un minimo di prova al riguardo. Correttamente il giudice ha ritenuto sufficiente la dichiarazione di conformità, restando ad un momento successivo la verifica dell’effettivo funzionamento e degli eventuali vizi.
6. Le spese seguono la soccombenza.

P.T.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 1.000,00 (mille) Euro per compensi e 200,00 (duecento) Euro per spese, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 2 settembre 2013, n. 20052. Qualora avvenga che, pur non essendovi una revoca espressa del decreto ingiuntivo, questo non trovi conferma nella sentenza conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ma tale sentenza rechi un’autonoma condanna dell’opponente-debitore al pagamento in favore dell’opposto-creditore di una somma inferiore a quella oggetto dell’ingiunzione, il titolo esecutivo è costituito dalla sentenza di condanna


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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  2 settembre 2013, n. 20052

Svolgimento del processo

1.- Con la decisione ora impugnata, pubblicata il 3 ottobre 2007, il Tribunale di Trani – sezione distaccata di Canosa di Puglia ha accolto l’opposizione – qualificata dallo stesso Tribunale come opposizione all’esecuzione – proposta da C.N. , C.S. e T.A. avverso l’atto di precetto loro notificato da T.P. in data 26 febbraio 2005; ha quindi dichiarato la nullità del precetto ed ha condannato l’opposto al pagamento delle spese di lite. Il Tribunale ha ritenuto violato l’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ. perché nell’atto di precetto non vi era menzione alcuna della clausola di provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo, individuato dal giudice come titolo esecutivo posto a fondamento del precetto oggetto di opposizione.
2.- Avverso la sentenza T.P. propone ricorso affidato a tre motivi. Gli intimati non si difendono.

Motivi della decisione

1.- Col primo motivo di ricorso è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 615 e 617 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ. per avere errato il Tribunale nel qualificare l’opposizione come opposizione all’esecuzione, piuttosto che come opposizione agli atti esecutivi, dal momento che, non solo i vizi denunciati dagli opponenti (che hanno qualificato la loro azione come opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 cod. proc. civ.), ma anche quelli ritenuti dal giudicante attengono ad irregolarità formali dell’atto di precetto.
1.1.- Col secondo motivo di ricorso è svolta la medesima censura, sotto il profilo del vizio di motivazione.
1.2.- Col terzo motivo di ricorso è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 653, 654, 474, 475, 479, 480 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ., per avere il Tribunale errato nel dichiarare la nullità del precetto per mancata menzione del provvedimento di esecutorietà del decreto ingiuntivo, poiché il titolo esecutivo posto a base del precetto è la sentenza n. 13/2005. In particolare, il ricorrente deduce che, con la sentenza in parola, conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, non è stato confermato quest’ultimo, con il relativo rigetto dell’opposizione, ma, in parziale accoglimento dell’opposizione ex art. 645 cod. proc. civ., gli opponenti a decreto ingiuntivo sono stati condannati al pagamento in favore dell’opposto, sig. T.P. , odierno ricorrente, di una somma inferiore a quella portata dal decreto ingiuntivo. Il ricorrente rileva che di tale minor somma è stato ingiunto il pagamento col precetto oggetto di opposizione e che la sentenza di condanna, costituente titolo esecutivo, è stata notificata unitamente al precetto, nella stessa data del 26 febbraio 2005.
2.- I motivi di ricorso, che vanno esaminati congiuntamente, in quanto pongono questioni consequenziali, sono fondati e vanno accolti.
Non vi è dubbio che, nel caso di specie, si sia in presenza di opposizione agli atti esecutivi, poiché è in discussione la regolarità formale dell’atto di precetto, vale a dire la necessità che esso contenesse o meno, ai sensi dell’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ., la menzione del provvedimento che ha disposto l’esecutorietà del decreto ingiuntivo e l’apposizione della formula esecutiva.
Al riguardo è sufficiente richiamare il principio, per il quale, in materia di esecuzione forzata, il criterio distintivo fra l’opposizione all’esecuzione e l’opposizione agli atti esecutivi si individua considerando che, con la prima, si contesta l’an dell’esecuzione, cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo ovvero – nell’esecuzione per espropriazione – della pignorabilità dei beni, mentre, con la seconda, si contesta solo la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo, deducendosi l’esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva (cfr. Cass. n. 16262/05, nonché, tra le più recenti, Cass. n. 13205/12, n. 13938/12, n. 20989/12).
La sentenza del Tribunale è perciò errata nella parte in cui ha qualificato l’opposizione proposta dai signori C.N. , C.S. e T.A. come opposizione all’esecuzione. Alla stregua del criterio di cui sopra, va qualificata come opposizione agli atti esecutivi, e non come opposizione all’esecuzione, l’opposizione proposta contro l’atto di precetto, con cui si contesti la mancanza della menzione del provvedimento che ha disposto l’esecutorietà del decreto ingiuntivo e dell’apposizione della formula, ai sensi dell’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ..
2.1.- La sentenza impugnata non è conforme a diritto nemmeno nella parte in cui ha richiamato l’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ., ponendo la norma a fondamento della dichiarazione di nullità del precetto opposto.
Nel caso di specie, trova applicazione non il primo comma dell’art. 653 cod. proc. civ. – che, disciplinando il rigetto dell’opposizione, individua il titolo esecutivo nel decreto ingiuntivo piuttosto che nella sentenza conclusiva del giudizio ex art. 645 cod. proc. civ. – bensì il secondo comma dell’art. 653 cod. proc. civ. Questa norma attribuisce la qualità di titolo esecutivo alla sentenza di accoglimento parziale dell’opposizione a decreto ingiuntivo.
Pertanto, qualora, come nel caso di specie, avvenga che, pur non essendovi una revoca espressa del decreto ingiuntivo, questo non trovi conferma nella sentenza conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ma tale sentenza rechi un’autonoma condanna dell’opponente-debitore al pagamento in favore dell’opposto-creditore di una somma inferiore a quella oggetto dell’ingiunzione, il titolo esecutivo è costituito dalla sentenza di condanna.
Conseguentemente, l’esecuzione forzata deve essere preceduta dalla notificazione, ai sensi dell’art. 479 cod. proc. civ., della sentenza di accoglimento parziale dell’opposizione a decreto ingiuntivo ed al precetto intimato al debitore sulla base della stessa sentenza non si applica la norma dell’art. 654 cod. proc. civ..
La sentenza impugnata va quindi cassata.
2.2. – Dal momento che il precetto oggetto di opposizione risulta essere stato notificato insieme con la sentenza costituente titolo esecutivo, e non occorrono ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, comma secondo, cod. proc. civ., col rigetto dell’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso il precetto notificato ad istanza di T.P. il 26 febbraio 2005.
3.- Poiché l’errore nella qualificazione dell’opposizione è riferibile al giudicante, non anche agli opponenti, e poiché non risulta che la sentenza costituente titolo esecutivo abbia espressamente revocato il decreto ingiuntivo (sì da ingenerare fraintendimenti in ordine alla sua effettiva portata di accoglimento parziale dell’opposizione), si ritiene che sussistano giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione proposta da C.N. , C.S. e T.A. avverso il precetto loro notificato da T.P. in data 26 febbraio 2005, qualificata la stessa come opposizione agli atti esecutivi; compensa le spese dell’intero giudizio.

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 16 aprile 2013, n. 9181. L’amministratore, anche senza un preventivo atto di messa in mora, può agire in giudizio per ottenere un decreto ingiuntivo contro i condomini morosi


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Corte di Casaszione, sezione III, sentenza 14 maggio 2013, n. 11550. Con riferimento alle notifiche (nella specie di decreto ingiuntivo) le risultanze anagrafiche hanno un valore meramente presuntivo circa il luogo dell’effettiva abituale dimora la quale, invece, è accertabile con ogni mezzo di prova, anche contro le stesse risultanze anagrafiche, assumendo rilevanza esclusiva il luogo ove il destinatario della notifica dimori di fatto in via abituale


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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 14 maggio 2013, n. 11550

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni Battista – Presidente -

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere -

Dott. CARLEO Giovanni – rel. Consigliere -

Dott. GIACALONE Giovanni – Consigliere -

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19149/2008 proposto da:

ITALFONDIARIO S.P.A. (OMISSIS) quale procuratore di CASTELLO FINANCE S.R.L. a propria volta cessionaria del credito di INTESA GESTIONE CREDITI S.P.A. in persona del Dott. B.G., domiciliata ex r lege in ROMA, prsso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati LA SCALA GIUSEPPE FILIPPO MARIA e PESENTI MARCO giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

G.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ALCIDE DE GASPERI 35, presso lo studio dell’avvocato GRAZIANI GIANLUCA, rappresentato e difeso dall’avvocato RICCA FULVIO giusta procura speciale del Dott. Notaio FERDINANDO CUTINO in BESOZZO il 27/11/2012, rep. n. 73949;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 134/2008 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 07/02/2008, R.G.N. 1995/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/03/2013 dal Consigliere Dott. GIOVANNI CARLEO;

udito l’Avvocato MARCO PESENTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto.

Svolgimento del processo

Con decreto ingiuntivo in data 8.7.1994 il Presidente del Tribunale di Vicenza ordinava a G.G. di pagare al Banco Ambrosiano Veneto Spa la somma di L. 90 milioni oltre accessori in adempimento della fideiussione da lui prestata a garanzia di ogni obbligazione gravante su Ascommpre Spa, dichiarata fallita, la quale presentava nei confronti del Banco un’esposizione superiore a L. 230 milioni. Il G. proponeva opposizione tardiva assumendo la nullità della notifica del d.i., l’incompetenza del Tribunale adito, la mancata prova del credito ingiunto e comunque la sua prescrizione. In esito al giudizio, in cui si costituiva il Banco contestando la fondatezza dell’opposizione e l’opponente eccepiva altresì nella comparsa conclusionale la nullità della convenzione riguardo al tasso ultralegale degli interessi, il Tribunale adito dichiarava inammissibile e rigettava l’opposizione.

Avverso tale decisione il soccombente proponeva appello ed in esito al giudizio, in cui si costituiva Intesa Gestione Crediti Spa, procuratore di Banca Intesa Spa, incorporata dal Banco Ambrosiano Veneto e subentrata a tutti i rapporti facenti capo all’incorporante, la Corte di Appello di Venezia con sentenza depositata in data 7 febbraio 2008 dichiarava ammissibile l’opposizione tardiva, revocava il d.i. e rigettava la domanda di pagamento nei confronti del G., provvedeva al regolamento delle spese. Avverso la detta sentenza l’Italfondiario Spa, quale procuratore di Castello Finance Sri, cessionaria del credito, ha quindi proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, illustrato da memoria.

Resiste con controricorso il G.

Motivi della decisione

In via preliminare, deve soffermarsi l’attenzione sull’eccezione di inammissibilità del ricorso, formulata dal controricorrente, sulla base del rilievo che la procura speciale stesa in calce all’atto reca testualmente “Italfondiario S.p.a. Dott. B.G.”, la firma dello stesso, l’autentica sottoscritta dai due difensori, senza contenere l’indicazione della qualità e dei poteri rappresentativi del dr. B.

L’eccezione è infondata ove si consideri che nella intestazione del ricorso (cfr pag.2) l’atto di investitura del Dott. B. G. è stato espressamente menzionato con specifica degli estremi e del contenuto (procura, a firma del dr. L.G. G.F., da Italfondiario Spa ai propri funzionari in data 25.9.2007 rep. n.26477 e racc. n.8287 del notaio Amato di Roma). Tale documento, che è stato altresì prodotto in giudizio (doc. 6), costituisce una procura in via continuativa ad intervenire in rappresentanza di Italfondiario Spa in tutti gli atti previsti e specificati nell’allegato A del medesimo atto, in cui è espressamente previsto che al B. veniva conferito, con firma singola, tra gli altri, il potere di “….nominare avvocati e revocarli, conferendo ad essi mandati generali o speciali alle liti per rappresentanza e difesa in tutti i gradi del giudizio, compresa la Corte di Cassazione…”.

Ora, è appena il caso di sottolineare che, a fronte di tale allegazione, risultante dal documento in atti, competeva all’eccipiente fornire la relativa prova negativa, onere che nella specie non è stato minimamente assolto. Ne deriva l’infondatezza della eccezione proposta.

Passando all’esame delle doglianze proposte dalla ricorrente, va osservato che con la prima censura, deducendo l’omessa – insuffidente motivazione in merito ad un fatto decisivo per il giudizio, la società ricorrente ha censurato la sentenza impugnata per aver la Corte di Appello ritenuto ammissibile l’opposizione tardiva del G. sulla base di una pretesa illegittimità della notifica eseguita ad un indirizzo diverso rispetto a quello di residenza.

La notifica avrebbe dovuto essere invece considerata corretta in quanto avvenuta presso l’effettiva dimora del G., appresa tramite un’agenzia investigativa. Inoltre, la Corte non avrebbe motivato adeguatamente sul fatto decisivo che l’indirizzo presso cui fu eseguita la notifica coincideva con quello dell’abituale dimora.

Con la seconda doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e falsa applicazione della L. n. 890 del 1982, art. 7, artt. 149 e 160 c.p.c., e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente ha censurato l’interpretazione dell’art. 7, sopra citato, datane dalla Corte d’Appello, quando ha ritenuto l’illegittimità della notifica eseguita previa consegna al custode dello stabile, non essendo quest’ultimo paragonabile al portiere o comunque ad altra persona vincolata da un rapporto di lavoro continuativo e comunque tenuta alla distribuzione della posta.

Con la terza doglianza, svolta per violazione e falsa applicazione dell’art. 650 c.p.c., la ricorrente ha lamentato l’erroneità della decisione nella parte in cui i giudici di secondo grado hanno ritenuto l’ammissibilità dell’opposizione tardiva sulla sola base della pretesa irregolarità della notifica senza che fosse necessario dimostrare, da parte dell’opponente, che la mancata tempestiva conoscenza dell’ingiunzione fosse dipesa da tale vizio.

I motivi in questione, che vanno esaminati congiuntamente in quanto sia pure sotto diversi ed articolati profili, prospettano ragioni di censura intimamente connesse tra loro, meritano attenzione.

A riguardo, torna opportuno premettere che le ragioni della ritenuta ammissibilità dell’opposizione tardiva, proposta dal G., sono state fondate dalla Corte di Appello, sul rilievo che, come risultava dal certificato anagrafico del Comune di (OMISSIS) rilasciato il 17.2.1995, il G. all’epoca risiedeva in quel Comune dal 26.10.1984, proveniente da (OMISSIS), con la conseguenza che la notifica del decreto ingiuntivo, effettuata il 19.7.1994 a mezzo del servizio postale in via (OMISSIS), era avvenuta presso un luogo diverso dalla sua residenza.

L’atto inoltre era stato consegnato a mani di persona qualificatasi come custode del palazzo, addetto in quanto tale solo alla salvaguardia dell’immobile e non anche, salvo prova contraria, alla ricezione e distribuzione della corrispondenza.

Le ragioni, poste dalla Corte di merito a base della decisione, non meritano di essere condivise. Invero, a riguardo, mette conto di rilevare, in primo luogo, che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, le risultanze anagrafiche rivestono un valore meramente presuntivo circa il luogo dell’effettiva abituale dimora, il quale è accertabile con ogni mezzo di prova, anche contro le stesse risultanze anagrafiche (Cass. n.19132/04,n. 11562/03, 4829/79, 4705/89), assumendo rilevanza esclusiva il luogo ove il destinatario della notifica dimori di fatto in via abituale (Cass. 12303/08).

Pertanto, le risultanze anagrafiche possono essere superate da qualsiasi fonte di convincimento, come ad es. la corrispondenza intercorsa tra le parti prima del giudizio (Cass. 24422/06) ovvero il comportamento della persona che accetta di ricevere l’atto per conto del destinatario (Cass. 5715/02, 3262/05, 11562/03, 17504/03).

Nel caso di specie, la società ricorrente aveva prodotto nel giudizio di primo grado due documenti,il cui contenuto è stato opportunamente trascritto nel ricorso in esame nel rispetto del principio di autosufficienza dei ricorsi per cassazione, da cui emergevano elementi presuntivi contrastanti con le risultanze anagrafiche.

In particolare, la società ricorrente aveva prodotto una relazione di un’agenzia informativa (doc. 1) del 20 gennaio 1994, in cui era riferito che il G., pur avendo la residenza anagrafica in (OMISSIS), al momento, abitava di fatto a (OMISSIS), ove poi l’atto fu ricevuto dal custode dell’immobile; aveva inoltre prodotto una lettera, mai disconosciuta, indirizzata allo studio La Scala, in cui il Dott. proc. S., su incarico del debitore, avanzava la richiesta dell’invio di alcuni documenti; ciò, dopo aver riconosciuto – ed è questo il profilo decisivo – che al G. era stato notificato sin dal luglio 1994, in tempo per proporre un’opposizione tempestiva all’ingiunzione notificatagli il decreto ingiuntivo, che poi sarebbe stato oggetto di opposizione tardiva.

Ora, a fronte di tale quadro indiziario dedotto a confutazione della pretesa ammissibilità dell’opposizione tardiva, proposta dal G., era obbligo del giudice di merito valutare questi elementi e spiegare perchè non potessero essere ritenuti sufficienti. Al contrario, la Corte territoriale colpevolmente si è ben guardata dal farlo ed ha omesso di provvedere alla necessaria confutazione delle considerazioni svolte dall’appellata. Ne consegue che nella specie l’omesso compimento degli accertamenti volti a verificare la fondatezza delle circostanze indiziarie emergenti dalla documentazione richiamata, non solo inficia la correttezza del ragionamento svolto dalla Corte di merito ma ne determina altresì la sua censurabilità.

Ciò, anche in considerazione del fatto che, ai fini della legittimità della opposizione tardiva a decreto ingiuntivo non è sufficiente l’accertamento della irregolarità della notificazione del decreto ingiuntivo, ma occorre altresì la prova – il cui onere grava sull’opponente – che a cagione della nullità l’ingiunto non ha avuto tempestiva conoscenza del decreto e non è stato in grado di proporre una tempestiva opposizione.

Alla stregua di tutte le pregresse considerazioni, meritano pertanto di essere accolte le censure in esame, in esse assorbita l’ultima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2697, 2710 e 1832 c.c., nonchè della motivazione omessa ed insufficiente, con cui la ricorrente ha censurato la sentenza impugnata per aver la Corte di Appello trascurato che l’estratto conto certificato dal notaio, prodotto in sede monitoria, ha piena efficacia probatoria del credito azionato, in assenza di comprovate contestazioni da parte del debitore ed essendo decorso il termine per l’impugnazione ai sensi dell’art. 1832 c.c.

La sentenza impugnata va quindi cassata in relazione ai motivi accolti, con l’ulteriore conseguenza che, occorrendo un rinnovato esame della controversia, la causa va rinviata alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi del ricorso, assorbito il quarto, cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine al regolamento delle spese della presente fase di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 14 maggio 2013

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 17 dicembre 2012 n. 48733. Integra gli estremi del reato di estorsione e non quello di truffa la minaccia di prospettare azioni giudiziarie (nella specie decreti ingiuntivi e pignoramenti) al fine di ottenere somme di denaro non dovute o manifestamente sproporzionate rispetto a quelle dovute


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Il testo integrale

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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 17 dicembre 2012 n. 48733[1]

Integra gli estremi del reato di estorsione e non quello di truffa la minaccia di prospettare azioni giudiziarie (nella specie decreti ingiuntivi e pignoramenti) al fine di ottenere somme di denaro non dovute o manifestamente sproporzionate rispetto a quelle dovute e l’agente ne sia consapevole, atteso che la pretestuosità della richiesta va ritenuta un male ingiusto

 

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza n. 20791 del 23 novembre 2012. Per i crediti professionali è inutile eccepire la tardività della produzione in giudizio della fattura se si tratta solo di un acconto sul dovuto


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Suprema Corte di Cassazione 

sezione VI

sentenza n. 20791 del 23 novembre 2012

 

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’avv. P.V. proponeva appello avverso la sentenza del tribunale di Genova, con cui era stata accolta l’opposizione spiegata da G.P. avverso il decreto ingiuntivo con cui gli era stato ingiunto il pagamento di Euro 10.378,03 per le prestazioni professionali dal detto legale espletate a favore di quest’ultimo.
La Corte di appello di Genova, con sentenza in data 23.9.2010, in riforma dell’appellata sentenza, rigettava l’opposizione, con condanna dell’opponente al pagamento delle spese processuali.

Per la cassazione di tale sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, presentando altresì una documentazione di incerta decifrazione nel termine di cui all’art. 372 c.p.c.; resisteva con controricorso il P., il quale chiedeva la condanna del ricorrente ex art. 96 c.p.c..
Il consigliere delegato ha avanzato proposta di definizione ex art. 380 bis c.p.c., redigendo la seguente relazione:
“Con il primo motivo, si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., comma 6 e art. 345 c.p.c., commi 2 e 3, per non avere la Corte ligure considerato decaduto dalla produzione documentale il creditore opposto e per aver basato la propria decisione su di un’ingiunzione e dei conteggi mai prodotti dalla parte appellante.
Con il secondo motivo, si denuncia omessa, incongrua, illogica ed incompleta valutazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Il primo motivo è infondato; la censura muove dalla premessa secondo cui la Corte ligure avrebbe ritenuto di poter utilizzare un documento (fattura n. (omissis)) tardivamente prodotto dal creditore opposto al fine di dimostrare che gli importi corrisposti dall’opponente fino a quel momento fossero solo degli acconti e non il saldo del dovuto; la Corte d’appello avrebbe quindi errato perchè ha ritenuto non verificatasi una decadenza a carico del l’opposto.
La premessa su cui si fonda la censura risulta tuttavia errata, atteso che la Corte distrettuale ha affermato a pag. 5 della sentenza impugnata che “la fattura n. (omissis), emessa dall’avv. P. e quietanzata, è stata prodotta nel primo grado di causa (trattasi del penultimo documento inserito nel fascicoletto contraddistinto con il n. 2 e denominato” corrispondenza con il cliente”), sicchè non è condivisibile quanto affermato a pag. 6 della sentenza appellata sulla compressione del diritto di difesa che l’asserita tardività della produzione avrebbe arrecato al G.”.
Orbene, a fronte di una specifica affermazione in tal senso della Corte d’appello era onere del ricorrente svolgere censure specifiche sul punto, illustrando le ragioni per cui il documento in questione sarebbe stato tardivamente prodotto: senza dire che il contrario assunto del ricorrente introdurrebbe un vizio di tipo revocatorio, dal momento che la censura si risolve nell’affermazione che la Corte ligure avrebbe ritenuto tempestiva una produzione invece tardiva.
Va comunque rilevato che il ricorso si presenta generico nei riferimenti agli altri documenti che la Corte distrettuale avrebbe erroneamente tenuto presenti anche se prodotti tardivamente, non risultando dalla lettura del ricorso nè quale sia il contenuto dei documenti indicati a pag. 18 del ricorso stesso, nè se la detta eccezione di tardività sia stata ritualmente introdotta di fronte al giudice d’appello.
Peraltro, non può non evidenziarsi come la sentenza impugnata abbia desunto la prova del credito non solo dalla richiamata fattura, ma anche da altri elementi, e come su dette argomentazioni svolte dalla corte ligure a sostegno della non decisività della fattura stessa, quand’anche essa avesse avuto il contenuto asserito dall’opponente (e cioè un saldo di prestazioni professionali svolte nel giudizio di appello), il ricorrente non abbia svolto censure di sorta.
Nella sentenza impugnata si è infatti osservato, da un lato, che il decreto ingiuntivo era stato chiesto per competenze professionali relative a prestazioni diverse ed ulteriori rispetto a quelle svolte nel giudizio di appello e chiaramente descritte a pag. 3 e 4 del ricorso per ingiunzione; dall’altro, che lo stesso opponente aveva fatto riferimento ad un complesso di attività professionali svolte dal P., sia pure affermando che il compenso recato dalla fattura riscontrata dal Consiglio dell’Ordine era eccessivo.
Il secondo motivo è del pari infondato.
Il ricorrente sostiene che il giudice di secondo grado avrebbe completamente omesso di considerare la circostanza che l’ingiunzione di pagamento richiesta era stata emessa e depositata da altro difensore, senza tuttavia illustrare le ragioni per cui un tale fatto dovrebbe essere considerato decisivo: non risulta nemmeno che tale fatto sia controverso. La Corte di appello ritiene pacifica e documentata l’esistenza dei conteggi e della predetta ingiunzione, affermando inoltre che i conteggi in questione furono posti a disposizione del G. e da questi utilizzati in un precedente procedimento monitorio.
Il ricorrente inoltre, ancora una volta in maniera generica, lamenta un travisamento del senso della corrispondenza epistolare tra le parti, senza neanche illustrare il contenuto dei documenti oggetto del travisamento, il che preclude qualsivoglia controllo da parte del giudice di legittimità.
Non può infine essere accolta la richiesta del controricorrente di condanna della controparte al pagamento di una somma ex art. 96 c.p.c., comma 3, in considerazione del contrastato esito dei giudizi di merito.
La relazione è stata ritualmente comunicata alle parti ed al P.G.;
questa Corte aderisce alle conclusioni esposte nella succitata relazione, non rinvenendo nello scritto depositato dal ricorrente alcuna pertinente e specifica critica alle argomentazioni colà formulate.
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 1.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge.