decreto ingiuntivo

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 23 luglio 2014, n. 16739. Il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale, idoneo a costituire titolo inoppugnabile per l’ammissione al passivo, soltanto a seguito della dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 cod. proc.


fallimento-impresa

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 23 luglio 2014, n. 16739

 
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CECCHERINI Aldo – Presidente

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15296-2008 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

CONTRO

CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L.;

- intimata -

avverso il decreto del TRIBUNALE di PESCARA, depositato il 17/04/2008; n. 1152/07 R.G.V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/06/2014 dal Consigliere Dott. FRANCESCO ANTONIO GENOVESE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FIMIANI Pasquale che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Tribunale di Pescara, con decreto del 17 aprile 2008, ha respinto l’opposizione allo stato passivo del fallimento (OMISSIS) Srl, proposto dalla signora (OMISSIS), la quale aveva chiesto l’ammissione del proprio credito, pari ad euro 17.340,76, per competenze relative a prestazioni professionali, come da decreto ingiuntivo del Tribunale di Pescara non opposto e munito di formula esecutiva (in data 5 marzo 2007), che sarebbe stato opponibile alla procedura secondo la ricorrente – perche’ avente data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento.

2. Secondo il Tribunale, invece, l’opposizione era infondata, sotto due profili.

2.1. Innanzitutto, perche’ il provvedimento, posto a base della richiesta di ammissione, era mancante del decreto di esecutorieta’, in quanto la semplice mancata opposizione non gli farebbe acquistare l’efficacia della cosa giudicata. Infatti, il provvedimento ex articolo 647 c.p.c. avrebbe natura giurisdizionale (non amministrativa) e costitutiva onde, in mancanza di esso, il decreto monitorio non acquisterebbe la definitivita’ e l’incontestabilita’ proprie del giudicato.

2.2. In secondo luogo, il contratto di lavoro non avrebbe avuto la data certa opponibile al fallimento in quanto, pur essendo stato allegato al ricorso monitorio, il Tribunale non sarebbe stato in grado di verificare se effettivamente, con il detto ricorso, fosse stato allegato e depositato il contratto di lavoro e, ove questo lo sia stato, se esso fosse stato proprio il documento a suo tempo inserito nel fascicolo della domanda di monitorio, non allegato, invece, in quello depositato per l’opposizione allo stato passivo, ai sensi della L.F., articolo 98 Da un lato, il giudice non potrebbe attivarsi in via ufficiosa nella ricerca del documento mancante; da un altro, non soccorrerebbe l’indice del fascicolo, privo del timbro di deposito.

2.2.1. Infine, non aiuterebbero la ricorrente ne’ la prova orale, richiesta in via generica e priva di riferimento al corrispettivo economico, ne’ la documentazione fiscale relativa al reddito prodotto, con riguardo ad altro periodo, antecedente alla stipula del contratto di lavoro in relazione al quale sarebbe sorto il credito vantato.

3. Avverso tale decreto ha proposto ricorso per cassazione la signora (OMISSIS), con un unico motivo, articolato in due profili.

4. La curatela non ha svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico mezzo di impugnazione (violazione dell’articolo 2704 c.c., comma 1, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1) la ricorrente ha posto a questa Corte due diversi quesiti di diritto.

1.1. Anzitutto: Se occorra o meno la dichiarazione di esecutivita’ da parte del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo o se e’ sufficiente il solo fatto della mancata opposizione nei termini con conseguente opponibilita’ al fallimento.

Secondo la ricorrente, il decreto sarebbe passato in giudicato dopo quaranta giorni dalla data della sua notifica e, quindi, esso sarebbe opponibile alla procedura fallimentare, ai sensi dell’articolo 2704 c.c. e degli articoli 641 e 647 c.p.c., essendo decorso il termine di legge senza che sia stata proposta l’opposizione al decreto ingiuntivo, fatto valere in sede fallimentare.

1.2. In secondo luogo, essa ha chiesto alla Corte: Se nella specie il Tribunale ha violato l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per aver considerato non provato il diritto richiesto quando invece risultava per tabulas.

La ricorrente ha osservato che la documentazione da lei prodotta riguardava il periodo 1.4.02 – 30.9.04 e, quindi, il Tribunale ha errato respingendo l’opposizione, che sarebbe stata riferibile al reddito prodotto dal 8.5.02 al 30.9.02, erroneamente ritenuto riferibile ad un periodo antecedente alla stipula del contratto di lavoro, posto a base del credito vantato.

2. Il ricorso, ai limiti dell’inammissibilita’ per la cattiva formulazione dei quesiti di diritto, e’ infondato.

2.1. Al primo quesito di diritto, opportunamente integrato nella sua formulazione con l’esposizione svolta nel suo complesso, questa Corte ha gia’ avuto modo di rispondere (da ultimo con la pronuncia di questa stessa sezione n. 23202 del 2013), in senso contrario alla tesi della ricorrente, affermando il principio secondo cui Il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale, idoneo a costituire titolo inoppugnabile per l’ammissione al passivo, soltanto a seguito della dichiarazione di esecutivita’ ai sensi dell’articolo 647 cod. proc. civ. – non essendo equiparabile, sotto questo profilo, alla sentenza non irrevocabile (L.F., articolo 96, comma 2, n. 3, gia’ articolo 95, comma 3, nel testo anteriore al Decreto Legislativo del 9 gennaio 2006, n. 5) – per cui non e’ ammissibile l’accertamento incidentale, in sede di giudizio di verificazione, dell’esecutivita’ definitiva del decreto ingiuntivo sprovvisto del visto di esecutorieta’ di cui all’articolo 647 cod. proc. civ., con la conseguenza che, in mancanza, il decreto ingiuntivo, seppur non opposto, e’ inopponibile alla massa dei creditori.

2.2. Il secondo motivo e’ inammissibile, perche’ il quesito proposto costituisce il travestimento di una richiesta volta a domandare il riesame della motivazione contenuta nel provvedimento impugnato, insuscettibile di revisione per essere immune dai lamentati vizi.

Inoltre, la censura della decisione ignora la puntuale motivazione della sentenza impugnata e pecca per difetto di autosufficienza perche’ non dice neppure se il contratto di lavoro sia stato allegato al ricorso per decreto, rivelandosi l’ulteriore ragione di inammissibilita’ nell’erronea postulazione del diverso contenuto e portata del documento che, ove fondata, avrebbe potuto offrire la base ad un motivo di diversa impugnazione, di tipo revocatorio (Sez. 3, Sentenza n. 10066 del 2010: Qualora una parte assuma che la sentenza di secondo grado, impugnata con ricorso ordinario per cassazione, e’ l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti del giudizio di merito, il ricorso e’ inammissibile, essendo denunziato – al di la’ della qualificazione come “violazione di legge” – un tipico vizio revocatorio, che puo’ essere fatto valere, sussistendone i presupposti, solo con lo specifico strumento della revocazione, disciplinato dall’articolo 395 cod. proc. civ.).

In conclusione il ricorso, complessivamente infondato, deve essere respinto, senza che occorra provvedere sulle spese di questo grado, per la mancata costituzione della parte intimata.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 1 luglio 2014, n. 14887. Ai fini della prova costitutiva del diritto di credito, oltre alla produzione dei singoli estratti conto analitici la banca deve fornire prova anche dell’avvenuta comunicazione, preventivamente al giudizio, dei medesimi al cliente, per porlo nelle condizioni di effettuare, se del caso, le contestazioni.


banca

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ordinanza 1 luglio 2014, n. 14887

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente -

Dott. BERNABAI Renato – rel. Consigliere -

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere -

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere -

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 20008/2011 proposto da:

B.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI 6, presso lo studio dell’avvocato MACRO RENATO, rappresentato e difeso dagli avvocati DE ZIO GIUSEPPE, FRANZESE GIOVANNI, giusta mandato speciale a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

CREDITO EMILIANO SPA – società incorporante la BANCA POPOLARE ANDRIESE SOC. COOP. A R.L. (OMISSIS);

- intimato -

avverso la sentenza n. 664/2010 della CORTE D’APPELLO di BARI del 7.5.2010, depositata il 16/06/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 23/04/2014 dal Consigliere Relatore Dott. RENATO BERNABAI.

Svolgimento del processo

- che è stata depositata in cancelleria la seguente relazione, in applicazione dell’art. 380-bis cod. proc. civile:

Con atto di citazione notificato il 5/06/96, il sig. B.G. proponeva opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Trani in favore della Banca Popolare Andriese S.C.A.R.L. per il recupero di L. 52.367.965 (pari a Euro 27.045,80), quale scoperto rinvenuto nel conto corrente intestato all’attore, instando per la revoca del decreto ingiuntivo opposto per difetto di condizioni di una legittima emissione e per il rigetto della domanda creditoria della banca.

Si costituiva la Banca Popolare Andriese deducendo la fondatezza del provvedimento monitorio sulla base dell’estratto saldaconto, e asserendo che controparte non aveva mai contestato gli estratti conti trasmessigli in costanza di rapporto.

Il giudice di primo grado accoglieva parzialmente l’opposizione con sentenza del 2/10/2003 rideterminando l’ammontare dovuto dall’opponente in un importo residuo pari a Euro 16.481,86, in conseguenza della dichiarazione di nullità delle clausole anatocistiche trimestrali rinvenute come applicate nel rapporto bancario, in violazione dell’art. 1283 c.c..

Avverso la sentenza di primo grado che lo vedeva parzialmente soccombente proponeva appello il sig. B., tornando a censurare diversi profili della decisione:

- la legittimità formale del provvedimento emesso in sede monitoria;

- l’addebito, tra le poste passive del conto, di somme da lui già pagate alla banca quale fideiussore della fallita LENZA D’ORO s.r.l., – il diritto di credito riconosciuto alla banca, anche se nella minor somma rideterminata dal giudice di prime cure;

- l’omessa pronuncia del giudice di prime cure sull’eccezione di mancanza di procura alle liti del difensore della Banca Popolare Andriese, per incorporazione avvenuta dal Credito Emiliano s.p.a..

La Corte d’appello di Bari con sentenza del 16/06/2010 rigettava il gravame riportandosi alle motivazioni del primo giudice e confermando per l’intero la decisione.

L’appellante, odierno ricorrente per cassazione, notificava ricorso in data 29/07/2011 deducendo cinque motivi.

Motivi della decisione

Così riassunti i fatti di causa, il ricorso sembra, prima facie, infondato.

Occorre rilevare preliminarmente che controparte non si difende sulle censure mosse dal ricorrente.

Con il primo motivo di ricorso il B. deduce la violazione dell’art. 2697 c.c., e artt. 116, 117, 167, 633 c.p.c. e ss., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Il motivo sembra essere fondato solo per quel che concerne la violazione dell’art. 2697 c.c., disciplinante il principio dell’onere della prova, secondo cui spetti a chi vuole far valere un diritto in giudizio l’onere di provarne i fatti costitutivi. Ebbene tale principio opera anche nel giudizio di cognizione ordinario eventualmente introdotto a seguito di opposizione a decreto ingiuntivo, comportando, per la parte opposta, l’onere di individuare in giudizio i fatti costitutivi della propria pretesa.

Nel caso in oggetto si osserva in atti che nella fase monitoria la banca Andriese avesse prodotto l’estratto saldaconto, documentazione avente una valenza probatoria sufficiente, in quella sede, per l’ottenimento del decreto ingiuntivo.

Nel giudizio di opposizione successivo, invece, il giudice valutava la produzione del contratto di conto corrente e di tutti gli estratti conto emessi durante il rapporto, documenti contabili, questi ultimi, che costituiscono un elemento più analitico per verificare l’esistenza del credito vantato, poichè certificano in dettaglio le movimentazioni debitorie e creditorie intervenute dall’ultimo saldo contabile con le condizioni attive e passive praticate dalla banca al cliente. La valenza probatoria degli estratti conto è indubbiamente più forte rispetto a quella del saldaconto che esprime, invece, il saldo riassuntivo dei rapporti di conto intercorsi tra la banca e il correntista.

Ebbene, ai fini della prova costitutiva del diritto di credito, oltre alla produzione dei singoli estratti conto analitici la banca avrebbe dovuto fornire prova anche dell’avvenuta comunicazione, preventivamente al giudizio, dei medesimi all’odierno ricorrente, per porlo nelle condizioni di effettuare, se del caso, le contestazioni.

Al contrario, sembra evincersi dagli atti che il ricorrente abbia potuto contestare le voci della documentazione contabile solo in sede di giudizio; la Corte d’appello di Bari ha ritenuto si trattasse di attività tardiva (pag. 5 della sentenza d’appello) e, pertanto, nel respingere la relativa eccezione di parte, ha dichiarato fondata nel merito la domanda creditoria.

L’errore in cui è incorsa la corte territoriale, tradottosi nella violazione dell’art. 2697 c.c., è stato quello di pronunciarsi in accoglimento della domanda senza disporre di tutti gli elementi costitutivi del credito, che avrebbero dovuto ricomprendere anche la prova della comunicazione degli estratti conto che spettava alla banca fornire.

Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 1224 c.c., e artt. 61, 112 e 345 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è infondato.

Al tempo dei fatti in giudizio (1996) il tema della legittimità della capitalizzazione di interessi anatocistici bancari non era ancora oggetto di discussione, e pertanto pare plausibile la mancanta eccezione di parte volta a far dichiarare la nullità della clausola anatocistica dinanzi al giudice di primo grado.

Con la pronuncia del 16/03/’99 (Cass. sent. n. 2374/1999) questa Corte esprimeva un orientamento giurisprudenziale, che avrebbe trovato consolidamento in seguito, teso a ritenere nulle tali clausole (Cass. N. 24418/10 e Cass. N. 798/13).

Si evince dagli atti che la nullità delle clausole anatocistiche veniva tuttavia rilevata d’ufficio dal giudice di prime cure che, conseguentemente, rideterminava in concreto la somma spettante alla banca depurata dall’ammontare di quanto dovuto a titolo di interessi anatocistici trimestrali.

Alla luce di tale operazione di rideterminazione non si comprende la ratio giustificativa che abbia indotto l’odierno ricorrente alla proposizione di una nuova domanda restitutoria fondata sulla nullità della clausola anatocistica, domanda in ogni caso inammissibile in appello, come correttamente rilevato dalla corte territoriale, in quanto nuova.

Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 196 c.p.c., in relazione sia all’art. 116, che all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è manifestamente infondato poichè tende ad una richiesta di rideterminazione degli interessi nei rapporti dare-avere tra la banca e il ricorrente.

Il quarto motivo censura la violazione o falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è infondato.

Correttamente la corte territoriale ha omesso di esaminare, ai fini della decisione, le eccezioni di parte ricorrente. Dagli atti di causa (pagg. 8-9 sent. appello) ne risulta, infatti, la formulazione per la prima volta solo nell’udienza di precisazione delle conclusioni di primo grado, cioè in una fase processuale in cui ciò è precluso.

Con l’ultima motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 83 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Anche quest’ultimo motivo è infondato.

L’art. 300 c.p.c., stabilisce l’interruzione del processo a seguito di fatto estintivo di una parte costituita. Tuttavia l’interruzione non avrebbe potuto operare poichè trattavasi di fatto estintivo (incorporazione della Banca popolare Andriese nel Credito emiliano s.p.a.) che, se anche non ritualmente notificato dal difensore della parte, si verificava quando il giudizio era già riservato a decisione.

Per quanto concerne il profilo della procura alle liti, ritenendo la corte territoriale che in quel caso operasse il fenomeno dell’ultrattività della procura in base al quale il difensore di controparte può legittimamente presentare le proprie conclusioni ancora a nome della parte estinta senza doversi munire di nuova procura, non si ritiene integrata una violazione dell’art. 83 c.p.c..

- che la relazione è stata notificata ai difensori delle parti, che non hanno depositato memorie.

- che il collegio, discussi gli atti delle parti, ha condiviso la soluzione prospettata nella relazione e gli argomenti che l’accompagnano;

- che il ricorso dev’essere dunque rigettato con la conseguente condanna alla rifusione delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo, sulla base del valore della causa e del numero e complessità delle questioni svolte.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso, nulle le spese.

Così deciso in Roma, il 23 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 1° luglio 2014.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 11 giugno 2014, n. 13242. La disposizione dell’articolo 50 c.p.c., secondo cui il processo proposto dinanzi al giudice incompetente continua dinanzi al giudice dichiarato competente, purche’ riassunto entro il termine indicato dalla legge o fissato nella sentenza dichiarativa dell’incompetenza, si applica anche nel caso in cui, in Sede di opposizione a decreto ingiuntivo, il decreto stesso debba essere dichiarato nullo per incompetenza del giudice che lo emise


Corte_de_cassazione_di_Roma

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 11 giugno 2014, n. 13242

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SEGRETO Antonio – Presidente

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul- ricorso 17560-2008 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);

- ricorrenti -

nonche’ contro

(OMISSIS) SNC;

- intimata -

avverso la sentenza n. 100/2008 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 24/04/2008, R.G.N. 272/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/04/2014 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CORASANITI Giuseppe che ha concluso per l’accoglimento del primo motivo di ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Giudice di Pace di Pescara, a seguito dell’opposizione proposta da (OMISSIS), nella qualita’ di titolare del Ristorante-Pizzeria “(OMISSIS)”, avverso il decreto ingiuntivo n. 12 del 2003, emesso su ricorso monitorio della s.n.c. ” (OMISSIS) per il pagamento di euro 2.540,97 siccome dovute per due mensilita’ di canone, relative all’anno 2002, di un contratto di affitto di azienda corrente fra le parti, con sentenza del novembre del 2003 dichiarava la propria incompetenza per materia, annullava l’opposto decreto e rimetteva dinanzi al Tribunale di Pescara le parti per il prosieguo del giudizio, nel quale l’opponente e qui ricorrente aveva introdotto una domanda riconvenzionale avente ad oggetto il pagamento della somma di euro 50.000,00 o di quella maggiore o minore accertanda, a titolo di risarcimento di danni derivati a suo dire da numerosi inadempimenti della concedente al contratto di affitto.

2. Il giudizio veniva riassunto davanti al Tribunale di Pescara dalla s.n.c. ” (OMISSIS), e, nella costituzione del (OMISSIS), che eccepiva l’incompetenza territoriale di quel Tribunale a beneficio di quella del Tribunale di Teramo (quale luogo dell’azienda oggetto di affitto), il Tribunale di Pescara – evidentemente ignorando l’articolo 45 c.p.c. – declinava la propria competenza a favore del Tribunale di Teramo, davanti al quale sempre la detta s.n.c. riassumeva il giudizio.

3. Il Tribunale di Teramo, nella costituzione del (OMISSIS), disposto il passaggio della causa alla trattazione con il rito di cui all’articolo 447-bis c.p.c., con sentenza del febbraio 2006 rigettava la riconvenzionale del (OMISSIS) e, in accoglimento della domanda gia’ proposta in via monitoria dalla s.n.c., condannava il medesimo al pagamento della somma gia’ oggetto del decreto ingiuntivo oltre accessori e con gravame delle spese.

4. Sull’appello del (OMISSIS), la Corte d’Appello di L’Aquila ha confermato la sentenza del Tribunale di Teramo con sentenza del 24 aprile 2008.

5. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il (OMISSIS) sulla base di quattro motivi.

L’intimata non ha resistito al ricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1. Con il primo motivo s denuncia, “violazione dell’articolo 2909 c.c., nonche’ degli articoli 20 – 38 – 42 – 50 – 633 – 637 – 645 – 653 e 654 c.p.c., nonche’ dell’articolo 447-bis c.p.c. quanto al rito adottato, il tutto in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3, avendo illegalmente il giudice di merito delibato il merito della causa relativamente al contenuto di un ricorso pe decreto ingiuntivo dichiarato nullo dal giudice che l’aveva emesso con sentenza passata in giudicato.”.

1.1. Il motivo, che si dilunga per cinque pagine e, quindi, propone per una pagina quattro quesiti, senza, peraltro, raccordarli espressamente alla congerie di vizi che, in ragione della complessa intestazione e del numero di norme indicate dovrebbe enunciare, si risolve nella postulazione di un preteso errore di applicazione delle norme del procedimento che avrebbe compiuto la Corte territoriale e, prima di essa il giudice di primo grado, nel ritenere che, una volta declinata la competenza per materia dal Giudice di Pace investito dell’opposizione al decreto ingiuntivo e caducato quest’ultimo, il giudizio riassunto non potesse riguardare piu’ il credito gia’ azionato monitoriamente dalla s.n.c. ” (OMISSIS), perche’ su di esso restava preclusa (per quanto si legge nel terzo quesito), per formazione di giudicato interno, ogni possibilita’ di statuizione di merito della controversia.

In pratica, la prospettazione che si esprime nell’illustrazione del motivo postula che alla declaratoria di incompetenza del giudice adito in via monitoria e, quindi, alla caducazione del decreto in ragione del difetto di competenza, non possa seguire, come accade di regola quando il giudice declina la competenza, la translatio iudicii con la tecnica della riassunzione davanti al giudice indicato come competente, che, semmai, par di capire, avrebbe potuto riguardare solo la domanda riconvenzionale dello stesso qui ricorrente.

1.2. Il motivo, in disparte ogni valutazione di sussistenza della conformita’ al modello dell’articolo 366-bis c.p.c. del mancato raccordo dei plurimi quesiti alla congerie di norme di cui si denuncia la violazione, propone una ricostruzione della declinatoria di incompetenza del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo manifestamente priva di fondamento, atteso che essa e’ smentita dalla proclamazione dell’articolo 645 c.p.c. che l’opposizione apre la strada ad un giudizio che e’ regolato dalle norme sull’ordinario processo di cognizione, naturalmente secondo il ritto appropriato alla trattazione della controversia.

Poiche’ fra le regole in questione vi e’ quella – emergente dagli articoli 44 e 45 c.p.c. -per cui l’incompetenza non e’ ragione di invalidita’ della domanda, che resta valida e deve solo essere trattata dal giudice competente, l’apertura con l’opposizione al decreto di un normale giudizio di cognizione impone l’applicazione di detta regola, giustificando soltanto che, per il carattere anche impugnatorio dell’opposizione, il giudice dell’opposizione che e’ quello che emise il decreto debba dichiararlo caducato, perche’ altrimenti – secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, peraltro sovente criticata dalla dottrina – si avrebbe che un altro giudice, quello dichiarato competente, dovrebbe giudicare sul provvedimento emesso dal primo giudice.

Il principio di diritto che domina la materia e che contraddice la prospettazione del motivo, rendendo pienamente legittima la decisione della Corte d’Appello, la’ dove ha disatteso la stessa prospettazione del (OMISSIS) in sede di appello, e’ il seguente, dal quale si evince che la translatio e’ possibile anche se il giudice del decreto non dichiari formalmente nullo il decreto emesso da giudice incompetente: La dichiarazione di incompetenza del giudice che ha emanato il decreto ingiuntivo, pronunciata dallo stesso giudice funzionalmente competente ex articolo 645 cod. proc. civ. – configurandosi il requisito della competenza come condizione di ammissibilita’ del decreto, come adombrato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 410 del 2005 -, determina in ogni caso la caducazione del decreto, della quale non possono disporre ne’ quel giudice ne’ le parti. Ne consegue che, qualora il predetto giudice, nel dichiararsi incompetente, non abbia espressamente dichiarato caducato il decreto ingiuntivo, l’eventuale riassunzione dinanzi al giudice competente non concerne la causa di opposizione, ormai definita, ma soltanto la causa relativa alla pretesa azionata dal creditore e, ove le parti riassumano formalmente l’opposizione al decreto ingiuntivo come tale, il giudice “ad quem” e’ tenuto ad interpretare la domanda contenuta nell’atto di riassunzione esclusivamente come diretta ad investirlo della cognizione dell’azione di cognizione ordinaria sulla pretesa del creditore e sulle altre eventualmente introdotte. (Cass. (ord.) n. 16744 del 2009; in senso conforme: Cass. (ord.) n. 16762 del 2012; in generale, per l’affermazione che La disposizione dell’articolo 50 c.p.c., secondo cui il processo proposto dinanzi al giudice incompetente continua dinanzi al giudice dichiarato competente, purche’ riassunto entro il termine indicato dalla legge o fissato nella sentenza dichiarativa dell’incompetenza, si applica anche nel caso in cui, in Sede di opposizione a decreto ingiuntivo, il decreto stesso debba essere dichiarato nullo per incompetenza del giudice che lo emise (si veda gia’ Cass. n. 88 del 1969).

Il motivo e’, pertanto, rigettato.

2. Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 – 1453 – c.c., articolo 112 c.p.c., articoli 633 – 641 – 645 – 653 e 654 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3, per avere erroneamente e contraddittoriamente il giudice di merito accolto la domanda attorea in virtu’ della mutato libelli d’indole risolutiva della controversia locatizia, in luogo della domanda di adempimento originariamente proposta, pur ritenendo fondata la stessa in conformita’ della configurazione data dal ricorrente nella opposta ingiunzione.”.

2.1. Il motivo, che anche in questo caso si dilunga per cinque pagine e, quindi, propone per una pagina quattro quesiti, senza, peraltro, raccordarli espressamente alla congerie di vizi e che gia’ sotto tale profilo si presenterebbe di dubbia ammissibilita’, atteso che non ci si preoccupa di raccordare ciascuno di essi alle norme di cui si dice nell’intestazione, risulta inammissibile per l’inosservanza della norma dell’articolo 366 c.p.c., n. 6, in ordine al requisito della indicazione specifica degli atti su cui si fonda.

Infatti, esso si fonda: a) sul contenuto della sentenza di primo grado, di cui riporta una parte della motivazione, ma riguardo ad essa quale non indica se e dove essa si stata prodotta (anche ai diversi effetti di cui dell’articolo 369 c.p.c., comma 1, n. 4) in questo giudizio di legittimita’, in modo da poter essere esaminata dalla Corte; b) sul contenuto dell’atto di appello, del quale si dice, pero’, del tutto genericamente che la motivazione della decisione di primo grado era stata censurata con il “motivo n. 2″, ma senza che si riproduca ne’ direttamente ne’ indirettamente il suo tenore e senza che si dica se e dove lo stesso atto di appello sarebbe esaminabile.

In tale situazione l’articolo 366 c.p.c., n. 6 risulta violato, perche’ esso, che costituisce norma che rappresenta il precipitato normativo del c.d. principio di autosufficienza dell’esposizione dei motivi di ricorso per cassazione, imponeva al ricorrente sia di indicare dove, se prodotta, la sentenza di primo grado sarebbe esaminabile e di individuare in uno dei due modi alternativamente indicati il contenuto del motivo di appello, nonche’ di precisare dove esso sarebbe esaminabile (eventualmente indicando, sempre ai sensi del detto articolo 366, n. 6 se si sia inteso fare riferimento alla sua presenza nel fascicolo d’ufficio, presenza che, secondo Cass. sez. un. n. 22726 del 2011 consente per gli atti processuali di omettere il deposito ai sensi dell’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4 citato ma sempre restando fermo l’onere di indicazione dell’articolo 366, n. 6).

2.2. Il motivo e’, pertanto, inammissibile, perche’ la Corte non e’ messa in condizione di comprenderne ne’ il senso, ne’ di verificarlo sulla base dei due atti evocati, ne’ di percepire, gradatamente, se la questione prospettata faceva parte ed in che termini di quanto devoluto al giudice d’appello: i dati che avrebbero dovuto permettere alla Corte una simile percezione avrebbero dovuto tutti emergere dall’illustrazione del motivo.

Peraltro, la stessa intestazione del motivo propone riassuntivamente, come del resto, gli stessi quesiti, una questione che gia’ a livello di enunciazione risulta del tutto oscura, dato che non e’ possibile comprendere come ad una domanda di adempimento fosse stata sostituita una risolutiva, se il primo giudice, per quanto si enuncia nell’esposizione del fatto, aveva accolto la domanda relativa al credito oggetto dell’ingiunzione.

3. Il terzo motivo prospetta “violazione e falsa applicazione degli articoli 101 – 163 -414 – 415 – 441 bis c.p.c., nonche’ del’articolo 125 disp. att. c.p.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3 per avere erroneamente il giudice di merito ritenute ammissibili le due riassunzioni del giudizio le quali per il loro contenuto e per le loro conclusioni non erano idonee al raggiungimento dello scopo con conseguente lesione del diritto al contraddittorio”.

Anche questo motivo si dilunga per tre pagine e, quindi, propone quattro quesiti, senza, peraltro, raccordarli espressamente alla congerie di vizi di violazione di norme che indica la sua intestazione ed anzi indicando in uno di essi l’articolo 50 c.p.c., del quale non v’e’ traccia in essa.

3.1. In disparte anche in tal caso il dubbio di ammissibilita’ ai sensi dell’articolo 366-bis c.p.c., atteso che non ci si preoccupa di raccordare ciascuno dei quesiti alle norme di cui si dice nell’intestazione, il motivo risulta nuovamente inammissibile per l’inosservanza della norma dell’articolo 366 c.p.c., n. 6, in ordine al requisito della indicazione specifica degli atti su cui si fonda, dato che la censura e’ relativa al contenuto dell’atto di riassunzione del 21 settembre 2004 dinanzi al Tribunale di Teramo, del quale, pero’, si provvede a trascrivere quelle che si definiscono «le dichiarazioni e le conclusioni formulate dalla Societa’ (OMISSIS) Snc, senza precisare a quale parte del contenuto dell’atto la trascrizione corrisponda e, soprattutto senza indicare se e dove detto atto sia stato prodotto in questo giudizio di legittimita’ (anche ai diversi effetti dell’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4). Ne deriva la Corte non e’ messa in grado di percepire dove l’atto sarebbe esaminabile.

Inoltre, si omette di indicare se, come e dove la questione era stata prospettata al giudice di primo grado e, soprattutto se e dove era stata prospettata al giudice di appello, onde sotto tale profilo risulta del tutto carente la stessa allegazione di come e perche’ detta questione possa ora prospettarsi in questo giudizio di cassazione.

E cio’ non senza che debba rilevarsi, su un piano ultroneo a quello della rispondenza del ricorso al paradigma dell’articolo 366 c.p.c., n. 6 e relativo, invece, allo stesso contenuto necessario del ricorso per cassazione come impugnazione, che esso deve proporre questioni che, se relative al giudizio di primo grado, siano state tenute “vive” dapprima nel corso di esso e, quindi, in sede di giudizio di appello. Non potendo altrimenti, salvo che si tratti di questioni proponibili in ogni stato e grado del giudizio, introdursi in sede di giudizio di legittimita’.

3.2. Il motivo e’, dunque, dichiarato inammissibile.

4. Il quarto motivo denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 1453- 1577 – 1578 – 1584 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3 per avere erroneamente la Corte territoriale rigettato la domanda di risoluzione contrattuale per vizi della cosa locata, nonche’ quella coeva di autoriduzione del canone. Carente motivazione sotto ogni profilo di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5 in relazione a punti decisivi della controversia prospettati dalla parte e o esaminati dal giudice anche con riferimento al documentale prodotto.”.

L’illustrazione si sviluppa dalla meta’ della pagina 25 alla meta’ della pagina 31.

Seguono cinque quesiti di diritto, fino a due terzi della pagina 32 e, quindi, sette proposizioni che si dicono evidenziatrici delle circostanze di fatto su cui la motivazione dell’impugnata sentenza e’ carente e/o insufficiente.

4.1. Il motivo – che pertiene alla motivazione con cui la Corte territoriale ha confermato il rigetto della domanda riconvenzionale del ricorrente per mancanza di prova dei suoi fatti costituivi – e’ inammissibile nuovamente per inosservanza dell’articolo 366 c.p.c., n. 6.

Infatti il motivo si fonda: a) su una serie di documenti che si dicono prodotti gia’ dalla comparsa di costituzione davanti al Giudice di Pace di Pescara, ma riguardo ad essi non si fornisce l’indicazione specifica ne’ del loro contenuto ne’ del se e dove siano stati mantenuti come produzioni nel corso di tutte le fasi di merito e, quindi, eventualmente prodotti in questo giudizio d legittimita’, dato che si allude, peraltro genericamente, solo alla reiterazione delle richieste istruttorie nella comparsa di costituzione dell’11 novembre 2004 davanti al tribunale di Teramo; b) su una non meglio specificata prova testimoniale articolata nella comparsa davanti al Giudice di Pace su una richiesta di c.t.u. riguardo alle quali, non solo non si riproduce il loro contenuto, ma nemmeno si indica – salvo nuovamente per quanto attiene alla reiterazione nella comparsa davanti al Tribunale – se e come venero mantenute nel prosieguo del giudizio; c) su una prova per interrogatorio formale che si assume dedotta nella comparsa davanti al detto Tribunale, di cui non si fornisce l’indicazione quanto al contenuto e nuovamente ragguagli circa l’atteggiarsi nel corso del giudizio di merito.

Si rileva, poi, che, dopo tali insufficienti indicazioni, si omette qualsiasi riferimento al modo in cui nel giudizio di primo grado vennero trattate le istanza istruttorie ed al modo in cui venero esaminati di documenti, nonche’ alla decisione riguardo alle une ed agli altri fatta dal primo giudice che decise nel merito la causa.

Si passa, infatti, subito a riferire indirettamente del contenuto dell’atto di appello, ma senza raccordo con le sue parti, se non per un generico riferimento al punto 3 e nuovamente astenendosi dall’indicare se e dove l’atto di appello sia stato prodotto e sia esaminabile.

Peraltro, nelle pagine dalla 27 alla 31, cioe’ fino alla chiusura dell’illustrazione si riferisce indirettamente del contenuto dell’atto senza precisare in quale parte di esso l’indiretta riproduzione troverebbe riscontro e, soprattutto senza che si colga in quanto riferito in che termini e si era doluti riguardo alle istanze istruttorie ed ai documenti.

Il motivo, in conseguenza, non evidenzia alcunche’ che palesi quali questioni riguardo ad esse ed ai documenti erano state devolute al giudice d’appello, di da evidenziare conseguentemente una critica pertinente alla motivazione resa dalla Corte territoriale e, prima ancora, pertinente a quello che, in ragione del tenore dell’appello rappresentava l’oggetto del dovere decisorio di quella Corte.

4.2. Il motivo e’, dunque, inammissibile.

5. Il ricorso e’, conclusivamente rigettato.

6. Non e’ luogo a provvedere sulle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 14 febbraio 2014, n. 3552. vizi della notifica di un decreto ingiuntivo non sostanzianti ipotesi di inesistenza della stessa si convertono necessariamente, a seconda dei casi, in motivi di opposizione ex artt. 645 o 650 c.p.c


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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 14 febbraio 2014, n. 3552

Svolgimento del processo

1. Con l’ordinanza del 15.1.2008, oggetto della presente impugnazione, il Tribunale di Firenze, rilevato che il decreto ingiuntivo n. 4724 del 17.1.2001,emesso a favore della Cassa di Risparmio di Firenze, non era stato notificato alla coobbligata D.D. , ha dichiarato l’inefficacia del titolo nei di lei confronti,e per essa, dei suoi eredi C.G. , C.S. e Co.Gi. , e ha ordinato la cancellazione dell’ipoteca ottenuta in forza del decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo sui beni della D. , pervenuti in successione ai figli.

2. Contro l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione la Cassa di Risparmio di Firenze s.p.a. affidandosi a tre motivi, illustrati da memoria, resistiti da controricorso degli intimati C.G. , C.S. e Co.Gi. .

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, la Cassa di Risparmio di Firenze s.p.a., denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 140 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), censura l’ordinanza impugnata, di cui va ammessa la ricorribilità, per aver ritenuto il mancato perfezionamento della notifica alla D.D. , in realtà eseguita presso la residenza anagrafica della destinataria a Scandicci in via G. Carducci 45, in base all’art. 140 c.p.c.. È sufficiente infatti che in caso di momentanea irreperibilità del destinatario in uno dei luoghi indicati dall’art. 139 c.p.c., l’ufficiale giudiziario compia le tre formalità descritte dall’art. 140 c.p.c.: deposito dell’atto nella casa comunale; affissione dell’avviso relativo al deposito, spedizione della raccomandata con avviso di ricevimento. Pur se dall’avviso di ricevimento risulta che la D. era sconosciuta, dalla certificazione anagrafica emerge che la notifica è stata effettuata nel luogo di residenza.

Con il secondo motivo di ricorso, la Cassa di Risparmio di Firenze s.p.a., denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art.110 c.p.c., artt. 459, 752, 754 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.), censura l’ordinanza impugnata, per l’ipotesi in cui la notifica venisse comunque considerata nulla, osservando che tale conclusione non riguarda l’erede C.G. , alla quale il decreto era stato tempestivamente notificato quale coobbligata in solido ai sensi dell’art. 143 c.p.c.: quest’ultima, una volta divenuta erede della D. , e quindi tenuta al pagamento dei debiti ereditari, si è trovata ad essere legittimata passiva dell’ingiunzione in una duplice veste.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 644, 650 e 188 disp. att. c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c), censura l’ordinanza impugnata, per l’ipotesi in cui sì ritenesse il vizio del procedimento di notificazione, anche nei confronti dell’erede C.G. , per aver dichiarato l’inefficacia del decreto, come se la notifica fosse inesistente, rilevandosene al contrario la mera irregolarità, o tutt’al più la nullità, con la conseguenza di una sua sanatoria con la costituzione dell’intimato o comunque con la sua rinnovazione. L’intimato, infatti, avrebbe potuto proporre opposizione tardiva all’ingiunzione, provando di non aver avuto tempestiva conoscenza dell’atto per irregolarità della notifica, essendogli di conseguenza precluso il ricorso per declaratoria dell’inefficacia, possibile solo nel caso di mancanza o giuridica inesistenza della notifica.

2. Preliminarmente, pur se non vi è contestazione, il provvedimento con cui il giudice accoglie l’istanza diretta ad ottenere la declaratoria di inefficacia del decreto ingiuntivo, ai sensi dell’art. 188 disp. att. c.p.c., è ricorribile per cassazione avendo carattere definitivo, atteso che, viceversa, in caso di rigetto, la parte può sempre chiedere nei modi ordinari la dichiarazione di inefficacia dell’ingiunzione (Cass. 3.4.2013, n. 7976).

3. Il primo motivo del ricorso è infondato.

Qualora un atto giudiziario sia stato notificato ai sensi dell’art. 140 c.p.c., la notifica si perfeziona nel momento in cui l’atto è stato consegnato all’ufficiale giudiziario, fermo restando che il consolidamento di tale effetto anticipato per il notificante dipende dal perfezionamento del procedimento notificatorio nei confronti del destinatario, con l’effettuazione degli adempimenti da tale norma stabiliti: deposito della copia dell’atto nella casa del comune dove la notificazione deve eseguirsi; affissione dell’avviso del deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell’abitazione o dell’ufficio o dell’azienda del destinatario; notizia del deposito al destinatario mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Tale ultimo adempimento costituisce ulteriore garanzia per il destinatario, onde favorire al massimo l’ingresso dell’atto nella sua sfera di conoscibilità. Ne consegue che l’avviso di ricevimento debba essere allegato all’atto notificato e la sua mancanza provoca la nullità della notificazione (Cass. S.U. 13.1.2005, n. 458). Le incertezza giurisprudenziali in ordine alla necessità o meno di allegare l’avviso di ricevimento sono state superate dalla ora menzionata pronuncia delle Sezioni unite (in prosieguo, conformi: Cass. 6.5.2005, n. 9510; 21.2.2006, n. 3685; 19.5.2009, n. 11583), che hanno colto l’occasione per procedere ad una rivisitazione dell’orientamento giurisprudenziale formatosi sull’art. 140 c.p.c..

In primo luogo, si è dovuto prendere atto della sentenza della Corte costituzionale in tema di notificazione di atti giudiziari (Corte cost. 23.1.2004, n. 28), che abbandonando l’indirizzo che voleva la notificazione eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c. perfezionata, dopo il deposito della copia dell’atto e l’affissione dell’avviso relativo al deposito stesso, con la spedizione al destinatario della raccomandata con avviso di ricevimento, ha stabilito che anche per le notificazioni eseguite ai sensi dell’art. 140 c.p.c. (come per le notifiche a mezzo posta, oggetto della sentenza Corte cost. 26.11.2002, n. 477), al fine del rispetto di un termine pendente a carico del notificante è sufficiente che l’atto sia stato consegnato all’ufficiale giudiziario entro il predetto che a vantaggio del notificante, dipende comunque dal perfezionamento del procedimento notificatorio nei confronti del destinatario.

Le Sezioni unite, inoltre, hanno superato l’orientamento che, nelle notificazioni ai sensi dell’art. 140 c.p.c., riteneva l’allegazione, all’originale dell’atto, dell’avviso di ricevimento adempimento privo di rilevanza. Nel procedimento disciplinato da questa norma, la notificazione si compie con la spedizione della raccomandata, che come atto della sequenza del processo perfeziona l’effetto di conoscibilità legale nei confronti del destinatario.

Tuttavia, non diversamente da quanto avviene per il perfezionamento della notificazione nei confronti del notificante, anche per il destinatario si tratta di un effetto provvisorio o anticipato, destinato a consolidarsi con l’allegazione, all’originale dell’atto, dell’avviso di ricevimento, le cui risultanze possono confermare o smentire che la notifica abbia raggiunto lo scopo cui era destinata. A quest’ultima soluzione le Sezioni unite pervengono sulla base sia di una interpretazione costituzionalmente orientata che impone l’effettività delle garanzie di conoscibilità dell’atto da parte del destinatario medesimo e della tutela del contraddittorio; sia di una valorizzazione della ratio e del dato testuale dell’art. 140 c.p.c., per cui, se il legislatore avesse considerato l’avviso di ricevimento privo di rilevanza, non avrebbe richiesto che la raccomandata di cui all’art. 140 c.p.c. ne fosse corredata (a differenza di altri casi in cui ha ritenuto sufficiente che la notizia di una avvenuta notificazione fosse data a mezzo di raccomandata semplice).

Precisano altresì le Sezioni unite che dall’avviso di ricevimento, e dalle annotazioni che l’agente postale appone su di esso quando lo restituisce al mittente, può emergere che la raccomandata non è stata consegnata perché il destinatario risulta trasferito oppure deceduto o, ancora, per altre ragioni le quali comunque rivelano che l’atto in realtà non è pervenuto nella sfera di conoscibilità dell’interessato e che, dunque, l’effetto legale tipico, a tale evento ancorato, non si è prodotto.

In tali ipotesi sembra palese che la notifica debba essere considerata nulla (non inesistente, a meno che l’atto non sia stato indirizzato verso un luogo privo di qualsiasi collegamento con il destinatario) e che, quindi, debba essere rinnovata ai sensi dell’art. 291 c.p.c.. Infatti, le suddette risultanze rendono quanto meno incerto, e possono addirittura escludere, che il luogo in cui l’ufficiale giudiziario ha svolto l’attività prevista dall’art. 140 c.p.c. sia quello di effettiva ed attuale residenza, dimora o domicilio del destinatario, con i conseguenti riflessi sulla validità della notifica effettuata. Si tratta, dunque, di una verifica necessaria, postulata del resto dalla stessa previsione normativa nel momento in cui richiede che la spedizione della raccomandata abbia luogo con avviso di ricevimento, tanto più che con l’ulteriore sentenza 14.1.2010, n. 3, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 140 c.p.c., nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione.

Nella specie è accertato che l’avviso è stato restituito al notificante con l’attestazione, da parte dell’ufficiale postale, che il destinatario era sconosciuto.

Deve concludersi che il destinatario non ha potuto fruire dell’ulteriore cautela prevista dalla legge a suo favore, ovvero della messa a conoscenza, a mezzo posta, dell’avvenuto deposito dell’atto nella casa comunale. Né può ritenersi che l’atto sia pervenuto nella sfera di conoscibilità dello stesso per essere risultata aliunde la residenza anagrafica del destinatario a quell’indirizzo: l’attestazione postale doveva quanto meno ingenerare il dubbio dell’effettiva corrispondenza delle risultanze anagrafiche alla realtà, e indurre al rinnovo della notifica, se necessario nelle forme dell’art. 143 c.p.c..

Il che non è avvenuto. La certificazione anagrafica da cui risulta che la D.D. , al 17.12.2001 (data della notifica) era residente a (omissis) , rivela l’esistenza di un collegamento tra il luogo del tentativo di notifica,, ed il suo destinatario, il che non è privo di rilevanza agli effetti della dichiarazione di inefficacia del decreto, che sarà esaminata con il terzo motivo.

4. Il secondo motivo di ricorso è infondato.

Che uno degli eredi del soggetto cui venne effettuata vana notifica avesse ricevuto la notifica in proprio dello stesso decreto ingiuntivo, in quanto debitore in solido, non comporta una presunzione di conoscenza (che solo il mezzo legale di comunicazione, costituito dalla notifica, può assicurare) dell’atto nei propri confronti, una volta che lo stesso sia divenuto erede del coobbligato.

Ove la notifica di un atto sia mancata, e l’atto sia venuto aliunde a conoscenza del destinatario, difettano gli estremi di certezza circa il modo, la data ed il luogo della consegna proprio in vista dei quali la notifica è prescritta (Cass. 17.9.2004, n. 18730).

La notifica del decreto ingiuntivo è destinata a produrre effetti autonomi nella sfera giuridica di ciascun soggetto che ne sia destinatario, anche se coobbligato in solido, sicché, se uno di essi sia deceduto senza aver ricevuto la notifica, non può postularsi la trasmissione di quegli effetti all’erede, che per avventura fosse destinatario dello stesso decreto ingiuntivo in quanto coobbligato, e di esso avesse ricevuto regolare notifica.

5. Il terzo motivo è fondato.

Il ricorso per la dichiarazione d’inefficacia del decreto ingiuntivo, previsto dall’art. 188 disp. att. c.p.c., è ammissibile soltanto con riguardo a decreti non notificati o la cui notifica sia giuridicamente inesistente, mentre se il decreto è stato notificato, ancorché fuori termine, o la notifica sia affetta da nullità, l’unico rimedio esperibile è l’opposizione ai sensi degli art. 645 e 650 c.p.c., a seconda dei casi. Pertanto, il provvedimento che contenga esclusivamente la statuizione d’inefficacia ai sensi dell’art. 188 c.p.c., è affetto da nullità, in quanto pronunciato in un’ipotesi non prevista dal codice di rito (Cass. 2.4.2010, n. 8126).

La notificazione del decreto ingiuntivo, anche se nulla, è indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto e conseguentemente esclude la presunzione di abbandono del titolo che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di cui all’art. 644 c.p.c., applicabile esclusivamente in caso di omissione della notificazione o di notificazione inesistente (31.10.2007, n. 22959).

Ne consegue che tranne i casi in cui un decreto ingiuntivo non è notificato, o la notifica di esso è giuridicamente inesistente, la parte contro la quale è stato emesso non può, decorso il termine stabilito dall’art. 644 c.p.c., chiederne la declaratoria di inefficacia, ai sensi dell’art. 188 disp. att. c.p.c.; se la notifica sia semplicemente nulla, l’inefficacia può essere fatta valere, onde evitare la sanatoria per eventuale acquiescenza, con l’opposizione tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c., fornendo la prova di non avere avuto tempestiva conoscenza del decreto ingiuntivo per irregolarità della notificazione (Cass. 26.7.2001, n. 10183).

La censura merita accoglimento in quanto nella scarna motivazione dell’ordinanza impugnata il Presidente del Tribunale di Firenze ha rilevato, semplicemente, che “il decreto de quo non è stato notificato al coobbligato D. “: in realtà, nel ricorso per la dichiarazione d’inefficacia del decreto, proposto dagli eredi, attuali controricorrenti, si da atto che “risulta dalla relata di notifica che il plico è tornato indietro perché sconosciuto all’indirizzo indicato“.

Orbene, poiché nella specie risulta che gli eredi dell’intimata hanno fondato la loro istanza di inefficacia del decreto ingiuntivo sulla asserita nullità della notificazione eseguita al proprio dante causa, deve ritenersi che la dichiarazione di inefficacia del decreto ingiuntivo è stata emessa in assenza dei presupposti richiesti dalla legge, non potendo ritenersi inesistente la notifica effettuata presso la residenza del destinatario.

6. In conclusione il ricorso merita accoglimento e, conseguentemente, il provvedimento impugnato dev’essere cassato senza rinvio, ai sensi dell’art. 382, terzo comma, ultima parte, c.p.c.. Le spese giudiziali seguono la soccombenza, come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, rigetta il primo e il secondo, cassa senza rinvio l’ordinanza impugnata, e condanna i controricorrenti al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.200, di cui Euro 3.000 per compensi, oltre accessori di legge.

 

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza del 27 gennaio 2014, n. 1650. Il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di esecutorietà ex articolo 647 del cpc non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale, né può più acquisire tale valore con un successivo decreto di esecutorietà per mancata opposizione, poiché, intervenuto il fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive l’articolo 52 della legge fallimentare, deve essere accertato nel concorso dei creditori, secondo le regole stabilite dagli articoli 92 e seguenti della legge fallimentare, in sede di accertamento del passivo


fallimento

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza del 27 gennaio 2014, n. 1650

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 14510-2012 proposto da:
BANCA S.C.P.A. (C.F. (OMISSIS)), in persona del Presidente pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;
- ricorrente -
contro
FALLIMENTO S. S.R.L. (p.i. (OMISSIS)), in persona del Curatore dott. M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CERESIO 85, presso l’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso;
- controricorrente -
avverso il decreto del TRIBUNALE di TREVISO, depositato il 30/05/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/11/2013 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato (OMISSIS)che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo
La Banca soc. coop. a r.l. ha ottenuto decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo in data 8 ottobre 2007 avverso la S. s.r.l., in seguito al quale ha iscritto ipoteca legale e iniziato l’esecuzione forzata.
Dichiarato il fallimento della debitrice il 10 giugno 2011, la banca ha proposto domanda di ammissione allo stato passivo del credito di Euro 641.391,38 con privilegio ipotecario, depositando il suddetto provvedimento monitorio, non opposto dalla debitrice.
Al decreto ingiuntivo peraltro solo il 19 agosto 2011, dopo la sentenza di fallimento, è stato apposto dal giudice il visto di definitività per non proposta opposizione.
Il giudice delegato ha escluso l’importo di Euro 609.336,28, in quanto fondato su decreto ingiuntivo non opponibile al fallimento perchè privo del visto di definitività ex art. 647 c.p.c. emesso prima della sentenza dichiarativa, escludendo altresì alcune spese per la somma di Euro 20.935,86 e riconoscendole per Euro 11.659,24 ex art. 2770 c.c..
Il Tribunale di Treviso, adito ai sensi dell’art. 98 legge fall., con il decreto del 30 maggio 2012 ha respinto l’opposizione, anche con riguardo alla domanda subordinata di ammissione del credito in via chirografaria.
Disattesa l’istanza di rimessione degli atti alla Corte costituzionale ed alla Corte di giustizia UE, il tribunale ha richiamato la giurisprudenza costante di legittimità, secondo cui il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale solo a seguito della dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c. e, dunque, resta inopponibile alla massa dei creditori concorsuali se non dichiarato esecutivo, con il decreto di cui alla citata norma, prima della sentenza di fallimento, maturando altrimenti la preclusione di cui all’art. 45 legge fall.; ha escluso, di conseguenza, le spese relative al decreto ingiuntivo non opponibile.
Ha respinto la domanda subordinata della banca di ammissione del credito in via chirografaria, non ritenendo a tal fine idonea l’attestazione ex art. 50 t.u.b. ed un saldaconto contenente il mero dato contabile inerente il saldo dei rapporti di conto corrente, senza alcun riferimento all’andamento dei rapporti dare-avere ed alle somme che compongono il credito vantato.
La Banca soc. coop. a r.l. ha chiesto, sulla base di cinque motivi, la cassazione del decreto e l’ammissione in via privilegiata ipotecaria anche del credito di Euro 609.336,28, ai sensi dell’art. 384 c.p.c.; in subordine, la rimessione alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato FUE, della questione di conformità agli art. 20 e 47 della Carta degli artt. 2704 e 2907 c.c., art. 647 c.p.c., artt. 45 e 98 legge fall., con riguardo al principio della parità di trattamento e al diritto ad un ricorso effettivo, laddove escludono sia possibile accertare che il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo è divenuto definitivo sebbene non apposta, prima del fallimento, l’attestazione ex art. 647 c.p.c..
Si è costituito il Fallimento S. s.r.l., instando per l’inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, in quanto vertente su questioni di diritto decise dal giudice del merito in piena conformità alla consolidata giurisprudenza di legittimità, senza l’allegazione di elementi idonei a mutarne l’orientamento, e per il rigetto dello stesso.
Nel giugno 2013, la ricorrente ha presentato istanza di rimessione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 c.p.c. della questione di massima di particolare importanza, relativa alla interpretazione dell’art. 647 c.p.c. in relazione al fallimento del debitore; ha rilevato, altresì, il contrasto fra le pronunce delle sezioni semplici che affermano come anche il decreto ingiuntivo sia passibile di giudicato sostanziale (n. 11360 del 2010, n. 18791 del 2009) ed il giudicato delle sentenze è rilevabile d’ufficio (n. 6326 del 2010, n. 26689 del 2009) con l’orientamento dalla banca criticato.
Le parti hanno depositato le memorie.
Motivi della decisione
1. – Contro la sentenza resa dal tribunale è proponibile il ricorso diretto per cassazione, essendo stato dichiarato il fallimento il 10 giugno 2011, successivamente quindi alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006 il 16 luglio 2006 (Cass., sez. 1, 27 dicembre 2011, n. 28885).
2. – Con il PRIMO MOTIVO, la ricorrente deduce l’omessa pronuncia su punto decisivo della controversia e la motivazione solo apparente, ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per non avere il tribunale valutato se l’art. 647 c.p.c. possa venire interpretato in modo conforme al diritto costituzionale e comunitario.
Con il SECONDO MOTIVO, deducendo la violazione degli artt. 3 e 24 Cost., artt. 45 e 96 della legge fall., art. 647 c.p.c. e art. 2909 c.c., essa lamenta che il tribunale abbia errato nell’aderire alla tesi della inopponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato definitivo prima della sentenza di fallimento, pur quando il decreto di esecutività esista, ma sia stato emesso dopo la sentenza dichiarativa, proponendo la ricorrente argomenti affinchè questa Corte di legittimità muti il proprio orientamento ed aderisca, invece, all’opinione secondo cui l’accertamento della mancata opposizione possa avvenire anche dopo la sentenza dichiarativa di fallimento, purchè prima di essa sia decorso il termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo. Il contrasto della prima tesi, sinora accolta anche in Cassazione, con l’art. 3 Cost. risiederebbe nella irragionevolezza di una presunta tutela della massa creditoria non da un atto fraudolento, ma da un provvedimento giudiziario, sia pure intervenuto dopo la sentenza di fallimento;
nonchè nella disparità di trattamento rispetto ai crediti assistiti da sentenza non passata in giudicato, pronunziata prima della dichiarazione di fallimento, che sono ammessi con riserva ai sensi dell’art. 96, comma 2, n. 3, legge fall., con ulteriore pregiudizio del diritto di difesa ex art. 24 Cost. dei creditori muniti, invece, solo del titolo monitorio. La tesi si porrebbe in contrasto anche con l’art. 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che sancisce il principio di uguaglianza davanti alla legge, e con l’art. 47 di essa, che sancisce il diritto ad un ricorso effettivo, il quale ricomprende quello di poter provare i fatti (nella specie, il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo) a sostegno della domanda.
Con il TERZO MOTIVO, deduce l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto il giudice del merito si sarebbe limitato ad affermare che l’estratto ex art. 50 t.u.b. e il saldo conto non fossero idonei a provare il credito, senza rispondere alla censura, rivolta al provvedimento del g.d., di avere escluso parte delle spese della fase monitoria ed esecutiva senza motivazione.
Con il QUARTO MOTIVO, deducendo la violazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente lamenta che il tribunale abbia omesso di esaminare tutti i documenti allegati a prova del credito nel fascicolo dell’opposizione allo stato passivo.
Con il QUINTO MOTIVO, deduce il vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “anche in relazione all’art. 1832 c.c.”, per avere il decreto impugnato reputato inidonei gli estratti relativi ad un conto corrente chiuso da anni, invece ormai inoppugnabili.
3. – Il primo motivo è inammissibile.
La questione di legittimità costituzionale di una norma, in quanto strumentale rispetto alla domanda che implichi l’applicazione della norma medesima, non può invero formare oggetto di un’autonoma istanza, rispetto alla quale, in difetto di esame, sia configurabile un vizio di omessa pronuncia; mentre la questione stessa, ancorchè non esaminata dal giudice inferiore, resta deducibile e rilevabile nei successivi stati e gradi del giudizio che sia validamente instaurato, ove rilevante ai fini della decisione (Cass. 11 dicembre 2006, n. 26319; ord., 16 luglio 2005, n. 15092; 18 febbraio 1999, n. 1358; v. pure 22 luglio 2010, n. 17224).
Lo stesso è a dirsi con riguardo alla richiesta di rimessione degli atti alla Corte di Lussemburgo, dal momento che, come parimenti ritenuto (Cass. 10 marzo 2010, n. 5842), la richiesta di rinvio su questione pregiudiziale di interpretazione del diritto comunitario, in applicazione dell’art. 267, già 234, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, non è configurabile come autonoma domanda, rispetto alla quale, nel caso di omessa specifica pronuncia, possa farsi questione del rispetto del principio di cui all’art. 112 c.p.c., ponendo tale richiesta una questione di diritto preliminare alla decisione sulla domanda di merito proposta dalla parte.
Neppure l’allegata carente o tautologica motivazione, pertanto, in ordine al mancato rilievo dell’esigenza di una rimessione pregiudiziale è sufficiente ad integrare il vizio denunciato.
4.1. – Il secondo motivo, che involge il nucleo della pronuncia richiesta alla Corte di legittimità, insta per il mutamento dell’orientamento, costantemente affermato dalla stessa, circa l’inopponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato definitivo prima della sentenza di fallimento: esso propone la questione se, emesso e non opposto decreto ingiuntivo nei confronti di soggetto poi fallito, il titolo sia opponibile al fallimento – secondo il principio affermato sinora da questa Corte della nomofilachia – soltanto ove dichiarato esecutivo ex art. 647 c.p.c. in data anteriore alla sentenza dichiarativa del fallimento.
In punto di fatto, il decreto ingiuntivo, che la banca pone a fondamento del proprio credito, secondo le allegazioni di parte è munito del decreto di esecutorietà, che fu pronunciato dal giudice del Tribunale il 19 agosto 2011, quindi dopo il fallimento, dichiarato il 10 giugno 2011.
La ricorrente sollecita, pertanto, una rilettura di tale orientamento, argomentando in senso contrario con riguardo all’insussistenza di un’effettiva distinzione tra giudicato in senso formale ed in senso sostanziale; al valore di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo non opposto, come tale rilevabile anche d’ufficio e dimostrabile con ogni mezzo; all’estensibilità del disposto dell’art. 96, comma 2, n. 3, legge fall., che ammette al passivo con riserva il credito in forza di sentenza non passata in giudicato; all’inapplicabilità dell’art. 2704 c.c. e art. 45 legge fall., che non riguardano il fatto storico dell’accertamento della definitività del decreto ingiuntivo; all’irragionevolezza e disparità di trattamento, ai sensi dell’art. 3 Cost., dell’opposta tesi, in quanto la massa va protetta dagli atti fraudolenti mentre, nel caso di specie, l’attestazione del tribunale esiste, sebbene successiva al fallimento, con ingiustificata differenziazione rispetto al credito accertato con sentenza e possibilità, quindi, di una lettura costituzionalmente orientata del sistema normativo richiamato.
Il motivo non può essere accolto.
4.2. – Questa Corte di legittimità afferma in modo costante ed in termini generali che il decreto ingiuntivo, non dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 647 c.p.c., non ha efficacia di giudicato formale e sostanziale ed è inopponibile alla procedura fallimentare, determinando la sopravvenuta dichiarazione di fallimento del debitore l’inopponibilità alla massa dei creditori concorsuali del decreto ingiuntivo in precedenza emesso, se, all’epoca del fallimento, non sia intervenuta ancora la dichiarazione di esecutorietà di cui alla norma menzionata. Pertanto, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori, previa riproposizione della domanda di ammissione al passivo fallimentare, con i conseguenti oneri probatori.
Ciò si è affermato, allorchè il debitore in bonis aveva già proposto opposizione ex art. 645 c.p.c. (Cass. 12 febbraio 2013, n. 3401; 3 gennaio 2013, n. 38; 13 febbraio 2012, n. 2032; ord. 23 dicembre 2011, n. 28553; 5 novembre 2010, n. 22549; 13 agosto 2008, n. 21565; 20 marzo 2006, n. 6098, caso di l.c.a.; 1 aprile 2005, n. 6918; 23 marzo 2004, n. 5727; 23 luglio 1998, n. 7221; 22 settembre 1997, n. 9346; 25 marzo 1995, n. 3580; 1 dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno 1988, n. 3885). Lo stesso si è affermato, allorchè mancava il decreto di esecutività ex art. 647 c.p.c., pur non essendo stato il decreto ingiuntivo opposto (17 luglio 2012, n. 12205; Cass., 13 marzo 2009, n. 6198; Cass. 26 marzo 2004, n. 6085) o mancando anche l’attestazione di cancelleria (Cass., 11 ottobre 2013, n. 23202).
4.3. – L’art. 324 c.p.c., prevede la “cosa giudicata formale”, stabilendo che “S’intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta nè a regolamento di competenza, nè ad appello, nè a ricorso per cassazione, nè a revocazione per i motivi di cui all’art. 395, nn. 4 e 5″.
A “prova del passaggio in giudicato della sentenza”, poi, l’art. 124 att. c.p.c. contempla il “certificato di passaggio in giudicato della sentenza”, col quale il cancelliere certifica, in calce alla copia contenente la relazione di notificazione, che non è stato proposto, nei termini di legge, appello, ricorso per cassazione o istanza di revocazione ordinaria per i motivi di cui all’art. 395 codice, nn. 4) e 5); il cancelliere certifica in calce alla copia della sentenza, parimenti, che non è stata proposta alcuna delle dette impugnazioni nel termine lungo di sei mesi ex art. 327 c.p.c..
Alla stregua, pertanto, di tale sistema, la parte che invoca il giudicato esterno deve fornirne la prova, mediante produzione di copia della sentenza corredata dalla certificazione del suo passaggio in cosa giudicata (Cass., 29 agosto 2013, n. 19883; 8 maggio 2009, n. 10623; 9 luglio 2004, n. 12770), meccanismo risponde a ragioni di certezza del diritto.
Per le sentenze, dunque, dall’esistenza della cosa giudicata formale, di cui all’art. 324 c.p.c., discende, senza soluzione di continuità, la cosa giudicata sostanziale.
4.4. – Per un superato, risalente orientamento, in base alla lettera dell’art. 2909 c.c. l’autorità del giudicato potrebbe derivare solamente dalla sentenza, mentre il decreto ingiuntivo non opposto potrebbe dar luogo solo al fenomeno di “preclusione pro iudicato” che impedisce all’ingiunto di opporsi all’esecuzione forzata e di esercitare la condictio indebiti.
A tale concezione si oppose, con assai maggior seguito, quella secondo cui il decreto divenuto definitivo va assimilato in pieno alla sentenza passata in giudicato, non essendo decisivo il dato letterale, atteso che anche altri provvedimenti sono identici nella sostanza alla sentenza, mentre nemmeno possono in contrario trarsi argomenti dalla sommarietà del procedimento e dall’assenza del contraddittorio, in quanto pure nel decreto ingiuntivo vi è l’accertamento operato dal giudice e ben può l’interessato con l’opposizione instaurare un ordinario giudizio contenzioso.
Infatti, la disciplina legislativa del procedimento d’ingiunzione tutela l’ingiunto, cui assicura, sia pure in modo differito, le garanzie quoad iustitiam di un pieno contraddittorio, prima che il provvedimento diventi definitivo, onde la dottrina individua il fondamento dell’attitudine al giudicato nell’equivalenza tra cognizione piena e libera rinuncia alla stessa. Si perviene, così, all’affermazione di una sola ed unica natura di giudicato sostanziale, coincidente con quella sancita dall’art. 2909 c.c..
L’orientamento ormai costante reputa, dunque, che il giudicato sostanziale (cui si riferisce l'”autorità del giudicato”) da decreto ingiuntivo attenga all’oggetto e ai soggetti del rapporto giuridico, che non può essere posto in discussione in un altro successivo giudizio, con ogni conseguenza (Cass., 11 maggio 2010, n. 11360, che richiama Cass., 24 marzo 2006, n. 6628; 28 agosto 2009, n. 18791; 6 settembre 2007, n. 18725; 24 luglio 2007, n. 16319; 19 luglio 2006, n. 16540; 20 aprile 1996, n. 3757).
4.5. – Nell’ambito del procedimento monitorio, il codice di rito contempla la dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 c.p.c..
La rubrica dell’art. parla di “esecutorietà” del decreto, che in ambito processualcivilistico è equivalente a quello di “esecutività”: i termini, infatti, sono usati, in giurisprudenza, come sinonimi (e plurimis, Cass. 30 maggio 2007, n. 12731).
Come ritenuto da questa Corte (Cass., ord. 3 settembre 2009, n. 19119), nel procedimento ex art. 647 c.p.c. il giudice ha il compito di verificare se non sia possibile che, per la nullità della notifica del decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta conoscenza; il decreto “ha la funzione di dichiarare che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate le condizioni perchè esso sia divenuto non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, sì da poter fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del credito”.
Si tratta di un procedimento alquanto privo di formalità (l’istanza può essere anche verbale), che implica il controllo della notificazione del decreto, del decorso del termine e della mancata opposizione o costituzione nei termini.
Dato questo contenuto, il decreto di esecutorietà si distingue dalla mera attestazione di cancelleria, cui non può certamente reputarsi equivalente, sia sotto il profilo dell’organo emanante, sia sotto quello del contenuto del controllo, limitato il primo al fatto storico della mancata opposizione decorso il termine perentorio ed il secondo esteso all’accertamento della regolarità della notificazione (art. 643 c.p.c.). E tale distinzione è sottesa all’ordinanza della Corte costituzionale 28 dicembre 1990, n. 572, che dichiarò inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 647 c.p.c., in riferimento all’art. 97 Cost., nella parte in cui richiede l’adozione di un provvedimento giudiziale che dichiari l’esecutività del decreto ingiuntivo, in luogo che accontentarsi il legislatore dell’attestazione di cancelleria.
4.6. – Orbene, il punto è stabilire a quale condizione sia subordinato il dispiegarsi degli effetti “sostanziali” del giudicato monitorio, ossia quando possa dirsi compiuto il giudicato “formale”.
In alcune delle pronunce ricordate si è talvolta, nel decidere che il decreto ingiuntivo è opponibile soltanto quando il decreto di esecutorietà è stato emesso prima della dichiarazione di fallimento, argomentato distinguendo tra “giudicato formale, interno, endoprocessuale”, che si formerebbe al momento della scadenza dei termini per proporre opposizione, e giudicato sostanziale, che si formerebbe soltanto al momento della apposizione del decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. (Cass. n. 6085 del 2004, richiamata dalla n. 6198 del 2009); nonchè nel senso che è “solo con la dichiarazione di esecutività che il giudice verifica se non sia possibile che, per la nullità della notificazione del decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta conoscenza, e dichiara che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate le condizioni perchè esso sia divenuto non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, si da poter fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del credito” (Cass. n. 12205 del 2012).
La Corte intende dare continuità all’orientamento sinora affermato, il quale esclude l’opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo non opposto ma privo del provvedimento di esecutorietà di cui all’art. 647 c.p.c., con qualche precisazione.
La diversificazione sul piano temporale tra giudicato formale e giudicato sostanziale non può essere accolta (esula, ovviamente, dal tema il caso delle decisioni in rito suscettibili di giudicato formale, ma non di giudicato sostanziale).
La distinzione tra i due concetti si basa sulla disciplina dettata, da una parte, dall’art. 324 c.p.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata formale”) e, dall’altra, dall’art. 2909 c.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata”).
Come è evidente, e come è riconosciuto da autorevole dottrina e dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte (Cass., 3 luglio 1987, n. 5840; 2 marzo 1988, n. 2217), non esiste alcuna contrapposizione fra cosa giudicata formale e cosa giudicata sostanziale, posto che i due concetti sono relativi a due aspetti del medesimo fenomeno.
L’art. 2909 stabilisce, infatti, gli effetti sul piano sostanziale del giudicato, presupponendo che altrove si stabilisca quando si forma il giudicato. La decisione giurisdizionale non più impugnabile con i rimedi ordinari previsti dall’art. 324 c.p.c. determina, d’altro canto, gli effetti sul piano delle certezze giuridiche, che, ai sensi dell’art. 2909 c.c., vengono definiti giudicato sostanziale.
Affermata la coincidenza temporale del giudicato formale e di quello sostanziale, si deve stabilire se il giudicato si formi al momento del decorso dei termini per proporre opposizione al decreto ingiuntivo quando questa non sia stata proposta, ovvero al momento in cui il giudice, dopo averne controllato la notificazione, dichiari esecutivo il decreto ingiuntivo.
La seconda soluzione si impone per due connesse ragioni.
In primo luogo, al momento dello scadere dei termini per l’impugnazione non vi è stato alcun controllo giurisdizionale sulla notificazione e sulla sua idoneità a provocare un contraddittorio eventuale e posticipato sulla domanda proposta con il decreto ingiuntivo. Tale controllo, invece, rappresenta un momento irrinunciabile a garanzia del diritto di difesa dell’intimato ed ha natura analoga all’imprescindibile controllo che nel giudizio a cognizione ordinaria il giudice deve necessariamente effettuare prima di dichiarare la contumacia del convenuto (artt. 164, 183 e 291 c.p.c.). Senza tale controllo sarebbe “fuori sistema” parlare di giudicato anche solo formale e vi è spazio, come si preciserà più avanti, solo per un giudicato interno, i cui presupposti, però, sono oggetto di verifica da parte del giudice nell’ambito del processo.
In secondo luogo, l’art. 647 c.p.c. prevede che, nel caso in cui non sia stata fatta opposizione nel termine, “il giudice deve ordinare che sia rinnovata la notificazione, quando risulta o appare probabile che l’intimato non abbia avuto conoscenza del decreto”. L’eventuale rinnovazione della notificazione consente perciò all’ingiunto di proporre, nei termini decorrenti dalla nuova notificazione, opposizione che va qualificata come ordinaria, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., e non già tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c.; il che conferma che alla scadenza dei termini per proporre opposizione non si forma la cosa giudicata formale e che questa si forma solo dopo il controllo del giudice sulla notificazione.
Coerentemente, l’art. 656 c.p.c. prevede che non il decreto non opposto, ma “il decreto d’ingiunzione, divenuto esecutivo a norma dell’art. 647, può impugnarsi per revocazione nei casi indicati nell’art. 395, nn. 1, 2, 5 e 6″; sono esperibili, perciò, come emerge chiaramente dal confronto con l’art. 324 c.p.c., mezzi straordinari previsti per l’impugnazione contro i provvedimenti passati in cosa giudicata, ai quali mezzi si aggiunge, per espressa previsione dello stesso art. 656, la revocazione per contrasto con precedente giudicato (art. 395, n. 5) nonchè, per l’espressa previsione dell’art. 650 c.p.c., l’opposizione tardiva (sul fatto che l’efficacia di giudicato del decreto ingiuntivo non opposto e munito di esecutorietà ex art. 647 non viene meno di per sè a seguito dell’opposizione tardivamente proposta, cfr. Cass., sez. un., 16 novembre 1998, n. 11549 e Cass. 6 ottobre 2005, n. 19429).
E’ il caso di rilevare, sul piano sistematico, che la mancata definizione del procedimento d’ingiunzione con il decreto ex art. 647 c.p.c. non rende ovviamente irrilevante il fatto che il decreto ingiuntivo non sia stato opposto nei termini. Qualora, infatti, l’intimato dovesse proporre opposizione, e non ricorressero i presupposti per una opposizione tardiva, il giudizio di opposizione, che si configura come uno sviluppo della fase monitoria, dovrebbe chiudersi, previa ancora una volta l’imprescindibile verifica della regolarità della notificazione del decreto ingiuntivo, con il rilievo d’ufficio del giudicato interno, formatosi nell’ambito dell’unitario procedimento in corso (Cass. 6 giugno 2006, n. 13252;
Cass. 26 marzo 1991, n. 3258; Cass. 3 aprile 1990, n. 2707). Il giudicato formale e sostanziale, tuttavia, si formerebbe solo con la sentenza che dichiara l’inammissibilità della opposizione, come è reso evidente dal fatto che ove il giudice dell’opposizione erroneamente non rilevasse il giudicato interno ed accogliesse l’opposizione, la sentenza, se non impugnata, sarebbe idonea a passare in cosa giudicata (Cass. 20 settembre 1971, n. 2627).
In conclusione, la funzione devoluta al giudice dall’art. 647 c.p.c. è molto diversa da quella della verifica affidata al cancelliere dall’art. 124 disp. att. c.p.c. sulla mancata proposizione di una impugnazione ordinaria nei termini di legge e dall’art. 153 disp. att. c.p.c. sulla verifica che “la sentenza o il provvedimento del giudice è formalmente perfetto”. Se ne differenzia, infatti, per il compimento di una attività giurisdizionale avente ad oggetto la verifica del contraddittorio, che, come già detto, nel processo a cognizione ordinaria ha luogo come primo atto del giudice e nel processo d’ingiunzione, ove non sia stata proposta opposizione, ha luogo come ultimo atto del giudice. La conoscenza del decreto da parte dell’ingiunto non rappresenta perciò una condicio juris che può essere accertata al di fuori del processo d’ingiunzione, eventualmente anche dal giudice delegato in sede di accertamento del passivo, ma costituisce l’oggetto di una verifica giurisdizionale che si pone all’interno del procedimento di ingiunzione e che conclude l’attività in esso riservata al giudice in caso di mancata opposizione.
Ne consegue che il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale, nè può più acquisire tale valore con un successivo decreto di esecutorietà per mancata opposizione, poichè, intervenuto il fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive l’art. 52 L. fall., deve essere accertato nel concorso dei creditori, secondo le regole stabilite dagli artt. 92 ss. L. fall., in sede di accertamento del passivo.
4.7. – Discende, da quanto esposto, l’infondatezza manifesta della questione di legittimità costituzionale e comunitaria dalla ricorrente proposta (cfr. Cass. 12 febbraio 2013, n. 3401; 5 novembre 2010, n. 22549; 22 settembre 1997, n. 9346).
5. – I rimanenti motivi, dal terzo al quinto, denunciando il vizio di violazione di legge, di error in procedendo e di motivazione, riguardano sotto vari aspetti la prova del credito vantato. Essi sono infondati.
Quanto al terzo motivo, la non ammissione di parte delle spese richieste è stata motivata dal tribunale con la natura di esborsi “conseguenti ad un DI non opponibile al fallimento”, onde la pronuncia sul punto è stata emessa, ed il vizio denunciato di omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, non sussiste; nè la motivazione appare omessa o censurabile, posto che ricalca proprio il principio secondo cui, nel momento in cui non è opponibile al fallimento il decreto ingiuntivo, neppure le relative spese possono essere ammesse, avendo questa Corte già affermato che, ove sia mancato il decreto ex art. 647 c.p.c. prima del fallimento, resta inopponibile anche l’ipoteca giudiziale eventualmente iscritta in base al decreto provvisoriamente esecutivo ed il creditore non può ottenere l’ammissione al passivo per il credito costituito dalle spese sopportate per il giudizio monitorio e per l’iscrizione dell’ipoteca (Cass., 1 aprile 2005, n. 6918; 23 luglio 1998, n. 7221; 25 marzo 1995, n. 3580; 1 dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno 1988, n. 3885; v. pure Cass. 5 novembre 2010, n. 22549).
6. – La censura di omesso esame dei documenti prodotti, di cui al quarto motivo, risulta affatto generica e non autosufficiente, riferendosi a tutta la documentazione dalla banca depositata in sede di giudizio di opposizione; ma, in tal modo, essa, oltre che in contrasto con il requisito dell’autosufficienza (art. 366 c.p.c.), finisce per esigere un nuovo sindacato di merito sull’efficacia probatoria dei documenti versati in giudizio, inammissibile in sede di legittimità.
Lamenta, invero, la banca che il tribunale avrebbe errato ad esaminare i documenti, avendo visionato non il “doc. 8 del fascicolo di parte opponente”, di cui al procedimento ex art. 98 l. fall., ma unicamente il documento, di pari numero, del fascicolo del ricorso monitorio. L’assunto, tuttavia, risulta smentito dalle stesse allegazioni della odierna ricorrente, la quale non afferma mai, nel ricorso, che il documento 8 del giudizio ex art. 98 l. fall., contenesse gli estratti conto, ma soltanto che, sotto tale numerazione, erano riportati i documenti “uso studio allegati all’istanza”, e precisamente “la copia del decreto ingiuntivo” e “le fatture delle spese esecutive” (p. 40 del ricorso per cassazione).
Dal suo canto, il decreto impugnato riferisce che l’istituto di credito ha prodotto soltanto “l’attestazione ex art. 50 TUB e un saldo conto nel quale viene riportato il mero dato contabile inerente il saldo dei rapporti di conto corrente”, che non permette di “ricostruire … nè l’andamento dei rapporti di dare avere nè l’esatto ammontare degli importi”.
In sostanza, il giudice del merito ha accertato che il documento – su cui la ricorrente fonda il credito, una volta non ammesso il provvedimento monitorio – consiste in un certificato contabile interno, che indica il dato complessivo ma non la sua evoluzione: ma di una critica a tale accertamento in fatto nel ricorso non vi è traccia. Pertanto, in realtà la ricorrente finisce così con il censurare che il tribunale non abbia fatto uso del potere di ritenere integrata la prova presuntiva sulla base dei diversi elementi indiziari offerti (decreto ingiuntivo, estratto ex art. 50 t.u.b., fatture): ma si tratta di potere discrezionale riservato al giudice del merito ed in questa sede insindacabile, esulando dall’ambito del giudizio di legittimità, oltre che conforme al costante orientamento il quale esclude il valore di prova del credito del saldaconto, se non indiziaria (Cass. 3 maggio 2011, n. 9695; 18 maggio 2006, n. 11749).
7. – Anche la censura, relativa al quinto motivo, di non avere il tribunale reputato idonei gli “estratti conto” è infondata: sia perchè di tali documenti, intesi come gli estratti inviati al cliente ex art. 1832 c.c., non vi è parola nel decreto impugnato, onde la ricorrente aveva l’onere di dedurre l’avvenuta proposizione della questione e di indicare dove ciò sarebbe avvenuto; sia perchè la costante giurisprudenza di questa Corte ne esclude l’efficacia probatoria nel fallimento (Cass. 26 gennaio 2006, n. 1543; Cass. 9 maggio 2001, n. 6465), affermando che l’istituto di credito, il quale prospetti una sua ragione di credito verso il fallito derivante da un rapporto obbligatorio regolato in conto corrente e ne chieda l’ammissione allo stato passivo, ha l’onere, nel giudizio di opposizione allo stato passivo, di dare piena prova del suo credito, assolvendo al relativo onere secondo il disposto della norma generale dell’art. 2697 c.c. attraverso la documentazione relativa allo svolgimento del conto, senza poter pretendere di opporre al curatore, stante la sua posizione di terzo, gli effetti che, ex art. 1832 c.c., derivano, ma soltanto tra le parti del contratto, dall’approvazione anche tacita del conto da parte del correntista, poi fallito, e dalla di lui decadenza dalle impugnazioni.
Nè il vizio di motivazione, adombrato nel quinto motivo (sebbene con improprio riferimento anche alla violazione dell’art. 1832 c.c.), può consistere nel censurare l’apprezzamento dei fatti operato dal giudice del merito.
8. – Le spese seguono la soccombenza dei ricorrenti e si liquidano come nel dispositivo, ai sensi del D.M. 12 luglio 2012, n. 140.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite, nella misura di Euro 16.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori, come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 novembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2014

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 19 marzo 2014, n. 6337. Qualora nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo vengano introdotti con l’opposizione fatti estintivi, modificativi od impeditivi dell’esistenza del credito di cui al decreto verificatisi dopo la sua pronuncia e prima della scadenza del termine per l’opposizione oppure qualora nel corso del giudizio di opposizione vengano introdotti fatti di quella natura verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione, nell’ipotesi in cui il debitore non abbia formulato domanda di accertamento della verificazione dei detti fatti (nella quale su di essa vi dovrà essere pronuncia), la pronuncia di inammissibilità dell’opposizione per ragioni di rito, come la tardività o il difetto di procura (nel regime anteriore alla l. n. 69 del 2009), una volta passata in cosa giudicata, non preclude la possibilità di dedurre quei fatti o con azione di accertamento negativo o, se sia minacciata o iniziata l’esecuzione sulla base del decreto, rispettivamente con l’opposizione al precetto e con l’opposizione all’esecuzione


 

cassazione

Suprema CORTE DI CASSAZIONE

sezione III

SENTENZA 19 marzo 2014, n. 6337

 

Motivi della decisione

p.1. Con il primo motivo di ricorso si deduce ‘violazione di legge – art. 653 c.p.c. art. 2909 c.c.’.

Vi si sostiene: che, una volta proposta opposizione al decreto ingiuntivo dell’8 novembre 1995, notificato il 16 novembre 1995, il Comune ricorrente, dopo uno storno da parte della creditrice della fattura posta a base del decreto e l’emissione di due nuove fatture, aveva eseguito il pagamento in due soluzioni nel giugno 1996, emettendo i relativi mandati di pagamento; che la creditrice non aveva, però, abbandonato il giudizio ed anzi, senza far constare al giudice dell’opposizione il pagamento ed in una situazione in cui il difensore del Comune aveva rinunciato al suo ministero difensionale, in data 21 gennaio 1999 aveva anzi chiesto ed ottenuto la concessione della provvisoria esecutività, sulla base della quale aveva poi precettato il pagamento della somma ingiunta nel decreto; che successivamente l’opposizione al decreto era stata dichiarata inammissibile per difetto del jus postulandi del difensore comunale e la controparte aveva dato corso all’esecuzione sulla base della concessione della provvisoria esecutività.

Sulla base di questo svolgimento della vicenda il ricorrente argomenta, quindi, che, poiché la pronuncia di rigetto dell’opposizione non si sostituisce come titolo esecutivo al decreto, giusta l’art. 653 c.p.c. e, nella specie, l’opposizione era stata dichiarata inammissibile, il decreto stesso sarebbe stato da considerarsi come non opposto e, dunque, il giudicato si sarebbe formato alla data della sua pronuncia o al più al momento in cui era scaduto il termine per la proposizione dell’opposizione, onde i pagamenti effettuati, in quanto avvenuti dopo quel momento non si sarebbero potuti considerare da esso coperti, al contrario di quanto hanno ritenuto sia il primo che il secondo giudice, e si sarebbero potuti dedurre con l’opposizione all’esecuzione. Ciò non diversamente da quanto sarebbe accaduto se essi fossero stati eseguiti dopo la definitività del decreto per mancanza di opposizione.

Viceversa, la sentenza impugnata, pur avendo riconosciuto la verificazione dei detti pagamenti ha rifiutato di dare loro rilievo reputando di applicare il principio per cui con l’opposizione all’esecuzione non possono farsi valere i fatti anteriori alla formazione del titolo, così sostanzialmente identificando la formazione del titolo posto a base dell’esecuzione con il momento della pronuncia dichiarativa dell’inammissibilità dell’opposizione.

p.2. Il motivo è fondato, anche se sulla base di un percorso in iure, che la Corte può compiere nell’ambito del suo potere di individuare l’esatto diritto applicabile in relazione alla questione proposta dal motivo.

In proposito viene in rilievo il seguente principio di diritto: “In ragione della funzione del giudizio di legittimità di garantire l’osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, nonché per omologia con quanto prevede la norma di cui al secondo comma dell’art. 384 cod. proc. civ. (là dove consente la salvezza dell’assetto di interessi, per come regolato dalla sentenza di merito, allorquando la soluzione della questione di diritto data dalla sentenza impugnata sia errata e, tuttavia, esista una diversa ragione giuridica, che, senza richiedere accertamenti di fatto, sia idonea a giustificare la soluzione della controversia sancita dal dispositivo della sentenza in relazione alla questione sollevata dal motivo di ricorso), deve ritenersi che, nell’esercizio del potere di qualificazione in diritto dei fatti, la Corte di cassazione può ritenere fondata la questione, sollevata dal ricorso, per una ragione giuridica diversa da quella specificamente indicata dalla parte e individuata d’ufficio, con il solo limite che tale individuazione deve avvenire sulla base dei fatti per come accertati nelle fasi di merito ed esposti nel ricorso per cassazione e nella stessa sentenza impugnata, senza cioè che sia necessario l’esperimento di ulteriori indagini di fatto, fermo restando, peraltro, che l’esercizio del potere di qualificazione non deve inoltre confliggere con il principio del monopolio della parte nell’esercizio della domanda e delle eccezioni in senso stretto, con la conseguenza che resta escluso che la Corte possa rilevare l’efficacia giuridica di un fatto se ciò comporta la modifica della domanda per come definita nelle fasi di merito o l’integrazione di una eccezione in senso stretto”. (Cass. n. 19132 del 2005; n. 6935 del 2007; n. 20328 del 2006; n. 24183 del 2006; n. 4994 del 2008; n. 10841 del 2011).

p.2.1. Va premesso innanzitutto che, quando un’opposizione a decreto ingiuntivo viene dichiarata inammissibile la formazione della cosa giudicata in senso formale e, quindi, l’effetto preclusivo della possibilità di mettere ulteriormente in discussione la situazione giuridica riconosciuta dal decreto ingiuntivo, si verifica allorquando la relativa sentenza passa in cosa giudicata, non è cioè più impugnabile con i mezzi ordinali.

Problema distinto è, invece, ricostruire l’oggetto di tale effetto preclusivo particolarmente riguardo ai suoi riferimenti temporali, cioè rispetto alle vicende del credito riconosciuto nel decreto ingiuntivo che diventano irretrattabili. Cioè, in definitiva, individuare l’ambito temporale con riguardo al quale il modo di essere della situazione creditoria risulta accertato.

p.2.2. Una prima risposta a tale problema potrebbe essere data facendo coincidere tale momento temporale con quello della formazione della cosa giudicata formale.

Una simile risposta potrebbe apparire giustificata per la ragione che, essendo stata la situazione creditoria dedotta nel giudizio di opposizione, tutte le vicende che l’hanno riguardata dovevano esservi dedotte e, dunque, l’esito dell’opposizione, pur nel senso della sua inammissibilità e, quindi, di una pronuncia di rito, definirebbe la vicenda con riguardo ad esse e, dunque, tanto se siano state, quanto se non siano state dedotte, purché esse si collochino prima della formazione del giudicato formale. Con la conseguenza che per tutte non sarebbe più possibile prospettarle nuovamente per mettere in discussione la situazione creditoria.

Nessuna rilevanza avrebbe la circostanza che l’accertamento espresso nella pronuncia che definisce l’opposizione sia in realtà una pronuncia di rito, qual è quella che ha dichiarato inammissibile l’opposizione, come, ad esempio, per la sua tardività oppure, come accaduto nella specie, per essersi ravvisata una ragione di sua nullità per difetto di procura alle liti e, quindi, la conseguenza della inammissibilità in via derivata.

p.2.2. Una seconda risposta, viceversa, potrebbe darsi invece valorizzando, agli effetti della individuazione dell’oggetto del giudicato sostanziale sulla situazione giuridica sotto il profilo temporale e, quindi, del modo di essere in cui essa risulti accertata per effetto dell’inammissibilità dell’opposizione, la natura in rito della pronuncia di inammissibilità dell’opposizione.

Cioè rilevando che essa si limita ad attestare che l’esercizio del potere di contestare l’accertamento sommario contenuto nel decreto ingiuntivo, che, necessariamente era riferito al momento della pronuncia da parte del giudice del decreto, non è avvenuto nell’unico modo consentito dall’ordinamento.

Ne seguirebbe che l’oggetto del giudicato sostanziale sotto il profilo temporale dovrebbe essere limitato al momento della pronuncia del decreto, con la conseguente possibilità che, nonostante il passaggio in cosa giudicata formale della declaratoria di inammissibilità dell’opposizione, resterebbero deducibili da parte del debitore i fatti estintivi, modificativi od impeditivi del modo di essere dei fatti costitutivi della situazione creditoria, che si fossero eventualmente verificati dopo la pronuncia del decreto ingiuntivo. Salvo individuare la sede in ci la deduzione possa avvenire.

p.2.3. Si tratta di individuare quale sia la soluzione corretta, se la prima o la seconda.

In termini meramente descrittivi, è certamente vero in primo luogo che la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione, definendo l’opposizione stessa per una ragione di rito che accerta che come rimedio essa non è stata ritualmente esperita, comporta che il giudice dell’opposizione accerti che non è stato messo in discussione l’accertamento del credito avvenuto inaudita parte con il decreto, in quanto il mezzo di impugnazione con cui lo si poteva fare è stato proposto in modo inammissibile.

È anche certamente vero che detta declaratoria si risolve nella preclusione dell’esame delle ragioni poste a fondamento dell’opposizione, fra le quali, evidentemente, vi possono essere sia i fatti che esistevano già al momento della pronuncia del decreto stesso (e che la mancanza del contraddittorio ha impedito fossero fatti constare al giudice richiesto di pronunciare il decreto), sia i fatti sopravvenuti dopo di essa e fino alla scadenza del termine per l’opposizione.

Questione diversa è, però, se detta preclusione impedisca per gli uni e per gli altri la possibilità di ottenerne l’esame in altra sede, eventualmente facendoli valere con l’opposizione all’esecuzione iniziata sulla base del decreto.

p.2.4. Ora, non è certamente dubitabile che, risolvendosi la declaratoria di inammissibilità dell’opposizione nella sanzione del mancato esercizio del potere riconosciuto dall’ordinamento di reagire contro il decreto e nella conseguenza della formazione della cosa giudicata sul decreto, poiché l’oggetto del giudizio espresso nel decreto è il riconoscimento dell’esistenza della ragione creditoria al momento della pronuncia del decreto stesso, risulterà impedito dalla cosa giudicata la possibilità di porre in discussione altrove e, quindi, anche con l’opposizione all’esecuzione introdotta sulla base del decreto, l’esistenza della ragione creditoria sulla base di fatti che, esistendo già al momento della pronuncia del decreto ingiuntivo, dovevano necessariamente essere dedotti con il mezzo di impugnazione prescritto, cioè con l’opposizione.

p.2.5. Rispetto ai fatti estintivi, impeditivi o modificativi della situazione creditoria riconosciuta nel decreto ingiuntivo che si siano verificati dopo la sua pronuncia e nelle more del decorso del termine per la proposizione dell’opposizione, è indubbio che quest’ultima, quando viene proposta, dando luogo, pur congiuntamente all’attivazione di un giudizio impugnatorio del decreto (che concerne l’accertamento da esso effettuato al momento della pronuncia), allo svolgimento sulla situazione creditoria fatta valere con il ricorso monitorio di un ordinario processo di cognizione piena con il ripristino delle regole processuali ordinarie (Cass. sez. un. n. 7448 del 1993, nonché dottrina pressoché unanime), costituisce una sede nella quale detti fatti possono ed anzi debbono certamente farsi valere, eventualmente in aggiunta a fatti estintivi, modificativi od impeditivi della fattispecie costitutiva del credito prospettati come esistenti al momento della sua pronuncia e che, dunque, ove fondati, evidenziano l’illegittimità del decreto già al momento della sua emissione.

Viceversa, poiché l’opposizione serve innanzitutto per impugnare il decreto come pronuncia che accerta l’esistenza del credito e contestare l’esistenza del credito in quanto in essa consacrata e, dunque, al momento in cui il decreto è stato pronunciato, non si può ritenere che, ove il debitore ingiunto si trovi nella condizione di non avere ragioni di contestazione del credito con riferimento al momento in cui il decreto è stato emesso, ma ne abbia solo con riferimento a fatti estintivi, modificativi od impeditivi sopravvenuti, l’opposizione sia il mezzo necessario per farli valere se il creditore non concordi sulla loro verificazione.

Per esemplificare: se il debitore, una volta notificatogli il decreto od anche prima della sua notificazione abbia pagato, non è sostenibile che debba proporre l’opposizione al decreto per ottenere che il relativo fatto estintivo sia accertato e deducibile contro l’accertamento contenuto nel decreto.

La ragione è che la deduzione di tale fatto non integra una contestazione del decreto e, dunque, non giustifica l’opposizione come mezzo previsto per la sua impugnazione, ma suppone che il decreto fosse stato giustamente emesso al momento in cui è stato pronunciato.

Ne segue che il debitore non sarà onerato dell’opposizione ove abbia da far valere solo detti fatti, atteso che costringerlo a proporla non solo significherebbe imporgli un onere di proposizione dell’opposizione senza che vi abbia interesse, allorquando il creditore non contesti in alcun modo che la situazione sia stata definita nelle more della pendenza del termine per l’opposizione.

p.2.6. Bisogna invece domandarsi come il debitore, in presenza della verificazione di fatti estintivi, modificativi od impeditivi successivi alla pronuncia del decreto possa e debba reagire, qualora il creditore sollevi contestazioni e lo faccia durante la pendenza del termine per l’opposizione. La stessa domanda va fatta quanto la contestazione viene svolta dopo la scadenza del termine.

Occorre al riguardo distinguere.

p.2.7. Se le contestazioni si sono verificate – caso per la verità difficile, data la ristrettezza del termine per la proposizione dell’opposizione – nelle more della pendenza di tale termine, certamente il potere del debitore di contestare la pretesa del creditore può estrinsecarsi nella proposizione dell’opposizione al decreto, nella quale si potranno dedurre i fatti de quibus. Questa possibilità di utilizzare l’opposizione per dedurre fatti che si sono verificati dopo la sua pronuncia e, dunque, che non hanno carattere impugnatorio di esso, rappresenta una conseguenza necessaria dell’ambito riconosciuto all’opposizione, cioè della sua natura di giudizio nel quale si controverte non solo sulla legittimità della pronuncia del decreto al momento in cui è stata adottato, ma anche sul modo di essere della situazione giuridica successivamente.

Il punto è se l’opposizione sia in tal caso un mezzo necessario.

La risposta dev’essere negativa, perché l’opposizione è costruita dal legislatore anzitutto come mezzo che dev’essere esperito necessariamente dal debitore per contestare l’accertamento sommario consacrato nel decreto e, dunque, è il profilo impugnatorio che rende necessitata la forma dell’agire del debitore in contestazione della situazione creditoria.

Se tale profilo non ricorre l’opposizione diviene solo il mezzo – non necessario – per provocare la cognizione piena, come un normale giudizio di accertamento negativo dell’esistenza o del modo di essere del credito, sulla base dei fatti sopravvenuti dopo la pronuncia del decreto.

Si deve, quindi, ritenere che il debitore:

a) possa, ma non debba utilizzare l’opposizione per dedurre fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la pronuncia del decreto e nelle more della pendenza del termine per la sua proposizione, qualora essi siano contestati prima della sua scadenza;

b) in alternativa, ove il termine sia scaduto, possa agire con azione di accertamento negativo dell’esistenza del credito deducendo i fatti sopravvenuti de quibus e ciò senza che il creditore possa opporgli il giudicato nascente dalla mancata proposizione dell’opposizione, perché esso impedisce di dedurre i fatti esistenti al momento della pronuncia del decreto, in quanto essi sono incompatibili con l’accertamento in esso contenuto, ormai divenuto irretrattabile;

c) ove il creditore, scaduto il termine per l’opposizione al decreto, manifesti la sua pretesa o minacciando l’esecuzione con il precetto o iniziandola (essendosi fatto dichiarare esecutivo il decreto per mancata opposizione ai sensi dell’art. 647 c.p.c.), il mezzo di reazione del debitore per far valere i fatti successivi alla pronuncia del decreto potrà essere rispettivamente l’opposizione al precetto e l’opposizione all’esecuzione e ciò senza che si possa sostenere che, essendo l’esecuzione minacciata o iniziata in forza di titolo esecutivo giudiziale, contro di essa non possano dedursi come motivi di opposizione ragioni che si sarebbero potute dedurre con l’opposizione: la ragione è che quelle ragioni non si dovevano dedurre con l’opposizione, perché con essa si dovevano dedurre necessariamente ed in defettibilmente solo le ragioni di contestazione del credito consacrato nel decreto esistenti al momento della sua pronuncia.

p.2.8. Si deve per analoghe ragioni reputare che, ove le contestazioni da parte del creditore dei fatti estintivi, modificativi od impeditivi della situazione creditoria accertata nel decreto, verificatisi durante la pendenza del termine per l’opposizione, si siano, poi, avute dopo la scadenza di detto termine, a maggior ragione il debitore potrà reagire contro di esse agendo in azione di accertamento negativo oppure, se il creditore minacci l’esecuzione o la inizi, avendo ottenuto declaratoria di esecutività del decreto ex art. 647 c.p.c., proponendo rispettivamente opposizione al precetto o all’esecuzione e, parimenti, senza che l’efficacia di giudicato del decreto possa precludere di allegare i fatti de quibus: ciò, sempre per la ragione che essi non sono accertati dal decreto e nemmeno vi era interesse a dedurli, cosa peraltro solo facoltativa, con l’opposizione al decreto, giacché le contestazioni del creditore nemmeno si erano verificate.

p.2.9. Va considerata a questo punto l’ipotesi in cui i fatti estintivi, modificativi od impeditivi della situazione creditoria consacrata nel decreto si siano verificati dopo la scadenza del termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo e senza che essa sia stata proposta. Anche in questo caso, ove il creditore ne contesti l’efficacia ed azioni il decreto valgono le stesse soluzioni appena indicate. Il debitore potrà agire in accertamento negativo, oppure con le opposizioni esecutive senza che il giudicato formatosi sul decreto possa essere d’ostacolo alla deducibilità di quei fatti.

p.3. L’ipotesi di cui al paragrafo 2.8. va a questo punto esaminata con riferimento al caso in cui l’opposizione sia stata proposta dal debitore, evidentemente per far valere ragioni di contestazione esistenti al momento della pronuncia del decreto o (facoltativamente, come s’è visto, per queste) verificatesi dopo e prima della scadenza del termine per l’opposizione.

Occorre in tal caso considerare che nel caso in cui un’opposizione al decreto ingiuntivo sia stata proposta, il modo e la sede nella quale possono ed anzi debbono farsi valere fatti estintivi, modificativi, o impeditivi del diritto riconosciuto dal decreto ingiuntivo, che si siano verificati dopo la scadenza del termine di proposizione dell’opposizione, diventa necessariamente il giudizio di opposizione.

La proposizione dell’opposizione, infatti, determina l’apertura di un giudizio di cognizione piena sulla pretesa consacrata nel decreto. Poiché in un giudizio su una situazione giuridica i fatti sopravvenuti possono essere dedotti e tra l’altro senza incorrere in preclusioni, i fatti sopravvenuti pendente l’opposizione, riguardando la situazione giuridica creditoria oggetto del giudizio di opposizione ed essendo essa oggetto del detto giudizio non solo siccome consacrata al momento della pronuncia del decreto, ma anche nel suo successivo divenire, compreso quello verificatosi durante il giudizio, si deve ritenere che il giudizio di opposizione, almeno finché pende con la possibilità di allegare i fatti sopravvenuti sia l’unico modo con il quale essi possono farsi valere.

Ciò, è nient’altro che un portato della circostanza che la proposizione dell’opposizione ha determinato una contestazione in giudizio della pretesa consacrata nel titolo e del fatto che, quando una situazione giuridica sostanziale diventa oggetto di discussione in giudizio, la discussione fra le parti la riguarda non solo per quanto attiene ai fatti giuridici ad essa relativi che ne segnavano il modo di essere al momento dell’introduzione del giudizio, ma anche per quel che riguarda quelli che si verifichino con riferimento ad essa nel corso del giudizio. La ragione è che la situazione giuridica è oggetto del giudizio, dell’azione in giudizio, non già siccome cristallizzata al momento dell’inizio dell’azione, ma anche nel suo divenire in corso di esso.

p.3.1. Ne segue che, in pendenza dell’opposizione al decreto, i fatti sopravvenuti alla sua proposizione non possono che farsi valere se non nell’ambito del giudizio di opposizione, restando escluso che il debitore li possa dedurre con altro mezzo e, quindi, con una diversa azione di accertamento negativo o con l’opposizione al precetto o con l’opposizione all’esecuzione. Se si ritenesse altrimenti si consentirebbe al debitore di esercitare lo stesso potere di agire in accertamento negativo due volte, con situazione di litispendenza fra l’opposizione al decreto e l’eventuale azione di accertamento negativo e di continenza rispetto alle opposizioni esecutive (dato che esse hanno anche come petitum l’illegittimità dell’esecuzione minacciata o iniziata). D’altro canto se i fatti si verifichino durante la pendenza dell’opposizione in primo grado, la tutela che con le opposizioni esecutive si potrebbe ottenere in punto di sospensione dell’esecutività del titolo o dell’esecuzione, la si può ottenere ai sensi dell’art. 649 c.p.c.. Il rimedio dell’opposizione all’esecuzione sarà esercitato ove, nonostante la sospensione ex art. 649 c.p.c., il creditore minacci, inizi o prosegua l’esecuzione.

Va considerato che, nel caso l’opposizione sia stata rimessa in decisione oppure penda il termine per l’impugnazione della sentenza che l’ha decisa o l’opposizione si trovi in sede di impugnazione e la sopravvenienza dei fatti si verifichi dopo tali momenti, si può, invece, ammettere che di fronte alla minaccia dell’esecuzione o all’inizio dell’esecuzione sulla base del decreto, il rimedio esperibile siano le opposizioni esecutive al fine di ottenere la sospensione dell’esecutività o dell’esecuzione, dato che i rimedi degli artt. 283 e 373 non sono utilizzabili. E semmai i giudizi oppositivi andranno, poi, sospesi ai sensi dell’art. 337, secondo comma, c.p.c. quanto alla fase a cognizione piena, dato che il diritto di procedere all’esecuzione dipende dall’accertamento che si avrà nel giudizio di opposizione.

p.4. A questo punto ci si deve interrogare sul valore degli esiti del giudizio di opposizione al decreto rispetto ai fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione.

L’interrogativo riguarda sia il caso in cui essi siano stati introdotti, sia il caso in cui il debitore abbia omesso di introdurli.

Fermo che, se l’opposizione viene accolta, la situazione è regolata dall’art. 653 c.p.c. e l’ipotesi qui non interessa, occorre domandarsi cosa accada nel caso di rigetto dell’opposizione.

Se l’opposizione viene rigettata con una pronuncia sul merito, cioè che accerti l’esistenza del credito, è palese che l’esistenza del medesimo non potrà essere contestata facendo valere i fatti de quibus altrove (e, quindi, anche con le opposizioni esecutive), tanto se dedotti, quanto se non dedotti nel giudizio di opposizione, perché nel primo caso evidentemente il loro rilievo è stato valutato o, se si è omesso di valutarlo, occorreva reagire, se impugnabile, contro la pronuncia di rigetto, dolendosi dell’omessa pronuncia, mentre nel secondo caso, tenuto contro che i fatti dovevano necessariamente essere allegati nel giudizio di opposizione, il giudicato di rigetto, una volta formatosi, copre il dedotto ed il deducibile (mentre in sede di impugnazione, ove la sentenza venga impugnata, i fatti che non si erano introdotti non possono più dedursi, per l’operare delle preclusioni).

p.4.1. Se l’opposizione viene invece definita con una pronuncia di rito e, dunque, avendo l’opposizione un profilo impugnatorio, con una pronuncia di inammissibilità dell’opposizione, può presentarsi il caso in cui i fatti sopravvenuti dopo la pronuncia del decreto siano stati non solo dedotti ma anche posti a base di una domanda di accertamento positivo della loro incidenza sul credito, a prescindere dalla ritualità dell’opposizione, in ipotesi contestata dal creditore o dal giudice ufficio.

In tal caso la situazione sarà risolta perché il giudice dell’opposizione che dichiari inammissibile l’opposizione dovrà provvedere su detta domanda, con la conseguenza che avrà luogo una pronuncia di accertamento positivo o negativo dell’esistenza del credito in forza di essi.

p.4.2. Di norma, tuttavia, il debitore opponente si limita ad introdurre i fatti sopravvenuti alla pronuncia del decreto come fatti rilevanti per la decisione sull’opposizione, cioè senza proporre domanda di accertamento del modo di essere della situazione creditoria per il caso di inammissibilità dell’opposizione.

In tal caso il giudice che rilevi l’inammissibilità dell’opposizione si limita a pronunciare su di essa.

Così, se l’opposizione è stata proposta tardivamente oppure (nel regime dell’art. 182 c.p.c. ante riforma della l. n. 69 del 2009) con procura nulla, come nella specie, la pronuncia si limiterà a dichiarare inammissibile l’opposizione, senza esaminare l’esistenza dei fatti estintivi, modificativi od impeditivi sopravvenuti alla pronuncia.

Ebbene, poiché la pronuncia ha natura di rito e si limita a dichiarare che il mezzo di reazione contro il decreto, cioè contro la pronuncia di accertamento del credito effettuata dal giudice che lo emise, non è stato esperito in modo rituale, ciò che diviene incontestabile è l’accertamento del modo di essere della situazione creditoria consacrato nel decreto e, dunque, che il credito era esistente a quel momento.

Il giudicato riguarda, cioè, oltre che la ragione di rito, la situazione di merito, ma in ragione di quanto emergente dalla statuizione di rito.

Poiché la statuizione di inammissibilità dell’opposizione implica che non è stato esercitato ritualmente il potere di impugnare il decreto, l’effetto che consegue è che non potrà essere posto in discussione ciò che dispone il decreto e, dunque, avendo esso accertato la situazione creditoria come esistente al momento della sua pronuncia, l’esistenza del credito a tale momento.

Il giudicato emergente dal decreto non potrà riguardare, pertanto, i fatti estintivi, modificativi od impeditivi verificatisi dopo la sua pronuncia, perché, ancorché essi fossero stati dedotti nel giudizio di opposizione e fossero stati oggetto di accecamento, non sono stati accertati né negativamente né positivamente, essendovi stata pronuncia di rito.

Se si ritenesse altrimenti si attribuirebbe alla pronuncia di rito un’efficacia preclusiva meramente sanzionatoria di un errore in rito che non riguardava l’azione in giudizio riguardo ai fatti sopravvenuti e si avallerebbe un’idea dell’efficacia della pronuncia in rito diversa da quella che regola le pronunce di rito sull’azione esercitata per le vie normali, dove non si dubita che se il processo viene definito con una pronuncia di rito che accerti che fin dall’inizio è stato male introdotto sotto il profilo della legge processuale, il giudicato sulla situazione giuridica sostanziale è insussistente.

Ne segue che la deducibilità dei detti fatti non è coperta dal giudicato derivante dalla pronuncia di inammissibilità dell’opposizione al decreto, che preclude al debitore solo di dedurre fatti estintivi, modificativi od impediti esistenti al momento della pronuncia del decreto.

Ne segue ancora che il debitore, a parte la prospettiva di agire in accertamento negativo per ottenere che sia accertata l’estinzione, la modificazione o il venire meno per fatto impeditivo del credito successivamente alla pronuncia del decreto, ove il creditore, conseguita la declaratoria di esecutività ex novo o in forza di una esecutività concessa già nella pendenza dell’opposizione, una volta dichiarata inammissibile l’opposizione e passata in giudicato la relativa decisione, minacci l’esecuzione o la inizi sulla base del decreto ed invocando la declaratoria della sua inammissibilità, il debitore deve ritenersi legittimato a far valere i fatti estintivi, modificativi od impeditivi successivi alla pronuncia del decreto con i rimedi dell’opposizione al precetto e dell’opposizione all’esecuzione. Ciò, in quanto detti fatti non sono in alcun modo coperti dalla combinazione del titolo esecutivo giudiziale rappresentata dal decreto e dalla pronuncia di inammissibilità dell’opposizione.

p.4.3. Se si ritenesse altrimenti si precluderebbe al debitore di dedurre tali fatti non già perché coperti dall’accertamento emergente da tale combinazione, che, come s’è veduto riguarda il credito come era stato accertato al momento della pronuncia del decreto e l’inammissibilità dell’opposizione, bensì come ingiustificata sanzione discendente dall’inammissibilità dell’opposizione.

In definitiva verrebbe ad essere sanzionata l’omessa proposizione della domanda di accertamento del loro verificarsi e l’essere stati essi dedotti solo come eccezioni per resistere alla pretesa creditoria di cui al decreto, ancorché non esaminata nel merito.

Il che sarebbe del tutto ingiustificato, specie qualora l’irritualità dell’opposizione (per tardività o per difetto di procura) fosse incontestabile.

p.5. Il principio di diritto che in base alle complessive considerazioni svolte allora si deve affermare è il seguente: “qualora nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo vengano introdotti con l’opposizione fatti estintivi, modificativi od impeditivi dell’esistenza del credito di cui al decreto verificatisi dopo la sua pronuncia e prima della scadenza del termine per l’opposizione oppure qualora nel corso del giudizio di opposizione vengano introdotti fatti di quella natura verificatisi dopo la proposizione dell’opposizione, nell’ipotesi in cui il debitore non abbia formulato domanda di accertamento della verificazione dei detti fatti (nella quale su di essa vi dovrà essere pronuncia), la pronuncia di inammissibilità dell’opposizione per ragioni di rito, come la tardività o il difetto di procura (nel regime anteriore alla l. n. 69 del 2009), una volta passata in cosa giudicata, non preclude la possibilità di dedurre quei fatti o con azione di accertamento negativo o, se sia minacciata o iniziata l’esecuzione sulla base del decreto, rispettivamente con l’opposizione al precetto e con l’opposizione all’esecuzione”.

La stessa conseguenza, rileva il Collegio, si verifica se, nella descritta situazione, il giudizio di opposizione viene dichiarato estinto, perché l’effetto estintivo riguarda l’opposizione al decreto in quanto ha accertato il credito al momento della sua pronuncia e, per quanto attiene alla prospettazione dei fatti concernenti al situazione giuridica nel corso del processo, esso non estingue il potere di azione.

p.6. Le svolte considerazioni evidenziano a questo punto che il primo motivo dev’essere accolto, in quanto l’inammissibilità dell’opposizione al decreto ingiuntivo determinava il formarsi della cosa giudicata solo sull’esistenza del credito al momento della sua pronuncia e non al momento del passaggio in giudicato della sentenza declaratoria di inammissibilità dell’opposizione.

Conseguentemente il fatto estintivo del credito verificatosi nel giudizio di opposizione, che vi era stato introdotto, bene poteva essere dedotto con l’opposizione all’esecuzione ed avrebbe dovuto e potuto considerarsi dai giudici di merito.

D’altro canto parte resistente non ha in alcun modo contestato nel suo controricorso l’affermazione della sentenza, ammesso che non dovesse comunque proporre ricorso incidentale.

Né ha resistito l’altro soggetto già coinvolto nell’originaria associazione temporanea di imprese.

L’accoglimento del motivo a questo punto evidenzia l’esistenza di una situazione nella quale è possibile decidere nel merito con l’accoglimento dell’opposizione, atteso che nella sentenza impugnata si trova affermato – quale ragione per compensare le spese – che effettivamente il pagamento in corso di giudizio di opposizione era avvenuto e che ad esso non si poteva dare rilievo solo per la (inesistente, come s’è veduto) preclusione del giudicato.

Pronunciando nel merito dell’appello, in accoglimento di esso, dev’essere dunque accolta l’opposizione all’esecuzione e dichiarato inesistente il diritto di procedere all’esecuzione.

p.7. Il secondo motivo a questo punto resta assorbito.

p.8. L’oggettiva incertezza delle questioni esaminate induce a compensare le spese di tutto il giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata. Pronunciando nel merito accoglie l’opposizione e dichiara inesistente il diritto di procedere all’esecuzione. Compensa le spese dell’intero giudizio.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 22 ottobre 2013, n. 23923. Opposizione a decreto ingiuntivo. L’omessa produzione della copia notificata del decreto ingiuntivo non è causa di improcedibilità dell’opposizione


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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 22 ottobre 2013, n. 23923

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 01.11.1993, il Tribunale di Velletri dichiarava inammissibile l’opposizione proposta da A..M. avverso il decreto ingiuntivo di pagamento della somma di L. 7.259.000 emesso ad istanza della s.a.s. C.E.D. ’90 a titolo di corrispettivo di servizi di contabilità. Il Tribunale dava atto della mancata produzione del decreto opposto, rilevando il difetto di prova, incombente al M. , in ordine alla tempestività dell’opposizione.
La decisione – gravata da impugnazione del M. , il quale depositava copia notificata del decreto opposto – era riformata dalla Corte di appello di Roma, la quale, dato atto della tempestività dell’opposizione, con sentenza in data 24.07.2007, previa qualificazione del contratto inter partes come di opera intellettuale, dichiarava prescritto il credito della C.E.D.’9O s.a.s.; revocava il decreto opposto; condannava l’appellata al pagamento delle spese dell’intero giudizio.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la s.a.s. C.E.D. ’90 svolgendo sei motivi.
Nessuna attività difensiva è stata svolta da parte intimata.

Motivi della decisione

1. La Corte di appello, in ordine alla pregiudiziale questione dell’ammissibilità dell’opposizione, ha osservato che nel corso del giudizio di primo grado non era stata posta in dubbio la veridicità dell’allegazione dell’opponente circa l’intervenuta notificazione del decreto in data 18.11.1999,
per cui l’eccezione prospettata dall’opposta solo nella memoria di replica “avrebbe dovuto indurre il Tribunale ad un approfondimento sul punto”; ha quindi, evidenziato che “in ogni caso” la tempestività dell’opposizione era stata documentata in sede di gravame con la produzione (da ritenersi ammissibile) della copia notificata del decreto opposto.
Nel merito l’opposizione è stata ritenuta fondata sulla base delle seguenti considerazioni: a) dalla prova testimoniale era emerso che, oltre a servizi di contabilità elettronica, la C.E.D. ’90 prestava al M. anche consulenza fiscale per il tramite del rag. De Angelis e quindi anche attività di commercialista; b) in sostanza la prestazione svolta “esulava” dal mero inserimento di dati contabili nell’elaboratore elettronico, avendo riguardato nel tempo anche l’assistenza prestata dal “commercialista di fiducia del M. e parimenti contabilizzata dalla C.E.D. unico soggetto che emetteva fatture”; c) dalla ricostruzione della vicenda negoziale e dalla conseguente qualificazione del rapporto come prestazione d’opera professionale, derivava la fondatezza dell’eccezione di prescrizione ex art.2957 cod. civ. in quanto il termine decorreva, non già dalla cessazione del rapporto, ma dal compimento delle singole prestazioni e quindi dall’emissione di ogni singola fattura.
2. Il ricorso, avuto riguardo alla data della pronuncia della sentenza impugnata (successiva al 2 marzo 2006 e antecedente al 4 luglio 2009), è soggetto alla disciplina di cui agli artt. 360 cod. proc. civ. e segg. come risultanti per effetto del cit. d.Lgs. n. 40 del 2006; si applica, in particolare, l’art. 366 bis cod. proc. civ., stante l’univoca volontà del legislatore di assicurarne ultra-attività (ex multis, cfr. Cass. 27 gennaio 2012, n. 1194), atteso che la norma resta applicabile in virtù dell’art. 27, comma 2 del cit. d. Lgs ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, cioè dal 2 marzo 2006, senza che rilevi la sua abrogazione, a far tempo dal 4 luglio 2009, ad opera della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), in forza della disciplina transitoria dell’art. 58 di quest’ultima.
2.1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 184, 641 e 345 cod. proc. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.), nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.), per avere la Corte territoriale ritenuto ammissibile in appello la produzione della copia notificata del decreto. A chiusura del motivo parte ricorrente chiede che, nella fattispecie, venga affermato il principio secondo cui “nelle cause che si svolgono nella vigenza del cosiddetto nuovo rito la produzione della copia notificata del decreto, ai fini della prova della tempestività dell’opposizione, è inibita in sede di gravame ricadendo questo tra i documenti che la parte poteva e doveva esibire al primo giudice con conseguente impossibilità di produrli in altro grado del giudizio”.
2.1.1. Innanzitutto il motivo – pur prospettato sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale – non contiene “la chiara indicazione” (c.d. quesito di fatto) richiesta dalla seconda parte dell’art. 366 bis cod. proc. civ. in relazione al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ., la quale deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, da cui risulti non solo “il fatto controverso” in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ma anche – se non soprattutto – “la decisività” del vizio, e cioè le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (cfr. Sez. Unite, 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. ord., 18 luglio 2007, n.16002; Cass. ord. 7 aprile 2008, n. 8897). Invero le Sezioni Unite – pur ritenendo ammissibile, in via di principio, il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d’impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto – hanno precisato che a tali effetti occorre che il motivo si concluda con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto (Cass. civ., Sez. Unite, 31 marzo 2009, n. 7770).
Più in generale si rileva che il vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. può attenere solo alla ricostruzione e valutazione del fatto storico, mentre l’interpretazione e applicazione di norme giuridiche, qual è contestata nella specie, può essere apprezzata sotto il profilo dell’error in iudicando o in procedendo e può portare o alla Cassazione della sentenza, se la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ha dato luogo ad un dispositivo contrario alla legge, ovvero alla integrazione o correzione, a norma dell’art. 384 co.2 cod. proc. civ..
2.1.2. Per altro verso la questione di diritto proposta -pur riecheggiando non recenti pronunce di questa Corte che riconducono la produzione in appello della copia notificata del decreto opposto alla previsione dell’art. 345 co. 2 (oggi comma 3) cod. proc. civ. (cfr. Cass. 5 luglio 2002, n.9810) e nel rito del lavoro all’art. 436 cod. proc. civ. (cfr. Cass. 6 febbraio 2002, n. 1585) sul presupposto della riferibilità della norma anche ai documenti processuali – prescinde dalla specificità del caso concreto. Il quesito di diritto, si risolve, infatti, nell’astratta enunciazione di una regula iuris, omettendo di confrontarsi con la ratio decidendi, laddove si evidenzia che “la prova della tempestività dell’opposizione” si evinceva dalla “non contestazione” sulla data della notificazione del decreto indicata da parte opponente e, nel contempo, si censura la mancata sollecitazione del contraddittorio prima del rilievo officioso, in tal modo implicitamente, ma inequivocamente ravvisandosi anche giustificate ragioni di rimessione in termini.
2.1.3. D’altra parte questa Corte, nel rilevare l’ammissibilità del deposito della copia notificata del decreto opposto successivamente alla costituzione dell’appellante ed anche in sede di appello, è costante nel ritenere che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la produzione di tale atto non è richiesta a pena di improcedibilità dell’opposizione, non essendo applicabile a questa, che non è mezzo di impugnazione, la disciplina propria di tali mezzi; onde la sua mancanza rileva quale condizione di ammissibilità – e cioè quale mezzo necessario ai fini del riscontro della tempestività dell’opposizione medesima soltanto se la prova della tempestività non sia evincibile dai documenti prodotti dalla controparte o comunque acquisiti al processo (Cass. n. 9810 del 2002 cit.; Cass. 15 luglio 2009, n. 16540) o desunta da altri sicuri elementi, tra i quali anche le ammissioni contenute nella comparsa di costituzione e risposta o nella comparsa conclusionale dell’opposto in ordine alla data della notifica (cfr. Cass. 26 giugno 2008, n. 17495).
In definitiva il motivo va rigettato.
2.2. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2956 cod. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.), nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo per il giudizio (art. 360 n.5 cod. proc. civ.) per non avere la Corte di appello considerato la complessità del rapporto di dare e avere tra le parti. A chiusura del motivo parte ricorrente chiede che la Corte di cassazione affermi i seguenti principi: “l’inapplicabilità dell’istituto della prescrizione invocato dalla controparte alle ipotesi in cui tra le parti vi siano molteplici rapporti di dare avere”, nonché di dichiarare che la “prescrizione presuntiva invocata non può trovare applicazione in caso di prestazioni caratterizzate da un rapporto di durata che continuando nel tempo si sottrae ai presupposti di tale istituto”.
2.2.1. Per i profili di inammissibilità della censura motivazionale si rinvia a quanto già osservato sub 2.1.1. con riguardo al precedente motivo.
Il motivo è, comunque, inammissibile per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. anche in relazione alla congiunta denuncia di violazione di legge. Invero il duplice principio che si chiede a questa Corte di enunciare, sopra testualmente riportato, muove da condizionanti premesse quali l’esistenza di rapporti di “dare e avere” tra le parti, nonché di un unico “rapporto di durata” – che non emergono o sono addirittura smentite dalla decisione impugnata, atteso che i giudici a quibus hanno espressamente evidenziato che “si è trattato di singole prestazioni, ciascuna completa ed autonoma e non unite in un complesso inscindibile, tanto che ogni singola fattura si riferisce ad un periodo circoscritto e reca un proprio importo distinto da ogni altro” (donde l’applicabilità della regola di cui all’art. 2957 cod. civ. con decorrenza dalle singole fatture).
Si rammenta che il quesito di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., rappresentando la congiunzione fra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, non può esaurirsi nella mera enunciazione di una regola astratta, ma deve presentare uno specifico collegamento con la fattispecie concreta, nel senso che deve raccordare la prima alla seconda ed alla decisione impugnata, di cui deve indicare la discrasia con riferimento alle specifiche premesse di fatto, essendo evidente che una medesima affermazione può essere esatta in relazione a determinati presupposti ed errata rispetto ad altri.
Nel caso di specie i principi di diritto che si chiede a questa Corte di enunciare non sono idonei a risolvere la fattispecie concreta, perché postulano una ricostruzione della vicenda contrattuale in termini opposti a quelli ritenuti dal giudice del merito, attraverso la valutazione delle risultanze processuali, operata nella decisione impugnata con motivazione adeguata e, comunque, non attinta da ammissibile denuncia ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ..
2.3. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 279 e 340 cod. proc. civ., formazione del giudicato “interno”, contrarietà a precedente giudicato (art. 360 n.4 cod. proc. civ.), vizio di motivazione, omesso esame dell’eccezione di giudicato ai sensi dell’art. 360 n.5 cod. proc. civ., per non avere la Corte di appello rilevato il giudicato interno rappresentato dall’ordinanza (in tesi avente natura di sentenza) con la quale il Tribunale di Velletri aveva dato ingresso all’istruttoria, previo rigetto dell’eccezione preliminare di prescrizione presuntiva), intendendosi “sottoporre all’attenzione di questa Suprema Corte la decisione dell’avvenuto formarsi del giudicato in primo grado sulla eccepita prescrizione del credito”.
2.3.1. Il motivo – prima ancora che inammissibile per la carenza dei quesiti di diritto in ordine alle plurime violazioni di legge enunciate, nonché per l’omessa esposizione della “chiara indicazione” richiesta in relazione alla congiunta denuncia motivazionale – si rivela manifestamente infondato. Invero l’ordinanza che parte ricorrente sottopone “all’attenzione” di questa Corte – proprio perché dichiaratamente emessa ai fini dell’ammissione della prova, prescindendo dal “qualificare giuridicamente il rapporto intercorso tra le parti” – deve ritenersi esclusivamente funzionale all’ingresso dell’istruttoria ed è, pertanto, priva di quei requisiti di definitività e decisorietà, che postulano l’attitudine al giudicato.
2.4. Con il quarto motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 2222, 2230, 2956 e 2697 cod. civ. (art. 360 n.3 cod. proc. civ.) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su “questione decisiva della controversia” (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.). A chiusura del motivo parte ricorrente rileva che questa Corte “in ragione delle questioni sollevate dovrà pronunciare… sulla qualificazione del rapporto intercorso tra le parti chiarendo i principi in forza dei quali il contratto per cui è causa deve essere qualificato come contratto d’opera e non come prestazione professionale con il conseguenze di legge in ordine alla domanda di pagamento delle somme avanzata dalla ricorrente”.
2.4.1. Il motivo è inammissibile.
Innanzitutto manca il c.d. quesito di fatto, in relazione al dedotto vizio di cui all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., peraltro neppure prospettabile in relazione ad una “questione”, postulando la norma l’enunciazione di un fatto vero e proprio – non una “questione” o un “punto” della sentenza – e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 cod. civ., od anche un fatto secondario, purché controverso e decisivo.
Inoltre la proposizione conclusiva è inidonea a veicolare la censura sotto il profilo della violazione di legge, in relazione al comb. disp. dell’art. 360 n. 3 e 366 bis cod. proc. civ., dal momento che si sostanzia in una generica istanza di decisione sull’esistenza del vizio denunciato, demandando a questa Corte di procedere alla qualificazione del rapporto. In tale modo parte ricorrente si è sottratta all’onere imposto dal cit. art. 366 bis c.p.c. di sottoporre alla Corte una propria finale, conclusiva, valutazione della dedotta violazione della legge processuale o sostanziale, sulla cui correttezza sollecitare “il si o il no” di questo Giudice di legittimità.
2.5. Con il quinto motivo di ricorso si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su “questione qualificante” della controversia (art. 360 n.5 cod. proc. civ.).
2.5.1. Senza ripetere argomentazioni già svolte con riguardo alle precedenti censure motivazionali, è sufficiente osservare che manca il “quesito di fatto” richiesto a pena di inammissibilità del motivo e che neppure è chiaro quale sia la “questione qualificante” della controversia.
Il motivo è, dunque, inammissibile.
2.6. Con il sesto motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 92 cod. proc. civ., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione (art. 360 n.5 cod. proc. civ.), per avere la Corte di appello iniquamente gravato l’opposta del pagamento delle spese di entrambi i gradi, sebbene l’inammissibilità dell’opposizione derivasse da colpa esclusiva dell’appellante.
2.6.1. Il motivo – a tacere dell’inosservanza dell’art. 366 bis cod. proc. civ. – è evidentemente subordinato all’accoglimento del primo motivo e non può che seguirne la sorte.
In conclusione il ricorso va rigettato.
Nulla deve disporsi in ordine alle spese del giudizio di legittimità non avendo parte intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 23 settembre 2013 n. 21675. Ai sensi del disposto della legge 794/1942 (applicabile nella specie ratione temporis), l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dall’avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile deve essere proposto con atto di citazione, di talché, se l’opponente abbia introdotto il relativo giudizio con ricorso, la sanatoria del relativo vizio procedurale deve ritenersi ammissibile a condizione che il ricorso venga notificato nel termine indicato nel decreto, analogamente a come si sarebbe dovuto procedere con la citazione


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Il testo integrale[1]

 

Ai sensi del disposto della legge 794/1942 (applicabile nella specie ratione temporis), l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dall’avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile deve essere proposto con atto di citazione, di talché, se l’opponente abbia introdotto il relativo giudizio con ricorso, la sanatoria del relativo vizio procedurale deve ritenersi ammissibile a condizione che il ricorso venga notificato nel termine indicato nel decreto, analogamente a come si sarebbe dovuto procedere con la citazione.

Il principio di diritto così esposto va poi coniugato (in adesione con quanto correttamente ritenuto da Cass. 1283/1999) con quello, più generale, secondo il quale l’adozione della forma del ricorso in luogo di quella della citazione non determina, peraltro, la nullità (ovvero la inammissibilità) del procedimento di opposizione quando, con la regolare instaurazione del contraddittorio, conseguente alla costituzione della controparte in assenza di eccezione alcuna, sia stato comunque raggiunto lo scopo dell’atto, in virtù del principio di conversione degli atti processuali nulli di cui all’art. 156 c.p.c.


Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 11 settembre 2013, n. 20843. Al fine di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo in tema di contratti con prestazioni corrispettive, l’istante non è tenuto a fornire la duplice completa dimostrazione, quella cioè dell’esistenza dell’obbligazione di cui si invoca il soddisfacimento e quella dello avvenuto adempimento dell’obbligazione propria, cui l’esigibilità della prima sia subordinata, essendo sufficiente la dimostrazione limitata al primo dei suaccennati effetti, cui si accompagni l’offerta di elementi indiziari in ordine al secondo


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Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  11 settembre 2013, n. 20843

Svolgimento del processo

1. Su ricorso della Technik spa il Giudice di Pace di Monza in data 30/12/03 emetteva il decreto ingiuntivo n. 07/04 con il quale ingiungeva al signor S..G. di pagare alla Technik la somma di Euro 841,97, oltre interessi e spese, come da fattura e documentazione allegata. La somma era dovuta per il pagamento delle serrande di intercettazione a tenuta e taratura, necessarie per l’utilizzo di un macchinario per l’asciugatura industriale delle verdure fresche, che il signor G. aveva ordinato alla Technik s.p.a.. Il signor G. si era rifiutato di ritirare la mercé, adducendo che le serrande non corrispondevano agli standard di qualità.
2. Il signor G. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo, domandando al Giudice di Pace di Monza la revoca del decreto ingiuntivo e la risoluzione del contratto sottoscritto con la Technik s.p.a., per essere il bene privo dei requisiti essenziali per l’uso cui era destinato o comunque affetto da vizi. Il G. rilevava che il decreto ingiuntivo era stato emesso senza il rispetto delle condizioni probatorie stabilite dagli art. 633 e ss. c.p.c. e che, in particolare, la venditrice non aveva provato lo “spossessamento” del bene venduto, né comunque di averlo messo a disposizione nella forme previste dall’art. 1209 c.c., e per questo chiedeva la risoluzione del contratto. Il Giudice di Pace, con sentenza n. 679/05 confermava il decreto ingiuntivo e condannava il signor G. al pagamento in favore della Technick delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 1.303,00, oltre a quelle del decreto ingiuntivo.
3. Il signor G. proponeva appello avverso la sentenza emessa dal Giudice di Pace di Monza, chiedendo dichiararsi la nullità, l’inefficacia e comunque disporsi la revoca del decreto ingiuntivo. Insisteva nella domanda di risoluzione del contratto, per fatto e per colpa della Technik S.p.A., e ne chiedeva la condanna alla restituzione della somma corrisposta in adempimento del decreto ingiuntivo opposto e della sentenza impugnata.
Il Tribunale di Monza, con sentenza del 28 settembre 2006 rigettava l’appello proposto. Per il giudice di seconda istanza sussistevano i presupposti di cui all’art. 633 c.p.c., essendo stati depositati l’ordine di acquisto, la fattura e il documento di trasporto; la Technik S.p.A. aveva dimostrato il suo credito e non aveva alcun obbligo di consegna della mercé presso il domicilio dell’acquirente, che era stato avvisato invano più volte di provvedere al ritiro. Quanto ai vizi e difetti denunciati, la certificazione rilasciata da parte dell’istituto collaudi e ricerche M. Masini S.r.l., era sufficiente ad attestare la conformità delle serrande fornite ai requisiti indicati nella normativa vigente (DIN 1946/4).
4. Ricorre per cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Monza il signor G. , che articola quattro motivi di ricorso, di cui due subordinati. Resiste con controricorso la Technik s.p.a..

Motivi di ricorso

1. Il ricorso è infondato e va rigettato, per quanto di seguito si chiarisce.
2. Col primo motivo di ricorso si deduce la “nullità e/o inefficacia del decreto ingiuntivo per inesistenza di idonea prova scritta: nullità della sentenza o del procedimento (ex art. 360 n. 4 c.p.c.)”.
Il decreto ingiuntivo opposto era stato concesso in mancanza degli elementi richiesti dall’art. 2697 c.c. e dall’art. 633 c.p.c. quanto alla prova scritta del diritto fatto valere, non avendo la venditrice provato la consegna (o lo spossessamento) del bene venduto, né esibito le scritture contabili ex art. 633 c.p.c..
Il Tribunale di Monza aveva erroneamente ritenuto che “nel caso concreto l’appellata ha fornito prova scritta della propria controprestazione esibendo l’ordine di acquisto, la fattura e il relativo documento di trasporto”, non avendo tenendo conto che il documento di trasporto prodotto in fase monitoria non era sottoscritto, in quanto la consegna del bene oggetto della compravendita non era mai avvenuta.
A norma dell’art. 366 bis c.p.c. viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di beni mobili, in assenna della prova della consegna o dello spossessamento, la copia dell’ordine e della fattura sono documenti idonei e sufficienti ad integrare la prova scritta richiesta al creditore per l’emissione di un decreto ingiuntivo secondo gli artt. 633 c.p.c. e ss.”.
2.1 Il motivo è infondato e il quesito proposto è ai limiti della ammissibilità, perché si fonda su una circostanza (mancato “spossamento” che, come si vedrà, non risulta pertinente). Occorre in concreto stabilire quale prova scritta è sufficiente ai fini della concessione del decreto ingiuntivo. Al riguardo, questo Collegio condivide il seguente principio di diritto: “al fine di ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo in tema di contratti con prestazioni corrispettive, l’istante non è tenuto a fornire la duplice completa dimostrazione, quella cioè dell’esistenza dell’obbligazione di cui si invoca il soddisfacimento e quella dello avvenuto adempimento dell’obbligazione propria, cui l’esigibilità della prima sia subordinata, essendo sufficiente la dimostrazione limitata al primo dei suaccennati effetti, cui si accompagni l’offerta di elementi indiziari in ordine al secondo”. (Cass. n. 330 del 1971, Rv. 349840). Correttamente, quindi, il giudice di merito ha ritenuto sufficiente la prova sulla base della presenza di vari e distinti elementi costituiti appunto dall’ordine, dalla fattura e dal documento di trasporto. Erano stati offerti, quindi, dalla venditrice elementi presuntivi sufficienti ai soli fini della concessione del decreto ingiuntivo, restando poi le questioni relative all’adempimento-inadempimento reciproci riservate, come è stato, alla fase di opposizione.
3 Col secondo motivo viene dedotto “l’omesso spossessamelo e la mora del creditore nella compravendita di cose mobili: violazione o falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
La Technik s.p.a. non aveva mai consegnato il bene oggetto di compravendita, né se ne era spossessata con le forme previste dalla legge, così rendendosi inadempiente ex art. 1476 c.c. che, tra le obbligazioni principali a carico del creditore, prevede quella di consegnare la cosa al compratore. Il bene compravenduto doveva essere consegnato presso il magazzino della stessa venditrice Technik, ma il rifiuto al ritiro della mercé non esonerava comunque il venditore dal provvedere alla consegna per poter far valere il suo diritto. La Technik avrebbe dovuto procedere secondo le forme della mora credendi, intimando al Sig. G. di ricevere la mercé mediante atto a lui notificato nelle forme prescritte per gli atti di citazione, non essendo a tale fine sufficiente spedire un fax. L’omessa consegna del bene, costituendo inadempimento dell’obbligazione del venditore, non gli consente di pretenderne il prezzo.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se nell’ipotesi di rifiuto del creditore / compratore di ricevere la cosa mobile oggetto di compravendita, quando la consegna è prevista presso il domicilio del venditore, il venditore che agisce per il pagamento del prezzo possa ritenere di avere adempiuto alla obbligazione di consegna del bene di cui all’art. 1476 c.c. senza l’osservanza delle forme della mora credendi di cui all’art. 1209, 2 comma c.c.”.
3.1 Ilo motivo è infondato. Non è applicabile al caso in questione la norma invocata (1209 cod. civ.) che disciplina il diverso caso della mora del creditore nel solo caso in cui l’adempimento è previsto presso il domicilio di quest’ultimo. Nel caso in questione invece, non è contestato che la consegna doveva avvenire presso il venditore, che ha provato di aver messo a disposizione il bene per il ritiro e null’altro doveva fare.
4. Col terzo motivo si deduce “l’omessa offerta di adempiere in giudico: violazione o falsa applicazione di norme di diritto (ex art. 360 n. 3 c.p.c.)”. Neppure in giudizio la società venditrice ha mai messo a disposizione il bene oggetto di causa, né si era offerta di adempiere. Cosicché l’eventuale successiva offerta di adempiere doveva ritenersi tardiva, poiché il G. , nell’atto di opposizione al decreto ingiuntivo, aveva chiesto la risoluzione del contratto, allegando l’inadempimento della venditrice e specificando in maniera molto analitica i vizi riscontrati sulla cosa. La posizione processuale della Technik spa era, quindi, assimilabile a quella di attrice opponente, che chiede l’adempimento di un contratto di compravendita e il pagamento del prezzo pattuito. Gravava, quindi, sulla venditrice provare di aver adempiuto alla sua obbligazione relativa alla consegna (o offerta nelle forme di legge) del bene.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di bene mobile, il venditore possa pretendere in giudizio il pagamento del prezzo pattuito senza avere adempiuto alla obbligazione di consegna del bene di cui all’art. 1476 c.c. e senza avere comunque offerto il proprio adempimento”.
4.1 Il motivo è inammissibile e comunque infondato. A parte la contraddizione esistente nelle prospettazioni, la questione oggi proposta sembra nuova, posto che di essa il giudice dell’appello nulla riferisce al riguardo. Vi è inoltre carenza di specificità nella censura. In ogni caso, il motivo è infondato o irrilevante, posto che, respinta la domanda di risoluzione del contratto di vendita per presunto inadempimento della venditrice, residuano gli effetti del contratto, quanto al pagamento del prezzo e alla consegna della cosa.
5. Il ricorrente, in subordine rispetto all’accoglimento dei precedenti motivi, formula ulteriori censure inerenti ” l’onere della prova in ordine alla idoneità del bene al normale uso cui è destinato ex art. 1476 e 1490 c.c.”, indicati come 4.a) e 4b).
Quanto alla censura 4.a) che reca “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c. n. 3″, osserva il ricorrente che la Technik avrebbe dovuto provare di aver adempiuto all’obbligo di garantire l’immunità da vizi del bene compravenduto. Gravava, cioè, sulla venditrice “l’onere della prova in ordine alla idoneità del bene alla funzione cui era destinato e comunque alla insussistenza di vizi”, posto che la venditrice “avrebbe dovuto dimostrare non solo il fatto costitutivo del proprio diritto, ma anche quello estintivo (l’adempimento)” (ossia l’adempimento all’obbligo di garanzia ex art. 1476 e 1490 c.c.).
La sentenza del Tribunale di Monza ha invece omesso qualunque considerazione sul problema dell’onere della prova.
Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte di Cassazione se, nell’ipotesi di compravendita di bene mobile, l’onere della prova della idoneità del bene alla normale funzione cui è destinato ex art. 1476, n. 3 c.c. e art. 1490 c.c. gravi (ex art. 2697 c.c. e 1453 c.c.) sul venditore che conviene in giudico l’acquirente per il pagamento del pretto il quale ha chiesto la risoluzione del contratto allegando la inidoneità del bene e/o i suoi vizi”.
Quanto alla censura indicata come 4.b) essa reca: “L’assolvimento dell’onere della prova: omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione a un fatto controverso e decisivo per il giudico (ex art. 360 n. 5 c.p.c.)”.
Il fatto controverso è indicato nell’idoneità delle serrande vendute al G. a impedire il trafilamento dell’aria. Il documento prodotto a prova dell’idoneità non è un certificato di collaudo, ma è un “rapporto di prova” effettuato ben quattro anni prima non sul bene concretamente oggetto di compravendita, ma su un suo “presunto archetipo”.
Sicché quel documento non consente di escludere a priori che lo specifico prodotto venduto al G. sia viziato e inidoneo.
Risulta, quindi, errato il ragionamento del Tribunale di Monza allorché afferma che “per quello che concerne i vizi e i difetti attribuiti alle serrande prodotte, si conferma ancora la decisione del Giudice di Pace, in quanto la certificazione rilasciata da parte dell’istituto collaudi e ricerche M Masini srl attesta che gli apparecchi prodotti dalla Technik spaper la diffusione dell’aria erano dotati di caratteristiche conformi ai requisiti indicati nella normativa DIN 1964/4. Da tutto ciò ne consegue che la Technik spa ha tenuto fede agli impegni assunti fornendo la merce”.
Essendo inidoneo il documento in questione la venditrice non aveva fornito la prova del suo adempimento.
Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se può ritenersi provata la idoneità – all’uso cui è destinato – dello specifico bene venduto – ovvero l’assenza di vizi – inforca di un documento che semplicemente attesta la conformità a un dato standard di un bene campione, distinto da quello oggetto del contratto e avente caratteristiche e dimensioni diverse da quelle del bene venduto, in presenta di espresse doglianze che contestano proprio la conformità a quegli standard del bene concretamente oggetto del contratto”.
5.2 Entrambi i motivi-censure sono infondati. Non è contestato l’acquisto del bene in questione, evidentemente identificato quale modello di una produzione seriale, rispetto al quale il compratore ha dedotto generici vizi, senza neanche aver ritirato e nemmeno provato l’apparecchiatura in questione.
Sotto tale profilo le questioni proposte con riguardo all’onere delle prova circa i difetti di funzionalità e l’idoneità in astratto della cosa venduta risultano ininfluenti per mancanza anche di un minimo di prova al riguardo. Correttamente il giudice ha ritenuto sufficiente la dichiarazione di conformità, restando ad un momento successivo la verifica dell’effettivo funzionamento e degli eventuali vizi.
6. Le spese seguono la soccombenza.

P.T.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 1.000,00 (mille) Euro per compensi e 200,00 (duecento) Euro per spese, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 2 settembre 2013, n. 20052. Qualora avvenga che, pur non essendovi una revoca espressa del decreto ingiuntivo, questo non trovi conferma nella sentenza conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ma tale sentenza rechi un’autonoma condanna dell’opponente-debitore al pagamento in favore dell’opposto-creditore di una somma inferiore a quella oggetto dell’ingiunzione, il titolo esecutivo è costituito dalla sentenza di condanna


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Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza  2 settembre 2013, n. 20052

Svolgimento del processo

1.- Con la decisione ora impugnata, pubblicata il 3 ottobre 2007, il Tribunale di Trani – sezione distaccata di Canosa di Puglia ha accolto l’opposizione – qualificata dallo stesso Tribunale come opposizione all’esecuzione – proposta da C.N. , C.S. e T.A. avverso l’atto di precetto loro notificato da T.P. in data 26 febbraio 2005; ha quindi dichiarato la nullità del precetto ed ha condannato l’opposto al pagamento delle spese di lite. Il Tribunale ha ritenuto violato l’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ. perché nell’atto di precetto non vi era menzione alcuna della clausola di provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo, individuato dal giudice come titolo esecutivo posto a fondamento del precetto oggetto di opposizione.
2.- Avverso la sentenza T.P. propone ricorso affidato a tre motivi. Gli intimati non si difendono.

Motivi della decisione

1.- Col primo motivo di ricorso è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 615 e 617 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ. per avere errato il Tribunale nel qualificare l’opposizione come opposizione all’esecuzione, piuttosto che come opposizione agli atti esecutivi, dal momento che, non solo i vizi denunciati dagli opponenti (che hanno qualificato la loro azione come opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 cod. proc. civ.), ma anche quelli ritenuti dal giudicante attengono ad irregolarità formali dell’atto di precetto.
1.1.- Col secondo motivo di ricorso è svolta la medesima censura, sotto il profilo del vizio di motivazione.
1.2.- Col terzo motivo di ricorso è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 653, 654, 474, 475, 479, 480 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ., per avere il Tribunale errato nel dichiarare la nullità del precetto per mancata menzione del provvedimento di esecutorietà del decreto ingiuntivo, poiché il titolo esecutivo posto a base del precetto è la sentenza n. 13/2005. In particolare, il ricorrente deduce che, con la sentenza in parola, conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, non è stato confermato quest’ultimo, con il relativo rigetto dell’opposizione, ma, in parziale accoglimento dell’opposizione ex art. 645 cod. proc. civ., gli opponenti a decreto ingiuntivo sono stati condannati al pagamento in favore dell’opposto, sig. T.P. , odierno ricorrente, di una somma inferiore a quella portata dal decreto ingiuntivo. Il ricorrente rileva che di tale minor somma è stato ingiunto il pagamento col precetto oggetto di opposizione e che la sentenza di condanna, costituente titolo esecutivo, è stata notificata unitamente al precetto, nella stessa data del 26 febbraio 2005.
2.- I motivi di ricorso, che vanno esaminati congiuntamente, in quanto pongono questioni consequenziali, sono fondati e vanno accolti.
Non vi è dubbio che, nel caso di specie, si sia in presenza di opposizione agli atti esecutivi, poiché è in discussione la regolarità formale dell’atto di precetto, vale a dire la necessità che esso contenesse o meno, ai sensi dell’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ., la menzione del provvedimento che ha disposto l’esecutorietà del decreto ingiuntivo e l’apposizione della formula esecutiva.
Al riguardo è sufficiente richiamare il principio, per il quale, in materia di esecuzione forzata, il criterio distintivo fra l’opposizione all’esecuzione e l’opposizione agli atti esecutivi si individua considerando che, con la prima, si contesta l’an dell’esecuzione, cioè il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata per difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo ovvero – nell’esecuzione per espropriazione – della pignorabilità dei beni, mentre, con la seconda, si contesta solo la legittimità dello svolgimento dell’azione esecutiva attraverso il processo, deducendosi l’esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva (cfr. Cass. n. 16262/05, nonché, tra le più recenti, Cass. n. 13205/12, n. 13938/12, n. 20989/12).
La sentenza del Tribunale è perciò errata nella parte in cui ha qualificato l’opposizione proposta dai signori C.N. , C.S. e T.A. come opposizione all’esecuzione. Alla stregua del criterio di cui sopra, va qualificata come opposizione agli atti esecutivi, e non come opposizione all’esecuzione, l’opposizione proposta contro l’atto di precetto, con cui si contesti la mancanza della menzione del provvedimento che ha disposto l’esecutorietà del decreto ingiuntivo e dell’apposizione della formula, ai sensi dell’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ..
2.1.- La sentenza impugnata non è conforme a diritto nemmeno nella parte in cui ha richiamato l’art. 654, comma secondo, cod. proc. civ., ponendo la norma a fondamento della dichiarazione di nullità del precetto opposto.
Nel caso di specie, trova applicazione non il primo comma dell’art. 653 cod. proc. civ. – che, disciplinando il rigetto dell’opposizione, individua il titolo esecutivo nel decreto ingiuntivo piuttosto che nella sentenza conclusiva del giudizio ex art. 645 cod. proc. civ. – bensì il secondo comma dell’art. 653 cod. proc. civ. Questa norma attribuisce la qualità di titolo esecutivo alla sentenza di accoglimento parziale dell’opposizione a decreto ingiuntivo.
Pertanto, qualora, come nel caso di specie, avvenga che, pur non essendovi una revoca espressa del decreto ingiuntivo, questo non trovi conferma nella sentenza conclusiva del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ma tale sentenza rechi un’autonoma condanna dell’opponente-debitore al pagamento in favore dell’opposto-creditore di una somma inferiore a quella oggetto dell’ingiunzione, il titolo esecutivo è costituito dalla sentenza di condanna.
Conseguentemente, l’esecuzione forzata deve essere preceduta dalla notificazione, ai sensi dell’art. 479 cod. proc. civ., della sentenza di accoglimento parziale dell’opposizione a decreto ingiuntivo ed al precetto intimato al debitore sulla base della stessa sentenza non si applica la norma dell’art. 654 cod. proc. civ..
La sentenza impugnata va quindi cassata.
2.2. – Dal momento che il precetto oggetto di opposizione risulta essere stato notificato insieme con la sentenza costituente titolo esecutivo, e non occorrono ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, comma secondo, cod. proc. civ., col rigetto dell’opposizione agli atti esecutivi proposta avverso il precetto notificato ad istanza di T.P. il 26 febbraio 2005.
3.- Poiché l’errore nella qualificazione dell’opposizione è riferibile al giudicante, non anche agli opponenti, e poiché non risulta che la sentenza costituente titolo esecutivo abbia espressamente revocato il decreto ingiuntivo (sì da ingenerare fraintendimenti in ordine alla sua effettiva portata di accoglimento parziale dell’opposizione), si ritiene che sussistano giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione proposta da C.N. , C.S. e T.A. avverso il precetto loro notificato da T.P. in data 26 febbraio 2005, qualificata la stessa come opposizione agli atti esecutivi; compensa le spese dell’intero giudizio.