decreto ingiuntivo

Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 27 marzo 2015, n. 6276. Ai sensi dell’art. 9 del decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155, come integrato dall’art. 8 del decreto legislativo 19 febbraio 2014, n. 14, l’opposizione al decreto ingiuntivo, emesso dalla sezione distaccata di tribunale prima della sua soppressione, si propone davanti al tribunale che ne costituiva la sede principale, anche nel caso che, a decorrere dal 13 settembre 2013 – data di efficacia del predetto decreto legislativo n. 155 del 2012 – la porzione del territorio della sede distaccata soppressa sia stata attribuita al circondario di un tribunale diverso


Cassazione toga rossa

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 27 marzo 2015, n. 6276

REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente

Dott. AMENDOLA Adelaide – Consigliere

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9370-2014 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimato –

e sulle conclusioni scritte del P.G. in persona del Dott. Sergio Del Core che ha concluso per il rigetto dell’istanza;

avverso l’ordinanza n. 6015/2013 R.G. del TRIBUNALE di LATINA, depositata il 20/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/01/2015 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA.

FATTO E DIRITTO

1.- Il Tribunale di Latina, con ordinanza del 20 marzo 2014, rigettava l’eccezione di litispendenza proposta da (OMISSIS) nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo n. 265 del 2013, emesso dal giudice presso la sezione distaccata di Gaeta in data 12 luglio 2013. La (OMISSIS), parte opposta, aveva dedotto la litispendenza con identico giudizio di opposizione, che assumeva essere stato preventivamente instaurato avverso lo stesso decreto ingiuntivo, introdotto dall’ingiunto, (OMISSIS), dinanzi il Tribunale di Cassino.

Il Tribunale di Latina ha ritenuto che, poiche’ la pendenza della lite e’ determinata dalla data di notificazione del decreto ingiuntivo che retroagisce alla data del suo deposito, la lite si sarebbe dovuta considerare pendente, nel caso di specie, dinanzi al Tribunale di Latina al momento di tale deposito, poiche’ effettuato presso la sezione distaccata di Gaeta, che, all’epoca, faceva parte della circoscrizione del Tribunale di Latina. Pertanto, sarebbe irrilevante la preventiva notificazione dell’atto di opposizione allo stesso decreto ingiuntivo da parte del (OMISSIS) dinanzi al Tribunale di Cassino.

Il Tribunale ha aggiunto che, comunque, non si verterebbe in un’ipotesi di vera e propria litispendenza poiche’ il Tribunale di Cassino non sarebbe il giudice funzionalmente competente a trattare l’opposizione a decreto ingiuntivo, essendo stato questo emesso, come detto, da un giudice della sezione distaccata (prima della sua soppressione) del Tribunale di Latina.

2. – Avverso l’ordinanza (OMISSIS) propone regolamento di competenza, per violazione dell’articolo 39 c.p.c., comma 1.

L’intimato non si difende.

Il Pubblico Ministero ha depositato conclusioni scritte in data 8 ottobre 2014, con le quali ha chiesto il rigetto del ricorso.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

3.- La ricorrente lamenta violazione dell’articolo 39 c.p.c., comma 1, in tema di litispendenza, perche’ il Tribunale di Latina avrebbe dovuto prendere atto, controllando la data di introduzione dei due giudizi di opposizione, che la causa pendente dinanzi al Tribunale di Cassino era stata instaurata prima della causa pendente dinanzi allo stesso Tribunale di Latina. Pertanto, a detta della ricorrente in ossequio alla giurisprudenza di legittimita’, avrebbe dovuto dichiarare la litispendenza e disporre la cancellazione della causa dal suo ruolo. Sottolinea che le due cause sono identiche, essendo identici gli atti introduttivi; che sono identiche le istanze presentate nei due giudizi; che identica e’ la data di notificazione, ma che il cronologico di notificazione UNEP per il Tribunale di Cassino e’ precedente.

3.1.- Il motivo e’ infondato.

Risulta dallo stesso ricorso che il decreto ingiuntivo e’ stato emesso dal Tribunale di Latina, sezione distaccata di Gaeta, previo deposito presso lo stesso ufficio del relativo ricorso monitorio.

Orbene, l’articolo 39 cod. proc. civ. prevede, all’ultimo comma, che la prevenzione e’ determinata dalla citazione ovvero dal deposito del ricorso.

Poiche’, ai sensi dell’articolo 643 c.p.c., u.c. la notificazione del decreto ingiuntivo determina la pendenza della lite, ma questa retroagisce alla data di deposito del ricorso (cfr. Cass. S.U. n. 20596/07, nonche’ Cass. ord. n. 6511/12, secondo cui “Nel caso di continenza tra una causa introdotta col rito ordinario ed una introdotta col rito monitorio, ai fini dell’individuazione del giudice preventivamente adito, il giudizio introdotto con ricorso per decreto ingiuntivo deve ritenersi pendente alla data di deposito di quest’ultimo, trovando applicazione il criterio di cui all’articolo 39 c.p.c., u.c. come modificato dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69, senza che rilevi la circostanza che l’emissione del decreto e la sua notifica siano avvenuti successivamente, agli effetti dell’articolo 643 c.p.c., comma 3″), non sono fondati i rilievi della ricorrente che fanno leva sulle date di notificazione degli atti di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo ai sensi dell’articolo 645 cod. proc. civ..

La notificazione di questi atti e’, nel giudizio introdotto ai sensi degli articoli 633 e segg. cod. proc. civ., del tutto irrilevante al fine di determinare il momento di pendenza della lite, cosi’ come e’ irrilevante lo stato – piu’ o meno avanzato – nel quale ciascuno dei due giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo si trova.

Peraltro, come pure rilevato nel provvedimento impugnato, l’articolo 645 cod. proc. civ., disponendo che l’ opposizione a decreto ingiuntivo deve essere proposta dinanzi all’ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto, ha stabilito una competenza funzionale e non derogabile, neanche per ragioni di continenza o di connessione (cfr., da ultimo, tra le tante, Cass. ord. n. 15052/11).

Ne consegue che il giudizio di opposizione si sarebbe dovuto instaurare presso la stessa sezione distaccata di Gaeta.

3.2.- Nelle more tra l’emissione del decreto ingiuntivo (12 luglio 2013) e la notificazione dell’opposizione ai sensi dell’articolo 645 cod. proc. civ. (22 ottobre 2013) ha acquistato efficacia il Decreto Legislativo 7 settembre 2012, n. 155 (“Nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, a norma della Legge 14 settembre 2011, n. 148, articolo 1, comma 2″) in forza del quale, con decorrenza 13 settembre 2013, e’ stata soppressa la sezione distaccata di Gaeta, facente parte del Tribunale di Latina, e la porzione di territorio corrispondente alla sezione distaccata di Gaeta e’ stata attribuita al circondario del Tribunale di Cassino (come da tabella di cui all’allegato 1 al Decreto Legislativo n. 155 del 2012, che ha sostituito la tabella A allegata al Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12; poi sostituita dalla tabella di cui all’allegato 2 al Decreto Legislativo 19 febbraio 2014, n. 14, su cui infra).

Il Decreto Legislativo n. 155 del 2012, articolo 9 contenente la disciplina transitoria, ha previsto all’originario comma 2 che fino alla data di entrata in vigore del provvedimento normativo “il processo si considera pendente dinanzi all’ufficio giudiziario destinato alla soppressione”.

Con il Decreto Legislativo 19 febbraio 2014, n. 14, articolo 8 (“Disposizioni correttive, integrative e di coordinamento delle disposizioni di cui ai Decreto Legislativo 7 settembre 2012, n. 155 e Decreto Legislativo 7 settembre 2012, n. 156, tese ad assicurare la funzionalita’ degli uffici giudiziari”), entrato in vigore il 28 febbraio 2014, sono stati inseriti al Decreto Legislativo n. 155 del 2012, articolo 9 i segg. commi:

“comma 2-bis. La soppressione delle sezioni distaccate di tribunale non determina effetti sulla competenza per i procedimenti civili e penali pendenti alla data di efficacia di cui all’articolo 11, comma 2, i quali si considerano pendenti e di competenza del tribunale che costituisce sede principale … omissis … 2-ter. La disposizione di cui al comma 2-bis si applica anche nei casi di nuova definizione, mediante attribuzione di porzioni di territorio, dell’assetto territoriale dei circondari dei tribunali diversi da quelli di cui all’articolo 1 … omissis …”.

Con tali ultime disposizioni di legge si e’ fissato per via normativa un principio gia’ affermato da questa Corte quanto ai rapporti tra sezione distaccata e sede principale di tribunale (cfr. Cass. n. 19411/10, nel senso che le sezioni distaccate di tribunale costituiscono articolazioni interne del medesimo ufficio giudiziario di tribunale e, in quanto tali, prive di rilevanza esterna, con la conseguenza che i rapporti tra sede principale e sezione distaccata non possono mai dare luogo a questioni di competenza) e lo si e’ esteso alla situazione in cui, per effetto del nuovo assetto territoriale dei circondari di tribunale, risultante dai provvedimenti su menzionati, le porzioni di territorio relative alle sedi distaccate di determinati tribunali siano state attribuite a tribunali diversi da quelli che ne erano l’originaria sede principale.

Quest’ultima situazione si e’ venuta a determinare nel caso di specie, in cui la porzione di territorio della sede distaccata di Gaeta del Tribunale di Latina, soppressa a far data dal 13 settembre 2013, e’ stata attribuita al circondario del Tribunale di Cassino.

Le norme di nuova introduzione, appena esposte, vanno coordinate con le altre, sopra richiamate, per le quali la prevenzione, ai sensi dell’articolo 39 c.p., u.c. e’ determinata dal deposito del ricorso ed anche il giudizio introdotto con ricorso per decreto ingiuntivo deve ritenersi pendente alla data di deposito di quest’ultimo, senza che rilevi la circostanza che l’emissione del decreto e la sua notifica siano avvenuti successivamente, agli effetti dell’articolo 643 c.p.c., comma 3.

Va percio’ affermato il seguente principio di diritto: “Ai sensi del Decreto Legislativo 7 settembre 2012, n. 155, articolo 9 come integrato dal Decreto Legislativo 19 febbraio 2014, n. 14, articolo 8 l’opposizione al decreto ingiuntivo, emesso dalla sezione distaccata di tribunale prima della sua soppressione, si propone davanti al tribunale che ne costituiva la sede principale, anche nel caso che, a decorrere dal 13 settembre 2013 (data di efficacia del Decreto Legislativo n. 155 del 2012), la porzione del territorio della sede distaccata soppressa sia stata attribuita al circondario di un tribunale diverso”.

Pertanto, l’opposizione a decreto ingiuntivo emesso dalla sezione distaccata di Gaeta del Tribunale di Latina, soppressa a far data dal 13 settembre 2013, correttamente e’ stata proposta davanti al Tribunale di Latina, anche se la porzione del territorio della sede distaccata di Gaeta e’ stata attribuita al circondario del Tribunale di Cassino.

Il giudizio si considera pendente presso la sede principale del Tribunale di Latina dalla data di deposito del ricorso per decreto ingiuntivo.

In conclusione, il ricorso va rigettato.

Non vi e’ luogo a provvedere sulle spese del presente giudizio di legittimita’ perche’ l’intimato non si e’ difeso.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla sulle spese. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, si da atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 2 aprile 2015, n. 6673. Il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito ed il rapporto stessi si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione, mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del “petitum” ovvero della “causa petendi” in seno alla domanda rispetto al ricorso esaminato dal decreto esecutivo


cassazione 8

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I

SENTENZA 2 aprile 2015, n. 6673

Rilevato che:

Con citazione del 18 dicembre 1998 A.B. ha chiesto la condanna della ditta BS di B.S. & C. snc all’eliminazione dei vizi nell’esecuzione dei lavori di rifacimento della pavimentazione del suo terrazzo eseguiti nel contesto dei lavori commissionati dal condominio dello stabile di via Ghandi 4 in Pesaro. In subordine ha chiesto la condanna della società convenuta al pagamento della somma necessaria all’eliminazione dei vizi.

Si è costituita la BS snc eccependo la formazione del giudicato sulla posizione debitoria della B. che dopo aver versato un acconto per lire 5.297.050 si era rifiutata di versare il saldo per lire 8.519.216. Per il recupero di tale somma la BS aveva ottenuto un decreto ingiuntivo non opposto. Ha contestato la società convenuta la sussistenza dei vizi e del loro riconoscimento.

Con sentenza del 7/11 febbraio 2002 il Tribunale di Pesaro ha rigettato la domanda della B. accogliendo l’eccezione di giudicato proposta dalla BS snc.

La Corte di appello di Ancona, con sentenza n. 797/09, ha riformato tale decisione e condannato la società BS al rifacimento della pavimentazione del terrazzo di proprietà della B., in modo da eliminare le pendenze eccessive e realizzare un idoneo raccordo per la raccolta e il deflusso delle acque ripristinando l’originaria sezione dei bocchettoni di smaltimento.

Ricorre per cassazione la snc BS di Silvano B & C. deducendo violazione dell’art. 360 n. 3 c.p.c. per falsa ed errata applicazione di norme di diritto in relazione all’art. 2909 c.c. e sottoponendo alla Corte di Cassazione il seguente quesito di diritto: se, nel caso in cui sia passato in giudicato il decreto ingiuntivo richiesto dall’appaltatore per le opere da lui eseguite e non pagate, il giudicato formatosi nel rapporto giuridico dedotto come causale della richiesta di decreto ingiuntivo renda incontestabile il rapporto nei termini accertati nel provvedimento giurisdizionale anche in relazione ai vizi e difetti delle opere appaltate già accertati e noti al committente al momento della emissione, notifica e passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo.

Si difende con controricorso A.B..

Ritenuto che

La Corte di appello di Ancona ha affermato che la mancata opposizione al decreto ingiuntivo comporta il giudicato sull’esistenza e validità del rapporto fondamentale ma non anche sul suo esatto adempimento da parte dell’appaltatore, in quanto l’accertamento del rapporto non è una premessa logico-giuridica necessaria all’affermazione dell’esistenza del diritto di credito alla prestazione.

Tale affermazione non è condivisibile alla luce della giurisprudenza (cfr. Cass. civ. sezione III n. 21360 dell’11 maggio 2010) secondo cui il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito ed il rapporto stessi si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione, mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del ‘petitum’ ovvero della ‘causa petendi’ in seno alla domanda rispetto al ricorso esaminato dal decreto esecutivo.

In questa prospettiva appare infondata la posizione difensiva della ricorrente che consiste nel voler scindere il giudizio sull’esistenza e validità del rapporto fondamentale dal suo esatto adempimento.

10.11 ricorso va pertanto accolto con conseguente cassazione della sentenza impugnata e decisione nel merito di rigetto della domanda proposta da A.B. nei confronti di BS snc. All’accoglimento del ricorso consegue la condanna della controricorrente al pagamento delle spese processuali dei due gradi del giudizio di merito e del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da A.B. nei confronti della s.n.c. BS di B.S. & C. Condanna la B. al pagamento delle spese dei due gradi del giudizio di merito – liquidate per il primo grado in complessivi 2.800 euro, di cui euro 400 per spese, 600 per competenze e 1.800 per onorari, e per il giudizio di appello in complessivi 3.000 euro, di cui euro 400 per spese, 600 per competenze e 2.000 per onorari – e del giudizio di cassazione liquidate in 3.500 euro di cui 200 per spese, oltre spese forfetarie e accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 5 marzo 2015, n. 4535. In tema di mandato con rappresentanza, la “contemplatio domini”, che rende possibile l’imputazione degli effetti del contratto nella sfera di un soggetto diverso da quello che lo ha concluso, non esige – nel caso in cui l’atto da porre in essere non richiede una forma solenne – l’uso di formule sacramentali e può, quindi, essere desunta anche da un comportamento del rappresentante che, per univocità e concludenza, sia idoneo a rendere edotto l’altro contraente che egli agisce non solo nell’interesse, ma anche in nome del rappresentato, nella cui sfera giuridica gli effetti dell’atto sono destinati a prodursi direttamente; l’onere della relativa prova in giudizio incombe su chi afferma avere assunto la veste di rappresentante e, ove sia mancata l’allegazione e la prova del predetto comportamento, è insufficiente, ai fini di una diretta imputazione degli effetti dell’atto al mandante, la circostanza che l’atto sia stato posto in essere nel suo interesse


Cassazione 10

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 5 marzo 2015, n. 4535

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente

Dott. PROTO Cesare Antonio – rel. Consigliere

Dott. MANNA Felice – Consigliere

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19427-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale alle liti in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 130/2013 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA dell’1.2.2013 depositata L’1/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio dell’1 1/12/2014 dal Consigliere Relatore Dott. CESARE ANTONIO PROTO;

udito per il ricorrente l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 345 c.p.c. nella parte in cui non possono proporre mezzi di prova in grado di appello, nonostante il processo di 1 grado sia stato falsamente introdotto a seguito di mutamento improvviso della giurisprudenza sull’articolo 645 c.p.c. articolo 24 Cost. e articolo 111 Cost. sotto il profilo del disposto contraddittorio; chiede altresi’ che ove sia riscontrata l’illegittimita’ della condotta del (OMISSIS), gli atti vengano trasmessi alla competente Procura della Repubblica nell’eventuale esercizio dell’azione penale in relazione agli articoli 485-489-374 bis c.p.c.;

udito per il controricorrente l’Avvocato (OMISSIS) che ha chiesto il rigetto dei motivi del ricorso e non rileva la illegittimita’ costituzionale formulata.

FATTO E DIRITTO

Il relatore nominato per l’esame del ricorso ha depositato la relazione ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c..

Il ricorso e’ stato fissato per l’esame in camera di consiglio e sono state effettuate le comunicazioni alle parti costituite; il ricorrente ha depositato memoria.

Nella relazione il relatore ha rilevato quanto segue.

“Osserva in fatto.

Con ricorso per decreto ingiuntivo del 12/3/2011 il rag. (OMISSIS) chiedeva nei confronti della societa’ (OMISSIS) s.r.l. e dei sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) il compenso per attivita’ professionali svolte su loro incarico.

Con decreto ingiuntivo in data 11/3/2011 il Tribunale di Rimini accoglieva il ricorso.

(OMISSIS) proponeva opposizione eccependo l’inesistenza del credito nei propri confronti in quanto:

a) l’incarico era stato da lui conferito in veste di legale rappresentante delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) e non in proprio;

b) il professionista aveva contraffatto la nota professionale che originariamente era stata stilata per la sola societa’ (OMISSIS) s.r.l. ed in relazione a tali prestazioni opinata dall’ordine e solo successivamente vi era stato aggiunto il nominativo dell’opponente.

Il Tribunale dichiarava l’improcedibilita’ dell’opposizione per tardiva iscrizione a ruolo della causa di opposizione, sul presupposto che per le cause di opposizione a decreto ingiuntivo i termini per l’iscrizione fossero sempre dimidiati.

La Corte di Appello di Bologna, decidendo sull’appello proposto dal (OMISSIS), con sentenza resa ai sensi dell’articolo 281 sexies c.p.c. in data 1/2/2013 riformava la declaratoria di improcedibilita’ a seguito della sopravvenuta Legge n. 218 del 2011 per effetto della quale nei procedimenti pendenti, l’articolo 165 c.p.c., comma 1 andava interpretato nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell’attore ivi prevista si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, solo se l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui al’articolo 163-bis, comma 1.

Nel merito rilevava:

– l’inammissibilita’ ex articolo 345 c.p.c. delle nuove eccezioni sollevate solo in appello dal (OMISSIS) nonche’ dei mezzi di prova dedotti solo con l’atto di appello;

– che in ordine ai motivi di opposizione a decreto ingiuntivo nessuna prova era stata fornita e neppure dedotta nel giudizio di primo grado, ne’ con l’atto di citazione, ne’ successivamente.

Di conseguenza la Corte di Appello, rilevato che non era contestato (alla luce delle eccezioni ammissibili) il conferimento da parte dell’opponente del mandato professionale, ne’ che le prestazioni erano state rese, rigettava l’opposizione per mancanza di prova osservando che, anche indipendentemente dalla contestazioni sulla nota opinata (recante l’aggiunta del nominativo del (OMISSIS)), i documenti prodotti a sostegno del ricorso per ingiunzione costituivano valida prova scritta. In applicazione del principio di soccombenza condannava l’appellante al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio. (OMISSIS) ha proposto ricorso affidato a tre motivi. (OMISSIS) ha resistito con controricorso.

Osserva in diritto.

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 c.c. e dei principi generali in materia probatoria e processuale in quanto, a suo dire, la Corte di Appello ha errato nel ritenere che fosse onere dell’appellante provare di avere conferito il mandato non in proprio, ma quale rappresentante delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS).

Il ricorrente richiama giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nei giudizi aventi ad oggetto l’accertamento del credito professionale la prova del conferimento e dell’effettivo espletamento incombe sul professionista; aggiunge che, contestata l’effettivita’ e consistenza delle prestazioni, sul professionista incombe il relativo onere probatorio.

1.1 Il motivo e’ inammissibile in quanto non attinge la corretta ratio decidendi della Corte di Appello e il ricorrente richiama giurisprudenza non pertinente al caso specifico.

Infatti la Corte di Appello ha rilevato che non era contestato ne’ il conferimento dell’incarico, ne’ l’espletamento delle relative prestazioni, ma solo che l’incarico non era stato conferito in proprio dal (OMISSIS), bensi’ dallo stesso nella veste di legale rappresentante delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) (v. pag 2 della sentenza di appello). Ne discende che la Corte di Appello ha fatto corretta applicazione del principio secondo il quale in tema di mandato con rappresentanza, la “contemplatio domini”, che rende possibile l’imputazione degli effetti del contratto nella sfera di un soggetto diverso da quello che lo ha concluso, ben puo’ essere desunta anche da un comportamento del rappresentante che, per univocita’ e concludenza, sia idoneo a rendere edotto l’altro contraente che egli agisce non solo nell’interesse, ma anche in nome del rappresentato, nella cui sfera giuridica gli effetti dell’atto sono destinati a prodursi direttamente, ma l’onere della relativa prova in giudizio incombe su chi afferma avere assunto la veste di rappresentante e, ove sia mancata l’allegazione e la prova del predetto comportamento, e’ insufficiente, ai fini di una diretta imputazione degli effetti dell’atto al mandante, la circostanza che l’atto sia stato posto in essere nel suo interesse. (Cass. 31/3/2011 n. 7510; cfr. anche Cass. 29/11/2006 n. 25247 secondo la quale ove la spendita del nome sia contestata, l’onere della relativa prova in giudizio incombe su chi afferma avere assunto la veste di rappresentante).

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’articolo 115 c.p.c. e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio perche’ la Corte di Appello non avrebbe considerato la mancata contestazione, da parte dell’appellato della eccepita contraffazione della nota opinata ne’ avrebbe valutato appieno le conseguenze dell’omissione; lamenta l’insufficienza della motivazione laddove la Corte di Appello ha ritenuto di soprassedere sull’esame della nota opinata travisando il contenuto della ulteriore documentazione prodotta dal (OMISSIS) in sede monitoria.

Il ricorrente sostiene:

– che la nota professionale, gia’ opinata dal Consiglio dell’Ordine, era stata intestata alla sola societa’ (OMISSIS) s.r.l., mentre solo successivamente aveva inserito il nominativo dell’odierno attore e che cio’ costituirebbe elemento indiziario della sua estraneita’ rispetto all’attivita’ professionale del (OMISSIS);

– che il generico richiamo, in motivazione, ai documenti utilizzabili al fine dell’ingiunzione, costituirebbe solo un simulacro di motivazione;

– che invece i documenti prodotti, a parte la nota opinata, ma contraffatta, potevano supportare una ingiunzione solo nei confronti dei soggetti che giuridicamente avevano contratto le obbligazioni menzionate e che non indicavano il (OMISSIS) come persona fisica.

2.1 Il motivo e’ manifestamente infondato.

Come gia’ riferito, nel giudizio di primo grado le prestazioni, documentate con la produzione dei documenti richiamati sub da 1 a 3 nello stesso motivo di ricorso (ossia invio di contratto di affitto, contratto di affitto di azienda, preliminare di permuta, scrittura di risoluzione anticipata del contratto di affitto di azienda, richiesta di saldo delle competenze), non sono mai state contestate, essendo contestato invece il conferimento dell’incarico professionale dal (OMISSIS) in proprio e non quale legale rappresentante di due societa’. Pertanto al fine della prova della spendita del nome, non puo’ ritenersi che il giudice di appello abbia travisato le prove documentali o che non le abbia affatto considerate, tenuto conto che tali documenti, mentre assumono rilevanza quanto alla prova delle prestazioni professionali non sono invece decisivi per provare la spendita del nome perche’ la circostanza che il (OMISSIS), nei contratti oggetto dell’attivita’ del professionista, fosse indicato come legale rappresentante di altre societa’, prova soltanto che egli, conferendo l’incarico professionale, aveva agito nell’interesse di tali societa’, ma non provano la spendita del nome nel momento in cui veniva conferito l’incarico professionale.

L’integrazione della notula gia’ opinata con il nominativo del (OMISSIS) e’ stata valutata dal giudice di appello irrilevante, trattandosi di documento che poteva anche essere ignorato a fini della prova del credito; questa valutazione rientra nella legittima discrezionalita’ del giudice del merito, ne’ questa integrazione puo’ essere valorizzata al fine di provare la precedente spendita del nome in quanto circostanza ambigua che puo’ trovare la sua spiegazione in ragioni diverse.

3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli 91 e 112 c.p.c. Il ricorrente sostiene:

– che il (OMISSIS), costituendosi nel giudizio di appello, aveva chiesto la condanna dell’appellante alle spese del secondo grado e la compensazione delle spese del primo grado;

– che la Corte di Appello lo ha condannato anche al pagamento delle spese del primo grado, malgrado la specifica richiesta, della parte vittoriosa, di compensazione, cosi’ incorrendo nel vizio di ultra ed extra petizione.

3.1 La condanna alle spese processuali si fonda sull’esigenza di evitare una diminuzione patrimoniale alla parte che abbia dovuto agire in giudizio per ottenere il riconoscimento e l’attuazione del suo diritto, ma trattasi di pronuncia accessoria che costituisce la conseguenza legale del fatto obiettivo della soccombenza e che puo’ essere pronunciata di ufficio anche se la parte vittoriosa non ne abbia fatto esplicita richiesta, senza che cio’ costituisca extrapetizione (cfr., in motivazione, Cass. 29/11/1993 n. 11845).

Trattandosi di statuizione che esula dal principio della domanda (e quindi dall’operativita’ del principio di cui all’articolo 112 c.p.c.) e trattandosi di statuizione che, nella specie, e’ conforme a quanto disposto dall’articolo 91 c.p.c. che pone a carico del soccombente (da individuarsi con riferimento all’esito finale del giudizio) le spese del giudizio, le norme richiamate non risultano violate e il motivo deve essere rigettato.

4. In conclusione il ricorso puo’ essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli articoli 380 bis e 375 c.p.c. per essere dichiarato manifestamente infondato.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater introdotto dalla Legge n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17″.

Il collegio condivide e fa proprie le argomentazioni e la proposta del relatore.

In particolare, con riferimento alle ulteriori difese sviluppate dal ricorrente nella memoria, si osserva:

– che la circostanza che il (OMISSIS) sia intervenuto quale legale rappresentante di societa’ nei contratti per la cui conclusione e redazione aveva chiesto al (OMISSIS) l’attivita’ professionale espletata non costituisce prova della spendita del nome nel precedente atto di conferimento dell’incarico;

– che le osservazioni aventi ad oggetto le ragioni di manifesta infondatezza del secondo motivo di ricorso (con il quale e’ dedotta la violazione dell’articolo 115 c.p.c. e l’insufficiente motivazione) esplicitate nella relazione, non hanno incidenza alcuna in ordine alla mancata prova della spendita del nome nell’antecedente momento del conferimento dell’incarico professionale poi effettivamente espletato e in ordine al fatto, pure evidenziato nella relazione, che la valutazione di irrilevanza dell’integrazione della notula gia’ opinata, costituisce legittima valutazione espressa dal giudice del merito e a questo riservata;

– che le osservazioni aventi ad oggetto le ragioni di manifesta infondatezza del terzo motivo di ricorso (con il quale e’ dedotta la violazione e falsa applicazione degli articoli 91 e 112 c.p.c.) esplicitate nella relazione, si appuntano sulla circostanza che l’appellato aveva chiesto la compensazione delle spese del primo grado; tuttavia, a tal riguardo appare del tutto assorbente rilevare che il giudice di appello, riformando la sentenza di primo grado doveva regolare le spese di entrambi i gradi di giudizio e che la statuizione sulle spese esula dal principio della domanda con la conseguenza che l’articolo 112 c.p.c. non risulta violato.

L’eccezione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 345 c.p.c. sollevata all’udienza camerale e’ inammissibile per irrilevanza in quanto nessuno dei tre motivi di ricorso ha per oggetto la violazione o falsa applicazione dell’articolo 345 c.p.c..

La richiesta di trasmissione alla Procura della Repubblica per l’eventuale esercizio dell’azione penale in relazione agli articoli 485, 489, 374 bis c.p. e’ da intendersi come mera sollecitazione ad una attivita’ di denuncia che avrebbe potuto essere espletata dallo stesso ricorrente e che questa Corte non ritiene di espletare, tenuto conto della procedibilita’ a querela del reato di cui all’articolo 486 c.p.c (v. articolo 493 bis c.p.) e non ravvisando ex actis un’evidenza probatoria in relazione agli elementi oggetti’vi e soggettivi per gli altri reati.

Pertanto il ricorso deve essere rigettato per infondatezza; le spese di questo giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza del ricorrente.

Il ricorso e’ stato proposto dopo l’entrata in vigore della Legge n. 228 del 2012 e pertanto ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater del inserito dalla Legge n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17 deve essere dichiarata la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma del cit. articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente (OMISSIS) a pagare al controcorrente (OMISSIS) le spese di questo giudizio di cassazione che liquida in euro 7300,00 per compensi oltre spese generali e accessori di legge, oltre euro 200,00 per esborsi. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater inserito dalla Legge n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17 dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma del cit. articolo 13, comma 1 bis

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 17 marzo 2015, n. 5193. In caso di fideiussione plurima ciascun soggetto risponde delle spese sostenute dal creditore per escutere il debitore principale, ma non quelle sostenute per “coinvolgere” gli altri fideiussori


cassazione 7

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 17 marzo 2015, n. 5193

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3255/2012 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

  • ricorrente –

contro

(OMISSIS) SOCIETA’ COOPERATIVA PER AZIONI in persona del Direttore Centrale Principale (OMISSIS) e del Procuratore (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

  • controricorrente –

avverso la sentenza n. 1233/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 02/05/2011, R.G.N. 1755/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/11/2014 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CORASANITI Giuseppe, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. (OMISSIS) e (OMISSIS) nel 1994 prestarono in favore della (OMISSIS) una fideiussione, per garantire le obbligazioni che verso la suddetta banca aveva la societa’ (OMISSIS) s.a.s..

2. In forza di tale garanzia, la banca nel 1997 chiese ed ottenne un decreto ingiuntivo nei confronti dei due fideiussori.

Mentre l’uno di essi ( (OMISSIS)) propose opposizione al decreto, l’altra ( (OMISSIS)) non fece altrettanto. Di conseguenza, permanendo l’inadempimento, la banca pignoro’ presso terzi il quinto dello stipendio della debitrice (OMISSIS). Al pignoramento fece seguito l’assegnazione alla banca della quota di stipendio pignorata, disposta dal giudice dell’esecuzione il 24.6.1997.

3. Nel 1999 (OMISSIS) convenne la (OMISSIS) dinanzi al Tribunale di Milano, allegando che la banca aveva continuato a prelevare il quinto dello stipendio anche dopo l’avvenuta estinzione del debito, fino ad incamerare la somma non dovuta di circa 24 milioni di lire. Chiese percio’ la restituzione delle somme percepite dalla banca in eccedenza rispetto a quanto effettivamente dovuto.

4. Il Tribunale di Milano con sentenza 11.4.2006 accolse la domanda, quantificando in 2 milioni di lire l’eccedenza indebitamente incassata dalla banca.

La sentenza venne appellata da (OMISSIS) in via principale, e dalla banca in via incidentale.

La prima si dolse della sottostima dell’indebito, alla cui restituzione aveva diritto; la seconda all’opposto si dolse della sovrastima di esso.

La Corte d’appello di Milano con sentenza 2.5.2011 n. 1233 riformo’ la decisione di primo grado, accogliendo sia l’appello della banca che quello di (OMISSIS).

In particolare, per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte d’appello:

(a) determino’ nella somma di circa 16 milioni di lire l’importo che la banca aveva incassato in eccedenza rispetto al dovuto, ed era tenuta a restituire;

(b) nel calcolo di tale somma, ritenne che tra i crediti della banca nei confronti di (OMISSIS) dovessero includersi anche le spese legali sostenute dall’istituto di credito per escutere l’altro fideiussore, (OMISSIS). Cio’ sul presupposto che (OMISSIS) si era impegnata per contratto a pagare alla banca, nella veste di fideiussore, “quanto dovutole per capitale, interessi e spese” da parte del debitore principale.

5. La sentenza d’appello e’ stata impugnata per cassazione da (OMISSIS), sulla base di un motivo.

Ha resistito la banca con controricorso, chiedendo altresi’ (con la memoria ex articolo 378 c.p.c.) la condanna della ricorrente per lite temeraria, ai sensi dell’articolo 96 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso principale.

1.1. Con l’unico motivo di ricorso (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si assumono violati gli articoli 1362, 1363, 1364, 1365, 1367, 1368, 1936, 1938, 1941 e 1942 c.c.; articolo 91 c.p.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Lamenta l’erroneita’ della sentenza nella parte in cui ha determinato la misura del credito della banca includendovi le spese legali da quest’ultima sostenute per escutere l’altro fideiussore, (OMISSIS). Tale decisione secondo la ricorrente sarebbe erronea sotto due profili:

(a) sul piano dell’an, perche’ con la propria fideiussione Roberta (OMISSIS) si era obbligata a garantire le somme dovute dal debitore principale e le somme spese dalla banca per esigerle, ma non le somme spese dalla banca per esigere l’adempimento del credito nei confronti degli altri fideiussori:

(b) sul piano del quantum, perche’ la Corte d’appello in ogni caso aveva determinato le spese legali sostenute dalla banca per escutere l’altro fideiussore in misura pari non gia’ all’importo stabilito dal giudice nella relativa procedura, ma in base alle fatture emesse dall’avvocato della banca, di importo maggiore rispetto alla liquidazione giudiziale.

1.2. Il motivo e’ fondato.

In fatto, nel presente giudizio non e’ in contestazione tra le parti che:

(a) il debitore principale della banca, ovvero la (OMISSIS) s.a.s., non abbia adempiuto le proprie obbligazioni;

(b) la banca ha di conseguenza escusso i due fideiussori (OMISSIS) e (OMISSIS), ottenendo nei loro confronti un decreto ingiuntivo;

(c) il solo (OMISSIS) ha proposto opposizione al decreto;

(d) la banca ha preteso dal fideiussore Magugliani le spese legali sostenute per contrastare l’opposizione del fideiussore (OMISSIS).

La Corte d’appello di Milano, a fronte di tale fattispecie concreta, ha ritenuto che (OMISSIS) dovesse rifondere alla banca le spese legali da questa sostenute in seguito all’iniziativa giudiziale di (OMISSIS). Ha affermato che tale conclusione si imponeva ai sensi dell’articolo 7 del contratto di fideiussione stipulato tra (OMISSIS) e la banca, il quale prevedeva l’obbligo del fideiussore di rifondere alla banca l’importo dovuto dal debitore principale, oltre “interessi, spese, tasse e ogni altro accessorio”.

1.3. Cosi’ decidendo, la Corte d’appello ha violato sia le norme sulla fideiussione, sia quelle sull’interpretazione dei contratti.

Quanto alle prime, va ricordato che la fideiussione e’ un contratto con prestazioni a carico di una parte sola, ovvero il garante. Per effetto di essa quest’ultimo si obbliga a pagare al debitore l’obbligazione altrui (articolo 1936 c.c.).

La fideiussione non puo’ eccedere cio’ che e’ dovuto dal debitore (articolo 1941 c.c.); ma comprende anche le spese successive alla denunzia al fideiussore della causa “promossa contro il debitore principale” (articolo 1942 c.c.).

Da questo blocco di norme discende che il debitore puo’ essere obbligato a pagare:

(a) le spese sostenute dal creditore per escutere il debitore principale; e questa e’ una obbligazione per il fatto altrui;

(b) le spese sostenute dal creditore per escutere il fideiussore stesso, in virtu’ del generale principio di cui all’articolo 91 c.p.c.; e questa e’ una obbligazione per il fatto proprio.

Da questo quadro normativo esula qualsiasi responsabilita’ del fideiussore per le spese legali eventualmente sostenute dal creditore per escutere altri fideiussori. A ragionar diversamente si perverrebbe infatti all’assurdo che il fideiussore finirebbe per garantire non solo l’adempimento del debitore principale, ma anche quello degli altri fideiussori, nel caso questi ultimi non adempiano le proprie obbligazioni e siano aggrediti in executivis dal creditore garantito.

La decisione impugnata e’ dunque erronea per avere addossato al fideiussore un onere escluso dal perimetro legale delle sue obbligazioni.

1.4. La decisione impugnata e’ altresi’ erronea per avere violato gli articoli 1362, 1370 e 1371 c.c..

La Corte d’appello, infatti, si e’ trovata a dover stabilire la portata d’una clausola contrattuale, contenuta nel contratto di fideiussione, la quale stabiliva l’obbligo del fideiussore di rifondere alla banca l’importo dovuto dal debitore principale, oltre “interessi, spese tasse e ogni altro accessorio”.

La prima regola da seguire nel l’interpretare tale clausola sarebbe dovuta essere quella letterale (articolo 1362 c.c.).

Dal punto di vista letterale la clausola in esame si compone d’un soggetto (“il fideiussore”), un verbo (“e’ tenuto”) ed una proposizione oggettiva (“pagare quanto dovuto per spese”). Le “spese” sono dunque il complemento oggetto di un proposizione infinitiva che delimita l’obbligo del fideiussore: e poiche’ sono accomunate al “capitale” ed agli “interessi”, non poteva esservi dubbio alcuno che si trattasse delle spese di esazione dovute al creditore dal debitore principale, non certo da altri fideiussori.

Ma anche a negare che cosi’ fosse, non si sarebbe potuto pero’ negare che la clausola fosse quanto meno ambigua. Di conseguenza la Corte d’appello avrebbe dovuto fare ricorso da un lato al criterio dell’interpretazione meno gravosa per l’obbligato (articolo 1371 c.c.), vale a dire per il fideiussore; e dall’altro al criterio dell’interpretatio contra proferentem (articolo 1370 c.c., trattandosi di clausola predisposta unilateralmente dalla banca.

1.5. La sentenza deve dunque essere cassata, con rinvio alla Corte d’appello di Milano, che esaminera’ nuovamente la questione alla luce del seguente principio di diritto:

“Nel caso di fideiussione plurima, e salvo patto contrario ed espresso, ciascun fideiussore risponde delle spese sostenute dai creditore per escutere il debitore principale, ma non di quelle sostenute per escutere gli altri fideiussori”.

2. Il secondo profilo di doglianza prospettato dalla ricorrente, attinente il quantum dell’indebito di cui si chiede la restituzione, e’ solo parzialmente fondato.

Non v’e’ dubbio che la misura degli onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalle statuizioni dei giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese di causa, e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese fra le parti (ex plurimis, Sez. 2, Sentenza n. 1264 del 15/02/1999, Rv. 523250).

Per effetto della regola suddetta il creditore vittorioso in giudizio non puo’ pretendere dal debitore soccombente la rifusione di spese legali superiori a quelle liquidate dal giudice, mentre l’avvocato della parte vittoriosa puo’ pretendere dal proprio cliente onorari anche superiori a quelli liquidati dal giudice.

La regola in esame, pero’, resta circoscritta ai due rapporti appena indicati, ovvero: (a) al rapporto tra l’avvocato ed il proprio cliente; (b) al rapporto tra quest’ultimo e la controparte processuale.

Essa invece non ai applica al diverso rapporto tra il creditore che, avendo escusso giudizialmente il debitore, sia risultato vittorioso, ed il fideiussore obbligato a rifondere al primo le spese di lite.

In questo caso l’obbligo di garanzia ha ad oggetto le spese effettivamente sostenute dal creditore, non quelle liquidate dal giudice, per la semplice ragione che la statuizione giudiziale e’ stata pronunciata in un giudizio cui il fideiussore e’ rimasto estraneo.

Ne consegue che nel caso di specie:

(a) le spese eventualmente sostenute dalla banca per remunerare il proprio avvocato in relazione all’esazione coattiva del credito nei confronti del debitore principale (OMISSIS) dovranno essere rifuse per intero dal fideiussore, secondo l’esborso effettivamente sostenuto ed a prescindere dalla liquidazione giudiziale;

(b) le spese eventualmente sostenute dalla banca per escutere il debitore (OMISSIS) sono dovute nella misura liquidata dal giudice;

(c) le spese sostenute dalla banca per escutere l’altro fideiussore (OMISSIS), per quanto gia’ detto, non sono dovute dal diverso fideiussore (OMISSIS).

Il giudice di rinvio, nel rideterminare il quantum della pretesa attorea, applichera’ i principi appena indicati.

3. Le spese.

Le spese del giudizio di legittimita’ e dei gradi precedenti di merito saranno liquidate dal giudice del rinvio, ai sensi dell’articolo 385 c.p.c., comma 3.

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

-) accoglie il ricorso, cassa e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano in differente composizione;

-) rimette al giudice del rinvio la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’ e di quelle dei gradi di merito.

Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 12 febbraio 2015, n. 2786. Se la danneggiata è una società commerciale, la liquidazione del danno non include l’IVA Nel quantificare i danni patiti da una società per azioni e consistiti nei compensi erogati a terzi per la riparazione di un macchinario funzionale all’attività produttiva, non deve tenersi conto anche di quanto pagato dalla società danneggiata a titolo di IVA, trattandosi di importo che la stessa può detrarre dal proprio debito d’imposta


Corte_de_cassazione_di_Roma

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 12 febbraio 2015, n. 2786

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente

Dott. AMENDOLA Adelaide – rel. Consigliere

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13523/2012 proposto da:

(OMISSIS) SRL (OMISSIS) in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 343/2011 del TRIBUNALE di PISA – Sezione Distaccata di PONTEDERA, depositata il 30/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 12/11/2014 dal Consigliere Relatore Dott. ADELAIDE AMENDOLA.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

E’ stata depositata in cancelleria la seguente relazione, regolarmente comunicata al P.G. e notificata ai difensori delle parti.

“Il relatore, cons. Adelaide Amendola;

esaminati gli atti, osserva:

1. (OMISSIS) s.p.a. propose opposizione avverso il decreto ingiuntivo con il quale il Giudice di Pace di San Miniato, in data 2 ottobre 2006, su ricorso di (OMISSIS) s.r.l. le aveva ingiunto il pagamento della somma di euro 2.529,29, portata da alcune fatture emesse per l’effettuazione di servizi di trasporto commissionati da (OMISSIS).

L’opponente, senza contestare la pretesa dell’ingiungente, oppose in compensazione un credito risarcitorio da essa vantato nei confronti della (OMISSIS), per danni subiti da un macchinario industriale di sua proprieta’ per colpa del vettore. Sostenne, in particolare, che i relativi pregiudizi non erano stati integralmente risarciti dalla societa’ assicuratrice.

L’opposta, costituitasi in giudizio, contesto’ le avverse deduzioni.

2. Con sentenza n. 101 del 2008 il Giudice di Pace di San Miniato respinse l’opposizione.

Proposto gravame dalla soccombente, il Tribunale di Pisa, in data 30 novembre 2011, in parziale accoglimento della proposta impugnazione, ha condannato (OMISSIS) s.p.a. al pagamento in favore di (OMISSIS) s.r.l. della somma di euro 114,09, oltre interessi, compensando integralmente tra le parti le spese del giudizio.

Per la cassazione di detta pronuncia ricorre a questa Corte (OMISSIS) s.r.l. formulando due motivi.

L’intimata non ha svolto attivita’ difensiva.

3. Il ricorso e’ soggetto, in ragione della data della sentenza impugnata, successiva al 4 luglio 2009, alla disciplina dettata dall’articolo 360 bis, inserito dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69, articolo 47, comma 1, lettera a).

Esso puo’ pertanto essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli articoli 376, 380 bis e 375 c.p.c., per esservi accolto.

Queste le ragioni.

4. Con il primo motivo di ricorso l’impugnante lamenta violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, articoli 4, 17 e 19.

Oggetto delle critiche e’ l’affermazione del giudice di merito secondo cui il danno patrimoniale subito dall’appellante era comprensivo anche dell’imposta sul valore aggiunto dalla stessa pagata, in quanto pari alla perdita subita, intesa come differenziale fra il patrimonio detenuto prima e dopo l’evento dannoso.

Sostiene per contro l’esponente che, in base alle norme innanzi richiamate, l’opponente, in quanto societa’ commerciale, aveva la possibilita’ di portare in detrazione l’IVA corrisposta sulle prestazioni di servizi inerenti all’attivita’ d’impresa, come quelle necessarie alla riparazione di un bene strumentale. Deduce quindi che, considerato che quanto versato da (OMISSIS) a titolo di imposta sul valore aggiunto sarebbe stato da essa recuperato con il meccanismo della detrazione d’imposta, il danno effettivamente sofferto dall’opponente era pari a euro 25.856,00.

Con il secondo mezzo, lamentando violazione di legge e vizi motivazionali, la ricorrente contesta che il credito vantato dall’opponente potesse ritenersi provato.

5. Le censure svolte nel primo motivo sono fondate. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, articolo 17, sono soggetti passivi dell’imposta coloro che effettuano le cessioni di beni e le prestazioni di servizi imponibili: questi devono versarla all’erario, cumulativamente per tutte le operazioni effettuate e al netto della detrazione prevista nell’articolo 19, nei modi e nei termini stabiliti nel titolo secondo.

Sotto il profilo oggettivo si osserva che le cessioni e le prestazioni imponibili sono quelle di cui all’articolo 4, dello stesso Decreto del Presidente della Repubblica. In particolare questa Corte ha precisato che, ai fini dell’IVA assumono rilievo, ai sensi dell’articolo 4 cit., le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte nell’esercizio di attivita’ commerciali o agricole e che pertanto – poiche’ nell’ambito delle attivita’ commerciali rientrano solo quelle che siano svolte in forma di impresa – sono imprescindibilmente qualificate dai caratteri dell’abitualita’ (ancorche’ non dell’esclusivita’) e della professionalita’ dell’esercizio (cfr. Cass. n. 2021/96, n. 3406/96; n. 10430/2001, n. 13999/03). Si considerano, pero’, in ogni caso effettuate nell’esercizio di imprese (tra l’altro) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte dalle societa’ in nome collettivo e in accomandita semplice, dalle societa’ per azioni e in accomandita per azioni, dalle societa’ a responsabilita’ limitata, dalle societa’ cooperative, di mutua assicurazione e di armamento, dalle societa’ estere di cui all’articolo 2507 c.c., e dalle societa’ di fatto.

6. Cio’ posto, e considerato che (OMISSIS) e’ una societa’ per azioni, sarebbe spettato alla stessa dimostrare, in relazione alle concrete modalita’ ed al contenuto oggettivo e soggettivo dell’attivita’ svolta, la sussistenza dei presupposti per escludere la detraibilita’ dell’IVA ai sensi dell’articolo 19, del citato Decreto del Presidente della Repubblica (confr. Cass. civ. 8 gennaio 2010, n. 75). Ne consegue che erroneamente il giudice di merito, nel quantificare i danni patiti dalla predetta societa’ per fatto imputabile alla (OMISSIS), e consistiti nei compensi erogali a terzi per la riparazione di un macchinario funzionale all’attivita’ produttiva, ha tenuto conto anche di quanto pagato dalla societa’ danneggiata a titolo di IVA, trattandosi di importo che la stessa puo’ detrarre dal proprio debito d’imposta.

Nell’accoglimento del primo motivo di ricorso, restera’ assorbito l’esame del secondo”.

A seguito della discussione svoltasi in camera di consiglio, il collegio ha condiviso le argomentazioni in fatto e in diritto esposte nella relazione. Ne deriva che, accolto il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo (dichiaratamente formulato per puro scrupolo difensivo, tenuto conto del carattere decisivo e assorbente del primo mezzo), la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimita’ al Tribunale di Pisa in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione al Tribunale di Pisa in diversa composizione

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 20 gennaio 2015, n. 818. Chiesto ed ottenuto un decreto ingiuntivo sulla base di titoli cambiari, nel successivo giudizio di opposizione è inibito al ricorrente invocare, a fondamento della propria pretesa, l’esistenza d’un rapporto causale diverso ed ulteriore rispetto a quello descritto nel ricorso monitorio


Corte di Cassazione bis

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 20 gennaio 2015, n. 818

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMATUCCI Alfonso – Presidente

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3893-2012 proposto da:

(OMISSIS) SRL (OMISSIS) in persona del suo legale rappresentante (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) (OMISSIS);

– intimato –

Nonche’ da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS) (ST. (OMISSIS)), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) SRL (OMISSIS) in persona del suo legale rappresentante (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 538/2011 della CORTE D’APPELLO di MESSINA, depositata il 21/11/2011, R.G.N. 772/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/09/2014 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario che ha concluso per l’accoglimento del ricorso principale p.q.r., inammissibilita’ in subordine rigetto del ricorso incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Nel 1993 il sig. (OMISSIS) chiese ed ottenne dal Presidente del Tribunale Messina un decreto ingiuntivo nei confronti della societa’ (OMISSIS) s.r.l. (d’ora innanzi, per brevita’, “la (OMISSIS)”).

Quale prova del credito posto a fondamento del ricorso allego’ il possesso di 19 cambiali-tratta, insolute e protestate, emesse dall’amministratore della (OMISSIS) a titolo di “corrispettivo per materiale edile acquistato dalla societa’ (OMISSIS)”.

2. La (OMISSIS) propose opposizione al decreto ingiuntivo dinanzi al Tribunale di Messina, ammettendo di avere acquistato merci da (OMISSIS), ma soggiungendo di averle gia’ pagate.

Spiego’ la (OMISSIS), nell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo, che a causa dei buoni rapporti commerciali esistenti con (OMISSIS), era accaduto sovente che al momento della scadenza delle cambiali emesse dalla (OMISSIS) a favore del sig. (OMISSIS) questi consentisse il c.d. “rinnovo” del titolo (ovvero, pare doversi intendere, l’emissione di un nuovo titolo maggiorato degli interessi maturati sul titolo cambiario “rinnovato”).

Poiche’, tuttavia, in tali circostanze (OMISSIS) non aveva restituito il titolo sostituito, egli era rimasto in possesso di cambiali emesse dalla (OMISSIS), sebbene il relativo credito fosse stato gia’ adempiuto: e tali cambiali erano quelle poste a fondamento del ricorso per decreto ingiuntivo.

3. (OMISSIS), costituendosi nel giudizio di opposizione, replico’ che la (OMISSIS), col pagamento della merce fornitale, non aveva estinto tutte le proprie obbligazioni nei propri confronti: il credito da lui azionato in sede monitoria era sorto infatti non solo dalla fornitura di merci, ma anche da veri e propri finanziamenti in favore della (OMISSIS), avvenuti sotto forma di assegni bancari, ed effettuati al fine di evitare alla (OMISSIS) difficolta’ economiche.

4. Nel corso del giudizio di primo grado venne disposta una consulenza tecnica d’ufficio, la quale accerto’ che:

(a) il creditore (OMISSIS) aveva fornito merce alla (OMISSIS) per lire 146 milioni circa;

(b) la debitrice (OMISSIS) aveva pagato a (OMISSIS) somme per lire 209 milioni circa.

5. Dopo quattordici anni di giudizio, con sentenza 19.12.2008 il Tribunale di Messina revoco’ il decreto ingiuntivo opposto e condanno’ la (OMISSIS) al pagamento in favore di (OMISSIS) della minor somma di euro 20.256,90.

Per pervenire a tale conclusione il Tribunale di Messina – recependo una osservazione dell’ausiliario, contenuta nella relazione di consulenza – ha cosi’ ragionato:

(a) ha sommato l’importo delle sole cambiali, tra quelle prodotte da (OMISSIS), gia’ protestate; tale valore e’ stato determinato in lire 102.730.000;

(b) ha determinato l’importo pagato dalla (OMISSIS) in eccedenza rispetto alle merci fornitele in lire 63.507.163;

(c) ha detratto l’importo (b) dall’importo (a), pervenendo alla differenza di lire 39.222.837, vale a dire euro 20.256,90.

Con la stessa sentenza il Tribunale di Messina, condanno’ (OMISSIS) a risarcire alla (OMISSIS) il danno definito “morale”, in tesi causato alla (OMISSIS) per avere domandato un decreto ingiuntivo di importo superiore al credito effettivamente vantato. Tale danno venne liquidato dal Tribunale nella misura di 5.000.

6. La sentenza del Tribunale venne appellata da ambo le parti, ciascuna chiedendo una rideterminazione del credito, in misura a se’ piu’ favorevole. La Corte d’appello di Messina con sentenza 21.11.2011 n. 538:

(a) escluse l’esistenza d’un danno morale risarcibile in capo alla (OMISSIS);

(b) confermo’ nel resto la sentenza impugnata.

La sentenza d’appello, per quanto in questa sede ancora rileva, desunse dal fatto stesso che il creditore avesse piu’ cambiali che crediti la prova che tra le parti, oltre ad essere avvenute forniture di merci, fossero state concluse “operazioni finanziarie” realizzate attraverso “il ripetuto rinnovo delle cambiali”.

7. La sentenza d’appello e’ stata impugnata per cassazione dalla (OMISSIS), in base a nove motivi illustrati da memoria.

(OMISSIS) ha depositato controricorso e proposto ricorso incidentale, fondato su un motivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo del ricorso principale (OMISSIS).

1.1. Col primo motivo di ricorso la (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4. Espone, al riguardo, che col ricorso per decreto ingiuntivo (OMISSIS) aveva domandato il pagamento di fatture “per forniture di materiali edili”.

Il debitore aveva dimostrato di aver pagato tutte le fatture, ed anche qualcosa in piu’.

La Corte d’appello tuttavia, a fronte della eccedenza dell’importo delle cambiali azionate dal creditore, rispetto ai crediti per fornitura di merci, ha a. ritenuto che evidentemente tra le parti dovevano essere intercorse “altre operazioni finanziarie”, ed ha condannato l’opposto al pagamento anche della suddetta eccedenza.

In tal modo, sostiene il ricorrente, la sentenza ha pronunciato ultra petita, in quanto il creditore opposto mai aveva tempestivamente dedotto tali ulteriori “rapporti finanziari” (ovvero lo aveva fatto solo con la comparsa di risposta nel giudizio di opposizione); ne’ la prova dell’esistenza di crediti ulteriori, rispetto a quelli derivanti dalla fornitura di merci, poteva essere fornita dalle sole cambiali, non avendo l’attore esercitato l’azione cambiaria.

1.2. Il motivo e’ fondato.

Il ricorso per decreto ingiuntivo depositato da (OMISSIS) il 10.12.1993 ha una motivazione condensata in sole tredici righe.

In queste si afferma che (OMISSIS) e’ creditore della (OMISSIS) “in forza di n. 19 cambiali-tratte (…) rilasciate (…) quale corrispettivo per materiale edile acquistato dalla societa’ (OMISSIS)”.

Ci troviamo dunque dinanzi alla seguente sequenza processuale:

(-) un creditore chiede di essere pagato per la merce che assume di avere venduto al debitore;

(-) il debitore dimostra di avere pagato tuta la merce;

(-) il giudice riconosce che il debitore ha pagato tutta la merce, ma lo condanna ugualmente al pagamento di una ulteriore somma di denaro, sul presupposto che il creditore – possedendo cambiali di importo eccedente il controvalore della merce fornita – doveva necessariamente vantare altri e diversi crediti verso l’intimato.

Cosi’ giudicando, la Corte d’appello ha sostituito al fatto costitutivo della pretesa azionata col ricorso monitorio, ovvero la stipula d’un contratto di compravendita di merci, un diverso fatto costitutivo, rappresentato da “altre operazioni finanziarie”, delle quali nemmeno vengono indicati la natura ed il contenuto.

1.3. Ovviamente nulla rileva che il credito vantato da (OMISSIS), ed azionato col ricorso per decreto ingiuntivo, fosse incorporato in titoli di credito.

Il possessore d’una cambiale-tratta puo’ di norma vantare, nei confronti del traente o del giratario, due azioni: quella cambiaria, fondata sul mero possesso d’un titolo formalmente valido; e quella causale, scaturente dal rapporto a regolazione del quale la cambiale venne emessa.

Le due azioni possono essere proposte in via cumulativa od alternativa nello stesso giudizio, e si e’ sinanche ammesso che, proposta l’azione cambiaria in via monitoria, il creditore possa, nel successivo giudizio di opposizione, proporre l’azione causale (Sez. 1, Sentenza n. 3389 del 13/12/1973, Rv. 367333; Sez. 1, Sentenza n. 1150 del 26/03/1975, Rv. 374586).

Tuttavia, anche volendo prescindere da qualsiasi rilievo circa la mutata struttura del processo civile attuale, caratterizzato dal sistema delle preclusioni, rispetto a quella vigente all’epoca in cui tale orientamento sorse, resta il fatto che in tanto si e’ ammessa la possibilita’ di sostituire all’azione cambiaria quella causale, in quanto il creditore abbia tempestivamente dedotto fatti costitutivi dell’una e dell’altra.

Nel caso di specie (OMISSIS), nel proprio ricorso per decreto ingiuntivo, fece riferimento unicamente ai propri crediti per fornitura di merci, mentre non fece cenno alcuno all’esistenza di finanziamenti o di altri rapporti commerciali inter partes. Doveva dunque trovare applicazione, nel presente giudizio, il consolidato principio secondo cui nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo solo l’opponente, in virtu’ della sua posizione sostanziale di convenuto, e’ legittimato a proporre domande riconvenzionali, e non anche l’opposto. In base a questo principio, e’ stata ripetutamente ritenuta inammissibile perche’ “nuova” la domanda proposta dall’opposto, e fondata su fatti costitutivi diversi da quelli invocati a fondamento del ricorso monitorio (ex per multis, Sez. 3, Sentenza n. 13086 del 05/06/2007, Rv. 597609; Sez. 3, Sentenza n. 2529 del 07/02/2006, Rv. 586757; Sez. 2, Sentenza n. 27573 del 14/12/2005, Rv. 586015; Sez. 3, Sentenza n. 18786 del 26/09/2005, Rv. 586119).

1.4. Il primo motivo di ricorso va dunque accolto, in base al seguente principio di diritto:

Chiesto ed ottenuto un decreto ingiuntivo sulla base di titoli cambiari, nel successivo giudizio di opposizione e’ inibito al ricorrente invocare, a fondamento della propria pretesa, resistenza d’un rapporto causale diverso ed ulteriore rispetto a quello descritto nel ricorso monitorio.

2. I motivi 2-7 del ricorso principale (OMISSIS).

2.1. Con i motivi di ricorso dal secondo al settimo la (OMISSIS) torna a censurare, sotto vari aspetti, la decisione della Corte d’appello di condannarla al pagamento d’un credito superiore a quello risultante dall’acquisto di merci, sul presupposto che le parti avessero stipulato anche “operazioni finanziarie”.

Sostiene che tale decisione sarebbe viziata perche’ omise di pronunciarsi sull’eccezione di nullita’ di una eventuale “operazione finanziaria” a saggi ultralegali; perche’ decise su una domanda dell’opposto che doveva ritenersi nuova; perche’ sarebbe viziata da una motivazione illogica e carente.

2.2. Tutti questi motivi sono assorbiti dall’accoglimento del primo motivo di ricorso.

3. L’ottavo motivo di ricorso principale (OMISSIS).

3.1. Con l’ottavo motivo di ricorso la (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nell’escludere la responsabilita’ ex articolo 96 c.p.c. di (OMISSIS), sul presupposto che non sussistessero gli elementi costitutivi della responsabilita’ aggravata ex articolo 96 c.p.c. (colpa e danno), i quali per contro erano esistenti ed evidenti.

3.2. Il motivo e’ infondato nella parte in cui lamenta la violazione di legge, ed inammissibile nella parte in cui lamenta il vizio di motivazione.

Sotto il primo aspetto, la Corte d’appello ha rigettato la domanda di risarcimento del danno, proposta dalla (OMISSIS) con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo, sul presupposto che per invocarsi una condanna per responsabilita’ aggravata ex articolo 96 c.p.c. non e’ sufficiente dimostrare che la controparte ha formulato una domanda rivelatasi infondata, ma e’ necessario dimostrare che l’abbia fatto con dolo o colpa grave, nella specie ritenuti non sussistenti.

Tale decisione e’ puntualmente conforme al dettato dell’articolo 96 c.p.c. Sotto il secondo aspetto (vizio di motivazione) il motivo e’ inammissibile, perche’ esige da questa Corte un nuovo e diverso accertamento di merito, rispetto a quello compiuto dalla Corte d’appello: ovvero l’accertamento della sussistenza della colpa e del danno.

4. Il nono motivo di ricorso principale (OMISSIS).

4.1. Con l’ultimo motivo di ricorso la (OMISSIS) lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di violazione di legge di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Espone, al riguardo, che la CA ha confermato la scelta del Tribunale di compensare le spese del primo grado di giudizio, e condannato la (OMISSIS) a rifondere a (OMISSIS) la meta’ di quelle del grado d’appello. Tale decisione sarebbe errata perche’ (OMISSIS) si sarebbe dovuto condannare alla rifusione delle spese del doppio grado, perche’ l’opposizione della (OMISSIS) fu “accolta integralmente”.

4.1. Il motivo e’ assorbito dall’accoglimento del primo motivo di ricorso.

5. Il motivo unico del ricorso incidentale.

5.1. Con l’unico motivo di ricorso incidentale (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello, nel determinare la misura del credito residuo da lui vantato nei confronti della (OMISSIS), aveva espunto dal calcolo le nove cambiali da lui prodotte col ricorso per decreto ingiuntivo, ma non protestate (per un importo di lire 90 milioni). Cosi facendo la Corte d’appello avrebbe violato l’articolo 66 Legge cambiaria, poiche’ il protesto e’ necessario per l’esercizio dell’azione cambiaria, non di quella causale.

5.2. Il motivo e’ assorbito dall’accoglimento del primo motivo del ricorso principale.

Infatti, una volta stabilito che la Corte d’appello ha errato per extrapetizione nel condannare la (OMISSIS) al pagamento di somme ulteriori rispetto a quelle dovute a fronte della fornitura di merci, diventa irrilevante stabilire quali fossero i crediti ulteriori vantati da (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS): per la semplice ragione che l’esistenza tra le parti di altri rapporti causali, oltre quello di compravendita, e’ circostanza che mai e’ stata ritualmente inclusa nel thema decidendum del presente giudizio.

6. La decisione nel merito.

6.1. L’accoglimento del primo motivo del ricorso principale non rende necessaria una cassazione con rinvio, in quanto la presente controversia puo’ essere decisa da questa Corte nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.

6.2. Col ricorso monitorio depositato il 10.12.1993 (OMISSIS) chiese la condanna della (OMISSIS) al pagamento di lire 192.730.000, “quale corrispettivo per materiale edile” venduto dal ricorrente all’intimata. Dall’istruttoria compiuta in primo grado e’ emerso che:

(a) (OMISSIS) ha fornito alla (OMISSIS) merci per il valore di lire 146.019.718;

(b) la (OMISSIS) ha effettuato in favore di (OMISSIS) pagamenti per l’importo complessivo di lire 209.586.881.

Il creditore ricorrente, sul quale incombeva il relativo onere, non ha ne’ provato, ne’ chiesto di provare, l’esistenza di ragioni di credito diverse ed ulteriori rispetto a quelle scaturenti dalla fornitura di merci. Il decreto ingiuntivo emesso dal presidente del Tribunale di Messina deve quindi essere revocato, per essere risultata estinta per adempimento l’obbligazione vantata dal ricorrente.

6.3. Non puo’ indurre a conclusioni diverse la circostanza che (OMISSIS) fosse in possesso di 19 cambiali tratte dalla (OMISSIS) per un importo complessivo di euro 192.730.000, in quanto:

(a) il credito incorporato nelle 10 cambiali protestate deve presumersi adempiuto dalla (OMISSIS), sia pure tardivamente, per effetto della prova da questa fornita di avere effettuato in favore del ricorrente pagamenti per complessive lire 209.586.881, ne’ avendo mai il creditore dimostrato che quei pagamenti andassero imputati a causali diverse dalla fornitura delle merci;

(b) il credito incorporato nelle 9 cambiali non protestate esigeva la prova del sottostante rapporto causale, mai fornita.

7. Le spese.

7.1. Le spese dell’intero giudizio seguono la soccombenza, e vanno poste a carico di (OMISSIS). Esse sono liquidate:

(a) per il primo grado di giudizio, in euro 300 per spese, 2.700 per diritti ed euro 8.500 per onorari;

(b) per il grado di appello, in euro 356,90 per spese, euro 1.881 per diritti ed euro 6.500 per onorari;

(c) per il giudizio di legittimita’ in euro 7.200, di cui 200 per spese.

P.Q.M.

la Corte di cassazione:

-) accoglie il primo motivo del ricorso principale, dichiara assorbiti gli altri;

-) dichiara assorbito il ricorso incidentale;

-) cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, revoca il decreto ingiuntivo emesso dal Presidente del Tribunale di Messina il 15.12.1993, n. 2523/93;

-) condanna (OMISSIS) alla rifusione, in favore della (OMISSIS) s.r.l. delle spese del primo grado di giudizio, liquidate in euro 300 per spese, 2.700 per diritti ed euro 8.500 per onorari, oltre le spese generali, l’IVA e gli accessori di legge;

-) condanna (OMISSIS) alla rifusione, in favore della (OMISSIS) s.r.l. refusione delle spese del grado di appello, liquidate in euro 356,90 per spese, euro 1.881 per diritti ed euro 6.500 per onorari, oltre le spese generali, l’Iva e gli accessori di legge;

(c) -) condanna (OMISSIS) alla rifusione, in favore della (OMISSIS) s.r.l delle spese del giudizio di legittimita’, liquidate in euro 7.200, di cui 200 per spese, oltre le spese generali, l’IVA e gli accessori di legge

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 21 novembre 2014, n. 24860. Il compenso del legale per i pareri legali pro-veritate, se frutto di contrattazione con il cliente, non può successivamente essere messo in discussione sulla scorta del mancato rispetto dei minimi tariffari


cassazione

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 21 novembre 2014, n. 24860

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Presidente

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere

Dott. PARZIALE Ippolisto – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9291/2009 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), in proprio e quale legale rappresentante dell’associazione professionale (OMISSIS) , (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), che li rappresentano e difendono, come da procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

ENPAF – ENTE NAZIONALE PREVIDENZA ASSISTENZA FARMACISTI (OMISSIS), in persona del suo Presidente pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende, come da procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza – n. 768/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 21/02/2008;

udita la relazione, della causa svolta nella pubblica udienza del 16/10/2014 dal Consigliere Ippolisto Parziale;

udito l’Avvocato (OMISSIS), per delega (OMISSIS), per i ricorrenti, nonche’ l’avv.to (OMISSIS) per il controricorrente, che si riportano agli atti e alle conclusioni assunte;

udito il sostituto procuratore generale, Dott. Alberto Celeste, che conclude per l’inammissibilita’ del ricorso e in subordine per il rigetto.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Cosi’ riassume la vicenda processuale la sentenza impugnata.

Con decreto ingiuntivo n. 16526/95 emesso il 14 dicembre 1995, il Tribunale di Roma ingiungeva all’E.N.PA.F. il pagamento in favore de ricorrenti (OMISSIS) e avv. (OMISSIS) della somma complessiva di lire 107.020.950 a titolo di saldo (come da parcella n. 59/1994) dei compensi dovuti per n. 292 pareri legali pro veritate, richiesti dall’ENPAF in base ad incarico professionale conferito nel marzo 1979, in relazione ad altrettante domande di mutui ipotecari avanzate da iscritti all’Ente. Su opposizione tempestivamente proposta dall’E.N.P.A.F., il Tribunale di Roma, con sentenza n. 36847/02 depositata il 30 settembre 2002 e notificata il 12 febbraio 2003, revocava il decreto ingiuntivo opposto e rigettava la domanda subordinata (per il pagamento di complessive lire 8.760.000 a titolo di rimborso spese) proposta in subordine dagli opposti, che condannava alla rifusione delle spese processuali. Rilevava il Tribunale, per quanto qui ancora rileva, come infondatamente i ricorrenti – opposti avessero richiesto importi superiori a quelli gia’ ricevuti e determinati in ragione di lire 50.000 e poi di lire 80.000 per ogni singolo parere, dovendosi considerare, in sintesi: a) la lettera in data 27.4.1982, con la quale lo Studio (OMISSIS) chiedeva un adeguamento del compenso per ciascun parere da lire 50.000 a lire 80.000, comprensivo del 2% Legge n. 576 del 1980, ex articolo 11, ed oltre iva, proposta accolta dall’ENPAF con delibera n. 419 del 14.5,82 che fissava il compenso in lire 92,000 compresa iva; b) il comportamento delle parti., avendo in particolare lo Studio (OMISSIS) ricevuto dal 1982 al 24 febbraio 1989 i suddetti importi senza sollevare alcuna contestazione, e soprattutto avendo lo stesso solo dodici anni dopo, nel 1994 (non risultando provata la comunicazione all’Ente dei 292 preavvisi di parcella datati 31.12.1986), quantificato il credito nella diversa e madore misura pretesa in giudizio con la parcella posta a base del ricorso monitorio .

2. La Corte di appello di Roma rigettava l’impugnazione proposta dagli odierni ricorrenti, rilevando che a) non era necessario che l’accordo riguardante la misura del compenso dovesse rivestire la forma scritta; b) era ammissibile la prova per testi e presunzioni sulla base della peculiarita’ del caso, del principio di prova per iscritto costituito dalla lettera 27 aprile 1982, sottoscritta dall’avv. (OMISSIS), rappresentante dell’Associazione professionale, che aveva chiesto un adeguamento del compenso a lire 80.000 e del comportamento delle parti, osservato per 12 anni dopo la lettera, relativo al pagamento da parte dell’Ente di tale importo per tutte le richieste successive. In definitiva, secondo la Corte di appello, doveva essere condivisa l’affermazione del primo giudice secondo la quale vi e prova convincente in atti degli accordi conclusi tra le parti sulla misura del compenso, ed e’ pacifico che tali importi convenuti sono stati regolarmente corrisposti agli odierni appellanti .

Quanto all’affermata violazione della inderogabilita’ dei minimi tariffari, trattandosi di pratiche tutte di importo superiore ai trenta milioni di lire, la Corte di appello osservava, in primo luogo, che tale principio, affermato in materia di onorari per prestazioni giudiziali, non era applicabile anche alle prestazioni stragiudiziali (Cass. 7550 del 1987) e, in secondo luogo, che lo Studio professionale non aveva fornito la prova, della quale era onerato, del valore delle singole pratiche, a fronte della prova contraria fornita dall’Ente (sulla base di un tabulato analitico delle pratiche), dalla quale risultava che l’importo di trenta milioni di lire per i mutui da erogare riguardava solo alcune pratiche e costituiva l’importo massimo richiesto.

3. Impugnano tale decisione i ricorrenti, che formulano quattro motivi e depositano memoria. Resiste con controricorso la parte intimata.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso e’ infondato e va rigettato in tutti i suoi motivi per quanto di seguito si chiarisce con riguardo a ciascun motivo.

1. Col primo motivo di ricorso si deduce: Violazione e falsa applicazione articoli 2721, 2722, 2723 e 2724 c.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) .

Viene formulato il seguente quesito: Se erri il giudice che – in caso di contrasto fra i contraenti. – sullo effettivo contenuto di un contratto fra loro stipulato – ritenga che l’effettiva volonta’ degli stessi possa esser individuata con il ricorso alle presunzioni anche nei casi in cui – come nel caso di specie – non e’ consentito il ricorso alla prova testimoniale .

1.1 – Il motivo e’ infondato. In primo luogo e’ inconferente il richiamo agli articoli 2722 e 2723 c.c., posto che non si verte in materia di patti aggiunti o contrari al documento. E’ applicabile, invece, l’articolo 2721 c.c., di cui la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del secondo comma, che consente una deroga al principio di cui al primo comma dello stesso articolo, deroga che e’ stata ampiamente motivata dalla Corte locale, in conformita’ ai principi applicati al riguardo da questa Corte.

2 – Col secondo motivo di ricorso si deduce: Violazione dell’articolo 116 c.p.c. – violazione Legge n. 794 del 1942, articolo 24 in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 3 .

Vengono formulati i seguenti quesiti: 1. Se erri il giudice che ritenga che in materia stragiudiziale il professionista possa legittimamente pattuire un compenso in deroga ai minimi tariffari (senza la preventiva autorizzazione ed approvazione del Consiglio dell’Ordine di appartenenza); 2. Se, in mancanza di una preventiva autorizzazione ed approvazione del Consiglio dell’Ordine di appartenenza, una convenzione in deroga ai minimi tariffari di legge, in materia stragiudiziale, debba ritenersi illegittima, e, percio’, priva di effetti; 3. Se l’esistenza di una convenzione verbale in deroga ai minimi tariffari di legge in materia stragiudiziale sia, del pari, illegittima, e di conseguenza, inefficace; 4. – Se in materia di tariffe stragiudiziali – a fronte della richiesta dei soli minimi inderogabili – incontestabilmente non corrisposti – non sussista alcuna necessita’ che l’insufficienza della tariffa debba essere comprovata attraverso la dimostrazione dell’impegno profuso nella prestazione professionale .

2.1 Il motivo e’ inammissibile e comunque infondato. Tutta l’argomentazione del motivo e’ fondata sulla violazione dei minimi tariffari, che richiede, per essere valutata, la prova in ordine al valore di ogni singola prestazione e alla prestazione effettuata, aspetto questo sul quale la Corte locale si e’ soffermata specificamente, affermando che tale prova e’ mancata, fornendo al riguardo anche una adeguata motivazione (vedi sul punto anche il quarto motivo).

3. – Col terzo motivo di ricorso si deduce: Violazione articolo 1322 c.c. (articolo 360, comma 3) . Viene formulato il seguente quesito: se erri la Corte di Appello che ha fatto ricorso alle presunzioni in una materia in cui evidentemente vige il divieto di ricorso alla prova testimoniale non potendosi definire principio di prova scritta l’espressione, che si presta a piu’ significati compenso contenuto in una missiva proveniente dal ricorrente .

3.1 Il motivo e’ inammissibile per carenza di autosufficienza, nonche’ infondato. La censura si articola sul presupposto della errata interpretazione data dalla Corte d’appello alla richiesta di aumento del compenso formulata dallo studio professionale nell’aprile del 1982. Tale documento non e’ riportato in violazione del principio dell’autosufficienza e cio’ non consente di valutare l’argomentazione prospettata dai ricorrenti, posto che la Corte territoriale ha invece ampiamente chiarito il fondamento della sua decisione, ancorandola anche a tale documento, valutato nel suo complesso come richiesta di aumento del compenso da 50.000 a lire 80.000, cui fece seguito poi un adeguamento delle richieste economiche da parte degli odierni ricorrenti, seguite dai relativi pagamenti nel medesimo importo effettuati dall’Ente.

4 – Col quarto motivo di ricorso si deduce: Difetto di motivazione (articolo 360, comma 5) . Si afferma che sussiste un vistoso difetto di motivazione non avendo il giudice esplicitato in alcuna maniera perche’ non abbia ritenuto che l’onere di allegazione dei fatti integrativi dell’effettivo impegno professionale profuso risultava, ictu oculi dalla produzione diparte e come nel decreto ingiuntivo vi fosse stata una specificazione per ciascun parere . Si osserva che il giudice di secondo grado essendosi limitato a riprodurre l’immotivata statuizione su cui si fonda la sentenza di primo grado, aggiungendovi come si e’ visto argomentazioni in palese contrasto con i predetti principi di diritto (motivi 1 e 2) merita in pieno la censura di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 5, per la quale come e’ noto, secondo codesta Suprema Corte, e inequivoco testo di legge non va formulato alcun quesito . Si rileva che La decisione di primo grado e’ del tutto priva di motivazione giacche’ – il primo giudice non ha voluto vedere la copiosa documentazione prodotta e … si e’ rifugiato nell’argomentazione della mancata specificazione delle ragioni che rendeva per ciascuno dei 292 pareri resi inadeguato il compenso di lire 80.000, asseritamele pattuito .

4.1 Anche tale motivo e’ inammissibile e comunque infondato. Inammissibile perche’ deducendosi vizi di motivazione ex articolo 360 c.p.c., n. 5, doveva essere formulato il necessario momento di sintesi che manca del tutto. La censura prospettata sotto profilo dell’omessa motivazione doveva essere invece articolata con riguardo all’articolo 360 c.p.c., n. 4, e comunque la motivazione della sentenza impugnata e’ adeguata e sufficiente, posto che la Corte ha chiarito che lo Studio professionale avrebbe dovuto provare per ciascun parere il valore della pratica trattata ai fini di poter determinare eventualmente la violazione dei minimi tariffari. La parte si era invece limitata ad una indicazione generica di un importo per tutte le pratiche pari o superiore ai 30 milioni di lire, senza alcuna ulteriore specificazione, a fronte della prova fornita dall’Ente circa il valore delle singole pratiche anche sulla base di un analitico tabulato delle stesse. Ne’ puo’ supplire tale genericita’, che integra difetto di autosufficienza, l’aver dedotto, anche in memoria, che per ogni parere era stato indicato specificamente il valore, in mancanza di diversa analitica indicazione e a fronte della diversa affermazione in fatto della Corte locale.

5. Le spese seguono la soccombenza.

P.T.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 3.000,00 (tremila) euro per compensi e 200,00 (duecento) euro per spese, oltre accessori di legge.

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 3 ottobre 2014, n. 20943. L’inesistenza della procura alle liti relativa al ricorso per decreto ingiuntivo comporta l’invalidità non solo della fase monitoria e dell’ingiunzione, ma anche della domanda agli effetti della cognizione piena con il rito ordinario in sede di giudizio di opposizione, allorché l’opposto non abbia prodotto in quest’ultimo una nuova valida procura nella comparsa di risposta, con la conseguenza che il giudice deve definire l’opposizione con una pronuncia di mero rito dichiarativa del difetto del presupposto processuale del ministero del difensore; l’invalidità del decreto ingiuntivo, per essere stato il ricorso sottoscritto da un difensore sfornito di procura, non è di ostacolo al giudizio di merito che si instaura con l’opposizione, dovendo il giudice di questa accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dallo ingiungente opposto, ove ritualmente riproposto in tale sede, senza che rilevi – salvo che ai fini dell’esecuzione provvisoria e dell’incidenza delle spese nella fase monitoria – se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa


Cassazione 3

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

sentenza 3 ottobre 2014, n. 20943

 

Svolgimento del processo e Motivi della decisione

I. – Il Consigliere relatore, nominato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione in base agli artt. 380-bis e 375 c.p.c.:
“1. – Con ordinanza resa il 15.4.2013 ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., la Corte d’appello di Palermo dichiarava inammissibile l’appello proposto da G.L. contro la sentenza emessa dal Tribunale di Marsala il 12.7.2012, con la quale era stata respinta l’opposizione che questi aveva proposto al decreto ingiuntivo emesso su ricorso di C.F. per il pagamento della somma di E 51.646,00.
In particolare la Corte d’appello riteneva che il gravame non avesse ragionevoli probabilità di accoglimento, in quanto, a) pur nell’ipotesi d’irregolarità della procura rilasciata per la fase monitoria, la relativa nullità non avrebbe comportato la rimessione della causa al giudice di primo grado, dovendo comunque la Corte decidere la controversia nel merito; b) era palesemente infondata l’eccezione di nullità del ricorso ingiuntivo per illeggibilità della sottoscrizione del giudice; e c) l’appellante non aveva formulato alcuna censura di merito avverso la sentenza impugnata.
2. – Contro la sentenza di primo grado G.L. propone ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 348-ter, terzo comma c.p.c.
2.1. – Resiste con controricorso C.F..
3. – Due i motivi di ricorso.
3.1. – Col primo è dedotta la violazione degli artt. 83, 125 e 638 c.p.c., in relazione ai nn. 3 e 4 dell’art. 360 c.p.c., per essere stato il ricorso per decreto ingiuntivo sottoscritto da difensore privo di procura. Ciò comporterebbe l’inesistenza giuridica della domanda giudiziale e l’impossibilità di provvedervi altrimenti, non avendo la F. avanzato nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo alcuna richiesta al di fuori di quella avente ad oggetto la conferma del decreto.
3.2. – Il secondo mezzo denuncia la violazione degli artt. 132, n. 5, 135, quarto comma e 161, secondo comma c.p.c. AI difetto di sottoscrizione della sentenza deve equipararsi, sostiene parte ricorrente, la sottoscrizione illeggibile, allorché nella sentenza non risulti indicato il giudice che l’abbia pronunciata, sicché risulti impedita ogni possibilità d’individuarlo.
4. – I due motivi, esaminare congiuntamente perché mettono capo ad una medesima questione (gli effetti dell’invalidità del procedimento monitorio e del decreto ingiuntivo sul giudizio d’opposizione ex art. 645 c.p.c.), sono infondati.
Questa Corte ha avuto modo di osservare che a) l’inesistenza della procura alle liti relativa al ricorso per decreto ingiuntivo comporta l’invalidità non solo della fase monitoria e dell’ingiunzione, ma anche della domanda agli effetti della cognizione piena con il rito ordinario in sede di giudizio di opposizione, allorché l’opposto non abbia prodotto in quest’ultimo una nuova valida procura nella comparsa di risposta, con la conseguenza che il giudice deve definire l’opposizione con una pronuncia di mero rito dichiarativa del difetto del presupposto processuale del ministero del difensore (Cass. n. 4780/13); e b) l’invalidità del decreto ingiuntivo, per essere stato il ricorso sottoscritto da un difensore sfornito di procura, non è di ostacolo al giudizio di merito che si instaura con l’opposizione, dovendo il giudice di questa accertare la fondatezza delle pretese fatte valere dallo ingiungente opposto, ove ritualmente riproposto in tale sede, senza che rilevi – salvo che ai fini dell’esecuzione provvisoria e dell’incidenza delle spese nella fase monitoria – se l’ingiunzione sia stata o no legittimamente emessa (Cass. n. 5171194).
4.1. – Nella specie, pacifica tra le parti e per di più coperta da giudicato interno l’esistenza di altra procura in favore della parte opposta, regolarmente costituitasi nella fase di cognizione piena, il coordinamento fra i suddetti
principi comporta che l’invalidità del decreto ingiuntivo, vuoi propria per difetto dei requisiti minimi per individuarne la sottoscrizione, vuoi derivata dall’inesistenza di procura al difensore della parte ricorrente, non consente la pretesa definizione in rito del processo.
4.1.1. – Né la mancata espressa formulazione da parte della F. di una diversa ed apposita domanda di condanna del L., in luogo della sola richiesta di conferma del decreto ingiuntivo, è argomento minimamente spendibile al fine di pervenire ad una soluzione opposta.
Ed infatti, la giurisprudenza di questa Corte è costante nell’affermare che l’opposizione al decreto ingiuntivo instaura un ordinario giudizio di cognizione, nel quale il giudice non deve limitarsi ad esaminare se l’ingiunzione sia stata legittimamente emessa, ma deve procedere ad una autonoma valutazione di tutti gli elementi offerti sia dal creditore per dimostrare la fondatezza, della propria pretesa dedotta con il ricorso sia dall’opponente per contestarla e, a tal fine, non è necessario che la parte che chieda l’ingiunzione formuli una specifica ed espressa domanda diretta ad ottenere una pronuncia sul merito della propria pretesa creditoria, essendo, invece, sufficiente che resista alla proposta opposizione e chieda conferma del decreto opposto. Ne consegue che il giudice che dichiari nullo il decreto per nullità della procura ed emetta una sentenza di condanna non incorre in alcuno dei vizi di cui all’art. 112 c.p.c., non configurando l’opposizione un’impugnazione del decreto.
5. – Per le considerazioni svolte si propone la decisione del ricorso con ordinanza, nei sensi di cui sopra, in base al n. 5 dell’art. 375 c.p.c.”.
II. – La Corte condivide la relazione, rispetto alla quale la memoria di segno contrario depositata dalla parte ricorrente (adesiva, invece, quella della controricorrente) non apporta elementi di giudizio idonei a giustificare una diversa conclusione.
In particolare, la tesi secondo cui i giudici di merito hanno omesso di revocare un decreto invalido, il quale in tal modo continuerebbe ad integrare il capo di condanna, di guisa che esso avrebbe dovuto essere revocato “anche al solo fine di sostituirlo con una sentenza di condanna”, non ha pregio.
In disparte il fatto che il ragionamento di parte ricorrente si pone su di un piano ipotetico, non essendo stata dichiarata dal Tribunale né dimostrata dal ricorrente stesso la dedotta nullità del procedimento monitorio, deve considerarsi che nella situazione processuale ipotizzata (mancata declaratoria d’invalidità del decreto ingiuntivo) la conseguenza sarebbe non già l’annullamento ma la correzione della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 384, ult. comma c.p.c., perché non verrebbe meno l’accertamento positivo – non investito da apposita censura – del credito effettuato all’esito della causa di opposizione.
Né la declaratoria d’invalidità del decreto avrebbe autonomo rilievo per l’incidenza che può svolgere sul regolamento delle spese, ché anche tale capo della sentenza impugnata non è stato investito da motivo d’impugnazione.
III. – Il ricorso va pertanto respinto.
IV. – Seguono le spese, liquidate come in dispositivo, a carico della parte ricorrente.
V. – Sussistono presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in ê 2.700,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17 legge n. 228/12, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 23 luglio 2014, n. 16739. Il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale, idoneo a costituire titolo inoppugnabile per l’ammissione al passivo, soltanto a seguito della dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647 cod. proc.


fallimento-impresa

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 23 luglio 2014, n. 16739

 
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CECCHERINI Aldo – Presidente

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15296-2008 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

CONTRO

CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L.;

– intimata –

avverso il decreto del TRIBUNALE di PESCARA, depositato il 17/04/2008; n. 1152/07 R.G.V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/06/2014 dal Consigliere Dott. FRANCESCO ANTONIO GENOVESE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FIMIANI Pasquale che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Tribunale di Pescara, con decreto del 17 aprile 2008, ha respinto l’opposizione allo stato passivo del fallimento (OMISSIS) Srl, proposto dalla signora (OMISSIS), la quale aveva chiesto l’ammissione del proprio credito, pari ad euro 17.340,76, per competenze relative a prestazioni professionali, come da decreto ingiuntivo del Tribunale di Pescara non opposto e munito di formula esecutiva (in data 5 marzo 2007), che sarebbe stato opponibile alla procedura secondo la ricorrente – perche’ avente data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento.

2. Secondo il Tribunale, invece, l’opposizione era infondata, sotto due profili.

2.1. Innanzitutto, perche’ il provvedimento, posto a base della richiesta di ammissione, era mancante del decreto di esecutorieta’, in quanto la semplice mancata opposizione non gli farebbe acquistare l’efficacia della cosa giudicata. Infatti, il provvedimento ex articolo 647 c.p.c. avrebbe natura giurisdizionale (non amministrativa) e costitutiva onde, in mancanza di esso, il decreto monitorio non acquisterebbe la definitivita’ e l’incontestabilita’ proprie del giudicato.

2.2. In secondo luogo, il contratto di lavoro non avrebbe avuto la data certa opponibile al fallimento in quanto, pur essendo stato allegato al ricorso monitorio, il Tribunale non sarebbe stato in grado di verificare se effettivamente, con il detto ricorso, fosse stato allegato e depositato il contratto di lavoro e, ove questo lo sia stato, se esso fosse stato proprio il documento a suo tempo inserito nel fascicolo della domanda di monitorio, non allegato, invece, in quello depositato per l’opposizione allo stato passivo, ai sensi della L.F., articolo 98 Da un lato, il giudice non potrebbe attivarsi in via ufficiosa nella ricerca del documento mancante; da un altro, non soccorrerebbe l’indice del fascicolo, privo del timbro di deposito.

2.2.1. Infine, non aiuterebbero la ricorrente ne’ la prova orale, richiesta in via generica e priva di riferimento al corrispettivo economico, ne’ la documentazione fiscale relativa al reddito prodotto, con riguardo ad altro periodo, antecedente alla stipula del contratto di lavoro in relazione al quale sarebbe sorto il credito vantato.

3. Avverso tale decreto ha proposto ricorso per cassazione la signora (OMISSIS), con un unico motivo, articolato in due profili.

4. La curatela non ha svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico mezzo di impugnazione (violazione dell’articolo 2704 c.c., comma 1, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1) la ricorrente ha posto a questa Corte due diversi quesiti di diritto.

1.1. Anzitutto: Se occorra o meno la dichiarazione di esecutivita’ da parte del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo o se e’ sufficiente il solo fatto della mancata opposizione nei termini con conseguente opponibilita’ al fallimento.

Secondo la ricorrente, il decreto sarebbe passato in giudicato dopo quaranta giorni dalla data della sua notifica e, quindi, esso sarebbe opponibile alla procedura fallimentare, ai sensi dell’articolo 2704 c.c. e degli articoli 641 e 647 c.p.c., essendo decorso il termine di legge senza che sia stata proposta l’opposizione al decreto ingiuntivo, fatto valere in sede fallimentare.

1.2. In secondo luogo, essa ha chiesto alla Corte: Se nella specie il Tribunale ha violato l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per aver considerato non provato il diritto richiesto quando invece risultava per tabulas.

La ricorrente ha osservato che la documentazione da lei prodotta riguardava il periodo 1.4.02 – 30.9.04 e, quindi, il Tribunale ha errato respingendo l’opposizione, che sarebbe stata riferibile al reddito prodotto dal 8.5.02 al 30.9.02, erroneamente ritenuto riferibile ad un periodo antecedente alla stipula del contratto di lavoro, posto a base del credito vantato.

2. Il ricorso, ai limiti dell’inammissibilita’ per la cattiva formulazione dei quesiti di diritto, e’ infondato.

2.1. Al primo quesito di diritto, opportunamente integrato nella sua formulazione con l’esposizione svolta nel suo complesso, questa Corte ha gia’ avuto modo di rispondere (da ultimo con la pronuncia di questa stessa sezione n. 23202 del 2013), in senso contrario alla tesi della ricorrente, affermando il principio secondo cui Il decreto ingiuntivo acquista efficacia di giudicato sostanziale, idoneo a costituire titolo inoppugnabile per l’ammissione al passivo, soltanto a seguito della dichiarazione di esecutivita’ ai sensi dell’articolo 647 cod. proc. civ. – non essendo equiparabile, sotto questo profilo, alla sentenza non irrevocabile (L.F., articolo 96, comma 2, n. 3, gia’ articolo 95, comma 3, nel testo anteriore al Decreto Legislativo del 9 gennaio 2006, n. 5) – per cui non e’ ammissibile l’accertamento incidentale, in sede di giudizio di verificazione, dell’esecutivita’ definitiva del decreto ingiuntivo sprovvisto del visto di esecutorieta’ di cui all’articolo 647 cod. proc. civ., con la conseguenza che, in mancanza, il decreto ingiuntivo, seppur non opposto, e’ inopponibile alla massa dei creditori.

2.2. Il secondo motivo e’ inammissibile, perche’ il quesito proposto costituisce il travestimento di una richiesta volta a domandare il riesame della motivazione contenuta nel provvedimento impugnato, insuscettibile di revisione per essere immune dai lamentati vizi.

Inoltre, la censura della decisione ignora la puntuale motivazione della sentenza impugnata e pecca per difetto di autosufficienza perche’ non dice neppure se il contratto di lavoro sia stato allegato al ricorso per decreto, rivelandosi l’ulteriore ragione di inammissibilita’ nell’erronea postulazione del diverso contenuto e portata del documento che, ove fondata, avrebbe potuto offrire la base ad un motivo di diversa impugnazione, di tipo revocatorio (Sez. 3, Sentenza n. 10066 del 2010: Qualora una parte assuma che la sentenza di secondo grado, impugnata con ricorso ordinario per cassazione, e’ l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti del giudizio di merito, il ricorso e’ inammissibile, essendo denunziato – al di la’ della qualificazione come “violazione di legge” – un tipico vizio revocatorio, che puo’ essere fatto valere, sussistendone i presupposti, solo con lo specifico strumento della revocazione, disciplinato dall’articolo 395 cod. proc. civ.).

In conclusione il ricorso, complessivamente infondato, deve essere respinto, senza che occorra provvedere sulle spese di questo grado, per la mancata costituzione della parte intimata.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 1 luglio 2014, n. 14887. Ai fini della prova costitutiva del diritto di credito, oltre alla produzione dei singoli estratti conto analitici la banca deve fornire prova anche dell’avvenuta comunicazione, preventivamente al giudizio, dei medesimi al cliente, per porlo nelle condizioni di effettuare, se del caso, le contestazioni.


banca

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ordinanza 1 luglio 2014, n. 14887

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. BERNABAI Renato – rel. Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 20008/2011 proposto da:

B.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI 6, presso lo studio dell’avvocato MACRO RENATO, rappresentato e difeso dagli avvocati DE ZIO GIUSEPPE, FRANZESE GIOVANNI, giusta mandato speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

CREDITO EMILIANO SPA – società incorporante la BANCA POPOLARE ANDRIESE SOC. COOP. A R.L. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 664/2010 della CORTE D’APPELLO di BARI del 7.5.2010, depositata il 16/06/2010;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 23/04/2014 dal Consigliere Relatore Dott. RENATO BERNABAI.

Svolgimento del processo

– che è stata depositata in cancelleria la seguente relazione, in applicazione dell’art. 380-bis cod. proc. civile:

Con atto di citazione notificato il 5/06/96, il sig. B.G. proponeva opposizione a decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Trani in favore della Banca Popolare Andriese S.C.A.R.L. per il recupero di L. 52.367.965 (pari a Euro 27.045,80), quale scoperto rinvenuto nel conto corrente intestato all’attore, instando per la revoca del decreto ingiuntivo opposto per difetto di condizioni di una legittima emissione e per il rigetto della domanda creditoria della banca.

Si costituiva la Banca Popolare Andriese deducendo la fondatezza del provvedimento monitorio sulla base dell’estratto saldaconto, e asserendo che controparte non aveva mai contestato gli estratti conti trasmessigli in costanza di rapporto.

Il giudice di primo grado accoglieva parzialmente l’opposizione con sentenza del 2/10/2003 rideterminando l’ammontare dovuto dall’opponente in un importo residuo pari a Euro 16.481,86, in conseguenza della dichiarazione di nullità delle clausole anatocistiche trimestrali rinvenute come applicate nel rapporto bancario, in violazione dell’art. 1283 c.c..

Avverso la sentenza di primo grado che lo vedeva parzialmente soccombente proponeva appello il sig. B., tornando a censurare diversi profili della decisione:

– la legittimità formale del provvedimento emesso in sede monitoria;

– l’addebito, tra le poste passive del conto, di somme da lui già pagate alla banca quale fideiussore della fallita LENZA D’ORO s.r.l., – il diritto di credito riconosciuto alla banca, anche se nella minor somma rideterminata dal giudice di prime cure;

– l’omessa pronuncia del giudice di prime cure sull’eccezione di mancanza di procura alle liti del difensore della Banca Popolare Andriese, per incorporazione avvenuta dal Credito Emiliano s.p.a..

La Corte d’appello di Bari con sentenza del 16/06/2010 rigettava il gravame riportandosi alle motivazioni del primo giudice e confermando per l’intero la decisione.

L’appellante, odierno ricorrente per cassazione, notificava ricorso in data 29/07/2011 deducendo cinque motivi.

Motivi della decisione

Così riassunti i fatti di causa, il ricorso sembra, prima facie, infondato.

Occorre rilevare preliminarmente che controparte non si difende sulle censure mosse dal ricorrente.

Con il primo motivo di ricorso il B. deduce la violazione dell’art. 2697 c.c., e artt. 116, 117, 167, 633 c.p.c. e ss., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Il motivo sembra essere fondato solo per quel che concerne la violazione dell’art. 2697 c.c., disciplinante il principio dell’onere della prova, secondo cui spetti a chi vuole far valere un diritto in giudizio l’onere di provarne i fatti costitutivi. Ebbene tale principio opera anche nel giudizio di cognizione ordinario eventualmente introdotto a seguito di opposizione a decreto ingiuntivo, comportando, per la parte opposta, l’onere di individuare in giudizio i fatti costitutivi della propria pretesa.

Nel caso in oggetto si osserva in atti che nella fase monitoria la banca Andriese avesse prodotto l’estratto saldaconto, documentazione avente una valenza probatoria sufficiente, in quella sede, per l’ottenimento del decreto ingiuntivo.

Nel giudizio di opposizione successivo, invece, il giudice valutava la produzione del contratto di conto corrente e di tutti gli estratti conto emessi durante il rapporto, documenti contabili, questi ultimi, che costituiscono un elemento più analitico per verificare l’esistenza del credito vantato, poichè certificano in dettaglio le movimentazioni debitorie e creditorie intervenute dall’ultimo saldo contabile con le condizioni attive e passive praticate dalla banca al cliente. La valenza probatoria degli estratti conto è indubbiamente più forte rispetto a quella del saldaconto che esprime, invece, il saldo riassuntivo dei rapporti di conto intercorsi tra la banca e il correntista.

Ebbene, ai fini della prova costitutiva del diritto di credito, oltre alla produzione dei singoli estratti conto analitici la banca avrebbe dovuto fornire prova anche dell’avvenuta comunicazione, preventivamente al giudizio, dei medesimi all’odierno ricorrente, per porlo nelle condizioni di effettuare, se del caso, le contestazioni.

Al contrario, sembra evincersi dagli atti che il ricorrente abbia potuto contestare le voci della documentazione contabile solo in sede di giudizio; la Corte d’appello di Bari ha ritenuto si trattasse di attività tardiva (pag. 5 della sentenza d’appello) e, pertanto, nel respingere la relativa eccezione di parte, ha dichiarato fondata nel merito la domanda creditoria.

L’errore in cui è incorsa la corte territoriale, tradottosi nella violazione dell’art. 2697 c.c., è stato quello di pronunciarsi in accoglimento della domanda senza disporre di tutti gli elementi costitutivi del credito, che avrebbero dovuto ricomprendere anche la prova della comunicazione degli estratti conto che spettava alla banca fornire.

Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 1224 c.c., e artt. 61, 112 e 345 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è infondato.

Al tempo dei fatti in giudizio (1996) il tema della legittimità della capitalizzazione di interessi anatocistici bancari non era ancora oggetto di discussione, e pertanto pare plausibile la mancanta eccezione di parte volta a far dichiarare la nullità della clausola anatocistica dinanzi al giudice di primo grado.

Con la pronuncia del 16/03/’99 (Cass. sent. n. 2374/1999) questa Corte esprimeva un orientamento giurisprudenziale, che avrebbe trovato consolidamento in seguito, teso a ritenere nulle tali clausole (Cass. N. 24418/10 e Cass. N. 798/13).

Si evince dagli atti che la nullità delle clausole anatocistiche veniva tuttavia rilevata d’ufficio dal giudice di prime cure che, conseguentemente, rideterminava in concreto la somma spettante alla banca depurata dall’ammontare di quanto dovuto a titolo di interessi anatocistici trimestrali.

Alla luce di tale operazione di rideterminazione non si comprende la ratio giustificativa che abbia indotto l’odierno ricorrente alla proposizione di una nuova domanda restitutoria fondata sulla nullità della clausola anatocistica, domanda in ogni caso inammissibile in appello, come correttamente rilevato dalla corte territoriale, in quanto nuova.

Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 196 c.p.c., in relazione sia all’art. 116, che all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è manifestamente infondato poichè tende ad una richiesta di rideterminazione degli interessi nei rapporti dare-avere tra la banca e il ricorrente.

Il quarto motivo censura la violazione o falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Il motivo è infondato.

Correttamente la corte territoriale ha omesso di esaminare, ai fini della decisione, le eccezioni di parte ricorrente. Dagli atti di causa (pagg. 8-9 sent. appello) ne risulta, infatti, la formulazione per la prima volta solo nell’udienza di precisazione delle conclusioni di primo grado, cioè in una fase processuale in cui ciò è precluso.

Con l’ultima motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 83 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Anche quest’ultimo motivo è infondato.

L’art. 300 c.p.c., stabilisce l’interruzione del processo a seguito di fatto estintivo di una parte costituita. Tuttavia l’interruzione non avrebbe potuto operare poichè trattavasi di fatto estintivo (incorporazione della Banca popolare Andriese nel Credito emiliano s.p.a.) che, se anche non ritualmente notificato dal difensore della parte, si verificava quando il giudizio era già riservato a decisione.

Per quanto concerne il profilo della procura alle liti, ritenendo la corte territoriale che in quel caso operasse il fenomeno dell’ultrattività della procura in base al quale il difensore di controparte può legittimamente presentare le proprie conclusioni ancora a nome della parte estinta senza doversi munire di nuova procura, non si ritiene integrata una violazione dell’art. 83 c.p.c..

– che la relazione è stata notificata ai difensori delle parti, che non hanno depositato memorie.

– che il collegio, discussi gli atti delle parti, ha condiviso la soluzione prospettata nella relazione e gli argomenti che l’accompagnano;

– che il ricorso dev’essere dunque rigettato con la conseguente condanna alla rifusione delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo, sulla base del valore della causa e del numero e complessità delle questioni svolte.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso, nulle le spese.

Così deciso in Roma, il 23 aprile 2014.

Depositato in Cancelleria il 1° luglio 2014.